“Alle urne!”. Bene. E poi?

Le riforme? “Se non si riesce a farle, bisogna pensare al voto”, dice la vicesegretaria del Pd, Debora Serracchiani, in un’intervista su Il Messaggero di ieri. Lo stesso concetto era stato più volte espresso da altri fedelissimi di Renzi, come Roberto Giachetti per fare un nome, e dallo stesso premier.

Ora, che sia una minaccia solo, forse, per senatori e deputati, è chiaro. Io, in caso di nuove elezioni, dovrei solo ritirare la tessera elettorale dal cassetto in cui l’ho riposta e rassegnarmi all’idea d’esser costretto da tv e giornali a leggere e ascoltare le parole di gente che è stata insieme al governo e nella stessa maggioranza durante gli ultimi tre anni e in altrettanti esecutivi, e che si proponeva di starci almeno per altri quattro, scegliete voi se governi o anni, dirsi l’uno l’alternativa dell’altro.

Ma al di là delle battute (tali solo fino a un certo punto), un problema, in effetti, si potrebbe porre, nel caso, anche per quelli che, da sinistra, hanno criticato e criticano le riforme di Renzi. Per quelli come me, per essere chiari.

Se da un lato, infatti, sarebbero felici di veder finire un governo con Alfano e Lupi fatto con i loro voti (a me, inoltre, non dispiacerebbe nemmeno tornare a votare col proporzionale della Consulta; magari avremmo di nuovo le larghe intese, ma almeno i potenziali neo-costituenti agirebbero in ragione dei voti presi, non dei premi di maggioranza attribuiti da leggi incostituzionali), dall’altro si troverebbero dinanzi a un imbarazzo non da poco nel votare per chi, a quel punto, riproporrebbe le stesse riforme che oggi loro contestano.

Cioè, i critici del Senato non elettivo abbinato all’Italicum, con le liste bloccate, l’ingente premio di maggioranza e le assurde soglie di sbarramento, voteranno per chi tutto quello ripresenterà perché proprio quello ha già sostenuto e approvato? E non c’è solo questo: c’è l’ulteriore precarizzazione del lavoro del “decreto Poletti”, la linea dura contro i poveri che occupano abusivamente gli immobili vuoti del “Piano casa”, l’attacco ai sindacati e quello alle minoranze, interne ed esterne, che tanto ha fatto urlare all’eccesso leaderistico, quando non autoritario.

Che faranno allora? Che faremo? Voteremo per il Pd di Renzi e poi ci fingeremo stupiti che lui voglia realizzare le cose che già sta facendo o cercando di fare?

Se il presidente del Consiglio ha letto come una licenza ad agire indisturbato il voto delle Europee, in che modo, e giustamente, aggiungo, credete che leggerà quello per le eventuali politiche?

Che cosa voglio dire? Di preciso, non lo so. So, però, che in questi mesi e anni abbiamo contestato tante, troppe, delle cose fatte da quelli che avevamo votato, dal fiscal compact alla “riforma Fornero”, dall’alleanza con Berlusconi all’affossamento della candidatura di Prodi al Quirinale (la seconda era propedeutica alla prima; e se è vero che non sappiamo chi siano stati gli esecutori materiali di questa, lo è altrettanto che conosciamo chi poi quella ha sostenuto), per far finta di nulla senza sfociare nell’ipocrisia.

A meno che non si ritenga sufficiente la realpolitik applicata al concetto del voto utile “per dare un governo al Paese, per fermare l’avanzata dei populismi, per la stabilità, i mercati, lo spread, eccetera, eccetera, eccetera”.

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