Bravo Gianni, bravi tutti. Però basta, e bastava, fare altrimenti

«Sarà sgradevole dirlo, ma quel partito, il mio, oggi è fortissimo nel Palazzo e debole nel Paese. […] Da quindici anni noi non vinciamo nelle urne […]. Una volta, nel 2013, abbiamo pareggiato. La volta dopo, nel 2018, abbiamo incassato la sconfitta peggiore della storia. Prima, nel 2008, al debutto del nuovo partito si era perso non di molto. In sintesi, l’ultimo successo, anche allora di misura, risale al 2006 e alla seconda discesa in campo di Romano Prodi. Quindici anni non sono pochi, segnano un ciclo. Con un però (a sinistra c’è sempre un però). Che di questi quindici anni traversati senza un successo chiaro nelle urne, noi ne abbiamo vissuti oltre undici al governo. […] Siamo andati a governare con Monti per sottrarre l’Italia alla bancarotta. Poi con Di Maio per liberare l’Italia dall’incubo sovranista. Oggi con Draghi per salvare l’Italia dalla pandemia. Nel mezzo la parentesi di Enrico Letta e il triennio renziano. A dirla nella maniera più semplice, lo stare al governo – in sé, per un partito, traguardo fondamentale – è divenuta l’arte di una classe dirigente sempre più identificata con quella dimensione e sempre più lontana dal bisogno di darne una motivazione solida».

Così Gianni Cuperlo, in un post sul suo profilo Facebook, riprendendo le sue parole alla direzione del Pd. Riflessione precisa e corretta, che v’invito a leggere per intero. E riflessione che arriva da un dirigente politico di lungo corso e ottima formazione, non banale, quindi, tantomeno scontata. E però (perché, come Cuperlo spiega bene, «a sinistra c’è sempre un però») qualcosa non torna. Non sul senso di quello che dice, che condivido fin quasi nelle virgole (quasi, Gianni; sembri Moravia con la punteggiatura degli Indifferenti), e di cui io stesso ho scritto spesso, fin dall’inizio di quel quindicennio di cui lui parla, ma nel paragone fra quel che sostiene con il ragionamento e quanto ha sostenuto con i voti. Mai farò a Cuperlo il torto di citare l’Eskimo di Guccini sui tempi delle scelte e le disposizioni di contrarietà; tuttavia, non posso non ricordare che di quegli oltre undici anni, per quasi dieci, lui, con il suo consenso e sostegno, è stato fra i protagonisti e gli artefici. E allora, mi chiedo: perché mai un voto avverso, perché mai la manifestazione della diversità di opinione portata fino alle necessarie conseguenze, perché mai il dissenso praticato concretamente, mentre, al contrario, spesso si è stati fra quelli che censuravano, e contrastavano, i dissidenti?

Non l’ho mai votato e sono uscito dal Pd quando con lui quel partito vinceva – e governava tutto il governabile, all’apice di una stagione di governo celebrata con le slide delle regioni in rosso, ben prima che questo significasse ciò a cui oggi rimanda l’uso dei colori diversificati per i differenti territori –, ma almeno a Renzi non si può non riconoscere la saldezza del proposito di seguire le idee che ha, per quanto queste le si possa giudicare, o lo siano effettivamente, esclusivamente egoistiche. Vuole mandare a casa Letta? Lo fa. Vuole cancellare dall’azione politica del Pd tutte le battaglie culturali e ideali degli anni precedenti? Lo fa. Vuole rimuovere Conte e sostituirlo con un altro, magari Draghi? Lo fa. Gli altri dicono di non volerlo, ma lo fanno, dicendo dopo, e ancora, che non avrebbero voluto farlo.

Ora Cuperlo è fuori dal Parlamento, e quindi ha ragione nel perseguire l’opera che intende compiere, quella di essere una voce che riflette sulle cose della politica. Ma quando si è trattato di farli nascere, quei governi che enumera, dov’era, cos’ha fatto? Non vedeva, allora, che il Pd che entrava al governo era lo stesso che non aveva vinto nelle urne? Non notava, in quel momento, la contraddizione tra il non essere maggioranza nel Paese e lo stare saldamente in maggioranza nel Palazzo, e tutto quello che ciò comportava e avrebbe comportato? E se sì, perché non l’ha impedito, o almeno non ha evitato di aggiungere anche il proprio voto a quanto si andava costruendo?

Però, in fondo, nemmeno io posso esprimere un giudizio, dire qualcosa su qualcun altro in questo senso. E non perché abbia mai dato la fiducia o sia stato fra i protagonisti della costruzione di quelle maggioranze che hanno realizzato e sostenuto gli esecutivi di cui parlava Cuperlo, ma proprio perché, come lui oggi, non mi sono mai trovato nella situazione di dover scegliere se farlo o meno.

Ed è una differenza di cui cerco sempre di tener conto.

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Chi li ristorerà?

«Avvierei delle rilevazioni mirate, per vedere le competenze raggiunte fino ad oggi. Spero ci sia il modo di farle». Come? «Tramite le rivelazioni Invalsi». Così Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi, in un intervento di pochi giorni fa.  Ora, io non sono un particolare sostenitore di quello strumento di rilevazione, anzi. Ma chi governa e decide sulle politiche della scuola probabilmente sì, visto che l’Istituto è vivo, vegeto e lautamente finanziato da anni. Per questo, che dire: si faccia come chiede Giannelli. E si paragonino i risultati attuali con quelli degli anni scorsi. Giusto per capire come e quanto la Dad abbia influito, e dove e in che modo porre rimedio a eventuali limiti e mancanze.

Perché quella delle chiusure delle scuole sta diventando ormai una reazione degna degli studi pavloviani sui riflessi per nulla ragionati. Mentre, nel pieno di un’ondata pandemica ancora in corso, si discute giustamente di come riaprire in sicurezza questo e quello, con l’ovvio incrocio di interessi divergenti, sul cosa fare per le scuole, concordano tutti: chiuderle, mandare i ragazzi a casa, davanti a un computer, «ché tanto, se han voglia e capacità di studiare, studiano comunque». Appunto, se han voglia e, soprattutto, capacità. Dato che l’Invalsi, da tempo, ci ha mostrato che l’acqua è calda se sta al sole, probabilmente ci mostrerà cosa è successo. E magari scopriremo che un po’ han pagato tutti, per questa situazione, e, fra loro, di più i più deboli. Senza che nessuno, tra un bonus e un ristoro, abbia ancora speso una parola o un’idea per capire come consentire, a chi ha perso momenti e occasioni fondamentali per la sua crescita, di recuperare.

Forse non c’erano davvero altre strade, io questo non so dirlo. Ma non ricordo discussioni approfondite a riguardo. Chiudere, immediatamente. A un anno di distanza dalla prima ordinanza in materia, ancora lì siamo. «I ragazzi si ammassano sugli autobus», e così, invece di comprare altri autobus, chiudiamo le scuole. «I bambini si contagiano a scuola e portano a casa il virus», che probabilmente hanno portato a scuola da casa, ma è più facile tenerli lontani fra loro chiudendo le aule. Fino al paradosso di presidenti di Regione pronti a chiedere, contestualmente, l’allentamento delle misure di contenimento della pandemia e la riapertura dei ristoranti, e l’inasprimento delle stesse con la chiusura delle scuole.

E intanto, si diceva, i bambini (e i ragazzi) ci guardano.

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Una rabbia che nasce dalla mancata realizzazione di un’aspettativa

«Gli operai volevano l’aumento salariale, mica la rivoluzione». Così, in un’intervista del 2004, Mario Tronti, comunista e teorico dell’operaismo italiano, non di rado critico contro alcune esibizioni e tesi del movimento di contestazione della fine degli anni ’60 e dei ’70 del secolo scorso, ricordava quel periodo intenso come pochi altri nella storia della nostra Repubblica. Già, l’aumento di stipendio, non la rivoluzione. E «il figlio dottore», per cantare con Paolo Pietrangeli la colonna sonora di quei tempi.

Un’epoca che non è lontana dai giorni in cui viviamo. I quaranta-cinquantenni di oggi sono precisamente quei figli che si immaginavano e si sognavano dottori, borghesi, sistemati e tranquilli. È andata così? No, evidentemente. D’altronde, come poteva? E però, proprio quei quarantenni e cinquantenni sono cresciuti sorretti da quel racconto, da quelle aspettative. In molti casi tradite. E sono, per quello, arrabbiati. Ma stanno davvero peggio dei propri padri? Non sempre, non del tutto. E non c’era alcuna promessa, solo un’aspettativa, sostenuta e forte, certo, eppure non più e non oltre quello.

Non sto dicendo che non ci siano, in giro, motivi per cui essere arrabbiati. Soprattutto, non sto dicendo che nessuno abbia il diritto di sentirsi defraudato di un futuro che per lui poteva essere possibile. Sto dicendo, invece, che non tutti quelli che si lamentano sono in quella condizione. Anzi, azzarderei l’ipotesi per cui proprio quelli che più si lamentano, meno hanno ragioni fondate, serie e concrete per farlo, se non rischiassi, dicendo questo, accuse di paternalismo. Nel caso, m’importerebbe il giusto.

Allora, mi chiedo: siamo davvero così poveri? Lo è l’Italia, l’Europa, l’Occidente intero, che più d’ogni altra parte del mondo di questo si lamenta? Lo sono i tanti, tutti quelli che fanno continue rimostranze sul proprio aver poco, confrontato con chi, a loro dire, ha troppo e ben oltre il necessario e i suoi meriti? Ho dei dubbi, sostenuti non di rado dall’enumerazione dei beni e delle attività che il lamentante snocciola al suo attivo, nella discussione subito precedente e seguente quella in cui ha reso pubblico il personale cahiers de doléances.

Il 2 giugno del 1755, Pietro Metastasio scriveva al fratello Leopolo: «Mi piace che vi piaccia l’aggiunta d’amico nella mia sottoscrizione a quella di fratello: ma non son contento che vi sorprenda. Avete avuto sufficiente tempo per avvedervene senza la mia dichiarazione, e mi fate gran torto se contate questa circostanza come nuova scoperta. La nostra fortuna non ha voluto ch’io possa darvene prove strepitose: ma a quest’ora è già tempo di riderci di lei. E poi non possiamo a buona equità lagnarcene. Noi siamo ricchi abbastanza se ci serviamo de’ bisogni per misura, e non de’ desideri, coi quali addosso son mendici Crasso e Lucullo. Addio; state sano per conferire alla salute del vostro» (cfr. P. Metastasio, Lettere, in Tutte le Opere, Mondadori, 1954, vol. III, p. 1119, lettera n. 859).

E se fosse nel metro usato, l’errore per la misura rilevata?

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Quante divisioni ha, Renzi?

Nelle settimane che vanno dalla caduta del governo Conte alla nascita di quello Draghi, si potevano leggere e ascoltare un po’ da tutte le parti critiche più o meno forti all’indirizzo dell’ex segretario del Pd, oggi leader di Italia Viva. In sostanza, Renzi veniva descritto come un irresponsabile interessato a sostituire il premier di prima con quello di dopo per inconfessabili interessi legati alla gestione dei fondi europei del Next Generation EU e altre questioni. Da tutte le parti che insieme erano al governo, la sintesi e la conclusione sui fatti che stavano accadendo era: «mai più con lui, mai più con i suoi». Infatti, è andata come sappiamo.

Adesso che con lui e con i suoi il governo lo si è fatto ancora e comunque, quel «mai più» ha perso inevitabilmente forza e senso. Rimane, come si legge in tante interviste di esponenti o post di elettori dem e grillini, l’accusa al già sindaco di Firenze di essere l’unico «colpevole» per l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi. Ora, non so se questa sia effettivamente una colpa, e non m’interessa appurarlo in questa sede. So però che l’esecutivo formato e guidato da Draghi ha avuto la fiducia di 535 deputati e 262 senatori. E quindi, mi chiedo: quante divisioni ha, Renzi?

Perché, non so a voi, ma a me un po’ ha stancato questa storia della ricerca del colpevole unico, quando poi tutti a lui danno o han dato una mano. Una cosa che fa il paio con la ricerca dell’uomo forte e solo al comando, e pure quella non m’appartiene, per indole e disposizioni. Eran tutti a sgomitare per esserci nella photo opportunity il giorno della vittoria elettorale; la mattina seguente alla sconfitta, nessuno era mai stato renziano. Di più, rinfacciano a lui, come se in solitaria le avesse fatte, le cose che tutt’insieme han sostenuto e votato, dalla sostituzione di Letta all’abolizione dell’articolo 18, e quando ricordi che, loro o i loro rappresentanti, c’erano e votavano, in assoluta indipendenza da mandato imperativo e nella pienezza delle proprie facoltà, ti rispondono che hai una visione troppo naïf del fare politica, e che stare in un partito è una cosa seria e complicata.

Dev’essere così. Qualunque cosa questo significhi, credo.

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Forse è solo un’impressione, ma scorgo un filo di sottile malizia

Scherzando con battute da social, nei giorni scorsi mi sono ritrovato a scrivere che, se fai il governo con alcune forze politiche, dagli esponenti di quelle forze politiche, quelli che ci sono e per come sono, sarà in parte formato l’esecutivo e di come la scelta di alcuni nomi e profili per importanti ruoli sembrasse quasi fatta per marcare le differenze di caratteristiche tra i cosiddetti “tecnici” e i “politici”. E forse sono più di semplici battute.

Guardo le scelte di Draghi, quelle più ascrivibili a lui (o comunque lontane da un’appartenenza effettiva a partiti o movimenti politici): Davide Franco, Roberto Cingolani, Marta Cartabia, Maria Cristina Messa; le loro credenziali non le enumero qui, ma potete facilmente cercarle su internet. Poi, guardo i nomi chiaramente indicati dai partiti, fra ministri, vice e sottosegretari: Luigi Di Maio, Maria Stella Gelmini, Carlo Sibilia, Lucia Borgonzoni, Stefania Pucciarelli, Rossano Sasso, Laura Castelli. Pure qui, dei loro titoli e referenze è pieno il web, e queste righe avranno la bontà caritatevole di non ricordarli. Sembra quasi, ripeto, che il tutto sia costruito per mostrare la distanza, in termini di competenze e qualità, tra un mondo e l’altro, tra un ambiente e l’altro. Il peggior servizio che all’immagine e alla considerazione della politica potesse esser reso, e per mano degli stessi partiti e movimenti politici.

Per mano loro, perché quelle indicazioni, appunto, loro le hanno fatte. E per mano loro anche perché, se qui siamo arrivati, e a chi guida e rappresenta i partiti e movimenti politici, e lo ha fatto nel passato recente, compiendo molte delle scelte, in termini di personale e metodologie di selezione, di cui adesso scontiamo gli esiti, che va reso l’adeguato merito.

Così, ora ci tocca considerare come, all’indicazione tecnica per la guida di un ministero fatta ricadere su una scienziata inserita nella World’s Top 2% Scientists – il database, curato dall’Università di Stanford, degli studiosi che si distinguono a livello mondiale per autorevolezza scientifica sulla base del numero di pubblicazioni e di citazioni nelle relative aree disciplinari –, la risposta della politica s’impersonifichi in chi, tre anni fa, già si vantava di non leggere un libro da tre anni e che ignorava i confini della Regione che si candidava a guidare.

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

E quelli c’erano, perché proprio quelli erano stati scelti per esserci

«Quelli ci sono perché gli altri, anche quelli come te, hanno deciso di non esserci». Così mi scrive un amico dopo il mio post dell’altro giorno. Lo ringrazio per l’implicito complimento, e pure per il non tanto velato rimprovero per le mie scelte nel recente passato. Purtroppo o per fortuna, nondimeno devo dissentire da lui. Non solo perché, ovviamente, non credo che, essendoci, avrei potuto cambiare la situazione o migliorarla, persino per quanto poco possa fare una singola persona; soprattutto perché non ritengo proprio vero l’assunto da cui il suo giudizio parte. Provo a spiegare il mio punto di vista.

Io non penso, come il mio amico pare suggerire, che il personale politico che oggi riempie di sé partiti e istituzioni sia della qualità che è perché un’eventuale migliore presenza ha deciso di star lontana dall’agone. Penso, al contrario, che sia quel che è proprio perché così volevano che fosse gli elettori, almeno nella loro maggioranza. Renzi, per esempio, c’è perché in massa, i militanti del Pd, lo vollero, al posto di altri. Di Maio, perché gli elettori del movimento che lo ha eletto, dopo la prima esperienza, lo hanno voluto di nuovo. Salvini, idem. Brunetta, Gelmini, Meloni, La Russa, Gasparri, eccetera, eccetera, eccetera, stesso discorso: sono lì da anni; se vengono rieletti, e perché gli elettori li voglio esattamente così come sono.

E non basta la giustificazione, per molti tratti vera, di leggi elettorali che non permettono una scelta precisa. Perché c’è sempre la possibilità di votare altro. Ad esempio, l’elettore di centro che ha votato per il Pdl, dopo il disastro dell’esperienza del Berlusconi ter, avrebbe potuto votare per Monti o per altri: non lo ha fatto, perché evidentemente non voleva farlo. Così come i tanti che hanno votato il Pd nel 2018, dopo aver già in tutto e accuratamente conosciuto renziani effettivi e renzisti di complemento, lo hanno fatto perché volevano proprio quelli lì, a guidare e rappresentare il soggetto politico che, col voto, sceglievano di sostenere. E così quelli dei cinquestelle, della Lega e degli altri partiti sulla scena.

Giorni fa, m’è capitato di scorgere un post di un contatto Facebook in cui si apprezzavano le parole di Cuperlo, dando un giudizio positivo su tutta la linea rispetto alle sue proposte e ai suoi modi. Benissimo. Lo stesso che condivideva le riflessioni dell’ex candidato alla segreteria dem, però, proprio all’epoca di quel congresso sceglieva convintamente altro, spiegando, magari, di quanto fosse, quasi un decennio fa, ormai già superato il suo pensiero e le sue idee.

Potrei ovviamente continuare con tanti esempi, ma rischierei di ripetermi e di prestarmi all’accusa di voler difendere, col pregiudizio giocato sul senno del poi, alcune mie decisione e osservazioni degli anni passati. Il punto tuttavia rimane: se e quando si candida qualcuno col profilo di quelli che poi si dice di volere vedere alla guida di partiti o istituzioni, quasi sempre, a essi, vengono preferiti altri. Gli stessi che, alla prova dei fatti, vengono poi giudicati, e dai medesimi elettori del giorno prima, incompetenti, incapaci, inadatti.  

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Lascia un commento

(metti il nome). Ovvero, del cordoglio seriale

«Mi stringio attorno alle famiglie dell’ambasciatore #LucaAttanasio e del Giovane carabiniere (metti il nome) morti nell’agguato In #Congo, mentre svolgevano una missione ONU. Cordoglio all’intera arma dei Carabinieri e a tutto il corpo diplomatico». Così, errore ortografico sul primo verbo, maiuscole in eccesso e annotazione non completata compresi, il tweet dell’ex ministra della Salute Beatrice Lorenzin, a proposito dei tragici fatti dei giorni scorsi e la morte di Attanasio, di Vittorio Iacovacci e di Mustapha Milambo. Che dire: una brutta figura.

È capitato alla deputata dem, ma poteva accadere a molti altri. In fondo, persino la stampa più attenta ha lasciato una sorta di (metti il nome), dopo le parole «l’autista congolese», per identificare la terza vittima dell’attacco. Beatrice Lorenzin – o chi per lei cura quell’account – ha commesso l’errore di cercare di soddisfare la divinità del dire sempre qualcosa, soprattutto nei momenti che più colpiscono l’immaginario. Fra questi, va da sé, i lutti drammatici sono i più importanti. E in essi, il cordoglio sui social diventa spesso seriale. Tanto da ammettere formulazioni generiche, buone in ogni caso, con appena la sostituzione di qualche nome, appunto. Se ci crediamo assolti, noi che quell’errore forse non l’abbiamo ancora commesso, ne commettiamo un altro: la negazione della realtà, pure a noi stessi.

Come se ne esca, sinceramente, non saprei dire. Possiamo cominciare a non prestarci, per forza e in tutte le occasioni, a quella processione del far sapere sempre che ci siamo, solamente a beneficio dei pochi o tanti che ci seguono sui social, non certo di chi soffre davvero per una scomparsa. E magari nemmeno questa è una strada giusta; non so, davvero. Perché, di contro, non vedo cosa ci sia di male nel gesto di chi, comunque, vuole testimoniare una vicinanza, anche se non arriverà a congiunti e vittime, con un post o con un tweet.

Non lo so, di nuovo. Però, un po’ più di attenzione, comunque, non guasterebbe.

Pubblicato in libertà di espressione, società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Quelli c’erano

Non mi iscriverò al fanclub del governo Draghi, come non ero iscritto a quello Conte, uno, bis o trino, addirittura, o a quello Renzi; la tifoseria con la politica c’entra poco o nulla, e le imbarazzanti manifestazioni di sostegno illimitato e gli apprezzamenti “a scatola chiusa” che si sono ascoltati e letti in questi giorni fanno il paio con in cori del «meno male che Silvio c’è», gli applausi a scena aperta sulle battute del già sindaco di Firenze e l’elezione a statista senza onere della prova per l’«avvocato del popolo».

Su una cosa, però, vorrei provare a dire due parole, non di difesa, che Draghi non ha bisogno della mia, ma di constatazione sulla principale, se non unica, critica che a lui viene mossa nella composizione dell’esecutivo, quella relativamente alla scelta di alcuni ministri che per semplicità chiameremo politici. In sostanza, si dice: «ma come, doveva essere il governo dei migliori, e ci troviamo la Gelmini e Di Maio?». Ora, capisco la critica, e per quanto ritenga inutili le puntualizzazioni dell’ovvio, mi tocca ricordare che quelli c’erano, non altri.

Cioè, se fai un governo, non puoi non farlo contando sull’appoggio dei partiti che stanno in parlamento. E se a questi chiedi di indicare dei nomi, loro ti danno quelli che hanno. Anzi, dal loro punto di vista, i migliori. La politica italiana, fra i suoi migliori, annovera quelli lì? Così è, se vi pare. E capisco che possa essere un limite e un problema; al contempo, ritengo poco probabile che ciò sia da addebitare a chi oggi è chiamato a formare e guidare il governo.  

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento

Lasciate stare, ha ragione Tronti. E fate, facciamo, politica

«Aspetto con pazienza che la mia sinistra si liberi da questa vera e propria ossessione per i 5Stelle. Un’ossessione che, per paradosso, più ci si sposta sulla sinistra, nel centro-sinistra, più diventa totalizzante. Lasciate stare. Catturate, se ne siete capaci, le truppe residue di questa armata Brancaleone e andate avanti per la vostra autonoma strada. C’è un mondo fuori, da scoprire, attraversare, organizzare. E sta tutto in quel sociale, che la politica non rispecchia più. […] La sinistra si vada a riprendere gli operai che votano Lega, gli emarginati delle periferie metropolitane che votano Fratelli d’Italia, i disoccupati del Sud che non passeranno dal reddito di cittadinanza al posto di lavoro, gli sfruttati precari invisibili dalla pelle di ogni colore, cerchi disperatamente di offrire garanzie al futuro delle giovani generazioni, presti attenzione alla inedita proletarizzazione dei ceti medi, vada a reinsediarsi nel territorio perduto del nord produttivo, non guardi ai moderati che sono rimasti in pochi ma agli arrabbiati che sono cresciuti in tanti. La maggioranza di popolo sta lì. La sinistra si attrezzi subito adesso a gestire in prima persona l’aspra questione sociale che arriva in coda alla pandemia. […] È urgente preparare, con la formazione, una nuova leva di militanti e dirigenti. Non ci sono più canali di selezione del ceto politico. Occorre mettere in campo esperienze inedite, senza abbandonare quelle tradizionali. Rinobilitare la politica è un appassionante impegno a cui dedicare corpo e anima. Chiamare la sinistra a lavorare a questo compito significa per essa riguadagnare autorità, fiducia, appartenenza. E però, per prima cosa, un grande partito ha il dovere di non sbagliare nel giudizio sulla personalità politica. Che cosa conta di più, l’essere della qualità nella persona o l’apparire nel gradimento dei sondaggi? A questo proposito, mi sento di avvertire: dopo che un alto profilo è tornato adesso a Palazzo Chigi, badate che non sarà proprio possibile riproporre agli italiani il più che basso profilo di chi c’era lì poco prima».

Quelli di sopra sono brani da un’intervista che, alcuni giorni fa, Mario Tronti ha concesso a Umberto De Giovannangeli, per Il Riformista. E il già teorico dell’operaismo ha ragione. Basta con questo scriteriato inseguimento dei cinquestelle, lungo le vie di una discesa nella demagogia che si immaginano palingenetiche per un ceto politico che da tempo si sente (e in parte è stato fatto sentire proprio dagli stessi che ora ricerca) inadeguato e incapace a rappresentare le diverse facce e le differenti stratificazioni che si muovono nella società e nel Paese. Fate la vostra strada, è l’invito dell’intellettuale di sinistra, con le vostre visioni del mondo e i vostri ideali, progetti e parole. Non ingannatevi nel cercare bandierine da piantare ovunque e in qualunque stagione; dite dove state, con chi, per fare cosa. Fate, facciamo, politica. Vale per il Pd, quell’invito, ma vale altresì per tutti i soggetti che di quell’area furono e sono espressione.

Oppure no, non fate niente di diverso da quel che avete fatto finora, perché avete ragione voi che guidate tutti quei partiti e li avete guidati e rappresentati, e quelli di Tronti sono solo i consueti buoni consigli di chi non sa più dare cattivi esempi, e le mie, solo idee nate lontane dall’agone e dall’impegno a cui molti di voi, e con considerevole fortuna, hanno dedicato il proprio tempo e i personali sforzi. Non fate nulla di tutto ciò, e continuate, e continuiamo con voi anche noi, così. Con i risultati che abbiamo davanti agli occhi; dopotutto, se fine del far politica è sempre più governare, non rappresentare, dirigere, non contenere, il Pd, al governo e nei luoghi da dove si dirige, c’è da un decennio quasi ininterrottamente.

Cosa volere di più?

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Se le avessimo scritte allora, Nicola, queste parole

Ho letto su un gruppo Facebook un post di un amico, Nicola Colangelo. Parla del nostro paese natale, Stigliano, di storie che so e sento, e ne parla come si parla quando si ha qualcosa da dire, senza retorica, senza nascondere nulla, senza nascondersi nulla. E dice anche quello che spesso non ci vogliamo sentire dire, che per anni abbiamo voluto fingere di non capire. Soprattutto, la verità che si celava con poche accortezze, ed era per questo già ben visibile, dietro il dopato sviluppo dei primi anni ’80, quando una montagna di soldi arrivò pure nei comuni, come il nostro, non necessariamente stravolti dal terremoto. Si spesero con l’idea, si diceva e si è ripetuto almeno fino all’inizio del nuovo millennio, che l’edilizia rappresentasse «il volano dell’economia». Da quegli anni, le volumetrie abitative del paese credo che siano raddoppiate, se non di più; il numero degli abitanti, al contrario, si è più che dimezzato.

Scrive Nicola che quello sviluppo fu effimero, ed è un fatto, che non ci fu una pari crescita civile e sociale, e so che potete considerarla un’opinione, che comunque io condivido, e che molti progetti infrastrutturali che in quegli anni furono decisi, non portarono altro che il proprio ingombro nello spazio e sul suolo (tralascio il resto e gli strascichi, che pure lì non mancarono). Nessun progetto di sistema, nessun intervento in campo culturale, nessuna strategia più lunga della durata dei finanziamenti, per quanto ingenti, arrivati in quel periodo. Magari il risultato sarebbe stato ugualmente scarso, ma nemmeno si provò. E quello che più mi fa riflettere leggendo e rileggendo le sue parole è che se lui — io o altri — avesse scritto e detto quelle cose all’epoca, sarebbe stato additato quale prevenuto critico e nemico dello sviluppo. Già, lo sviluppo.

Quand’ero poco più che un ragazzino, dopo gli anni di cui racconta il mio amico, alle prese con le prime passioni della politica, a quelli come me veniva spiegato, da qualche assessore a cui la saggia mano della storia non farà mancare il pietoso dono dell’oblio, che «lo sviluppo di questi luoghi passerà per tre obiettivi: il completamento dell’area Pip intercomunale, la costruzione del complesso polivalente per le scuole superiori e la realizzazione della “Cavonica”, la trasversale per il collegamento rapido con la “Basentana”, la strada più importante del territorio». Bene, che ci crediate o meno, tutte e tre queste cose si sono fatte; è lo sviluppo che ancora si veste da Godot.

Il polivalente c’è, anche se nella sua breve storia ha già scontato qualche rinvio e quest’anno ha vissuto le vicissitudini comuni ad altre scuole del mondo. La “Cavonica” è finita, sebbene il fondo stradale sia quello che è e percorrendola non s’incontri spesso null’altro che gli emozionanti paesaggi che la circondano. Pure l’area Pip è ultimata, e per fortuna qualche lampione l’hanno spento, che pareva volesse rivaleggiare con il landscape di Dubai, per le luci e per il deserto. E a proposito di Emirati, persino il petrolio l’abbiamo tirato fuori, a pochi passi dalla mia Stigliano, con ben due centri oli, vari pozzi nei dintorni e una produzione significativa su scala percentuale per l’intera nazione. E lo sviluppo? Aspettiamo che si faccia vivo, quasi fosse Godot, appunto.

Nel frattempo, da quei luoghi ancora si va via. E se per la crisi economica e i suoi effetti, nel resto della nazione si sente dar colpa a pandemia e migrazioni, è difficile farlo per quel caso, dato che dura da bene prima della scoperta del Covid e di immigrati non è che ce ne siano poi molti. Anzi, si potrebbe dire che non ve ne sia nessuno. Emigrati, invece, tanti e per giunta di lunga storia e di robusta tradizione familiare. Per questo, e per inciso, fa ancor più male sentire l’astio verso quelli che, con loro, condividono l’identica sorte dell’andirivieni.

Qualche tempo fa, lessi la voce “Basilicata” su un’enciclopedia geografia Garzanti degli anni ’70. Nella descrizione dell’assetto antropico della regione, riportava: «Si può affermare, in via paradossale, che l’emigrazione è una delle principali risorse economiche […]. Una sensazione addirittura visiva dell’imponenza di tale fenomeno si ha nei paesi più poveri della campagna: mancano quasi del tutto gli uomini validi e abbondano le donne, i vecchi, i bambini. Decine di migliaia di famiglie vivono con le rimesse degli emigrati».

È ancora così? Ovviamente no: i bambini sono ormai pochissimi, e le rimesse è da tempo che non ce le si può più permettere.

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, società | Contrassegnato | Lascia un commento