«Mentre vi sto parlando, a Torino ci sono 37 gradi. Invece, qui, a 1.650 metri, di gradi ne abbiamo 25. Ecco il motivo principale che mi ha spinto a salire in montagna. Dopo circa dieci anni da cui ho fatto questa scelta, la rifarei. Anche perché le ondate di calore sono diventate sempre più frequenti, sempre più intense, quindi c’è un’ulteriore ragione per stare qui, più o meno a sopravvivere bene in un contesto assolutamente gradevole mentre in città si boccheggia». Parlava così, pochi giorni fa, il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli, che dal 2018 vive a Vazon, borgata di Oulx, in alta Val Susa.
Qualche anno addietro, tra gli scaffali di una libreria, mi colpì il titolo di un testo dello stesso Mercalli: Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale (Einaudi, 2020). Sottotitolo da me immaginato: Si arrangino a Delhi. Ovviamente, non ho letto quel lavoro del climatologo; è bastato il suo titolo a scoraggiarmi e, sì, ho giudicato il libro dalla copertina. A conferma di quel mio pre-giudizio, almeno in parte, arrivano ora le sue parole. Il punto, però, non è la scelta personale di chi decide di vivere in montagna. Se può farlo e lì trova una migliore qualità della vita, non c’è nulla da eccepire. Il problema nasce quando quella scelta finisce, anche involontariamente, per suggerire un modello di adattamento al cambiamento climatico. Perché immaginare di poter sfuggire ai suoi effetti arrampicandosi per balze e creste può funzionare per i piccoli numeri di una borghesia benestante che, in novelli Berghof manniani arredati col feng shui, cerca riparo dalla calura estiva. Decisamente più difficile è immaginare che i milioni di abitanti di una torrida megalopoli indiana o dell’arroventata Pianura Padana possano fare altrettanto.
È qui che quell’idea smette di apparire come una soluzione e comincia a somigliare a un privilegio. Una strategia individuale di salvezza non risolve un problema collettivo: semplicemente, sposta alcuni fuori dal suo raggio d’azione, lasciando tutti gli altri dov’erano. È come dire: io posso salire in montagna, gli altri si arrangino. Ma il cambiamento climatico non può essere affrontato così. Non tutti possono vivere a 1.650 metri, non tutti possono trasferirsi in luoghi più freschi, non tutti possono permettersi di scegliere il clima in cui abitare. Col rischio, tutt’altro che remoto, di indurre questi ultimi, per reazione, a respingere anche ciò che, pur giustamente, studiosi e divulgatori come Mercalli sostengono sulle strategie necessarie ad affrontare il cambiamento climatico. Per restare nella Torino del suo esempio: l’operaio distrutto dal caldo che rientra nel suo trilocale di Falchera, e che non può andarsene perché lì c’è la fabbrica da cui dipende il suo salario, rischia di rifiutare l’intero messaggio per diffidenza nei confronti del messaggero.
La domanda politica, infatti, non è come mettere in salvo chi può scappare, ma come rendere vivibili i luoghi in cui già vive la maggior parte dell’umanità. O ci si salva insieme, oppure non si salva nessuno, perché la sfida è tale che chiama alla ricerca di soluzioni collettive, non a percorrere vie di fuga individuali.
Scorsi in quel titolo, e ritrovo nelle recenti parole del climatologo piemontese, il rischio di una concezione profondamente diseguale dell’adattamento climatico, che uno studio pubblicato nel 2023 su Nature Sustainability – e condotto da un team di ricercatori dell’Università Ca’ Foscari Venezia, della Fondazione CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), dell’Università di Oxford e della London School of Hygiene & Tropical Medicine – pare confermare con una notevole dovizia di dati.
Cooling poverty, la chiamano: “povertà di raffrescamento”. E non si tratta soltanto dell’impossibilità economica di installare un condizionatore in casa, ma di un insieme di condizioni sociali che vanno dalla sanità pubblica agli standard lavorativi, fino alla pianificazione urbanistica, alla presenza o meno di aree verdi e spazi blu. Tutti fattori che determinano chi siano i ricchi e chi i poveri anche dal punto di vista del comfort climatico. In altre parole, la differenza che passa tra vivere a Davos e vivere a Delhi.
Che poi la disuguaglianza climatica sia, nella maggior parte dei casi, sovrapponibile a quella economica non stupisce più di tanto. Spesso i territori più esposti agli effetti del caldo estremo sono anche quelli in cui più difficilmente si sviluppano economie forti e, di conseguenza, dove minori sono le risorse disponibili per adattarsi. La conseguenza è un progressivo allargarsi della distanza fra i luoghi e fra le vite di chi li abita. Ma anche restando all’interno dello stesso Paese, è evidente che non per tutti piove — o splende il sole — allo stesso modo.
«’O sole esce pe’ tutte quante», recita un adagio napoletano. Solo che alcuni sono nati con la possibilità di mettersi all’ombra, godendoselo senza doverlo necessariamente soffrire; altri, invece, con la condanna di doversi scottare la schiena sotto i suoi raggi per riuscire a mettere qualcosa sulla tavola, per sé e per i propri figli.
Storie note ben prima che la letteratura scientifica trovasse le parole e i numeri per descriverle.