Il nostro Pinocchio fragile e sempre attuale

«“E va bene, leggiamolo così allora. Cosa vuol dire che Pinocchio è un burattino che non riesce a diventare un uomo?”
“Vuol dire che non è capace di crescere. E crescere non significa essere responsabile delle proprie azioni, mettere giudizio, come si dice, cioè saperle giudicare? Pinocchio non ne è capace, come ho detto.”
“Certo, non ne è capace; ci prova, poi ricade sempre nelle stesse abitudini.”
“E non ti sembra questo un tratto molto italiano? Non c’è in fondo ad ognuno di noi un Pinocchietto irresponsabile che non vuole maturare e che non sa giudicarsi?”
“Come si manifesta questa irresponsabilità?”
“Lo vediamo tutti i giorni. Nel disordine della nostra vita pubblica, nel nostro scarso senso civico, nella nostra ‘cattiva educazione’. Quella tendenza ad anteporre sempre quello che ci conviene, il proprio ‘particulare’, al bene comune è appunto la nostra immaturità. E poi c’è anche una immaturità politica, che si accompagna all’altra: quella per cui siamo sempre talmente schierati da una parte da non riuscire mai a comprendere le ragioni, e perfino l’esistenza, dell’altra parte.”
“Infatti, ho notato che uno dei difetti principali per cui Pinocchio non riesce a diventare un uomo, è che dà sempre la colpa agli altri delle proprie malefatte.”
“Questo avviene anche da noi, in politica. Mai c’è stato uno che riconoscesse di aver sbagliato, che ammettesse la propria colpa fino in fondo.”»

Parla di Pinocchio, Raffaele La Capria col suo interlocutore (cfr. Pinocchio, l’italianissmo, in Il Sentimento della letteratura, ora in False partenze con Letteratura e salti mortali e Il sentimento della letteratura, Mondadori, 2011, pp. 231-237), e parla di quanto questo burattino sia «l’unico vero personaggio della letteratura italiana», quello che «possiede tutti i tratti principali della nostra stirpe. L’indole, il modo di essere e di manifestarsi, i vizi e le virtù. Tutti i tratti del carattere italiano, non uno soltanto. E li rappresenta bene». Le bugie, che tutti dicono, «ma solo noi crediamo sinceramente che siano la verità»; i cinque zecchini d’oro, avuti da Mangiafuoco e con cui vorrebbe comprare una nuova giacca al suo babbo, ma che pianta, su suggerimento del Gatto e della Volpe, nel “Campo dei Miracoli” per «diventare ricco con poca fatica e da un momento all’altro»; le faine ladre di polli, che propongono al Pinocchio da guardia una gallina a settimana per non abbaiare, come facevano col cane Melampo, per una pratica «considerata naturale. Teorizzata. Eletta a sistema»; il Grillo Parlante, «la nostra coscienza che mettiamo sempre a tacere e forse abbiamo ucciso, come Pinocchio ha forse ucciso il Grillo»; la Fatina Azzurra, «una mamma sempre disposta a perdonare»; i Carabinieri, «che si lasciano scappare sotto il naso Pinocchio, che è loro prigioniero»; i Giudici, «come quello che, rovesciando tutta la logica della giustizia, condanna Pinocchio perché è stato derubato»; e Mangiafuoco, ché «quando ci sono i burattini esce sempre un burattinaio, e i burattini come Pinocchio rischiano di fare una brutta fine».

Le pagine del grande intellettuale napoletano sono andate a ricercarle dopo aver letto su un social il programma delle iniziative per il 193° anniversario della nascita di Carlo Lorenzin, detto Collodi, organizzate a Firenze negli scorsi 24 e 25 novembre. Il libro, invece, di anni ne ha poco meno di 140: quasi un secolo e mezzo, e la fotografia del Paese che ne esce non è tanto dissimile da quella che potremmo scattare nella quotidianità del tempo degli smartphone. Soprattutto, a essere rimasti fondamentalmente gli stessi, sono gli italiani, più che l’Italia. Questa, allora era appena nata, quale nazione unica. Era molto più povera e molto più incolta, socialmente differente, eppure, quelli, gli italiani nel dipinto per immagini tracciato nelle avventure del burattino e lui stesso, quale archetipo di tutti i molti vizi e le rare virtù, sono perfettamente sovrapponibili agli odierni loro eredi.

Come la legge La Capria, quella storia parla ancora dell’oggi. In particolare, in quel quadro, nulla si troverebbe fuori posto, se lo si volesse usare come schema per leggere la modernità a queste coordinate. E se questa non fosse pure la patria del Leopardi, che due anni prima che il Collodi nasce e con oltre mezzo secolo d’anticipo sul Pinocchio, scriveva il suo Discorso sopra lo stato presente del costume degl’italiani, potrebbe parer strano che un ritratto letterario fatto centocinquanta, duecento anni prima, calzi perfettamente al profilo attuale delle genti di qua.

Filopolitica, forse pure per considerazioni simili, ha bisogno di una pausa. Lunga o breve, saranno i casi a determinarlo. Nel frattempo, ai «miei venticinque lettori» (lasciatemi la citazione di un altro che, due secoli prima, ha colto alla perfezione le dinamiche su cui ancora l’oggi si articola e si muove, in questo pezzo che fin dal titolo prende il passo da parole eleganti e già scritte), auguro buone feste. A me, di trovare altre, e tante, pagine e parole con cui riempire il vuoto che il moto di ricerca sempre scava.

A presto.

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Un nome su un pezzo di carta

Seduto al margine di una strada
vuota. Il vento soffia in un turbine
foglie già secche, e fra queste
un accartocciato foglio di carta bianca.

Pensa al suo stato, alla sua vita,
a quella passata, a quella che non sa
se avrà mai ancora davanti a sé.
Pensa, ed è solo nel farlo.

Vede quel pezzo di carta in terra,
unico manufatto fra pezzi di natura,
si sente così anche lui, tra cose,

portoni e finestre e balconi chiusi.
Il vento distende la pagina umida:
fra le pieghe legge scritto il suo nome.

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Di Open, Casaleggio Associati e finanziamento pubblico ai partiti

Per il solito voyeurismo giudiziario che ammorba l’aria politica in questo Paese almeno da un trentennio, la notizia delle indagini sulla Fondazione Open, cassaforte del renzismo di partito e di governo, è un’occasione aggiuntiva per suonare le pentole del proprio livore. Per i governisti di partito assortiti in varie formazioni, la presenza invadente della Casaleggio Associati srl all’interno della gestione del M5S è un modo per dire che quel soggetto politico non è e non sarà mai pienamente democratico. Le analisi e le deliberazioni sui torti e le ragioni, tranquillamente «le lascio a chi è maturo al punto giusto».

Quello che qui m’interessa, invece, è vedere come entrambe le questioni, quella di Open e quella della Casaleggio Associati, siano in fondo facce della stessa moneta. Quella con cui s’è pagato anche l’obolo alla demagogia quando si tolse ogni forma di finanziamento pubblico ai partiti. Su questo spazio, da sempre s’è difeso il principio e la necessità di un sostegno economico di Stato alle formazioni politiche, per dar senso pratico a quell’enunciato costituzionale di cui all’articolo 49 della nostra carta (ché altrimenti è lettera morta, o affare di ricchi e arricchiti, oltre che di quanti, spesso, per quella sola via cercano di diventarlo); era minoritario allora, lo è adesso. Ne prendo atto. I risvolti di cui si diceva, però, non stupiscano oggi.

Lo so, mi direte: «il fatto che non ci sia finanziamento pubblico, non significa che la politica debbano farla esclusivamente soggetti privati o persone interessate per altri e personali fini». Certo, chi lo nega. Ma sono i fatti a smentire i buoni propositi degli enunciati. Per fare politica, in quest’epoca e non solamente, ci vogliono i soldi. E io poco credo alla generosità gratuita di finanziatori disinteressati al proprio tornaconto. Ovvio, si può pensare a raccolte diffuse per sostenere partiti o azioni politiche ed elettorali improntate alla sobrietà e al risparmio. Sì, si può fare. Ma è facile che altri usino il bazooka finanziario laddove noi ci apprestiamo a dar battaglia con le cerbottane del crowdfunding, e che Trump, Berlusconi o qualche padano scopertosi figlio di grande Madre Russia, prendano il potere vincendo, democraticamente, off course, le elezioni.

Così è, se vi piace. E pure se no.       

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Il problema è di fondo, non nei cieli

«Ora non abbiamo una soluzione di mercato a portata di mano», dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a proposito di Alitalia. E il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli è ancora più drastico, seppur mantenendo il senso dell’avverbio presidenziale con una locuzione, conferendo alla sua affermazione una dimensione esistenziale: «Al momento, una soluzione di mercato non c’è». Non, come in Conte, non l’abbiamo noi; non c’è proprio.

E allora, mi chiedo perché. Perché Alitalia non la vuole nessuno? È davvero così inappetibile sul mercato? Davvero non ha margini per essere competitiva? E guardate che io sono per principio contrario alle privatizzazioni, nei servizi essenziali, tra cui i trasporti, appunto. Però, mi domando anche: quello aereo, è un tipo di trasporto “essenziale”? E se lo è, a quali prezzi? Con quali condizioni d’utilizzo? Perché, più che pubblico e diffuso, a guardare i prezzi medi di quel mercato, le tariffe della compagnia che fu di bandiera paiono un servizio riservato ed esclusivo. Mi capita a volte di prendere l’aereo, e se poche di queste la mia scelta va sul vettore con i colori del Paese non è per esterofilia, ma per banale economicità. Un servizio, io credo, è pubblico se il pubblico è portato a sceglierlo, innanzitutto, in ragione dei costi e della facilità di utilizzo, al pari di altri operatori privati. Al contrario, invece, non so cosa sia.

Soprattutto, non vedo perché gli utenti dovrebbero sceglierlo, visto che per usarla dovrebbero pure pagare di più. Anzi, due volte, se consideriamo che un servizio è pubblico anche perché a carico del singolo cittadino, comunque, una parte dei costi, indipendentemente dall’utilizzo e in modo più o meno indiretto, ricade.

Ed è chiaro che non ho la soluzione, soprattutto per le vite dei 10, 11 mila dipendenti dell’azienda più tutti quelli delle imprese a questa, in un modo o nell’altro, collegate. Come lo è il fatto che è di questi che principalmente mi preoccuperei e occuperei, se fossi là dove si decide e si può scegliere. Rimane però il dato: se dell’Alitalia si pensa di fare compagnia di servizio pubblico, allora è a quello che deve puntare, dall’offerta dei voli ai prezzi principalmente.

Per tutto il resto… com’era quella pubblicità?

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Il consenso che non manca mai. Almeno all’inizio

«Il visibile a acclarato consenso faceva aggio su tutto e tranquillizzava le coscienze. E il consenso non era semplicemente lo spettacolo delle adunate oceaniche, era anche la spontanea autocensura del giornalismo, la sempreverde, tacitiana “servitù spontanea”, la benedizione da parte della chiesa, l’ordine ristabilito e conclamato e apprezzato: a suo modo una ‘normalità’. Insomma un regime ‘rispettabile’ dotato persino di una fronda interna, di un brillantissimo conte ambasciatore d’Italia molto apprezzato dal Foreign Office (Dino Grandi), e di un para-intellettuale come Giuseppe Bottai protettore di riviste letterarie pervase ogni tanto da qualche critico frisson. E di sindacati finalmente “serî” e costruttivamente collaborativi, anzi corrivi. E di un fiorente e accorsatissimo “Dopolavoro”. E di tante altre “cose buone”, come ancora oggi molti benpensanti ripetono» (Luciano Canfora, Fermare l’odio, Laterza, 2019, p. 12).

Parla degli aspetti che piacevano tanto ai liberali, ai vari Croce, Einaudi e allo stesso Giolitti, che non disdegnavano, al principio dell’esperienza dei fasci di combattimento, di poter dare una mano per consentire al fascismo di farsi argine contro il pericolo del partito di Gramsci, lo storico e docente barese. E tra questi, non ultimo il consenso che il fascismo riusciva a mobilitare nelle masse e nei ceti popolari. Perché sì, il consenso c’era, e non solo negli anni migliori del regime, come spiegò, a suo tempo, il controverso De Felice. Ci fu fin da subito, e non ricordo indignazioni popolari eccessive alle notizie del farsi di un sistema che affermandosi, nelle sorti di Matteotti e di altri, si dimostrò per quel che era. Ci fu al suo apice, quando si festeggiava in piazza l’annuncio delle leggi razziali o l’entrata in guerra a fianco della Germania nazista. Ci fu quando la caduta era già tutta dispiegata ed evidente, se si pensa che, ancora nel dicembre del ’44, in molti tributarono onori e gloria al duce a Milano, in via Rovello. Tanti, quel giorno, come lo erano quelli che, pochi mesi dopo e a pochi metri da lì, in piazzale Loreto, dello stesso volevano ridurre in brandelli il corpo. E forse, erano pure gli stessi.

E consenso ci fu, per quanto più elegante, va detto, tra i colti e gli intellettuali, persino fra coloro che poi si scoprirono antifascisti. Quanti furono i professori a non firmare il giuramento di fedeltà al fascismo? Quanti si protestarono indignati all’approvazione delle norme contro gli ebrei? Quanti devono esser stati pochi, se persino uno che mai recriminò verso chi faceva carriera, mentre lui consuma la sua vita in prigione, quale Vittorio Foa che, prima di morire, ricordò come «non uno di quegli illustri antifascisti aveva detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella che è stata un’immonda violenza»?

Tempo perso, il mio? Probabilmente sì. Ma mi serve per ricordare che il consenso non basta, a far democrazia.

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Augurando alle sardine di allargarsi

Il cosiddetto Movimento delle sardine, nato in contrapposizione alla campagna elettorale di Salvini in Emilia-Romagna, ha già riempito le piazze di Bologna e Modena, e poi, uscendo dai confini emiliani, sta riscuotendo consensi in altre regioni d’Italia, da Palermo a Torino. Bravi, ragazzi; allargatevi il più possibile e rendete questo posto che viviamo nel tempo che ci è dato un luogo migliore, capace di resistere e non cedere alla bruttura incattivita dei giorni che conosciamo.

Difronte a quelle piazze piene, ho già sentito dire da molti: manca la politica. E forse è vero. Però, agli stessi dico: mettetecela voi, se sapete ciò di cui state parlando. Date una mano, siate generosi. So che i movimenti nati contro qualcosa, peggio, qualcuno, non è detto che si trasformino in processi positivi e propositivi. E anche quando succede, non di rado il respiro è corto e breve la durata. Bene; pur sapendo che può succedere ancora tutto questo, vedere quei ragazzi in strada e sui mezzi di comunicazione, vecchi e nuovi, muoversi su orizzonti più ambiziosi dell’immediato soddisfacimento d’un personale bisogno e chiedersi, per prima cosa, perché tutto ciò non lo si è fatto prima, mi dà una gioia immensa e m’infonde speranza.

Speranza, sì. Che non sia tutto finito nel proprio particolare. Che non sia tutto già stato detto, già stato scritto. Per dirla quasi con le parole di De André, e un decennio in più, i miei quarant’anni sono pochi più dei loro, ma non conterò i denti ai francobolli; tiferò per loro. Pure se non ne capirò del tutto gli obiettivi, anche se non dovessi coglierne appieno il percorso e la portata. Io sono della generazione che non ha saputo combattere la protervia dei padri, che ha ceduto all’arroganza dei fratelli: non darò consigli perché, come noi, altri possano sbagliare.

E poi, persino nell’ipotesi in cui scorgessi limiti nell’agire di chi spontaneamente si muove per affermare princìpi suoi che sono al contempo miei, ricorderei, a me stesso e agli altri che obiettassero a riguardo, parole dette anni in altri tempi per altri fenomeni (Pietro Ingrao, 4 marzo 1983, XVI congresso del Pci): «Già si vedono i germi di questo schieramento che cresce: la risposta operaia di dicembre e di gennaio; la nuova ondata di giovanissimi che avanza sulla scena politica; le dure smentite a chi dava per morto il movimento delle donne; la rivolta di scienziati e di tecnici contro la lottizzazione; il fiorire di movimenti “verdi”; la ricca rete di organizzazioni di volontariato. Certo, sono lingue nuove rispetto ai vecchi vocabolari: lingue a volte gridate, a volte mozze, a volte acerbe. Ma chi, chi ha mai detto che una spinta nuova può nascere già tutta compiuta, quasi in bella copia? Sì: stiamo costruendo una lingua dell’alternativa, e solo i pedanti possono stupirsi se ci sono tutt’ora delle lacune, delle improvvisazioni, delle sgrammaticature».

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Retto è chi rettamente agisce

«Il mio rispetto nei confronti della senatrice Liliana Segre, per tutto ciò che rappresenta, per la storia, i ricordi e il valore della memoria, mi spingono a fare un passo indietro e non poter accettare questa onorificenza che il Comune di Biella aveva pensato per me. […] Non è una scelta contro nessuno, ma una scelta a favore di qualcuno, anche per coerenza e rispetto a quelli che sono i miei valori, la storia della mia famiglia e a mio padre che ha trascorso diversi anni nei campi di concentramento».

Le parole sopra riportate sono di Ezio Greggio, e con queste il conduttore ha spiegato perché rinuncia alla cittadinanza onoraria propostagli dal Comune di Biella. Nei fatti, sembra dire al sindaco della città piemontese: non ho tanta voglia di essere onorato da chi, un momento prima, ha disonorato la storia di questo Paese e la memoria delle tante sue vittime. Il suo profilo televisivo poco si presta a essere immaginato alle prese con posizioni di simile coerenza, in direzione ostinata e contraria al sentire maggioritario dei tempi e del luogo, ma tant’è. Se di lui abbiamo l’immagine del pagliaccio che fa lo stupido a Drive In (la trasmissione, non i cinema americani), con il suo gesto mostra un livello di rettitudine non comune in quest’epoca, nemmeno là dove, più che in questo caso, ci si immaginerebbe trovarne. Chapeau.

Sarà peraltro difficile utilizzare contro di lui, campione da sempre del nazional-popolare e della tv commerciale, e berlusconiana, gli epiteti soliti scagliati in gran copia verso i tanti che osano eccepire rispetto al comune sentire. Radical-chic, intellettuale di sinistra, professorone, possono funzionar e – quali insulti e sempre che possano esserlo, ovvio – se si vuol colpire uno scrittore di libri di nicchia o un cantautore impegnato; contro di lui, come dire, sono smontati fin dalle fasi dell’elaborazione dell’improperio.

In ogni caso, bravo, Ezio.

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Quella partecipazione dissipata

Dopo tanto tempo, l’altro giorno ho incontrato un’amica militante e attivista del Pd. Inevitabilmente, la chiacchierata ha riguardato anche aspetti legati alla situazione del partito, che lei conosce meglio di me, sia a livello locale che nazionale. Mi ha fatto piacere parlarle, e non nego che un po’ di malinconia alcuni ricordi me l’hanno data. Ancora più triste, però, è stato il senso di scoramento che ho avuto dopo, nel pomeriggio, ripensando a quello scambio di opinioni.

No, non c’entravano le sue parole o le sue opinioni, peraltro sempre gentili e moderate. C’entrava e c’entra, al contrario, il non detto dietro alcune storie e ai protagonisti di cui si è parlato. Che siano questi esponenti nazionali o semplici tesserati di federazione, vien fuori troppo spesso la delusione per una partecipazione mancata. Meglio, per una partecipazione preclusa. Limitata. Quasi ci fosse stata lì – e non so se e quanto ci sia ancora – una sorta di possibilità di far parte differenziata a seconda delle parti, scusate il bisticcio di parole, che si sceglievano o a cui si veniva ascritti e associati. Ma come, direte, nel Partito Democratico dei tuoi anni di adesione, quello delle mille scissioni, minacciate o perpetuate che fossero, del dissenso interno a ogni passo, tu parli di partecipazione limitata per chi non fosse allineato? Certo. Perché quelli, le scissioni e il dissenso di cui si leggeva sui media, erano affare da leader. Il resto del popolo dem, sinceramente, quanta possibilità ha avuto di dire la propria ed esprimere il personale punto di vista partecipativo? Non di declamarlo, ma di renderlo praticabile e di vederlo accolto nella discussione generale?

Parlo per allora, non di un oggi che non conosco, e la mia non è insoddisfazione personale, è dispiacere per il contesto in genere. Il fatto che le mie idee di allora siano o meno state accolte, non fa testo in questa discussione. Di più e propriamente lo fa invece la circostanza per cui in molti così si son sentiti. Si è riusciti (e davvero di questo mi dispiaccio) a far di una grande comunità di volenterosi un popolo di delusi fattisi da parte perché non più partecipi.

E il bello è che non chiedevano nulla: quello è stato il mood d’approccio dei tanti arrivati sull’onda delle vittorie, andati via, come il vento che li aveva portati, al primo e significativo accenno di sconfitta, alle avvisaglie di un potere che si restringeva e, con esso, le possibilità di beneficiarne in qualche modo e in forme più o meno dirette, ma sempre interessanti dal punto di vista pratico, diciamo.

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Ma siamo davvero così poveri?

«Quanto tale reddito dei poverissimi fosse letteralmente “da fame” lo testimoniano innumerevoli fonti, dal cinema neorealista, pieno di storie di povertà estrema, alla stampa quotidiana, in cui ricorreva spesso il “dramma dei tuguri” in cui ancora abitavano milioni di persone. Del resto, il censimento del 1951 sta lì a documentarlo: su 100 abitazioni, solo il 10.4% era dotato di un bagno, mentre oltre il 51.5% doveva accontentarsi di una “latrina esterna” o addirittura era privo di qualsiasi servizio» (Luca Ricolfi, La società signorile di massa, La nave di Teseo, 2019, pag. 50).

Parla degli anni dell’immediato secondo dopoguerra, il sociologo torinese, e disegna un quadro davvero difficile, che chi ha genitori cresciuti in quel periodo – come chi scrive – ha già sentito raccontare almeno quanto spesso ha voluto dimenticarlo. E oggi? Sempre Ricolfi: «Oggi, rispetto ai primi anni cinquanta, il potere di acquisto medio è quasi quadruplicato: la famiglia media ha un reddito annuo di 46.000 euro, e per di più è molto meno numerosa. Se, anziché il reddito familiare considerassimo il reddito equivalente, dovremmo concludere che il potere di acquisto è oggi quasi cinque volte il livello del 1951. Se poi avessimo abbastanza dati per scorporare da queste cifre il reddito degli immigrati, il miglioramento del nostro tenore di vita risulterebbe ancora più evidente; un calcolo approssimativo suggerisce che, al netto degli immigrati, il reddito familiare medio dei cittadini italiani (compresi gli italiani poveri) sfiori i 50.000 euro l’anno. Una cifra che, in media, si ripartisce su poco più di due persone, diversamente da quel che accadeva negli anni cinquanta, in cui la famiglia-tipo era composta da quattro persone» (Ibid.). Eppure, adesso ci lamentiamo più di allora. Forse perché il patrimonio lo stiamo intaccando e ce ne rimane poco? Vediamo.

«Nel 1951 la ricchezza media della famiglia italiana, valutata ai prezzi attuali, era di circa 100.000 euro. Quarant’anni dopo, ossia all’inizio degli anni novanta, era salita a circa 350.000 euro, da allora – pur fra molte oscillazioni – fluttua poco sotto i 400.000 euro» (Ibid., p. 52). Le sostanze di cui disponiamo sono quelle accumulate dalle generazioni dei genitori e dei nonni? «È così, ma non è tutto. Un contributo fondamentale all’aumento della ricchezza è venuto anche da due altre fonti: il debito pubblico e le bolle speculative sui mercati finanziari» (Ibid.).

Dunque, qualcuno potrebbe dirmi, i giovani di oggi pagano per i debiti fatti da chi li ha preceduti, e per gli azzardi che questi hanno corso? Neanche per sogno, e per due ragioni. Quando si dice che la vita di oggi per i figli è più difficile di quella che hanno avuto i loro padri, penso sempre ai venti metri quadrati di stanza unica e unica apertura in cui è cresciuto il mio, di padre, con i genitori e altri due fratelli e penso ai consumi dell’età odierna e allo sperpero del necessario nell’ambizione dell’ennesimo superfluo. E poi, perché proprio non è vero nei fatti, che oggi si stia peggio di ieri, anche come potere di spesa e ricchezze possedute dalle generazioni presenti.

Infatti, al termine della «lunga crisi degli anni duemila, il potere di acquisto del reddito è praticamente identico a quello di trent’anni fa, ma il valore reale della ricchezza si colloca, a dispetto della crisi, sensibilmente sopra il livello dei primi anni novanta (+20%). Non solo ma, in rapporto al reddito disponibile, ancora oggi in Europa c’è solo un fazzoletto di terra più patrimonializzato dell’Italia, quello che riunisce Olanda, Belgio e Danimarca: tutti gli altri paesi, compresi la Germania, il Regno Unito, la Francia sono meno patrimonializzati di noi» (Ibid., pp. 53-54).

Eppure, come si diceva, oggi ci lamentiamo più di ieri, digitando il nostro scontento sull’ultimo smartphone ad altissima tecnologia, col quale abbiamo appena postato la foto dell’apericena in centro o scritto un piccolo elzeviro stigmatizzando le file davanti agli outlet, mentre acquistavamo online quel capo alla moda che da tempo stavamo cercando – lontano dagli occhi di quelli che avrebbero potuto scrivere di noi, s’intende.

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Venezia è lo specchio del nostro imbroglio

«Venezia che muore,/ Venezia appoggiata sul mare,/ la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi,/ Venezia, la vende ai turisti,/ che cercano in mezzo alla gente l’Europa o l’Oriente,/ che guardano alzarsi alla sera il fumo – o la rabbia –/ di Porto Marghera…». Cantava così, nel 1981, il Maestrone, che più in là continuava: «Venezia è anche un sogno,/ di quelli che puoi comperare,/ però non ti puoi risvegliare con l’acqua alla gola,/ e un dolore a livello del mare». Raccontava, fra quei versi, la storia di una sua Stefania, morta di parto nell’indifferenza di una società bigotta e attenta solo al benessere degli sghei.

Oggi Venezia è come la Stefania di Guccini: soffre e rischia di morire per l’indifferenza che circonda la ragione del suo vero male. Che no, non è questa o quella lungaggine nella realizzazione del Mose, o le connesse ruberie, non la mancanza di manutenzione nei canali, non le grandi navi a sfiorare il bordo di piazza San Marco. O meglio, non singolarmente, ma tutte insieme quelle questioni, che sono il prisma attraverso cui si rifrange la nostra totale assenza di cura per quanto ci circonda, essere umano o natura che sia. Perché tutto il mondo, sulle note del pavanese, è come questa città, un sogno che si può comperare, e quindi vendere, monetizzare. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo, e poi cerchiamo un nome da legare alla colonna infame della nostra ipocrisia quando la realtà dei fatti e le conseguenze degli atti, letteralmente, ci piovono addosso. Il nome che cerchiamo è il nostro.   

È il nostro perché se si parla di cambiamenti climatici dovuti all’inquinamento, ci dividiamo sostanzialmente in due squadre: quelli che alzano le spalle, e pensano all’acquisto della prossima auto desiderata, e quelli che si dicono preoccupati, e pensano all’acquisto della prossima auto desiderata, però ibrida, quasi questo bastasse ad alleggerire il nostro peso sul pianeta, oltre che quello sulle coscienze. Nei fatti, del clima che cambia non ce ne importa assolutamente nulla, salvo poi piangerne gli effetti: a Venezia, a Matera, in Australia…

«Venezia è un imbroglio/ che riempie la testa soltanto di fatalità:/ del resto del mondo non sai più una sega,/ Venezia è la gente che se ne frega!».

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