Il bisogno di disuguaglianza

Questo articolo è il primo di una serie di riflessioni che raccoglierò sotto il titolo Politiche della disuguaglianza. Non c’è, almeno per ora, un indice da seguire, né una conclusione già scritta verso la quale dirigersi. C’è piuttosto una domanda che ne genera altre: quanto della politica contemporanea può essere compreso guardando non soltanto a ciò che le persone possiedono, ma alla posizione che pensano di occupare rispetto agli altri? I singoli articoli proveranno a seguirne alcune diramazioni. Se alla fine formeranno qualcosa di più organico, sarà perché il percorso avrà trovato da sé una propria forma. Altrimenti, nessuno ne farà un dramma.

Partiamo da una storiella che Vinicio Capossela raccoglie nel Paese dei coppoloni. A un uomo infelice appare in sogno l’Angelo del Bene. Vuole ricompensarlo delle sue sofferenze e gli promette di esaudire qualsiasi desiderio. Pone però una condizione, evidentemente pedagogica: qualunque cosa egli chieda, ai suoi vicini ne sarà concessa il doppio. L’uomo domanda se la regola valga per uno soltanto o per tutti. Saputo che vale per tutti quelli che gli stanno intorno, riflette e infine risponde: «Allora […] cecami un occhio!» (Vinicio Capossela, Il paese dei coppoloni, Feltrinelli, 2015, pp. 319-320). Perderà un occhio, certo, ma vivrà in un paese di ciechi. L’Angelo, in questo senso, ha commesso un errore: ha dato per scontato che quell’uomo desiderasse stare meglio. Ma ciò che conta per lui non è soltanto quanto avrà, bensì quanto avranno gli altri. Il benessere assoluto può essere sacrificato alla posizione relativa.

Rimane una storiella, ma proprio per questo riesce a portare all’estremo un meccanismo che nella realtà assume forme assai meno caricaturali. Ci siamo abituati a pensare alla disuguaglianza soprattutto dal punto di vista di chi la subisce. Molto meno da quello di chi, magari senza formulare consapevolmente il pensiero, dalla disuguaglianza ricava una parte del proprio status. L’uguaglianza dell’altro può essere percepita come una mia perdita, se una parte della mia posizione consisteva nella sua inferiorità.

Un esempio meno favolistico si trova nelle lezioni che Gaetano Salvemini tenne ad Harvard sulle origini del fascismo italiano. Raccontando le tensioni sociali del primo dopoguerra, Salvemini individuava nella borghesia impiegatizia e intellettuale un «vivo sentimento di invidia e di odio per le classi lavoratrici» (G. Salvemini, Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard, Feltrinelli, 1966, pp. 118-119). Per descriverlo riportava un articolo del Corriere della Sera. Ingegneri, professionisti, funzionari pubblici, magistrati, professori universitari guardavano increduli le retribuzioni raggiunte da alcuni lavoratori specializzati. Il giornale faceva parlare idealmente questi uomini che avevano trascorso molti anni nello studio per raggiungere, a trentacinque o quarant’anni, stipendi non lontani da quelli ottenuti da chi lavorava nelle officine: «Che cosa dovremmo chiedere noi?». E concludeva: «La mortificazione nei ceti intellettuali è generale».

La parola è interessante: mortificazione. Non necessariamente miseria. Non necessariamente impoverimento. Mortificazione. Il professore universitario rimane professore universitario, il magistrato, magistrato. Nessuno gli ha sottratto il titolo di studio, né il ruolo sociale. Eppure qualcosa sembra essergli stato tolto, perché l’operaio si è avvicinato. Se quattordici anni di studio non producono più la distanza economica attesa rispetto a chi è entrato in officina, quegli anni sembrano perdere una parte del proprio valore. Non conta soltanto quanto guadagno. Conta quanto guadagno rispetto a te.

È importante non forzare il paragone storico. L’Italia del 1919 non è l’Europa di oggi e spiegare il fascismo attraverso un unico sentimento sociale sarebbe una pessima storiografia. Salvemini ci interessa qui per qualcosa di più circoscritto: mostra che il miglioramento delle condizioni di un gruppo può essere vissuto da un altro come una perdita anche quando quest’ultimo non è diventato più povero. Cambia la distanza.

Già Alexis de Tocqueville aveva osservato qualcosa di analogo, su un altro piano, studiando la Rivoluzione francese. Non sempre una società diventa politicamente instabile quando le sue condizioni precipitano. Può accadere il contrario: aspettative crescenti, miglioramenti incompleti e distanze che improvvisamente sembrano colmabili possono rendere intollerabile ciò che per molto tempo era stato sopportato. «Non sempre si precipita in una rivoluzione andando di male in peggio» (A. de Tocqueville, L’Antico regime e la rivoluzione, Rizzoli, 1981, p. 213).

Guardando agli Stati Uniti odierni e ai forgotten men, a cui tanta parte della politica conservatrice si rivolge, nel suo recente saggio L’età del malcontento, Thomas Chatterton Williams riprende questa intuizione per leggere una parte delle tensioni americane contemporanee. La sua osservazione riguarda alcuni settori delle classi medie bianche: le loro condizioni materiali non stavano necessariamente peggiorando in assoluto e in qualche caso potevano persino migliorare; ciò che mutava era la posizione relativa rispetto a gruppi «storicamente percepiti come inferiori» che reclamavano un riconoscimento crescente (T. C. Williams, L’età del malcontento, Mondadori, 2026, pp. 20-21).

Ancora una volta, il problema non è necessariamente perdere qualcosa che possedevamo, ma vedere diminuire il valore distintivo di ciò che continuiamo a possedere. Povertà, impoverimento e declassamento non sono sinonimi. E il declassamento non deve neppure essersi già prodotto: può bastare la paura che la posizione che credevamo acquisita non sia più garantita, o vedere altri avvicinarsi più rapidamente.

Qui la questione economica incontra quella filosofica. Francis Fukuyama, tornando recentemente sulla genesi della sua tesi sulla fine della storia, ha ricordato quanto essa dovesse alla lettura di Hegel proposta da Alexandre Kojève. L’essere umano, in quella interpretazione, non desidera soltanto beni materiali. Cerca il riconoscimento degli altri; e la storia stessa può essere letta come una lunga lotta per ottenerlo. Fukuyama sintetizza il punto osservando che gli esseri umani cercano riconoscimento anche indipendentemente dai vantaggi materiali derivanti dalla vittoria (F. Fukuyama, The Beginning of the End of History, in Persuasion, 8 settembre 2026).

La soluzione moderna immaginata da Fukuyama attraverso Kojève è il riconoscimento «eguale e reciproco» dei cittadini. Ed è proprio qui che il problema diventa interessante. Il riconoscimento eguale è una soluzione soltanto se ciò che desideriamo è essere riconosciuti come eguali. Se invece una parte del riconoscimento che ricevevo derivava dal fatto che qualcun altro fosse riconosciuto meno di me, l’uguaglianza può assumere un significato completamente diverso. L’estensione del riconoscimento non viene più percepita come un guadagno collettivo, ma come una sottrazione individuale. Il professore di Salvemini non deve desiderare la miseria dell’operaio. Gli basta aspettarsi che quattordici anni di studio continuino a significare una distanza. Il bianco americano non deve desiderare la condizione materiale di chi appartiene a una minoranza storicamente discriminata. Può però vivere l’aumento del riconoscimento sociale di quella minoranza come riduzione del proprio status relativo. Non vuole necessariamente ciò che ha l’altro. Vuole che ciò che possiede continui a distinguerlo dall’altro.

Le società cambiano e cambiano anche coloro che occupano i loro gradini. Nell’Europa industriale della prima metà del Novecento, l’operaio rappresentava simbolicamente il gradino basso della scala sociale. Non significa che tutti gli operai fossero poverissimi né che formassero un soggetto politico omogeneo, ma che il lavoro manuale di fabbrica occupava una posizione precisa nell’immaginario delle gerarchie sociali. Oggi quell’immagine è molto meno adeguata. Un operaio industriale qualificato può avere contratto stabile, protezioni sociali, casa, ferie, pensione attesa, rappresentanza sindacale e un reddito assai lontano da quello del proletariato urbano di un secolo fa. Più in basso nella struttura del lavoro possono trovarsi il rider, il bracciante stagionale, l’addetto alla logistica, il lavoratore delle pulizie, il cameriere precario. E frequentemente, in Europa, questi lavori sono svolti da immigrati.

Non basta dunque osservare che «gli operai» votano in un certo modo per immaginare di avere ritrovato il proletariato di un tempo sotto nuove bandiere. Potrebbe essere vero qualcosa di più complicato: chi un tempo occupava simbolicamente il gradino inferiore può avere oggi qualcuno sotto di sé. E può scoprire che una parte del proprio status dipende anche dalla permanenza di quella distanza. La domanda diventa allora diversa. Non più soltanto: quanto possiedi? Ma: dove pensi di trovarti nella scala, chi pensi debba stare sopra di te e, soprattutto, chi pensi debba restare sotto?

È qui che la parola disuguaglianza acquista un significato diverso da quello abituale. Normalmente discutiamo di quanta disuguaglianza una società possa tollerare, presupponendo che essa sia comunque un costo, accettabile o inevitabile. Ma esiste un’altra possibilità: che una certa disuguaglianza venga desiderata in quanto disuguaglianza, perché fornisce posizione, identità, riconoscimento.

Non occorre immaginare qualcuno che proclami: voglio essere superiore. Sarebbe troppo semplice. Il bisogno può presentarsi sotto forme assai più accettabili: desiderio di protezione, richiesta di rispetto, nostalgia per un ordine perduto, sensazione di non contare più, convinzione che altri ricevano attenzioni immeritate, paura che ciò che si è conquistato non distingua più da chi è appena arrivato.

Ed è proprio per questo che non basta rispondere con le statistiche sul reddito. Si può dimostrare a qualcuno che oggi possiede più beni di vent’anni fa senza avere minimamente risposto alla sua domanda. Perché magari non sta dicendo ho meno. Sta dicendo conto meno. E le due cose non coincidono.

Da qui può nascere anche uno dei paradossi politici sui quali proverò a tornare nei prossimi articoli di questa serie: persone che temono il declassamento possono sostenere proposte che non migliorano la loro posizione economica, o che addirittura potrebbero peggiorarla. Liquidare il fenomeno dicendo che «votano contro i propri interessi» serve a poco. Presuppone di sapere quali interessi quelle persone stiano cercando di soddisfare. Forse non stanno votando soltanto con il portafoglio. Forse stanno chiedendo riconoscimento. Protezione. Appartenenza. O la garanzia che, comunque vadano le cose, qualcuno rimanga più in basso.

Questo non dimostra nulla, da solo, sul voto contemporaneo. Ed è importante non trasformare un’ipotesi in una nuova spiegazione universale. La paura del declassamento può produrre domande politiche diversissime: può chiedere redistribuzione, casa, salari, welfare; può tradursi in astensione; può cercare protezione identitaria. Stabilire quando avvenga l’una cosa e quando l’altra richiede dati, distinzioni e ulteriori approfondimenti.

Per ora basta fermarsi un passo prima. L’Angelo del Bene pensava di aver inventato un sistema infallibile: chiunque poteva migliorare la propria condizione e, contemporaneamente, avrebbe prodotto un bene ancora maggiore per tutti quelli che gli stavano intorno. Una specie di moltiplicatore della generosità. Non aveva previsto che qualcuno potesse preferire la gerarchia al benessere: «Cecami un occhio», appunto.

Forse, prima di discutere ancora di chi vota contro i propri interessi, dovremmo domandarci che cosa siamo disposti a perdere pur di continuare ad avere qualcuno sotto di noi.

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Herbstreise

«Fremd bin ich eingezogen».

Dormivi accanto, il capo un poco chino,
mentre la strada correva verso nord.
Sul vetro passavano campi e città,
e il tempo sembrava essersi fermato.

Ti vidi come allora, piccolo, d’inverno,
sul sedile dietro, avvolto nel giubbotto;
giravamo senza avere una meta,
solo per vedere gli alberi innevati.

Poi tornai a guardarti lì accanto:
ora le gambe arrivano più avanti,
il viso ha ormai un’altra stagione.
Nel sonno ritrovavo il tuo viso di allora.

Guidavo piano, senza svegliarti,
come se bastasse questo a trattenere
tutte le strade fatte insieme
e quelle che ancora non conosco.

«Will dich im Traum nicht stören».

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L’impresa è tua, il mio tempo no

Sebbene nell’articolo di Fanpage venga presentato come «uno di quei nomi difficili da dimenticare, soprattutto per chi è amante dei dolci», fino a quando non sono incappato sul pezzo rilanciato da qualche profilo social, sinceramente non sapevo nemmeno chi fosse, Ernst Knam. Sarà perché non sono del tutto ascrivibile tra gli amanti dei dolci. Comunque, stiamo a quello che lì lui dice.

A farla brevissima, dopo una serie di altre cose che potete leggere sul sito d’informazione, parte la solfa sacrificale. «A New York eravamo cento pasticcieri, ma nessuno guardava l’orologio, lavoravamo anche 18 ore al giorno, tutti col sorriso», altro che adesso, signora mia! E quindi, la tirata sui giovani d’oggi che non han voglia di lavorare: «A luglio, ad esempio, è andata via tutta la mia brigata. Mi sono ritrovato solo con Manuela al forno, che lavora con me da trent’anni. Tra gli altri c’era una mela marcia, li ha contagiati tutti e mi hanno lasciato così. […] In Italia come imprenditore hai meno potere sui dipendenti, sei molto solo. Non siamo protetti, rischiamo con tutto. Faccio mangiare 25 famiglie, ma non vengo protetto. Se, come è successo, vanno via tutti insieme io non posso fare niente». Perché, cosa volevi fare: chiedere l’abolizione dell’istituto delle dimissioni o direttamente incatenarli ai banconi del laboratorio? E dopo, i conti che non tornano, sull’orologio: «I nostri pasticceri iniziano tra le 7:00 e le 8:00 del mattino e tra le 16:00 e le 17:00 vanno a casa con un’ora di pausa. Sono 8 ore, per 5 giorni fanno 40. Trent’anni fa facevamo il triplo, ma il discorso è un altro. Il tempo libero costa. Se io sono libero, io vado al bar a bere un caffè, pago. Qualsiasi cosa io faccia, pago. Otto ore di lavoro per cinque giorni, è la morte della ristorazione, perché se un ristorante è aperto a pranzo e cena avrà bisogno di due brigate e così un ristorante è morto. Per questo funzionano quelli a conduzione familiare». Al sciur padrun da li beli braghi bianchi, questa modernità scriteriata delle 8 ore al giorno proprio non va giù; che roba, contessa!

Ora, però, da ridere c’è poco. E non tanto perché un pasticciere divenuto celebrità nella stagione dei reality dica queste cose a un giornale, quanto perché molte di quelle tesi sono mainstream, nel suolo profondo di questo strapaese: trova un lavoro e non mollarlo, fai la gavetta, ringrazia chi ti dà da mangiare, sacrificati, dimostra di avere fame. Come se il rapporto di lavoro, anziché essere uno scambio regolato da un contratto, producesse un vincolo ulteriore, quasi morale: non basta che tu faccia bene ciò per cui sei pagato, devi anche crederci, amare l’impresa, sentirla un poco tua pur senza possederne neppure un pezzo. E, soprattutto, devi restare.

È anche in questo humus, sempre concimato dal richiamo al “sentire popolare e concreto”, che attecchisce una delle radici reazionarie della gramigna fascista che vediamo crescere tutt’intorno. Non perché lamentarsi dei dipendenti che se ne vanno sia, ovviamente, fascismo. Ma perché l’immaginario fascista ha fatto propria e portato alle estreme conseguenze un’idea assai più antica e resistente: che l’individuo non appartenga interamente a sé stesso, che il suo interesse particolare debba cedere di fronte a un organismo superiore — l’impresa, la comunità, la patria, la nazione — e che sacrificio, disciplina e fedeltà siano virtù proprio perché limitano la sua pretesa di disporre liberamente di sé. Il problema comincia quando una relazione liberamente revocabile viene trasformata in un’appartenenza morale. A quel punto dimettersi non è più semplicemente andarsene: diventa una diserzione.

Ed è curioso quanto spesso ritorni proprio questo schema. Lo ritroviamo nelle paternali sui ragazzi «a cui non piace il sacrificio» e che cercano la vita facile a Londra, Berlino o Amsterdam, «sputando nel piatto dove hanno mangiato» e mostrando totale mancanza di riconoscenza. Anche lì la domanda sarebbe piuttosto semplice: riconoscenza per cosa? Se una persona trova altrove condizioni che giudica migliori, perché dovrebbe avere verso il luogo nel quale è nata un obbligo di permanenza? Perché partire dovrebbe essere un tradimento? Ma de che?, direbbero a Roma. Pure lì viene quasi da chiedersi: cos’è, non vi va che abbiano abolito la servitù della gleba?

Lo stesso vale, in scala minore, per la «mela marcia» di cui parla Knam e che, a suo dire, avrebbe contagiato un’intera brigata. Non sappiamo perché quei lavoratori abbiano deciso di andarsene, e dunque non sappiamo neppure chi avesse ragione. Ma colpisce il modo in cui viene raccontata la loro scelta: uno li avrebbe «contagiati», gli altri lo avrebbero seguito. Come se fosse difficile ammettere che persone adulte possano essersi guardate intorno, aver fatto i propri conti e aver deciso, ciascuna per le proprie ragioni, che lì non volevano più stare. E se vanno via tutti insieme, prima di chiedere da chi debba essere «protetto» l’imprenditore, forse sarebbe interessante domandarsi perché abbiano deciso di farlo.

A pensarci, basterebbe un po’ di buon senso per ricordare che quello di lavoro è pur sempre, e solamente, un contratto. L’imprenditore mette capitale, organizzazione e rischio e, se le cose vanno bene, raccoglie il profitto; il lavoratore mette a disposizione, alle condizioni pattuite, competenze e una parte determinata del proprio tempo. Non sé stesso. Perciò, partendo proprio dalla tesi «l’impresa è mia», che sembra essere il soggetto della questione posta dal pasticciere, la risposta dei suoi ex collaboratori era precisamente quella: tienitela. L’azienda sarà tua, ma il mio tempo no. E, soprattutto, io non sono tuo.

Del resto, se lo chiamano «mercato del lavoro», un motivo ci sarà. Il mercato non può significare libertà quando l’imprenditore sceglie chi assumere, quanto investire e come organizzare la propria attività, e trasformarsi improvvisamente in fedeltà quando è il lavoratore a scegliere a chi vendere il proprio tempo. Può persino decidere che quel tempo valga meno denaro, ma più vita. O che semplicemente non abbia più voglia di venderlo a te. Non è ingratitudine, non è tradimento e non è diserzione. È precisamente quella libertà di scelta che siamo abituati a celebrare quando a esercitarla è chi compra.

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Dove il sentiero va lontano

In garage ritrovò vecchi scarponi,
consunti ai bordi, ancora pieni di terra.
Li mise senza chiedersi perché
e uscì nel fresco verso il bosco alto.

Con quelli, un tempo, il monte dietro casa
sembrava un continente da scoprire;
bastava il volo improvviso di un uccello
perché il sentiero andasse molto lontano.

Ora conosceva ogni svolta e ogni pietra,
ma gli pareva d’essersi smarrito.
Pensò agli occhi lasciati per la strada,
a quelli che non seppe guardare a fondo.

La luce al ritorno ricordò la neve.
La porta gli restituì il suo calore.
Si tolse piano gli scarponi vecchi
e non capì se fosse mai tornato.

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Il blasone delle lingue

In articolo sul New Yorker nell’edizione in edicola il 27 luglio, Nikhil Krishnan si pone una domanda che, formulata così, può sembrare quasi brutale: quanto dobbiamo essere tristi quando muore una lingua? La risposta non è che la morte delle lingue sia irrilevante. Tutt’altro. C’è una differenza evidente tra una lingua che smette lentamente di essere parlata e una lingua che viene uccisa. Krishnan ricorda il curdo, che in Turchia è stato a lungo ostacolato per legge e che, perfino dopo il terremoto del 2023, non compariva tra le lingue nelle quali veniva offerta assistenza alle popolazioni colpite. Ricorda l’ucraino nei territori occupati dalla Russia, dove la cancellazione della lingua è parte della cancellazione di un’identità nazionale. E ricorda la sorte inflitta in passato al bretone, quando ai bambini poteva essere fatto portare addosso il marchio umiliante della loro lingua familiare.

Qui non c’è molto da discutere. Impedire a qualcuno di parlare la propria lingua significa esercitare un potere su di lui. Non occorre, del resto, uscire dai confini italiani per trovare un esempio quasi da manuale. Dopo l’annessione all’Italia dell’Alto Adige, il fascismo tentò di trasformare una questione territoriale anche in una questione linguistica. L’italiano venne progressivamente imposto nell’amministrazione, nei tribunali e soprattutto nella scuola; dal 1923 divenne gradualmente l’unica lingua d’insegnamento, fino alla soppressione delle ultime lezioni in tedesco alla fine degli anni Venti. La scuola tedesca dovette rifugiarsi nella clandestinità delle Katakombenschulen. Anche toponimi, nomi e segni pubblici dell’identità locale furono sottoposti all’italianizzazione. Era l’idea più semplice e più brutale della questione linguistica: se un territorio appartiene allo Stato italiano, prima o poi deve parlare italiano. Non funzionò. Il tedesco non scomparve e la sua repressione contribuì semmai a trasformare la lingua in qualcosa di più di uno strumento di comunicazione: un segno di appartenenza, una frontiera politica, un terreno sul quale misurare i rapporti di forza tra le comunità.

L’Italia repubblicana imboccò, faticosamente e non senza crisi anche violente, la strada opposta. Dall’Accordo De Gasperi-Gruber del 1946 al secondo Statuto di autonomia del 1972, fino alla completa attuazione del cosiddetto Pacchetto e alla chiusura della vertenza internazionale tra Italia e Austria nel 1992, si costruì un sistema fondato non sulla cancellazione delle differenze, ma sul loro riconoscimento. La tutela della lingua tedesca, l’autonomia scolastica e culturale, l’uso delle lingue nei rapporti con le istituzioni, la rappresentanza proporzionale dei gruppi linguistici diventarono elementi dell’ordinamento. Nel 1993 il tedesco fu pienamente equiparato all’italiano anche nei tribunali e nei rapporti con la polizia. Le tensioni non sono scomparse e sarebbe ingenuo descrivere l’Alto Adige come un paradiso post-identitario. Ma sono incomparabilmente meno laceranti di quelle che attraversarono il territorio per buona parte del Novecento.

È interessante il modo in cui ci si è arrivati. Non facendo vincere una lingua sull’altra, ma togliendo allo Stato il compito di stabilire quale delle due dovesse vincere. Il caso altoatesino non dimostra che ogni lingua debba essere conservata per sempre. Dimostra qualcosa di diverso: che c’è una differenza enorme tra una lingua che cambia posizione perché cambiano le relazioni di chi la parla e una lingua alla quale il potere politico ordina di farsi da parte.

Più complicato è infatti ciò che accade quando nessuno vieta nulla. Nelle Ande ecuadoriane, molti parlanti kichwa hanno smesso di trasmettere la propria lingua ai figli perché lo spagnolo offriva maggiori possibilità di lavoro, mobilità, riconoscimento sociale. Non erano scelte compiute in un mondo perfettamente libero e uguale: dietro c’erano secoli di subordinazione e il marchio sociale che associava il kichwa alla povertà e all’arretratezza. Ma erano pur sempre scelte attraverso le quali le persone cercavano di migliorare la propria condizione. Ed è qui che il problema diventa interessante.

Una lingua conserva storie, conoscenze, modi di classificare il mondo. Perderla significa perdere qualcosa. Ma da questo non discende necessariamente che ogni lingua debba essere mantenuta in vita a qualunque costo, anche quando non viene più trasmessa nelle famiglie e sopravvive quasi soltanto attraverso programmi pubblici, corsi scolastici e politiche di conservazione.

Krishnan fa l’esempio del gaelico scozzese: si può insegnarlo a scuola, formare insegnanti, costruire istituzioni che ne garantiscano la sopravvivenza. Tutto questo ha un valore. Ma una lingua che vive quasi esclusivamente perché un apparato pubblico la mantiene in vita è cosa diversa da una lingua nella quale i bambini litigano, giocano, scherzano con i genitori e imparano a nominare il mondo. Un po’ quello che accade quando si costruiscono a posteriori grafie per dare l’apparenza di una vita pubblica a una lingua che nella vita quotidiana non parla quasi più nessuno. Documentarla ha senso; immaginare che basti scriverla su un cartello per restituirle forza comunicativa, molto meno. Perché una lingua che non si parla, in cui non si sogna, non si bestemmia, non si dice «d’amore, di morte e di altre sciocchezze» (ciao per sempre, Maestrone) è una lingua che semplicemente non esiste più.

L’eccezione straordinaria è l’ebraico: una lingua che per secoli aveva avuto soprattutto una funzione religiosa e colta è tornata a essere lingua materna, fino a diventare la lingua nella quale i bambini israeliani sognano, imprecano e fanno i capricci. Ma proprio l’eccezionalità del caso dovrebbe metterci in guardia dal considerarlo un modello facilmente ripetibile.

Alla fine dell’articolo, opportunamente, compare una distinzione presa da Freud: quella tra lutto e malinconia. Il lutto riconosce ciò che è stato perduto. Lo ricorda, lo onora, può perfino tentare di salvarne ciò che ancora è possibile salvare. La malinconia, invece, non riesce a lasciarlo andare. Forse è una distinzione utile anche fuori dal campo strettamente linguistico.

Don Lorenzo Milani aveva affrontato il problema da un punto di vista apparentemente opposto (cfr. Giovani di montagna e giovani di città, 1956, in L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, Stampa Alternativa, 1998). A Barbiana si trovava di fronte ragazzi che possedevano perfettamente la lingua del loro mondo. Sapevano leggere un bosco, riconoscere i rumori della valle, comprendere silenzi e gesti che sarebbero risultati indecifrabili a molti loro coetanei cittadini. Ma quella lingua non bastava loro per entrare nel mondo moderno. Anche Gramsci, da un altro versante, aveva intuito la stessa tensione: difendere la lingua dell’ambiente in cui si cresce, senza rinunciare a quella più larga che permette di partecipare alla vita pubblica (cfr. Lettera a Teresina, 26 marzo 1927, in Lettere dal carcere, Einaudi, 2023; Quaderni del carcere, quaderno 29, Einaudi, 2014).

Il punto, insomma, non era cancellare una lingua con un’altra, ma non lasciare che la lingua di origine diventasse un confine. Il mondo della politica, dei giornali, dell’amministrazione, del diritto, perfino quello nel quale i ragazzi di Barbiana avrebbero dovuto difendere i propri interessi, parlava un’altra lingua. Era la lingua della città, delle classi istruite, di chi possedeva le parole prima ancora di entrare a scuola. È lì che la distanza tra i ragazzi di montagna e i loro coetanei cittadini diventava enorme. Non necessariamente perché i secondi sapessero più cose, ma perché le cose sulle quali la modernità chiedeva di ragionare erano già nominate con le loro parole. Per questo Don Milani insisteva tanto sulla lingua. Non per cancellare quella dei montanari, ma perché sapeva che senza il possesso della lingua comune quei ragazzi sarebbero rimasti prigionieri della propria condizione. «È solo la lingua che fa eguali» (cfr. Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 1967).

La lingua, quindi, non come blasone, ma come possibilità. È un punto che rischiamo di dimenticare quando parliamo delle lingue come se fossero monumenti. Le lingue non sono nate per essere conservate. Sono nate, cambiate, mescolate e spesso scomparse perché gli uomini avevano bisogno di parlarsi. Per secoli comunità vicinissime tra loro hanno usato idiomi differenti. Poi sono arrivati gli Stati nazionali, con le scuole, gli eserciti, le amministrazioni, i giornali, le ferrovie. La dimensione nella quale si svolgeva la vita degli individui si è allargata e con essa si è allargata la comunità linguistica. I dialetti hanno cominciato a perdere terreno davanti alle lingue nazionali.

È avvenuto talvolta con violenza, umiliazione e imposizione. Krishnan ricorda come in Francia occitano, bretone e basco siano stati sacrificati anche in nome della costruzione repubblicana. Ma ricorda pure quale fosse l’altra faccia di quel processo: consentire a un contadino della Bretagna e a un avvocato della Provenza di leggere lo stesso giornale, sedere nella stessa giuria, votare nella stessa elezione e, prima ancora, capirsi. Una lingua comune distrugge qualcosa e costruisce qualcos’altro.

E qui torna utile proprio l’Alto Adige. Il problema non è che le lingue non debbano perdere terreno: accade continuamente nella storia. Il problema è come lo perdono. Una cosa è apprendere un’altra lingua perché permette di studiare, lavorare, commerciare o parlare con un numero maggiore di persone. Altra cosa è vedersi vietare la propria perché qualcuno ha deciso che non corrisponde alla nazione giusta.

Oggi sta accadendo un passaggio ulteriore. Le relazioni economiche, culturali, scientifiche e personali non si fermano più ai confini degli Stati. Studiamo in un paese, lavoriamo con persone che vivono in un altro, leggiamo ricerche pubblicate altrove, viaggiamo, compriamo, discutiamo attraverso reti che hanno dimensione almeno continentale e spesso mondiale. È difficile pensare che questa trasformazione possa non avere conseguenze linguistiche. Così come il dialetto non bastava più quando la dimensione della vita diventava nazionale, una lingua nazionale può non bastare quando la dimensione delle relazioni diventa sovranazionale.

La questione allora non dovrebbe essere se difendere l’italiano, il francese, il tedesco o qualunque altra lingua dalla contaminazione. Dovrebbe essere piuttosto quale funzione vogliamo attribuire loro. Vogliamo difenderle perché sono strumenti attraverso i quali continuiamo a pensare, scrivere, amare, ricordare? Oppure perché sono diventate un blasone, uno stemma da appendere alla porta insieme alla bandiera? Sono due cose molto diverse.

Del resto, qualcosa di simile è già accaduto al latino. Non morì improvvisamente quando nacquero italiano, francese o spagnolo. Si trasformò, generò altre lingue e, contemporaneamente, continuò per secoli a essere la lingua sovranazionale della cultura, della Chiesa, della scienza e degli uomini istruiti. Un professore di Bologna poteva parlare con uno studioso di Parigi senza che nessuno dei due rinunciasse alla lingua che utilizzava nella propria casa. Poi anche quella funzione venne meno.

Non sarebbe così sorprendente se un giorno le lingue nazionali europee seguissero, almeno in parte, una strada analoga. Non necessariamente scomparendo. Potrebbero continuare a essere le lingue degli affetti, della letteratura, della vita quotidiana, mentre un altro idioma assumerebbe sempre più la funzione che un tempo apparteneva al latino: permettere a uomini nati in luoghi differenti di capirsi. Oggi quella lingua sembra essere l’inglese. Domani potrebbe essere ancora l’inglese oppure qualcosa che non sappiamo prevedere.

E non sarebbe necessariamente una sconfitta. Una lingua serve innanzitutto a questo: far incontrare chi altrimenti non potrebbe parlarsi. Possiamo amare le parole dei nostri nonni, raccogliere i dialetti, conservare poesie, proverbi, modi di dire. Possiamo insegnarli e sottrarli all’oblio. Possiamo studiare il greco antico e il latino. E possiamo provare dolore quando scopriamo che una parola che ricordavamo da bambini non la usa più nessuno. È il lutto di cui parla Krishnan.

Ma il lutto è diverso dal culto dei morti. Forse il modo migliore di rispettare le lingue non è pretendere che rimangano ciò che erano, ma permettere loro di fare quello che hanno sempre fatto: cambiare insieme agli uomini che le parlano. Perché il contrario di una lingua morta non è una lingua antica tenuta in vita artificialmente. È una lingua nella quale qualcuno ha ancora qualcosa da dire a qualcun altro.

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Le stagioni che cadono

Tutt’intorno, le finestre perdevano i bordi,
una goccia lentamente rigava la vetrata.
La nebbia, fuori, piano addolciva la città,
le luci e le figure sfumavano nei contorni.

Aprendosi, la porta accompagnava a sé
l’odore di foglie bagnate e di aria nuova.
Lei, dall’altra parte del tavolo, era nitida,
come se niente intorno la sfiorasse.

Lui la guardava mentre rideva lieve,
il viso acceso, le mani sopra il tavolo.
E vide allora, senza averlo cercato,
gli anni che il tempo aveva frapposto.

Lei non sembrava accorgersi di nulla;
i suoi occhi correvano chiari sul mondo,
come se tutto fosse ancora intonso
e la luce avesse ancora da cominciare.

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La promessa di un colpevole

La polemica nata dalle parole di Stefano Bonaccini sul diverso comportamento elettorale a seconda del titolo di studio rischia di fermarsi alla parte meno interessante della questione: stabilire se abbia dato degli «ignoranti» agli elettori della destra. Il dato, invece, esiste: in Italia, un certo tipo di destra marcatamente “populista” ottiene consensi maggiori tra gli elettori con livelli di istruzione più bassi. E anche nelle recenti elezioni in Sassonia-Anhalt, in Germania, la distribuzione dei consensi ha seguito quella regola — almeno tra quelli che a votare ci sono andati, e pure questo meriterebbe un’analisi, magari in un altro articolo.

Non significa che il titolo di studio determini il voto o certifichi l’intelligenza. E soprattutto non significa che comprendere la complessità sia una prerogativa della sinistra. Sarebbe lungo l’elenco di quanti, non di sinistra o addirittura avversandone le soluzioni, siano comunque da ascrivere a una cultura politica capace di fare del riconoscimento dei vincoli della realtà uno dei propri tratti distintivi. La distinzione interessante, allora, potrebbe trovarsi altrove: perché persone che sperimentano problemi reali arrivano a spiegarseli in modi politici tanto diversi?

Le cause dei fenomeni sociali sono spesso astratte, lontane, concatenate. Per stare al caso tedesco, il legame tra la crisi del settore automobilistico e il voto per AfD appare solido. Ma difficilmente liberandosi dei partiti tradizionali si tornerà a vendere auto come se piovesse, in Germania e in Europa, dove ce ne sono già più di una ogni due abitanti – e pare arduo immaginare che il resto del mondo corra ad acquistare vetture premium tedesche indipendentemente dal loro prezzo, dalla concorrenza asiatica, dalle trasformazioni tecnologiche e dalle scelte compiute dagli stessi produttori.

Il capro espiatorio, invece, ha un volto e un nome. Per comprendere la stagnazione dei salari bisogna mettere insieme produttività, investimenti, rapporti di forza nel mercato del lavoro. Per attribuirla all’immigrato bastano poche parole. Il voto xenofobo, del resto, può essere forte anche dove l’immigrazione è meno presente. Nelle grandi aree urbane lo straniero può diventare il collega, il vicino, il commerciante; altrove può rimanere una figura raccontata dalla politica e dai media. Il capro espiatorio è quasi sempre molto più visibile della causa. Anche quando, paradossalmente, non lo si vede affatto.

Ma forse possiede un vantaggio ancora maggiore: trasforma un vincolo in una colpa. Per fare un esempio: quanti ne avete sentiti, in questi anni, contestare demagogicamente la “riforma Fornero”? Bene: quella riforma è del 2011. Da allora sono passati quindici anni e si sono succeduti governi e maggioranze di quasi ogni colore, compresi molti di quelli che promettevano di rimettere il popolo al primo posto; eppure il suo impianto è rimasto sostanzialmente lì.

Naturalmente si può discutere di come distribuire i costi di un sistema previdenziale, di quali categorie tutelare, di quale equilibrio cercare fra generazioni. È precisamente ciò di cui dovrebbe occuparsi la politica. Ma nessuna maggioranza parlamentare può abolire il rapporto fra lavoratori e pensionati, contributi e prestazioni, aspettativa di vita e durata della pensione. Saldi di bilancio e proiezioni demografiche non diventano falsi perché sono elettoralmente sgradevoli.

È forse questo il punto. Una democrazia non può pretendere che ogni cittadino sia un esperto. Può però funzionare soltanto se abbastanza cittadini accettano che esistano cose che non sanno e fanno lo sforzo necessario per tenerne conto quando giudicano. Perché c’è una latente contraddizione nel riconoscere al cittadino adulto la piena sovranità della decisione politica e nessuna responsabilità per il modo in cui forma quella decisione.

Il titolo di studio, allora, non dice necessariamente quanto una persona sia intelligente e tanto meno che cosa dovrebbe votare. Può però indicare, insieme a molti altri fattori, una maggiore familiarità con alcuni strumenti: leggere informazioni complesse, mettere in relazione cause diverse, confrontare fonti, riconoscere ciò che non si sa. Strumenti che non appartengono a una parte politica e che nessuna laurea garantisce di utilizzare.

Il problema comincia quando alla difficoltà di comprendere si sostituisce la promessa che non ci sia nulla da comprendere. La politica deve semplificare. Non possiamo conoscere un modello attuariale prima di avere un’opinione sulle pensioni, studiare epidemiologia prima di discutere di sanità pubblica o diventare economisti industriali per preoccuparci del futuro dell’automobile europea. Ma c’è differenza fra semplificare una spiegazione e semplificare la realtà. La prima operazione rende la complessità accessibile. La seconda la cancella.

Ed è allora che il colpevole diventa politicamente più utile della causa. Una causa bisogna comprenderla e, spesso, non possiamo eliminarla: possiamo soltanto governarne le conseguenze. Un colpevole, invece, possiamo indicarlo, combatterlo, espellerlo, mandarlo a casa.

Il vincolo non si può sconfiggere. Il colpevole sì. O almeno così si può promettere.

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Ancora qualcosa da dire

Lo sciabordio dell’acqua riempiva l’aria,
e il sole in mille schegge sulle onde.
Seduti, senza fretta, dove la terra cede,
come se il giorno non dovesse andare.

Lui si alzò, guardando l’orizzonte.
«Io non so più restare», disse piano.
Lei lo guardò, il volto ancora immobile.
Solo le mani si strinsero più forte.

Avrebbe avuto ancora qualche cosa
da dire, forse una parola sola.
Ma quella voce non trovò la strada,
e le onde continuarono contro riva.

Più tardi lui avrebbe conosciuto
ciò che quel giorno ancora non sapeva.
Da allora, in ogni acqua quasi ferma,
ritorna il suono di quel non restare.

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Libero merluzzo in libera Islanda. Panico da Washington a Pechino

Il voto islandese sull’Europa potrebbe sembrare una faccenda di merluzzi. Non lo è, o almeno non soltanto. La consultazione ha mostrato una netta frattura territoriale: Reykjavík più favorevole alla riapertura dei negoziati con l’UE, le aree rurali orientate verso il no. Una geografia che ricorda quella della Brexit: Londra per il remain, la campagna per il leave. Tra le ragioni dell’opposizione islandese ci sono questioni concrete: sovranità, agricoltura e soprattutto controllo della pesca. I merluzzi, appunto.

La pesca è una componente essenziale dell’economia islandese e qualsiasi trattativa europea dovrebbe tenerne conto. Ma c’è una domanda che viene prima: qual è la scala sulla quale stiamo osservando il problema? L’Islanda conta circa 400.000 abitanti. Un paio di quartieri di una megalopoli asiatica. Non si tratta di irridere il pescatore che vuole difendere le proprie quote. Si tratta di chiedersi se un paese di quelle dimensioni possa immaginare il proprio futuro soprattutto attraverso il controllo nazionale dei suoi mari, mentre cambiano rapporti geopolitici, clima, rotte artiche, tecnologia, mercati e catene commerciali. Il mondo esiste indipendentemente dal modo in cui decidiamo di rappresentarcelo.

La questione islandese diventa più interessante se guardata attraverso la storia europea. Nell’Ottocento l’Europa non era una parte marginale del sistema internazionale costretta a difendersi dalla globalizzazione. Ne era il centro. La prima grande globalizzazione moderna fu europea: europei i capitali, le grandi potenze commerciali e navali, gli imperi coloniali, molte delle tecnologie e delle istituzioni finanziarie che organizzavano l’economia mondiale.

È difficile, quindi, sostenere che il nazionalismo europeo sia nato soltanto come reazione alla globalizzazione. Quella globalizzazione non veniva subita dall’Europa: era in buona parte prodotta dall’Europa e a suo vantaggio. Né Cina, India e Stati Uniti avevano ancora il peso globale che hanno oggi, tale da spiegare la chiusura nazionale come reazione a grandi concorrenti esterni. Il processo fu in larga misura endogeno.

Naturalmente, bisogna distinguere. Il nazionalismo delle indipendenze e delle unificazioni non coincide con quello aggressivo della fine del secolo. Per molti popoli la nazione fu uno strumento di emancipazione dagli imperi dinastici. Ma, progressivamente, da principio di autodeterminazione divenne unità di competizione.

Berlino, Parigi, Londra, San Pietroburgo, Vienna, Roma potevano considerarsi grandi potenze perché lo erano ancora. Nessuna aveva ragioni evidenti per riconoscere che la scala nazionale sarebbe presto diventata insufficiente. L’Europa nazionalista, del resto, non si disinteressò del mondo. Fece il contrario: continuò a conquistarlo, colonizzarlo, spartirselo e contenderselo. Non seppe però pensarsi politicamente alla stessa scala alla quale esercitava il proprio potere.

Mentre le potenze europee competevano tra loro, fuori dal continente crescevano entità politiche ed economiche di dimensioni diverse. Gli Stati Uniti passarono da repubblica periferica a potenza industriale continentale. La Russia, poi Unione Sovietica, rappresentava un’altra dimensione continentale.

Per stabilire quale delle sue nazioni dovesse prevalere, l’Europa impiegò la prima metà del Novecento a distruggere la potenza che tutte insieme ancora possedevano. Nel 1945 il risultato fu evidente. Francia e Regno Unito avevano vinto la guerra, ma ne uscivano ridimensionate. Germania e Italia erano sconfitte. Gli imperi coloniali cominciavano a dissolversi. Il continente che pochi decenni prima decideva una parte enorme degli affari del pianeta si ritrovava tra due superpotenze. Una a ovest dell’Atlantico, l’altra a est dell’Europa.

La Seconda guerra mondiale non segnò quindi soltanto la sconfitta dell’Asse. Mostrò anche che la dimensione dello Stato nazionale europeo non bastava più a esercitare una potenza globale. L’integrazione europea del dopoguerra può essere letta anche come risposta a questa scoperta. Non soltanto come superamento dei nazionalismi o strumento per impedire un’altra guerra franco-tedesca, ma come tentativo di recuperare insieme una capacità d’azione che gli Stati europei stavano perdendo separatamente.

Schuman, Monnet, Adenauer, De Gasperi appartenevano alla generazione che aveva visto dove conduceva la competizione tra gli Stati europei e la loro perdita di centralità. Integrare non significava abolire le nazioni. Significava riconoscere che alcune cose non potevano più essere governate alla loro scala.

Da qui una distinzione che vale ancora oggi. La sovranità non è soltanto il diritto di decidere. È la capacità di fare in modo che la propria decisione produca effetti. Uno Stato può conservare tutte le proprie competenze e avere pochissimo potere sulle condizioni nelle quali le esercita. Quanto può decidere, da solo, un paese europeo sulle piattaforme tecnologiche americane, sulle materie prime, sui mercati finanziari, sull’intelligenza artificiale, sulla sicurezza, sull’energia, sul clima, sulle politiche commerciali di Stati Uniti e Cina? Riportare una competenza entro un confine nazionale aumenta la sovranità formale. Non necessariamente quella effettiva. A volte accade il contrario.

Del resto, l’Islanda già partecipa al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo ed è dentro Schengen: anche restare fuori dall’Unione significa, per lei, restare dentro una fitta rete di integrazione europea. Ed eccoci di nuovo ai merluzzi. Il pescatore islandese vede un interesse reale: tutelare la pesca e le risorse marine dalle quali dipende una parte dell’economia nazionale. Ma vedere qualcosa non significa vedere tutto ciò che serve per comprenderla. L’Islanda può decidere di non riprendere i negoziati con l’Unione europea e, naturalmente, di non entrarvi. È una scelta legittima. Non può decidere di essere un paese di quattrocentomila abitanti in un mondo meno interdipendente. Non può votare affinché Stati Uniti, Cina e India siano più piccoli. Né affinché il cambiamento climatico risparmi l’Artico. Può decidere quale politica adottare davanti ai fatti. Non quali siano i fatti. E i fatti hanno la testa dura.

Il problema non è dunque scegliere necessariamente l’Europa contro la nazione; è scegliere la scala sulla quale osservare il problema. Il pescatore islandese vede il merluzzo. Deve vedere anche l’Atlantico. Il sovranista vede che Bruxelles limita alcune decisioni nazionali. Deve però chiedersi quanto Washington, Pechino, i mercati e le grandi imprese tecnologiche possano limitarle senza approvare neppure un regolamento. Ciò che appare come perdita di sovranità può essere il prezzo per recuperare capacità d’azione. E ciò che appare come riconquista della sovranità può ridursi al diritto di prendere, da soli, decisioni sempre meno rilevanti.

C’è infine un’ironia storica difficile da ignorare. Nell’Ottocento gli Stati europei potevano credere nella propria autosufficienza proprio perché erano ancora al centro del mondo. Il nazionalismo crebbe mentre l’Europa dominava il sistema internazionale. La prima metà del Novecento e il nuovo ordine del 1945 mostrarono il limite di quell’illusione. Oggi recuperiamo la stessa idea dopo aver già scoperto che non basta. Abbiamo alle spalle due guerre mondiali, la perdita degli imperi, il 1945, la Guerra fredda, l’ascesa della Cina, l’emergere dell’India e ottant’anni di integrazione europea. Nessuno può votare per riportare il mondo al 1870.

La prima volta potevamo almeno invocare l’ignoranza del risultato. La seconda no. Conosciamo la strada. È questo che rende singolare la decisione di ripercorrerla.

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Qualcosa di nuovo

Piano, versava il vino nel calice,
attenta come in ogni suo gesto.
Lui guardava le mani e il capo chino
come si guarda qualcosa di nuovo.

La sera aveva scelto il posto giusto,
le voci, gli alberi, la luce ancora.
Non c’era niente che chiedesse altro,
niente che avesse voglia d’andar via.

Eppure gli tornò quella distanza
che certe volte prende le persone:
essere lì, sapere di star bene,
e avere altrove tutta l’attenzione.

Alzò il bicchiere e gli sorrise;
sorrise anche lui, senza mentire.
Era felice. O quasi. Ed era questo
che non si era mai davvero perdonato.

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