Restiamo umani, per favore e davvero

Il 17 marzo del 2020, per la prima volta nella sua storia, il santuario di Lourdes chiuse le porte ai fedeli. La motivazione di quella scelta, com’è facile capire, fu legata alle esigenze di contenimento della pandemia da Covid-19. Di quella decisione, la sintesi perfetta l’ho trovata in una vignetta (peraltro di un amico, e questo mi piace non poco). Sul suo Urlo Grafico, in quel giorno di quasi due anni fa, Fabrizio Piumatto disegnava la figura della statua della Vergine del santuario pirenaico con appeso al collo il cartello multilingue «Fermé – Chiuso – Closed – Cerrado».

Sul suo Caffè di venerdì scorso, Gramellini racconta la storia di una donna sassarese, al quinto mese di gravidanza, rimandata indietro dal Pronto Soccorso del locale ospedale perché sprovvista dell’esito del tampone negativo (che, data l’urgenza dei motivi che l’avevano spinta a ricorrere alle cure mediche, non si era premurata di fare), con l’invito a ritornare dopo il test. Il decorso non è stato felice, ma chiarisco subito, come fa pure Gramellini, che lo stesso esito triste, dati soprattutto i tempi fra i due eventi, non è collegato con quanto successo in ospedale. E aggiungo, anche in ciò unendomi al giudizio della firma del Corriere, che qualsiasi critica ai sanitari nello svolgimento del loro lavoro, in un periodo di pressione come questo, sarebbe ingenerosa. «Però», scrive nel suo corsivo Gramellini a proposito della vicenda accaduta in terra sarda, «questa storia racconta cosa siamo diventati: l’emergenza perenne ci sta mangiando la testa e il cuore. Sono due anni che la paura del contagio domina ogni nostro pensiero, cancellando tutto il resto, e tutto il resto si chiama vita».

E si chiama vita anche quella contenuta nei suoi aspetti apparentemente più lontani dalla dimensione terrena, come possono, appunto, essere le manifestazioni religiose (e che nascono da bisogni e sentimenti umani, troppo umani). Ecco perché leggere le parole sul giornale di venerdì m’ha rimandato al ricordo della vignetta del mio amico. O alle pagine di un breve saggio recente di Bernard-Henri Lévy: «Lo spettacolo di un sommo pontefice, erede del “Non abbiate paura” di Giovanni Paolo II e abituato in prima persona all’esercizio eminentemente cattolico del bacio ai malati febbricitanti, eczematosi o lebbrosi delle favelas di Buenos Aires, che si distanzia dal popolo cristiano, comunicando solo via Internet, e ordina lo svuotamento delle acquasantiere e fa la sua Va Crucis, sul sagrato della basilica, in una piazza San Pietro deserta. Cancellata, l’immagine ebraica del Messia in attesa, alle porte di Roma, in mezzo agli scrofolosi. Dimenticato, il bacio di Gesù al lebbroso che, da Flaubert a Mauriac, ha ispirato tante belle pagine. Nel dimenticatoio Violaine, “la giovane ragazza pura” di Claudel; se egli scrivesse oggi L’annuncio a Maria, se osasse santificare questa luminosa eroina, che bacia di proposito un lebbroso e rinasce da questo bacio, passerebbe per irresponsabile, per un criminale che va contro la società, per un cattivo cittadino» (B.-H. Lévy, Il virus che rende folli, ed. La nave di Teseo, 2020, trad. it. A.M. Lorusso, pag. 76). Per non parlare del patrono nazionale di questo Paese, quel San Francesco d’Assisi che proprio nell’abbraccio col malato contagioso, con il lebbroso, scopre Cristo e la sua vocazione.

Chiameremmo ancora santo, chi oggi invitasse con l’esempio, ad abbracciare i malati?

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Tanto, quanto costa chiudere una scuola?

«Scuola, è dietrofront: “Se c’è un positivo quarantena per tutti”», titolava ieri l’edizione online di Repubblica. E con un tono cadenzato quasi a ricordare i bollettini telegrafati d’un tempo, l’articolo di Michele Bocci spiegava nelle prime battute: «Stop al protocollo sulla scuola che prevede di non mettere in quarantena l’intera classe quando c’è un solo caso e quindi ritorno alla Dad. L’aumento dei contagi, cresciuti del 25% nell’ultima settimana, e i timori legati alla variante Omicron suggeriscono cautela nelle classi e così ministero alla Salute e Regioni decidono di bloccare una novità introdotta appena poche settimane fa. Ieri sera una circolare ha bloccato le indicazioni sulla gestione dei casi a scuola». In serata, poi, la contro-retromarcia, nel senso che il Governo pare vorrebbe mantenere la regola per cui, con un solo positivo per classe, non scatterà automaticamente la didattica a distanza. Ora, io non so quale decisione sia giusta o meno (anche se, a giudicare dalla repentinità con cui vengono assunte e rinnegate, nemmeno chi è titolato a prenderle dà l’impressione di poter rassicurare a riguardo), però, non so come dire, ho l’impressione che quella della chiusura delle scuole stia diventando una reazione immediata, motivata più dall’idea di dare a intendere o credere di star facendo qualcosa che in virtù degli esiti effettivi della scelta presa. Senza parlare dei costi, ovvio. Andiamo con ordine.

Finito il primo lockdown generalizzato, nel maggio del 2020, mentre tutto era riaperto, le scuole rimasero chiuse. Era per la loro riorganizzazione, si disse; va bene. Alla ripresa autunnale, molti territori iniziarono dopo, perché i contagi risalivano a causa, si spiegò, delle discoteche aperte (che poi queste le avessero aperte gli stessi che tenevano chiuse quelle, si evitò di precisarlo). A un certo punto riaprirono, a singhiozzo, con fermi periodici, Dad a settimane alterne, eccetera, eccetera, eccetera. Oggi siamo al punto in cui siamo, sintetizzato dalla confusione a cui rimandano le due notizie di ieri che citavo poco sopra, dopo aver vaccinato gli insegnanti per primi e tanti, tantissimi alunni, almeno fra quelli sopra i dodici anni di età. Giusto? Sbagliato? Ripeto, non ho strumenti per dirlo. Però chiedo: avete mai visto un supermercato chiudere per un caso di positività fra i lavoratori? E una fabbrica? Una banca? O nessuno lì si è mai infettato, oppure la diversità di decisione ha una differente natura (e no, non vale come motivazione il fatto che gli studenti si “ammassino” più e più frequentemente dei bancari o delle cassiere, perché vi sono mansioni e luoghi di lavoro, fra quelli mai chiusi, dove la locuzione «a stretto contatto di gomito» non è affatto una metafora). E credo, come accennavo poco sopra, che tale diversità sia dovuta a un’errata, parziale e sinceramente miope valutazione dei costi fatta nelle varie fasi del processo decisionale.

In sintesi, si ha la sensazione che la scuola venga chiusa con maggiore facilità perché se ne stimi di meno l’importanza. «Tanto», pare essere il ragionamento, «chi ha voglia di studiare, i libri li apre pure da casa, collegato attraverso un pc con gli insegnanti». Appunto, chi ha voglia. Chi ha i libri a casa e un pc disponibile. Chi ha una casa adeguata e un ambiente famigliare favorevole. Ma gli altri? Pazienza, evidentemente. Che questa sottovalutazione si legga a destra, dove al massimo si protesta perché le famiglie, a scuole chiuse, non hanno un posto dove lasciare i figli per andare al lavoro, perché è a questo che riducono la scuola, è nell’ordine delle cose che possono accadere, se le voci maggioritarie in rappresentanza di quella parte politica sono quelle che abbiamo qui e ora. Che arrivi da sinistra, però, mi stupisce e mi amareggia: non cogliere quanto siano e siano stati discriminanti e disegualitari i lunghi mesi di scuole chiuse e didattica a distanza è davvero disarmante e mortificante, rispetto alla stima e alle speranze che nelle forze politiche progressiste si possono riporre, se non altro relativamente ai loro attuali protagonisti più in vista.

La stessa sottovalutazione, poi, mi sembra sostenga alcune risposte tipiche a vari percorsi di cambiamento del sistema scolastico che si potrebbero attuare, a partire dal prolungamento delle aperture al pomeriggio o in alcuni mesi estivi per effettuare e far svolgere ai ragazzi, in questo tempo-scuola incrementato, attività ed esperienze che per molti di loro altrimenti sarebbero impossibili e negate. Anche qui, la reazione appare inspiegabilmente chiusa, supportata da una malintesa sindacalizzazione del corpo insegnante e che, e fa male dirlo, suona più come una rivendicazione corporativa che non quale piattaforma sindacale.

E in queste considerazioni a ribasso della scuola e delle sue funzioni, delle sue potenzialità e delle proprie risorse, navigano, meglio, sguazzano, come si fa quando l’acqua è poca, politicanti e amministratori di vario orientamento e cultura, da ministri pronti a serrare gli usci degli istituti al primo battito di omicron, ai sindaci con l’ordinanza già scritta al solo palesarsi del simbolino della neve sull’app dello smartphone, figuriamoci all’incremento potenziale dei contagi nella regione limitrofa, ai presidenti che si vogliono governatori dalla faccia feroce (e il maligno ammiccamento elettoralmente interessato agli operatori del settore), incuranti del fatto che le loro restrizioni alla frequenza di aule, laboratori e biblioteche incidano in maniera fortemente negativa sul futuro della popolazione di cui sarebbero chiamati a curare gli interessi.

Ma sì, va; in fondo, quanto costa chiudere una scuola?

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«Bisogna saper scegliere in tempo».

«Non arrivarci per contrarietà». Continua così Eskimo di Guccini, dopo il verso che fa da titolo a questo post. Ed è esattamente quello che mi viene in mente, leggendo tutte le critiche che da un po’ di tempo arrivano a Renzi da parte di quelli che, appena qualche anno fa, lo disegnavano quale il miglior politico che l’Italia avesse avuto, almeno dai tempi migliori della sua storia repubblicana.

In quelle condanne comuni al Renzi di oggi, però, sento il riverbero dell’identico conformismo che animava gli osanna collettivi allo stesso di ieri. Pessime sono quelle degli ex amici, di quanti l’han supportato, a parole o nei fatti, convintamente d’accordo sulla sua visione del Paese e della società. Peggiori, mi si permetta di dirlo, quelle di chi, non amandolo, lo ha sostenuto non perché con lui d’accordo su qualcosa, non perché vedesse nella sua azione di governo il dispiegarsi di idee positive, ma perché, e solo perché, con lui si vinceva (o nutriva la speranza che così potesse essere). Se per i primi posso ricorrere alle pagine di tanta letteratura in materia, per i secondi ne trovo poche, se non rovistando fra quelle che raccontano i periodi meno commendevoli della vicenda umana.

Ora non sto difendendo Renzi, ma nemmeno riesco a unirmi al rancore corale dei tanti che, adesso e solamente adesso, ne scoprono limiti, pecche e difetti, proprio perché non mi associai al canto entusiasta o interessato che gli stessi intonarono allora. Oggi e solo oggi, il nostro, è interessato al potere, tanto da prospettare la caduta di esecutivi che formalmente sostiene, o non fu così pure con Letta, ben prima di Conte, con voto unanime (non lo era, ma se ricordassi qui i nomi di quelli che non si adeguarono all’epoca, potrei dare l’impressione d’esser animato da partigianeria) della direzione del Pd? Solo adesso si vedono i risvolti di desta nelle politiche che ha in mente? O non c’erano forse già tutti e prima, nel jobs act, nell’attacco ai capisaldi dello Statuto dei lavoratori, nella Buona scuola, con tanto di chiamata diretta dei presidi, nel Piano casa, con le risposte securitarie, patrimonio della reazione più dura, in tema di taglio delle utenze e negazione dell’accesso alla residenza per i costretti all’occupazione senza titolo di immobili vuoti, nel piano per le “grandi opere” che piacevano tanto ai governi del Caimano, nella torsione governista dell’assetto dello Stato, un tempo terreno esclusivo di quelli che guardavano al presidenzialismo forte, nella riduzione degli spazi di partecipazione e scelta attraverso una legge elettorale e modalità di individuazione dei rappresentanti quale soluzione retriva ai problemi della politica e dei partiti, eccetera, eccetera, eccetera?

Che poi, Caimano. A Berlusconi piace persino il reddito di cittadinanza, al di là delle problematiche spicciole di gestione e ruberie e perché, dice il già cavaliere, «gli importi che sono finiti a dei furbi che non ne avevano diritto, sono davvero poca cosa rispetto alle situazioni di povertà che il reddito è andato finalmente a contrastare»; è Renzi che lo odia nelle fondamenta ideologiche e lo vede come il «reddito di criminalità» , tanto da avversarlo adesso e non averne mai creato uno vero e migliore negli anni del suo governo.

Senza che i critici attuali, su tale mancanza, al tempo eccepissero.

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Il quarantennale sulla ricostruzione, nel senso della legge

Del 23 novembre del 1980, su questo spazio, più volte se ne sono ricordati alcuni momenti. I miei, certo, i ricordi e le sensazioni, i dettagli. I fatti e i numeri della catastrofe li sapete, e fanno male tutti. I bambini nella chiesa di Balvano, il nulla di polvere e detriti nell’abitato antico di Castelnuovo di Conza, le case sventate di Sant’Angelo dei Lombardi: novanta minuti di scossa, quasi tremila morti, centinaia di paesi colpiti. E trecentomila sfollati.

Il 1981, poi, fu l’anno della ricostruzione. O meglio, l’anno della legge sulla ricostruzione. Negli anni, son successe tante cose. Di molte si è letto tanto, e poche volte è stata una lettura piacevole. All’emozione per il dolore condiviso e alla spontaneità dei soccorsi, sono seguite pagine poco edificanti, nel ruolo delle istituzioni e nei comportamenti dei singoli. E persino quando quella ricostruzione si fece, e se ne fece tanta, l’impressione è che i fondi furono spesi con un’idea di sviluppo che già allora mostrava la corda, il fiato corto. Pochi furono i progetti con uno sguardo largo e comprensivo di diversi e differenti ambiti, quasi nulli quelli in campo sociale e culturale, nessuno (e ho purtroppo poco timore d’esser smentito) di respiro più ampio della durata del finanziamento stesso. E vedemmo lo sviluppo; che fu effimero, come quei «bivacchi di fuochi che dicono fatui/ che non lasciano cenere, non sciolgon la brina».

È probabile che, qualora un diverso tipo di intervento fosse stato attuato, il risultato finale non si sarebbe, nei fatti e negli effetti, discostato da quello che comunque si è avuto. Ma nemmeno si provò a farlo. E anzi, se all’epoca si fosse detto che quello non era il modello migliore, che quegli interventi tutti nuove costruzioni e consumo di suolo non erano il migliore dei modi possibili, di sicuro si sarebbe stati additati quali “nemici dello sviluppo”. Già, lo sviluppo.

L’età che ho ora e il tempo che da allora è passato mi aiutano a superare il rancore, ma non leniscono la tristezza per i ricordi di quelle terre che sempre segnavano il paesaggio. E la tragedia del ricordare è sempre legata al fatto che non son tutti brutti o tutti belli i ricordi che si hanno. I prefabbricati leggeri che si facevano borgo ai margini delle città, con tanto di trattorie da frequentare per la qualità indiscussa delle pietanze, i container divenuti casa, per anni, di amici e parenti, le gru, le ruspe, i carrelloni a due o più assi che venivan buoni, e ce n’eran tanti, per farci persino i carri a Carnevale.

E quel tavolo in cucina che trema, e le scale a rotta di collo, e il sedile posteriore della Kadett di papà, e le braccia di mamma e una coperta verde per scacciare via la paura e il freddo di una notte d’autunno inoltrato, di quarantuno anni fa, di un bambino che ignorava ancora la fortuna avuta in quella domenica sera, e quanto, poco più in là del profilo oscuro dei monti oltre il parabrezza, fosse vero e duro il dolore vissuto da altri come lui.

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«Il partito dei risentiti»

«Proprio la liquidazione aprioristica di ogni alternativa, tacciata di deriva autoritaria, o percepita come illusione chimerica, apre le porte alla compensazione fantasmatica del risentimento che, con un colpo di bacchetta magica, immagina di dominare i dominatori. Sotto questo aspetto il risentimento è una rivolta sottomessa. Si riduce infatti a un tentativo, a sua volta alienato, di superare l’alienazione, una scorciatoia per rovesciare i rapporti di forza. La scintilla della rivolta si accende e si spegne in pochi attimi. La coscienza fugace del dissenso lascia il posto al conteggio dei benefici immediati. Il risentito finisce così per accettare il mondo che vorrebbe esorcizzare e, a dispetto di tutto il suo orgoglio rancoroso, si sottomette al sistema odiato, si umilia rendendo un omaggio mal dissimulato a quei valori egemoni che pretendeva freneticamente di invertire. La metamorfosi ultima è il passaggio dall’animosità intransigente alla rassegnazione amara o, secondo la sorte più o meno benevola, all’acquiescenza dimentica e spensierata. Ecco perché il partito dei risentiti è destinato a erodersi e scindersi continuamente a causa delle ripetute defezioni, dei calcoli interessati».

Così Donatella Di Cesare, nel suo Il complotto al potere (edizioni Einaudi, 2021, pag. 54). E in effetti, sembra spesso effettivamente quello, un partito di risentiti, ciò che protesta contro non sai bene cosa, che s’industria a inventare scenari complottistici per ogni singolo accadimento, che ha risposte sempre pronte e le più varie e contorsionistiche, per fatti che, a guardarli con serenità, nascondono ben poco su quello che sono. Ma più di ogni altra cosa, quello che non mi spiego è un aspetto differente di questo fenomeno. Concordo con la Di Cesare quando li definisce risentiti: ma m’interrogo sul perché, sul motivo per il quale lo siano. E sinceramente, in fondo e per questioni davvero importanti, non riesco a trovare ragioni per questo sentimento.

Nelle scorse settimane, siamo stati colpiti al cuore dalla foto del piccolo Mustafa, il bambino profugo siriano nato senza arti in per gli effetti diretti e indiretti del gas nervino ha investito la madre in gravidanza durante un bombardamento nella guerra siriana, tenuto in braccio dal padre, Munzer El Mezhel, anch’egli privo di un arto, e scattata da Mehmet Aslan in un campo profughi in Turchia. I due, nella foto, sorridono. Poi ho visto le immagini dei vari cortei dei giorni scorsi: rabbia, volti tirati, rievocazioni senza criterio dei periodi peggiori della storia dell’umanità, insultanti paragoni fra la situazione di oggi e quella di allora. Risentimento, appunto. Per cosa? Non credete che Munzer e Mustafa e la loro famiglia abbiano qualche ragione in più? Eppure, loro, in quella foto, sorridevano, e con quel sorriso parlavano al mondo intero di speranza. Di cosa parlano i volti tristi e truci visti nelle nostre comode piazze?

Non saprei dirlo. E temo anche altro. Sempre Donatella Di Cesare, questa volta in un articolo sulla Stampa del 12 ottobre, a proposti delle manifestazioni che portarono all’assalto alla sede romana della Cgil: «In piazza a Roma erano migliaia, non una minoranza scalmanata, bensì la punta dell’iceberg che va emergendo: un serbatoio losco, una riserva di pulsioni identitarie, negazioniste e complottiste, la fucina della destra che durante la pandemia si è ampliata e consolidata. Non è gente spinta dai disagi economici o dalla rabbia sociale. Chi ha problemi di lavoro, di casa, di sopravvivenza non ha tempo né energie per scendere in piazza contro il vaccino. Perché di questo si tratta – il pass è solo un velo ipocrita. Questa fucina, che pullula di impulsi oscuri, di risentimenti etno-egoici, di rivendicazioni vittimarie, è costituita da una parte cospicua della popolazione. Non centinaia di migliaia, bensì – come indicano le statistiche sui vaccini – qualche milione. È questa, per vocazione, la fucina della reazione. E forse dovrebbe allarmare anche più di Forza Nuova. Perché finora mancano gli strumenti di analisi e, anzi, manca proprio una riflessione su questo fenomeno che non si può liquidare con due battute, ricorrendo a vecchie e inservibili categorie politiche».

Penso anch’io lo stesso, di quelle categorie; però non saprei ancora indicarne di nuove.   

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Una splendida notizia

«Ma quando seppe che ero medichessa, rimase zitto; e il vice-questore mi rispose in tutt’altro tono. “La malaria, – mi disse – c’è dappertutto. Potremmo trasferire suo fratello, se lo desidera, ma troverebbe le stesse condizioni che a Gagliano. […] Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletrici per la fame; i capelli pieni di pidocchi e le croste. Ma la maggior parte avevamo delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria. Le donne, che mi vedevano guardare per le porte, m’invitavano a entrare: e ho visto, in quelle grotte scure e puzzolenti, dei bambini sdraiati in terra, sotto delle coperte a brandelli, che battevano i denti dalla febbre. […] Continuavo a scendere verso il fondo del pozzo, verso la chiesa, e una gran folla di bambini mi seguiva, a pochi passi di distanza, e andava a mano a mano crescendo. Gridavano qualcosa, ma io non riuscivo a capire quello che dicessero in quel loro dialetto incomprensibile. Continuavo a scendere, e quelli mi inseguivano e non cessavano di chiamarmi. Pensai che volessero l’elemosina e mi fermai: e allora soltanto distinsi le parole che quelli gridavano ormai in coro: “Signorina, dammi ’u chinì! Signorina, dammi il chinino!”. Distribuii quel po’ di spiccioli che avevo, perché si comprassero delle caramelle: ma non era questo che volevano, e continuavano, tristi e insistenti, a chiedere il chinino».

Le parole di sopra sicuramente le avrete riconosciute, se non da altro, da quel «Gagliano». Sono il racconto che la sorella fa a Carlo Levi del suo giro per Matera, fra miseria e, appunto, malaria. Per questo, ieri mattina, quando ho letto la notizia del via libera alla somministrazione del primo vaccino antimalarico per i bambini, ho pianto. E no, non è un modo di dire. Le emozioni non si spiegano, né si possono davvero raccontare. Si può però dire quello che si è provato, se non altro tentare di farlo. Ebbene, quella notizia m’ha serrato la gola, fermato il fiato, riscaldato le guance. La malaria uccide ogni anno centinaia di migliaia di persone, bambini soprattutto, in Africa particolarmente. Come quelli che chiedevano «’u chinì», esattamente come loro, con le facce gialle e patite. E sì, non lo nascondo; ho pianto, per quelli di oggi, per quelli di ieri.

Ora immagino che, anche in questo caso, ci potranno essere vari oppositori alla vaccinazione diffusa, magari pronti a parlare di esperimento di massa, per di più cercando l’empatia parlando di bambini utilizzati come cavie. Bambini dei quali, morenti a centinaia di migliaia all’anno, a loro non è mai importato nulla. Per quei bambini io oggi sono felice. E pure per quelli che seguivano la sorella di Levi e che il tempo e la storia, nella quasi totalità, han consegnato ormai alla polvere.

Se ne trovaste di essi qualcuno in vita, son sicuro, come me piangerebbe, come me gioirebbe.

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Per i beni essenziali della vita

«Sì, parli bene, tu. Perché puoi usare poco la tua vecchia auto. E se io devo farci molti chilometri, e non ho i soldi per prenderne una nuova, come faccio? Come vedi, i sacrifici ricadono ancora sui più poveri, mentre i ricchi già hanno l’ibrida plug-in da 300 cv, che paga persino meno di bollo rispetto alla mia e nessuno la ferma nei giorni con alte concentrazioni di polveri sottili. Democratico, certamente». Così un commento al mio articolo dei giorni scorsi. E mi colpisce nel vivo. No, non perché non ci avessi pensato; perché è vero. È vero che io ho la fortuna di poter usare poco l’auto, è vero che i poveri sono quelli che, anche in questo caso, pagheranno per primi e di più.

Tutto vero. Dopotutto, però, è vero anche che ogni rinuncia per la salvaguardia dell’ambiente sarebbe una rinuncia che graverebbe, di più e per prima, sui poveri. Se l’intera società dei consumi, che tanta parte ha nella situazione drammatica che quell’ambiente naturale sta subendo, dev’essere rivista al ribasso o abbandonata, almeno nella prima fase questo costerà nelle tasche delle fasce più povere. Il consumismo, in fondo, è l’altro aspetto dell’accesso ai beni e ai prodotti dell’industria da parte dei meno abbienti; i ricchi vi accedevano già prima. Se per ridurre l’inquinamento dobbiamo restringere il consumo di quei beni, prodotti e servizi su larga scala, saranno inevitabilmente quelli appannaggio dei ceti medi e bassi che si dovranno contrarre. Così come, se ciò non dovesse accadere, saranno loro le case a finire sott’acqua nelle alluvioni sempre più frequenti prodotte dalla climate crisis, loro i figli a morire nei quartieri operai a ridosso delle fabbriche che avvelenano l’aria, loro a fare più fatica a reperire gli alimenti quando i prezzi saliranno per colpa della siccità o a sobbarcarsi i costi della lotta, appunto, fra poveri che potrebbe seguire alla riduzione delle risorse della terra. I ricchi, pure allora, giocheranno in un altro campionato.

Ma allora, è tutto inutile, e tanto vale tenerci il mondo così com’è, nel suo consumo vorticoso di ogni cosa e di ognuno? Au contraire, mes ami; è una lotta giusta e opportuna, quella per la difesa dell’ambiente, soprattutto intrecciata a quella contro il consumismo, persino se, al principio, sembrerà costare proprio e solo su quelli che la combattono. Con le parole di Riccardo Lombardi: «la nostra lotta è contro la società affluente e il benessere, non già perché non vogliamo il benessere, ma perché vogliamo un certo tipo di benessere, non quello che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse, ma quello che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

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Una comunità ci vuole

Non mi occupo di vaccini, non mi occupo di pandemia; come Moretti in Sogni d’oro, «io non parlo di cose che non conosco». E quindi qui non mi avventurerò in analisi di dati e numeri, tendenze ed evidenze, relazioni scientifiche e nessi causali. Osservo che molte cose paiono andar meglio, a livello nazionale e in generale, e ne prendo con soddisfazione atto. D’altronde, non ho mai pensato che questa fosse la fine del mondo, ma solo una malattia, e per questo, i toni apocalittici non hanno mai fatto parte del mio approccio.

Però, se non parlo di questioni statistiche e scientifiche, non posso non notare alcune dinamiche sociali evidenti. Più di tutte, fra queste, il far brandelli degli ultimi resti di comunità che queste società offrivano. Si è cominciato con l’accusa ai cinesi, agli asiatici tutti additati e incolpati persino per strada, quando non direttamente aggrediti. Poi è stata la volta dei runner, colpevoli di uscire di casa. E poi il tifo in diretta tv per le forze dell’ordine all’inseguimento di solitari corridori sul bagnasciuga, i dispiegamenti di mezzi aerei per dissuadere i patiti della grigliata in terrazzo, i droni usati per fermare un indomito amante della tintarella, su una spiaggia altrimenti deserta. E ancora i ragazzi della movida, i turisti di ritorno dall’estero, gli insegnati che non volevano sottoporsi al sierologico, i bambini nelle scuole o al parco, fino al vicino di casa, nella malsana gioia poco celata da parte di tristi figure entusiaste all’idea appena paventata di poterlo denunciare per i troppi amici e parenti, sentendosi nel giusto nella lotta contro gli assembramenti. Ora, i reprobi, quelli a cui dare lo stigma dei nemici pubblici sono quanti (esercitando un proprio diritto, date le attuali disposizioni in materia, come nel loro pieno diritto erano gli insegnanti, i ragazzi e i bambini di cui dicevo prima; credo sia importante chiarirlo) scelgono di non aderire alla campagna condotta medaglie al petto dal generale. Con gli uni che denunciano gli altri di mettere a rischio la vita di tutti, e i secondi che danno del nazista a chiunque reputi non eccessive le disposizioni governative e dipingono i sanitari che somministrano il vaccino quali novelli Franz Stangl. Mai il dubbio, a tutti, che si stia esagerando?

Non condivido le scelte di chi rifiuta di vaccinarsi, né il merito delle invocazioni dei contrari al green pass in tema di libertà e denunce di discriminazione. E noto bene la serie infinite di loro ipocrisie, da quanti erano tra gli urlatori discriminanti di sopra e si lamentano delle presunte discriminazioni subite, ai tutori dell’ordine che nulla hanno mai eccepito, quando si trattava di caricare manifestanti per il lavoro perso o respingere migranti in cerca di una speranza di vita, ma contestano la legittimità di un certificato vaccinale (quello è, senza girarci intorno), fino agli intellettuali che sarebbero favorevoli al vaccino obbligatorio, però non alla carta verde (come se, adempiuto a quell’obbligo di cui dicono, non sarebbe dovuta comunque esserci una fase in cui, ragionevolmente, il vaccinato avrebbe dovuto dimostrare di averlo fatto, come accade per altri dieci vaccini obbligatori per i bambini e per i quali, appunto, è richiesta l’opportuna certificazione per l’iscrizione scolastica).

Tuttavia, i toni e i modi sono eccessivi, a mio avviso. E il rischio finale, ripeto, è di mandare al macero, definitivamente, quegli stracci di sentimento comunitario fra gli individui nella società odierna che, quasi miracolosamente, ancora sopravvivevano e sopravvivono, e determinando, per quest’agire e su questa via, danni ben maggiori di quelli, pur gravi e duraturi, che la stessa pandemia ha inflitto, in questi ormai quasi due anni.

Come il paese per Pavese, ritengo che una comunità ci voglia; non fosse che per il gusto di considerarsene esuli.

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Al netto di Brunetta, ma, prima o poi, non era meglio che finisse?

D’accordo, è un’idea di Brunetta, e, a prescindere, è sbagliata. Però, qualche dubbio, sullo smart working, io l’ho sempre avuto. Da prima che Brunetta diventasse ministro della P.A. nel governo Draghi. E al netto delle osservazioni sul fatto che i dipendenti in ufficio facciano circolare l’economia e quindi anche gli incassi di bar e ristoranti nei quartieri dove questi insistono (ed è un fatto che non può essere derubricato a sedimento di cultura “sviluppista”, perché la questione rimane, e non si è più green e cool se si contesta quel principio, ordinando comodamente da casa sulle app del lavoro sfruttato), il ritorno alla normalità, anche il quel senso, è un segnale da dare e una strada da perseguire.

Vale in questo caso per la Pubblica amministrazione, ma vale in generale per il mondo del lavoro. Quando sento gli entusiasmi per la possibilità di rendere “da remoto” la propria prestazione lavorativa, un po’ m’insospettisco. Ancora di più quando, in questo giubilo, avverto una sorta di acquiescenza verso tale possibile nuova normalità del “prestare la propria opera a fronte di un compenso”, che, almeno nei servizi e negli impieghi – descrizione desueta, lo so – “di concetto”, potrebbe in un futuro più o meno prossimo darsi. Chiariamo: lo smart working per esigenze puntuali e circostanziate, al di là delle ragioni autoevidenti dovute alla pandemia, Dio lo benedica; lo sottolineo io, che non avrei saputo come fare altrimenti, con un figlio piccolo e quando le scuole sono state chiuse. Sul lavoro agile come guisa della normalità lavorativa, beh, permettetemi la pratica del sospetto. Cos’è, di fatto, quel modo di lavorare? Produrre senza incontrare i propri colleghi quasi mai, di certo non in quei momenti di pausa dal lavoro in cui, fra l’altro, nasce il confronto sulla propria condizione e, magari, le considerazioni per una rivendicazione o un’azione collettiva, foss’anche la semplice richiesta di una migliore organizzazione. Alla fine, verrebbe così fortemente indebolita, nei settori maggiormente coinvolti, la possibilità stessa della nascita e dell’organizzazione di un’attività sindacale, che dalla radice “insieme” mutua il suo stesso nome; ognuno a casa sua, e quella possibilità è di fatto preclusa.

Il sindacato stesso, infatti, e le rivendicazioni in questo discusse, fatte proprie e rivendicate, nacquero e nascono ancora pure in quelle pause trascorse insieme dai lavoratori, fra un cambio turno in fabbrica, durante il veloce pasto sui campi, nello scambio di battute alla macchinetta del caffè in ufficio; togliendo quei momenti, rendiamo un po’ più ardua la sua costruzione e il suo mantenimento in vita.

Praticando, infine, l’estrema solitudine del non aver compagni.

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Chi è il mio straniero?

Ho sentito l’altro giorno, al tg regionale, la leader di un partito di destra, intervenuta a un comizio, dire di temere che i negozi locali finiscano in mano a stranieri approfittatori della crisi dovuta alle chiusure forzate dei mesi passati (con un passaggio sui cinesi degno del mito americano a cui la stessa più volte ha guardato e potenzialmente foriero di stimoli a una sinofobia e un asian hate dei quali non si sente davvero il bisogno).

Al netto dell’illogicità pratica di quelle affermazioni (avrebbe, stando alla ratio di queste, la Cina scatenato una pandemia che le è costata una decina di punti di PIL per penalizzare il commercio locale a vantaggio dei colossi Usa dell’e-commerce per far sì che un cittadino italiano nato nello Zhejiang meridionale potesse acquistare il locale di un barbiere chiuso per crisi in zona Vanchiglia? A me sembra arduo pensarlo), e della loro pericolosità (cosa succede se quella stessa persona, da qualche buzzurro, viene aggredita e pestata perché considerata una sorta di usurpatore? Non dovremmo, in quel caso, utilizzare la categoria del “mandante morale”?), è proprio il senso letterale che non mi convince: chi sarebbe, lì, lo straniero? Il prossimo negoziante di quartiere? E perché, per le sue origini? E perché, di contro, chi questa tesi propaga dovrebbe essere il mio “fratello di patria”? Per la nazione in cui è nato? Non è forse più estraneo, straniero, appunto, chi vive in contesti diversi di colui che, invece, condivide tutti i giorni i medesimi orizzonti, fisici e sociali? Detta diversamente: al lavoratore italiano, non è più connazionale il lavoratore cinese, nigeriano, pachistano, che, come lui, tutte le mattine si alza e si reca a lavoro, cresce i propri figli nelle stesse sue strade, si sacrifica e gioisce nel vederli diventar grandi, sperando possano domani anche loro averne di propri, di quanto non lo sia il ricco padrone o i megafoni dei suoi interessi mandati a raccontargli da un palco la storia al contrario, e per questo pagati al mese quanto lui, difficilmente, vede in un anno? Ecco, precisamente: chi è il mio straniero?

Come insegnava Don Milani (Ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965 [contro l’obiezione di coscienza, nda], ora in Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù e altri scritti politici, Stampa Alternativa, 1998, pp. 25-26) se voi «avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro; gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Ancor prima, e probabilmente meno, non capisco il senso di dire “straniero” il proprio pari e vicino, considerando “connazionale” chi vive in un mondo e in un modo diversi irraggiungibili.

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