Per i beni essenziali della vita

«Sì, parli bene, tu. Perché puoi usare poco la tua vecchia auto. E se io devo farci molti chilometri, e non ho i soldi per prenderne una nuova, come faccio? Come vedi, i sacrifici ricadono ancora sui più poveri, mentre i ricchi già hanno l’ibrida plug-in da 300 cv, che paga persino meno di bollo rispetto alla mia e nessuno la ferma nei giorni con alte concentrazioni di polveri sottili. Democratico, certamente». Così un commento al mio articolo dei giorni scorsi. E mi colpisce nel vivo. No, non perché non ci avessi pensato; perché è vero. È vero che io ho la fortuna di poter usare poco l’auto, è vero che i poveri sono quelli che, anche in questo caso, pagheranno per primi e di più.

Tutto vero. Dopotutto, però, è vero anche che ogni rinuncia per la salvaguardia dell’ambiente sarebbe una rinuncia che graverebbe, di più e per prima, sui poveri. Se l’intera società dei consumi, che tanta parte ha nella situazione drammatica che quell’ambiente naturale sta subendo, dev’essere rivista al ribasso o abbandonata, almeno nella prima fase questo costerà nelle tasche delle fasce più povere. Il consumismo, in fondo, è l’altro aspetto dell’accesso ai beni e ai prodotti dell’industria da parte dei meno abbienti; i ricchi vi accedevano già prima. Se per ridurre l’inquinamento dobbiamo restringere il consumo di quei beni, prodotti e servizi su larga scala, saranno inevitabilmente quelli appannaggio dei ceti medi e bassi che si dovranno contrarre. Così come, se ciò non dovesse accadere, saranno loro le case a finire sott’acqua nelle alluvioni sempre più frequenti prodotte dalla climate crisis, loro i figli a morire nei quartieri operai a ridosso delle fabbriche che avvelenano l’aria, loro a fare più fatica a reperire gli alimenti quando i prezzi saliranno per colpa della siccità o a sobbarcarsi i costi della lotta, appunto, fra poveri che potrebbe seguire alla riduzione delle risorse della terra. I ricchi, pure allora, giocheranno in un altro campionato.

Ma allora, è tutto inutile, e tanto vale tenerci il mondo così com’è, nel suo consumo vorticoso di ogni cosa e di ognuno? Au contraire, mes ami; è una lotta giusta e opportuna, quella per la difesa dell’ambiente, soprattutto intrecciata a quella contro il consumismo, persino se, al principio, sembrerà costare proprio e solo su quelli che la combattono. Con le parole di Riccardo Lombardi: «la nostra lotta è contro la società affluente e il benessere, non già perché non vogliamo il benessere, ma perché vogliamo un certo tipo di benessere, non quello che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse, ma quello che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

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