«Il problema sono i social», si sente ripetere spesso. Anche dopo l’ultimo, drammatico e per fortuna senza le possibili peggiori conseguenze, caso di cronaca che ha visto coinvolto un adolescente a scuola, il ministro dell’Istruzione non ha trovato di meglio da dire che «vietiamo i social». È diventata una formula quasi rituale: ogni volta che qualcosa si incrina — l’umore, l’attenzione, le relazioni — si indica lo schermo, come si indicherebbe un colpevole già noto. Ma questa sicurezza ha qualcosa di sospetto.
Perché – nel discorso pubblico e nel dibattito politico che ne segue gli istinti – è sempre e solo «colpa dei social»? Perché è una diagnosi che tranquillizza. Sposta il problema fuori da noi, lo localizza in un dispositivo, in un algoritmo, in una piattaforma. E così facendo, lo rende apparentemente risolvibile. Eppure, secondo me, proprio qui sta l’errore. I social non sono la malattia. Sono, più precisamente, la forma visibile di una mancanza precedente. Non creano il vuoto: lo occupano.
Byung-Chul Han (cfr. il suo Le non cose, Einaudi, 2022) ha parlato di “non-cose”: di un mondo in cui l’esperienza si smaterializza in informazione, e lo smartphone trasforma il reale in una superficie da scorrere. È un’intuizione potente. Ma, presa isolatamente, rischia di essere letta al contrario.
Non è semplicemente il digitale a derealizzare il mondo. È che il mondo, in una certa misura, si è già svuotato delle sue mediazioni concrete, e il digitale si inserisce in quella fessura. Quando i luoghi intermedi scompaiono — quando si diradano gli spazi in cui si sta insieme senza scopo — ciò che resta è un bisogno senza forma. E ogni bisogno senza forma cerca un contenitore. I social funzionano perché offrono quel contenitore.
Non è una scoperta recente. Già nelle analisi sociologiche del secondo Novecento — da David Riesman (cfr. il suo La folla solitaria, Il Mulino 2009, p. ed. 1950) in poi — veniva descritto questo processo di progressivo dissolversi del tessuto connettivo fatto di associazioni, comunità locali, “legami non utilitari”. Non era nostalgia; era l’osservazione di una struttura sociale che cambiava. Si è perso, in quel passaggio, ciò che potremmo chiamare il “tra”: non la famiglia, non il lavoro, ma tutto ciò che stava in mezzo. Il tempo non produttivo, le relazioni non finalizzate, gli spazi non organizzati. È lì che si costruiva una parte essenziale della vita comune. Ed è esattamente lì che oggi si apre il vuoto.
In questo vuoto, i social non introducono una logica nuova: la radicalizzano. La società contemporanea è già attraversata da dispositivi di valutazione: voti, ranking, metriche, obiettivi.
La vita è sempre più leggibile come sequenza di prestazioni. I social compiono un passo ulteriore: eliminano ogni interruzione.
Non c’è più un fuori. Non c’è più un tempo sottratto alla misura. Quello che un tempo era circoscritto (l’esame, il giudizio, la verifica) diventa permanente. La vita intera assume la forma di un test continuo. E allora non è sorprendente che l’umore oscilli con i numeri. È coerente con il mondo che abbiamo costruito.
Da qui nasce un equivoco diffuso, l’idea che si possa correggere il problema restando dentro lo stesso orizzonte. Più lentezza, più profondità, meno stimoli: tutte proposte sensate. Ma tutte, in fondo, ancora interne al dispositivo. Cambiano i ritmi, non la struttura. Resta il pubblico, resta la misurazione, resta la possibilità — sempre in agguato — di trasformare anche ciò che è lento in qualcosa da ottimizzare. È però una variazione, non una rottura.
Ed è qui che il discorso non può che diventare politico. Non nel senso immediato e polemico, ma in quello originario: riguarda la forma della convivenza, dell’organizzazione della πόλις. Se i social occupano un vuoto, la domanda non è come limitarli, ma come ricostruire ciò che li rende necessari. Con tutte le difficoltà che da tale domanda discendono.
Perché ciò che manca non si produce facilmente. Non è “scalabile”, per usare il linguaggio corrente, non è immediatamente visibile, non genera consenso rapido. Richiede tempo, spazi, continuità. Richiede investimenti che non si traducono in risultati misurabili nel breve periodo. In altre parole, richiede una politica che accetti di lavorare su ciò che non rende.
È in questo senso che va letta anche la proposta di Alexander Langer: «lentius, profundius, suavius». Più lento, più profondo, più dolce. Non era un invito estetico, ma una proposta politica nel senso più radicale, che tendeva ad indicare la necessità di sottrarsi a una temporalità accelerata e performativa. Una sottrazione, però, non da intendersi quale gesto individuale semplice. Non basta “decidere” di rallentare, se tutto intorno spinge nella direzione opposta. Perché la velocità non è solo una scelta: è una struttura.
Forse il punto decisivo è questo: abbiamo progressivamente espulso dalla vita comune il tempo non funzionale, il tempo che non serve a niente, che non produce, non migliora, non dimostra.
È proprio quel tempo — apparentemente inutile — che costruisce legami, che forma l’esperienza, che rende abitabile il mondo. I social ne offrono una simulazione: riempiono il tempo, ma lo riempiono trasformandolo in qualcos’altro: attenzione, confronto, esposizione. Non restituiscono il tempo gratuito, semmai lo convertono.
Per questo, ogni proposta che si limiti a “ridurre” i social — a usarli meno, a rallentarli, a disciplinarli — rischia di restare superficiale. Il problema non è solo quanto tempo passiamo online, ma che cosa resta quando ne usciamo. Se fuori non c’è nulla — o c’è troppo poco — il ritorno è inevitabile. Ed è in quel frangente che la questione diventa, inevitabilmente, aperta.
Come si ricostruiscono luoghi che non siano né produttivi, né competitivi? Come si restituisce spazio a relazioni non misurate? Come si rende di nuovo possibile una forma di vita che non sia interamente attraversata dalla logica della prestazione?
Sono domande lente, costose, poco spendibili sul piano dell’immediatezza e della “monetizzazione” di ogni scelta in termini elettorali, su cui la politica, da decenni, ha deciso di giocare. E tuttavia sono, probabilmente, le uniche reali. Perché il punto, alla fine, non è uscire dai social; è non essere costretti a tornarci per mancanza di alternative.