Nei giorni scorsi sono stato, come ogni anno, nel paese dove sono nato. Le emozioni sono sempre piacevoli, nell’incontro con le persone care, e altrettanto malinconiche, nel vedere svuotati i luoghi dell’infanzia, le porte chiuse e i cartelli «vendesi» appesi alle inferriate. Ma i fatti sono testardi. Stigliano aveva 7.276 abitanti al censimento del 1981, in pratica da quando ne ho ricordi. Oggi ne ha poco più di 3.300. Nel mezzo ci sono 6.576 residenti nel 1991, 5.616 nel 2001 e 4.685 nel 2011. La popolazione non si è semplicemente ridotta: il ritmo della diminuzione ha continuato a essere significativo, anche dopo che la grande emigrazione degli anni Cinquanta e Sessanta era ormai alle spalle. Nel 1961 Stigliano aveva raggiunto quasi diecimila abitanti. Vent’anni dopo ne aveva già persi più di un quarto. Si sarebbe potuto pensare che, esaurito il grande esodo verso Torino, Milano, la Svizzera o la Germania, il paese avrebbe trovato un suo equilibrio demografico, magari più piccolo ma stabile. Non è successo. Dai 7.276 abitanti del 1981 siamo scesi di oltre la metà.
Lo sguardo su quell’ormai sempre più piccolo paese mi ha portato a riflettere sul Paese in grande: l’Italia è da tempo dentro un cambiamento demografico. Non una crisi, che passa, né un inverno, stagione che comunque annuncia la primavera. E no, non c’entrano nulla le follie “sostituzionarie”; c’entrano i numeri di quelli che qui ci sono, di quelli che nasceranno e di quelli che potrebbero arrivare. I dati della natalità raccontano infatti qualcosa di più complesso della consueta formula secondo cui «in Italia non si fanno più figli». Nel 2000 il numero medio di figli per donna era 1,26. Nei primi anni del millennio era persino risalito, fino a circa 1,44 nel 2008. Poi la curva ha cambiato direzione: 1,36 nel 2015, 1,27 nel 2019, 1,24 nel 2020, 1,20 nel 2023, 1,18 nel 2024 e infine 1,14 nel 2025, nuovo minimo storico (giova ricordare che la soglia di sostituzione di una popolazione, cioè il numero medio di figli per donna necessario per mantenerla stabile al netto dei tassi migratori, è stimata convenzionalmente intorno a 2,1). Nello stesso anno sono nati appena 355 mila bambini, mentre sono morte circa 652 mila persone.
Il punto decisivo è che il numero delle nascite non dipende soltanto dal numero medio di figli che ciascuna donna ha. Dipende – «odio puntualizzare l’ovvio», come in un film di Hollywood, ma a volte è necessario – anche da quante sono le donne che quei figli possono averli. Ed è qui che la demografia comincia ad assomigliare a un meccanismo dotato di una propria inerzia. Le generazioni nate quando già si facevano pochi figli sono oggi quelle che entrano nell’età adulta. Sono meno numerose delle precedenti e, se a loro volta hanno pochi figli, producono generazioni ancora più piccole. Queste ultime, venticinque o trent’anni dopo, diventeranno una platea ancora più ridotta di potenziali genitori. Per questo persino un recupero del numero medio di figli per donna può avere effetti molto più modesti di quanto suggerisca intuitivamente il dato.
Le stesse previsioni ufficiali dell’Istat mostrano quanto sia potente la struttura per età: nello scenario mediano, che presuppone un parziale recupero della fecondità e saldi migratori positivi, nel 2050 gli ultrasessantacinquenni arriverebbero comunque al 34,6 per cento della popolazione, mentre le persone tra 15 e 64 anni scenderebbero al 54,3 per cento.
Ho provato allora a fare un esercizio diverso. Non una previsione, che richiederebbe ben altri strumenti, ma una semplice simulazione: che cosa accadrebbe se la tendenza della fecondità non si invertisse davvero? Oggi che gli strumenti dell’IA permettono di fare calcoli simili con relativa facilità, sono partito dall’1,14 del 2025 e ho immaginato uno scenario che considero severo, ma non assurdo: circa 0,90 figli per donna nel 2050, con una successiva prosecuzione del declino, più lenta e percentuale, fino a circa 0,56 alla fine del secolo, seguendo sostanzialmente il trend registrato dall’inizio del secolo ad oggi.
Quello 0,90 nel 2050 potrebbe sembrare un numero apocalittico. Non lo è. La Corea del Sud era già a 0,72 figli per donna nel 2023 e, dopo una piccola ripresa, è arrivata a circa 0,80 nel 2025. Il Paese con uno dei redditi pro capite più elevati del mondo ci mostra quindi che livelli di fecondità nettamente inferiori a uno non appartengono alla fantascienza demografica. Anzi, il caso coreano suggerisce anche prudenza davanti agli annunci di inversione di tendenza. Passare da 0,72 a 0,80 è certamente meglio che continuare a scendere. Ma un aumento di pochi centesimi per qualche anno, applicato a generazioni di potenziali madri che nel frattempo diventano meno numerose, cambia relativamente poco la traiettoria di lungo periodo.
È questo uno degli aspetti più difficili da mettere a fuoco correttamente, quando si parla di natalità. Se una popolazione giovane passa da 1,2 a 1,5 figli per donna, l’effetto può essere importante. Se lo stesso incremento avviene trent’anni dopo, quando le donne in età fertile sono molte meno, il risultato in termini di bambini effettivamente nati sarà assai più limitato. Nella simulazione di cui sopra, assumendo per un momento anche un saldo migratorio nullo, l’Italia scenderebbe dagli attuali circa 59 milioni di abitanti a poco meno di 48 milioni intorno al 2050, a circa 33 milioni nel 2075 e a poco più di 20 milioni alla fine del secolo. Prendete, vi prego, questi numeri per quello che sono: non profezie, ma misure dell’ordine di grandezza del fenomeno. Cambiare leggermente le ipotesi sulla mortalità o sulla fecondità cambia naturalmente il risultato. Non cambia però il meccanismo.
Soprattutto, non cambia una cosa: quella popolazione non sarebbe semplicemente l’Italia di oggi ridotta in scala. Sarebbe un’Italia molto più vecchia. Pochissimi bambini, pochi giovani, generazioni attive progressivamente più piccole e una quota elevatissima di anziani. E questo conduce al secondo passaggio del ragionamento. Di solito, quando si osserva il declino demografico italiano, si introduce l’immigrazione come correttivo. È ragionevole: chi arriva dall’estero è mediamente giovane e spesso è già in età lavorativa e riproduttiva. Mentre un bambino nato adesso entrerà pienamente nel mercato del lavoro tra venticinque anni, un venticinquenne che arriva oggi può lavorare, pagare imposte e contributi immediatamente.
C’è però (al di là delle teorie assurde di apprendisti stregoni “sovranisti”) un presupposto nascosto in questo ragionamento: che gli immigrati continuino a voler venire in Italia. Non è affatto scontato. Una popolazione che diminuisce e invecchia tende, a parità di altre condizioni, ad avere meno lavoratori rispetto ai pensionati, una crescita potenziale più bassa, una maggiore pressione sui sistemi previdenziali e sanitari e maggiori difficoltà a mantenere servizi e infrastrutture. Il paese rischia quindi di diventare relativamente più povero rispetto agli altri. E un paese relativamente più povero è anche meno attrattivo per chi può scegliere dove andare. In particolare proprio per quegli immigrati che in linea di massima si dovrebbero ricercare: giovani, qualificati, istruiti, mobili. Quelli, precisamente perché dispongono di maggiori possibilità, possono scegliere la Germania, la Svizzera, i Paesi Bassi, gli Stati Uniti o qualsiasi altro paese offra stipendi più alti, servizi migliori e prospettive più favorevoli.
Parallelamente, lo stesso meccanismo opera sugli italiani giovani. Se un trentenne qualificato deve sostenere attraverso imposte e contributi un numero crescente di anziani, riceve salari relativamente bassi e vede ridursi le proprie prospettive, e così aumenta anche per lui l’incentivo a trasferirsi. Si crea quindi un circuito che può alimentare sé stesso: meno giovani, meno crescita, minore attrattività, meno immigrazione, più emigrazione, ancora meno giovani. A quel punto, la discussione sui saldi migratori rischia di essere posta al contrario. Non si tratterebbe più soltanto di stabilire quanti immigrati l’Italia voglia accogliere. Potrebbe diventare necessario chiedersi quante persone vorranno ancora venire e quante di quelle che già ci sono sceglieranno invece di andarsene; un Paese non esercita sovranità scegliendo semplicemente chi può entrare. Deve essere anche un posto nel quale qualcuno desideri entrare e qualcun altro abbia interesse a restare.
C’è poi un terzo aspetto, apparentemente consolatorio. Nei prossimi decenni avverrà uno dei maggiori trasferimenti intergenerazionali di ricchezza della storia italiana. Un’elaborazione recentemente riportata dal Corriere della Sera, a cura di Alberto Brambilla e costruita incrociando dati della Banca d’Italia e del Ministero dell’Economia, stima nell’ordine di 1.800 miliardi di euro il patrimonio destinato progressivamente a passare dalle generazioni più anziane a figli e nipoti. La concentrazione per età è impressionante. Le famiglie con capofamiglia tra 51 e 64 anni e quelle con capofamiglia sopra i 65 anni deterrebbero insieme circa tre quarti della ricchezza mobiliare e una quota analoga di quella immobiliare.
Potremmo dunque immaginare generazioni meno numerose ma più ricche: meno figli tra i quali dividere appartamenti, terreni e risparmi accumulati da genitori e nonni. In parte accadrà certamente. Ma c’è un problema: il patrimonio non è indipendente dalla demografia. Questo vale soprattutto per il patrimonio immobiliare, che in Italia costituisce una parte enorme della ricchezza familiare. Una casa vale quanto qualcuno è disposto a pagare per averla. Se diminuiscono gli abitanti, diminuiscono i nuclei familiari e si restringe la popolazione nelle età nelle quali normalmente si acquista un’abitazione, aumenta l’offerta potenziale di case proprio mentre diminuisce la domanda.
Naturalmente non accadrà ovunque allo stesso modo. Gli immobili nel centro di Milano, a Firenze o nelle località più richieste possono continuare a essere molto desiderati. Ma un appartamento non è un titolo finanziario fungibile: non posso spostare una casa da un luogo nel quale nessuno vuole abitare a un altro nel quale tutti vogliono vivere. Per una parte consistente del territorio nazionale potrebbe quindi verificarsi un paradosso: sempre meno eredi riceveranno sempre più immobili che varranno sempre meno. Il trasferimento di patrimonio, osservato contabilmente, sembrerà un trasferimento di ricchezza. Ma il valore nominale di quella ricchezza sarà realizzabile soltanto se esisterà una domanda.
Ed è qui che torno a Stigliano. Qualche tempo fa, sotto l’annuncio via social di una casa del paese messa in vendita per poche decine di migliaia di euro, ho letto alcuni commenti indignati. Non verso l’immobile, ma contro il prezzo. Chi parlava della necessità di difendere il valore delle cose della fatica e dai sacrifici per ottenerle, chi spiegava che svendere o regalare una casa significava quasi mancare di rispetto a coloro che quei sacrifici avevano compiuto, chi osservava che nella zona le abitazioni ormai hanno prezzi irrisori, ma aggiungeva che la propria casa di famiglia non l’avrebbe venduta mai. Sentimenti che – al netto della mia personale ritrosia a esprimere giudizi morali su scelte economiche motivate da ragioni che non conosco del tutto – comprendo perfettamente. Quelle case sono state costruite spesso con il lavoro di una vita, talvolta con i soldi strappati a una terra sempre avara o guadagnati nelle fabbriche di altri luoghi. Contengono famiglie, infanzie, ritorni estivi, morti, matrimoni.
Possono avere per chi le possiede un valore che nessuna agenzia immobiliare riuscirà mai a misurare. Ma proprio quei sentimenti comprensibili, e persino nobili, rischiano di impedire di vedere quello che sta accadendo. I sacrifici dei padri spiegano quanto una casa vale per chi l’ha ricevuta. Non quanto vale per chi dovrebbe comprarla. Il mercato non remunera la memoria. Una casa venduta a trentamila euro non significa che i sacrifici fatti per costruirla valessero poco allora. Significa qualcosa di forse ancora più doloroso: che oggi sono troppo poche le persone disposte a spendere per vivere nel luogo nel e per il quale quei sacrifici furono fatti.
È quello che, azzardando, chiamerei il “modello Stigliano”. Prima se ne vanno le persone. Poi diminuiscono le nascite. La popolazione invecchia. Si riducono attività economiche e servizi. I giovani rimasti hanno maggiori incentivi ad andare via. Chi viene da fuori ha meno motivi per arrivare. Le case si svuotano. Aumentano i cartelli «vendesi». Il loro prezzo scende. E talvolta chi le possiede preferisce non venderle perché il prezzo offerto appare offensivo rispetto al valore della propria memoria. Ma intanto il paese continua a perdere abitanti.
Stigliano non è l’Italia del futuro e l’Italia non diventerà semplicemente un enorme paese dell’Appennino lucano. Le grandi città, le aree produttive, le coste, le zone turistiche avranno traiettorie differenti. E le società reagiscono: cambiano politiche, comportamenti, tecnologie, migrazioni. Però Stigliano mostra con qualche decennio d’anticipo una cosa che le statistiche nazionali rischiano di rendere astratta: il declino demografico non consiste soltanto nell’avere meno persone. Cambia il valore delle cose, la sostenibilità dei servizi, le possibilità economiche, le migrazioni e perfino il rapporto tra memoria e realtà.
Per molti anni, si accennava prima, abbiamo descritto la denatalità italiana come un «inverno demografico». È un’espressione rassicurante, forse proprio per questo fortunata. L’inverno è freddo, ma passa. Dopo viene la primavera. Solo che non sappiamo affatto se questa primavera arriverà. E forse sarebbe già un progresso cominciare a chiamare ciò che sta accadendo con un nome meno consolatorio: non una stagione, ma una trasformazione. Stigliano l’ha già vissuta. Quando torno, incontro ancora le persone che amo e riconosco le strade nelle quali sono cresciuto. Ma ogni anno trovo qualche finestra chiusa in più e qualche luce accesa in meno.
I numeri, alla fine, dicono soltanto questo.