Daniel Immerwahr, nel suo articolo sulla guerra scatenata dalla Casa Bianca contro l’Iran e sulla svolta della politica estera americana, per il numero del New Yorker in edicola lo scorso 23 marzo, scrive: «This was never meant to be a fair fight. […] The world’s most powerful military exists in his (di Trump) hands not to impose order but to lash out». È un’osservazione che colpisce. Non perché sorprenda, ma perché dice apertamente ciò che da tempo è evidente.
L’articolo di Immerwahr parla di un caso specifico, l’attacco all’Iran, condotto con una superiorità schiacciante e senza un vero piano politico per il dopo. Ma la questione che solleva è più ampia. Ed è da lì che vale la pena partire. Il punto non è la forza americana. Non lo è mai stato. Gli Stati Uniti restano, di gran lunga, la prima potenza militare del pianeta. La loro capacità di colpire ovunque, con precisione e continuità, non è in discussione. Nessuno, oggi, mette in dubbio questo dato. Eppure, proprio qui sta il nodo.
Per decenni, la forza militare americana non è stata solo uno strumento. È stata parte di un sistema più ampio: un insieme di alleanze, istituzioni, linguaggi e aspettative che facevano degli Stati Uniti non solo una potenza, ma un riferimento. Anche per chi li contestava. Questo è ciò che si intende, in fondo, quando si parla di egemonia: non semplicemente il predominio, ma la capacità di farlo apparire naturale.
Anche nelle sue espressioni più dure — dalla guerra in Iraq alla rete di interventi indiretti della Guerra fredda —, l’America ha sempre sentito il bisogno di giustificarsi. Di costruire un linguaggio: democrazia, sicurezza, diritti, stabilità. Era un linguaggio spesso ipocrita, talvolta manipolatorio. Ma era necessario. Perché senza quel linguaggio, la forza resta forza. E basta.
È qui che la rottura di Donald Trump diventa decisiva. Non tanto per l’uso della forza — che non è una novità nella storia americana — quanto per il modo in cui essa viene separata da qualsiasi architettura di senso. Immerwahr lo dice con precisione: «This isn’t hegemony; it’s a hit-and-run».
Non è più egemonia, ma colpisci e vai. Non costruzione di ordine, ma gesto. Trump insiste sulla potenza muscolare degli Stati Uniti come se fosse ancora sufficiente a definire il loro ruolo nel mondo. Ma questa insistenza tradisce, in realtà, una perdita. Perché la forza militare americana non è mai stata messa in dubbio. Ciò che è in discussione è la sua capacità di produrre riconoscimento. E senza riconoscimento, non c’è egemonia.
Questo è già visibile. L’Europa resta formalmente dentro l’orbita atlantica, ma da tempo oscilla tra allineamento e autonomia. Non è una rottura, ma è una trasformazione: il centro non è più indiscusso, e proprio per questo va continuamente negoziato. Fuori dall’Occidente, il quadro è ancora più chiaro. Gran parte delle economie emergenti — dall’Asia all’Africa, fino all’America Latina — non guarda più agli Stati Uniti come riferimento principale. I flussi commerciali, gli investimenti infrastrutturali, le nuove reti finanziarie indicano un altro baricentro: la Cina.
Non è una scelta ideologica. È una dinamica. Quando l’influenza si sposta, si spostano anche le relazioni. È questo il rischio sistemico: non una sconfitta militare — ipotesi oggi remota —, ma una progressiva perdita di centralità. Se non si riconosce più agli Stati Uniti la capacità di definire il quadro entro cui gli altri si muovono, allora quel quadro verrà definito altrove. Non necessariamente contro Washington, ma senza Washington. È qui che la differenza tra le amministrazioni precedenti e quella di Trump diventa strutturale.
Le prime, pur tra errori e contraddizioni, operavano ancora dentro un orizzonte: quello di un mondo da organizzare. Trump, invece, sembra muoversi in un mondo da colpire. È una differenza che può apparire sottile, ma non lo è affatto. Perché l’egemonia — con tutte le sue ambiguità — funziona anche come limite. Impone calcoli, trattative, giustificazioni. Costringe a pensare le conseguenze. A mantenere, almeno formalmente, una coerenza. La sua erosione libera energia, ma elimina i vincoli. E una potenza senza vincoli, anche quando resta la più forte, smette di essere un ordine. Diventa instabilità.