Una splendida notizia

«Ma quando seppe che ero medichessa, rimase zitto; e il vice-questore mi rispose in tutt’altro tono. “La malaria, – mi disse – c’è dappertutto. Potremmo trasferire suo fratello, se lo desidera, ma troverebbe le stesse condizioni che a Gagliano. […] Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletrici per la fame; i capelli pieni di pidocchi e le croste. Ma la maggior parte avevamo delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria. Le donne, che mi vedevano guardare per le porte, m’invitavano a entrare: e ho visto, in quelle grotte scure e puzzolenti, dei bambini sdraiati in terra, sotto delle coperte a brandelli, che battevano i denti dalla febbre. […] Continuavo a scendere verso il fondo del pozzo, verso la chiesa, e una gran folla di bambini mi seguiva, a pochi passi di distanza, e andava a mano a mano crescendo. Gridavano qualcosa, ma io non riuscivo a capire quello che dicessero in quel loro dialetto incomprensibile. Continuavo a scendere, e quelli mi inseguivano e non cessavano di chiamarmi. Pensai che volessero l’elemosina e mi fermai: e allora soltanto distinsi le parole che quelli gridavano ormai in coro: “Signorina, dammi ’u chinì! Signorina, dammi il chinino!”. Distribuii quel po’ di spiccioli che avevo, perché si comprassero delle caramelle: ma non era questo che volevano, e continuavano, tristi e insistenti, a chiedere il chinino».

Le parole di sopra sicuramente le avrete riconosciute, se non da altro, da quel «Gagliano». Sono il racconto che la sorella fa a Carlo Levi del suo giro per Matera, fra miseria e, appunto, malaria. Per questo, ieri mattina, quando ho letto la notizia del via libera alla somministrazione del primo vaccino antimalarico per i bambini, ho pianto. E no, non è un modo di dire. Le emozioni non si spiegano, né si possono davvero raccontare. Si può però dire quello che si è provato, se non altro tentare di farlo. Ebbene, quella notizia m’ha serrato la gola, fermato il fiato, riscaldato le guance. La malaria uccide ogni anno centinaia di migliaia di persone, bambini soprattutto, in Africa particolarmente. Come quelli che chiedevano «’u chinì», esattamente come loro, con le facce gialle e patite. E sì, non lo nascondo; ho pianto, per quelli di oggi, per quelli di ieri.

Ora immagino che, anche in questo caso, ci potranno essere vari oppositori alla vaccinazione diffusa, magari pronti a parlare di esperimento di massa, per di più cercando l’empatia parlando di bambini utilizzati come cavie. Bambini dei quali, morenti a centinaia di migliaia all’anno, a loro non è mai importato nulla. Per quei bambini io oggi sono felice. E pure per quelli che seguivano la sorella di Levi e che il tempo e la storia, nella quasi totalità, han consegnato ormai alla polvere.

Se ne trovaste di essi qualcuno in vita, son sicuro, come me piangerebbe, come me gioirebbe.

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Per i beni essenziali della vita

«Sì, parli bene, tu. Perché puoi usare poco la tua vecchia auto. E se io devo farci molti chilometri, e non ho i soldi per prenderne una nuova, come faccio? Come vedi, i sacrifici ricadono ancora sui più poveri, mentre i ricchi già hanno l’ibrida plug-in da 300 cv, che paga persino meno di bollo rispetto alla mia e nessuno la ferma nei giorni con alte concentrazioni di polveri sottili. Democratico, certamente». Così un commento al mio articolo dei giorni scorsi. E mi colpisce nel vivo. No, non perché non ci avessi pensato; perché è vero. È vero che io ho la fortuna di poter usare poco l’auto, è vero che i poveri sono quelli che, anche in questo caso, pagheranno per primi e di più.

Tutto vero. Dopotutto, però, è vero anche che ogni rinuncia per la salvaguardia dell’ambiente sarebbe una rinuncia che graverebbe, di più e per prima, sui poveri. Se l’intera società dei consumi, che tanta parte ha nella situazione drammatica che quell’ambiente naturale sta subendo, dev’essere rivista al ribasso o abbandonata, almeno nella prima fase questo costerà nelle tasche delle fasce più povere. Il consumismo, in fondo, è l’altro aspetto dell’accesso ai beni e ai prodotti dell’industria da parte dei meno abbienti; i ricchi vi accedevano già prima. Se per ridurre l’inquinamento dobbiamo restringere il consumo di quei beni, prodotti e servizi su larga scala, saranno inevitabilmente quelli appannaggio dei ceti medi e bassi che si dovranno contrarre. Così come, se ciò non dovesse accadere, saranno loro le case a finire sott’acqua nelle alluvioni sempre più frequenti prodotte dalla climate crisis, loro i figli a morire nei quartieri operai a ridosso delle fabbriche che avvelenano l’aria, loro a fare più fatica a reperire gli alimenti quando i prezzi saliranno per colpa della siccità o a sobbarcarsi i costi della lotta, appunto, fra poveri che potrebbe seguire alla riduzione delle risorse della terra. I ricchi, pure allora, giocheranno in un altro campionato.

Ma allora, è tutto inutile, e tanto vale tenerci il mondo così com’è, nel suo consumo vorticoso di ogni cosa e di ognuno? Au contraire, mes ami; è una lotta giusta e opportuna, quella per la difesa dell’ambiente, soprattutto intrecciata a quella contro il consumismo, persino se, al principio, sembrerà costare proprio e solo su quelli che la combattono. Con le parole di Riccardo Lombardi: «la nostra lotta è contro la società affluente e il benessere, non già perché non vogliamo il benessere, ma perché vogliamo un certo tipo di benessere, non quello che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse, ma quello che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

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Una comunità ci vuole

Non mi occupo di vaccini, non mi occupo di pandemia; come Moretti in Sogni d’oro, «io non parlo di cose che non conosco». E quindi qui non mi avventurerò in analisi di dati e numeri, tendenze ed evidenze, relazioni scientifiche e nessi causali. Osservo che molte cose paiono andar meglio, a livello nazionale e in generale, e ne prendo con soddisfazione atto. D’altronde, non ho mai pensato che questa fosse la fine del mondo, ma solo una malattia, e per questo, i toni apocalittici non hanno mai fatto parte del mio approccio.

Però, se non parlo di questioni statistiche e scientifiche, non posso non notare alcune dinamiche sociali evidenti. Più di tutte, fra queste, il far brandelli degli ultimi resti di comunità che queste società offrivano. Si è cominciato con l’accusa ai cinesi, agli asiatici tutti additati e incolpati persino per strada, quando non direttamente aggrediti. Poi è stata la volta dei runner, colpevoli di uscire di casa. E poi il tifo in diretta tv per le forze dell’ordine all’inseguimento di solitari corridori sul bagnasciuga, i dispiegamenti di mezzi aerei per dissuadere i patiti della grigliata in terrazzo, i droni usati per fermare un indomito amante della tintarella, su una spiaggia altrimenti deserta. E ancora i ragazzi della movida, i turisti di ritorno dall’estero, gli insegnati che non volevano sottoporsi al sierologico, i bambini nelle scuole o al parco, fino al vicino di casa, nella malsana gioia poco celata da parte di tristi figure entusiaste all’idea appena paventata di poterlo denunciare per i troppi amici e parenti, sentendosi nel giusto nella lotta contro gli assembramenti. Ora, i reprobi, quelli a cui dare lo stigma dei nemici pubblici sono quanti (esercitando un proprio diritto, date le attuali disposizioni in materia, come nel loro pieno diritto erano gli insegnanti, i ragazzi e i bambini di cui dicevo prima; credo sia importante chiarirlo) scelgono di non aderire alla campagna condotta medaglie al petto dal generale. Con gli uni che denunciano gli altri di mettere a rischio la vita di tutti, e i secondi che danno del nazista a chiunque reputi non eccessive le disposizioni governative e dipingono i sanitari che somministrano il vaccino quali novelli Franz Stangl. Mai il dubbio, a tutti, che si stia esagerando?

Non condivido le scelte di chi rifiuta di vaccinarsi, né il merito delle invocazioni dei contrari al green pass in tema di libertà e denunce di discriminazione. E noto bene la serie infinite di loro ipocrisie, da quanti erano tra gli urlatori discriminanti di sopra e si lamentano delle presunte discriminazioni subite, ai tutori dell’ordine che nulla hanno mai eccepito, quando si trattava di caricare manifestanti per il lavoro perso o respingere migranti in cerca di una speranza di vita, ma contestano la legittimità di un certificato vaccinale (quello è, senza girarci intorno), fino agli intellettuali che sarebbero favorevoli al vaccino obbligatorio, però non alla carta verde (come se, adempiuto a quell’obbligo di cui dicono, non sarebbe dovuta comunque esserci una fase in cui, ragionevolmente, il vaccinato avrebbe dovuto dimostrare di averlo fatto, come accade per altri dieci vaccini obbligatori per i bambini e per i quali, appunto, è richiesta l’opportuna certificazione per l’iscrizione scolastica).

Tuttavia, i toni e i modi sono eccessivi, a mio avviso. E il rischio finale, ripeto, è di mandare al macero, definitivamente, quegli stracci di sentimento comunitario fra gli individui nella società odierna che, quasi miracolosamente, ancora sopravvivevano e sopravvivono, e determinando, per quest’agire e su questa via, danni ben maggiori di quelli, pur gravi e duraturi, che la stessa pandemia ha inflitto, in questi ormai quasi due anni.

Come il paese per Pavese, ritengo che una comunità ci voglia; non fosse che per il gusto di considerarsene esuli.

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Al netto di Brunetta, ma, prima o poi, non era meglio che finisse?

D’accordo, è un’idea di Brunetta, e, a prescindere, è sbagliata. Però, qualche dubbio, sullo smart working, io l’ho sempre avuto. Da prima che Brunetta diventasse ministro della P.A. nel governo Draghi. E al netto delle osservazioni sul fatto che i dipendenti in ufficio facciano circolare l’economia e quindi anche gli incassi di bar e ristoranti nei quartieri dove questi insistono (ed è un fatto che non può essere derubricato a sedimento di cultura “sviluppista”, perché la questione rimane, e non si è più green e cool se si contesta quel principio, ordinando comodamente da casa sulle app del lavoro sfruttato), il ritorno alla normalità, anche il quel senso, è un segnale da dare e una strada da perseguire.

Vale in questo caso per la Pubblica amministrazione, ma vale in generale per il mondo del lavoro. Quando sento gli entusiasmi per la possibilità di rendere “da remoto” la propria prestazione lavorativa, un po’ m’insospettisco. Ancora di più quando, in questo giubilo, avverto una sorta di acquiescenza verso tale possibile nuova normalità del “prestare la propria opera a fronte di un compenso”, che, almeno nei servizi e negli impieghi – descrizione desueta, lo so – “di concetto”, potrebbe in un futuro più o meno prossimo darsi. Chiariamo: lo smart working per esigenze puntuali e circostanziate, al di là delle ragioni autoevidenti dovute alla pandemia, Dio lo benedica; lo sottolineo io, che non avrei saputo come fare altrimenti, con un figlio piccolo e quando le scuole sono state chiuse. Sul lavoro agile come guisa della normalità lavorativa, beh, permettetemi la pratica del sospetto. Cos’è, di fatto, quel modo di lavorare? Produrre senza incontrare i propri colleghi quasi mai, di certo non in quei momenti di pausa dal lavoro in cui, fra l’altro, nasce il confronto sulla propria condizione e, magari, le considerazioni per una rivendicazione o un’azione collettiva, foss’anche la semplice richiesta di una migliore organizzazione. Alla fine, verrebbe così fortemente indebolita, nei settori maggiormente coinvolti, la possibilità stessa della nascita e dell’organizzazione di un’attività sindacale, che dalla radice “insieme” mutua il suo stesso nome; ognuno a casa sua, e quella possibilità è di fatto preclusa.

Il sindacato stesso, infatti, e le rivendicazioni in questo discusse, fatte proprie e rivendicate, nacquero e nascono ancora pure in quelle pause trascorse insieme dai lavoratori, fra un cambio turno in fabbrica, durante il veloce pasto sui campi, nello scambio di battute alla macchinetta del caffè in ufficio; togliendo quei momenti, rendiamo un po’ più ardua la sua costruzione e il suo mantenimento in vita.

Praticando, infine, l’estrema solitudine del non aver compagni.

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Chi è il mio straniero?

Ho sentito l’altro giorno, al tg regionale, la leader di un partito di destra, intervenuta a un comizio, dire di temere che i negozi locali finiscano in mano a stranieri approfittatori della crisi dovuta alle chiusure forzate dei mesi passati (con un passaggio sui cinesi degno del mito americano a cui la stessa più volte ha guardato e potenzialmente foriero di stimoli a una sinofobia e un asian hate dei quali non si sente davvero il bisogno).

Al netto dell’illogicità pratica di quelle affermazioni (avrebbe, stando alla ratio di queste, la Cina scatenato una pandemia che le è costata una decina di punti di PIL per penalizzare il commercio locale a vantaggio dei colossi Usa dell’e-commerce per far sì che un cittadino italiano nato nello Zhejiang meridionale potesse acquistare il locale di un barbiere chiuso per crisi in zona Vanchiglia? A me sembra arduo pensarlo), e della loro pericolosità (cosa succede se quella stessa persona, da qualche buzzurro, viene aggredita e pestata perché considerata una sorta di usurpatore? Non dovremmo, in quel caso, utilizzare la categoria del “mandante morale”?), è proprio il senso letterale che non mi convince: chi sarebbe, lì, lo straniero? Il prossimo negoziante di quartiere? E perché, per le sue origini? E perché, di contro, chi questa tesi propaga dovrebbe essere il mio “fratello di patria”? Per la nazione in cui è nato? Non è forse più estraneo, straniero, appunto, chi vive in contesti diversi di colui che, invece, condivide tutti i giorni i medesimi orizzonti, fisici e sociali? Detta diversamente: al lavoratore italiano, non è più connazionale il lavoratore cinese, nigeriano, pachistano, che, come lui, tutte le mattine si alza e si reca a lavoro, cresce i propri figli nelle stesse sue strade, si sacrifica e gioisce nel vederli diventar grandi, sperando possano domani anche loro averne di propri, di quanto non lo sia il ricco padrone o i megafoni dei suoi interessi mandati a raccontargli da un palco la storia al contrario, e per questo pagati al mese quanto lui, difficilmente, vede in un anno? Ecco, precisamente: chi è il mio straniero?

Come insegnava Don Milani (Ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965 [contro l’obiezione di coscienza, nda], ora in Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù e altri scritti politici, Stampa Alternativa, 1998, pp. 25-26) se voi «avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro; gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Ancor prima, e probabilmente meno, non capisco il senso di dire “straniero” il proprio pari e vicino, considerando “connazionale” chi vive in un mondo e in un modo diversi irraggiungibili.

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Per quanto non sappia dar forma migliore a questo pensiero

Non capendo molto di cinema, Natalia Aspesi non è tra le firme che più leggo, sui giornali. Quest’estate, tuttavia, m’è capitato di appassionarmi alla lettura di un suo articolo che, ovviamente, non parlava di pellicole. Partendo dalla sua dichiarazione di fiducia nei metodi della democrazia e delle società organizzate su modelli rappresentativi, che è pure la mia, spiegava perché non solo è sicura dei vaccini, ma anche del numero di dosi che le viene indicato, appunto, da quelle istituzioni di cui si fida. E io sono d’accordo con lei; altrimenti, vale tutto e niente allo stesso tempo.

Ma la parte che più mi ha colpito, nel suo articolo, era la conclusione del ragionamento sui movimenti che a quelle somministrazioni proprio si oppongono. Scriveva infatti, da brava commentatrice che non si limita alla notizia in sé e cerca di andare oltre: «il mio sospetto è che molti degli urlanti il vaccino l’hanno fatto e la loro furia è solo una posizione politica, oppure un grido di generica disperazione. In un mondo che crolla, in una società che si immiserisce culturalmente ed economicamente, la paura, il senso di estraneità al futuro, il nulla che sappiamo, l’improvvisa esclusione di chi non è nativo digitale, il lavoro, quando c’è, diventato schiavitù. Rifiutare le regole per una possibile fine della pandemia, opporsi a quella che pare essere la soluzione più percorribile per miliardi di umani (il Covid sino ad oggi [l’articolo è del 13 agosto scorso, nda] ne ha ammazzato 4.314.196) è la sola libertà, il solo modo di ribellarsi che resta a troppi». Un sospetto che è anche mio.

Dati ed elaborazioni più approfonditi e puntuali, a supporto di questa impressione, non ne ho, né ne ho letti. Però, forte è la sensazione che sia in quel senso che almeno buona parte delle proteste di cui si sente vada letta. Poi rimangano sul piatto tutti gli altri lati della questione: la paura di molti del vaccino, le comprensibili ansie, le eccezioni su una norma fatta di corsa, persino il netto rifiuto figlio della contrarietà, in una fetta di quel popolo, ad alcune forme di modernità in nome di una non meglio precisata via naturale all’esistenza umana. Tutto vero.

Eppure, quel pensiero mi rimane. Per quanto non sappia dare a esso forma migliore.

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La logica del Move-In la condivido

«Non dici nulla su questa storia del MoveIn? A me sembra solo un modo per farci pagare un altro balzello». Così un amico, a proposito del programma delle regioni Lombardia e Piemonte, chiamato Move-In appunto, per consentire, con dei limiti, alle auto più vecchie di continuare a circolare, a patto di rispettare precise soglie di chilometraggio.

Rispondo a quella domanda citandone una che avevo posto in un articolo del novembre 2020. Mi chiedevo allora: «davvero costringere il proprietario di un’auto comprata una decina d’anni fa, e con la quale, magari, percorre 2-3.000 chilometri l’anno, a cambiarla per una nuova è meno inquinante che lasciargliela usare quel poco che fa?». Bene, il Move-In va proprio in questa logica. Avrà dei limiti, delle pecche, delle mancanze, potrà sicuramente esser migliorato e si sarebbe certamente potuto far meglio, ma rimane il fatto che la sua ratio è quella che sottintendeva la mia domanda: dare la possibilità alle auto vecchie, che però vengono poco usate, di continuare a circolare, proprio perché quei blocchi alla circolazione non rappresentino un’eccessiva penalizzazione per tutti coloro che non possono sostituirle e perché non si spingano a cambiare l’auto coloro che, per il poco uso che ne fanno, non ne avrebbero motivo e, facendolo, contribuirebbero solamente a incrementare le necessità di produzione e smaltimento altrimenti evitabili.

E sì, è un balzello. Come è una limitazione avere un tetto massimo di percorrenze, o dover evitare di circolare con un determinato tipo di automobile in alcune ore del giorno o periodi dell’anno. Però, e parlo in generale, per le auto, per i costi della bolletta, per i consumi eccetera, eccetera, eccetera, “a gratis”, senza rinunce e senza difficoltà, difficilmente conteniamo i danni e possiamo affrontare, tutti, ciascuno nel suo piccolo, ognuno facendone una parte, quella che, come giustamente s’impongono di fare i giornalisti del Guardian, è ora che cominciamo a chiamare con il suo nome: crisi climatica, non cambiamento.

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Sulla mia patria non tramonta mai il sole

Eccoci di nuovo qua, dopo la lunga pausa estiva che questo spazio si è concessa, nel primo giorno d’autunno. Parlare di sole che non tramonta nella stagione in cui s’accorcia il tempo in cui ci è dato vederlo può esser solo principio di nostalgia. Ma è una riflessione che esula dal periodo, credetemi, e che va prendendo forma nel mio modo di guardare il mondo da diversi anni ormai: cos’è questa patria di cui tanti parlano? Quale luogo dovrei elevare a ciò? E perché uno e non l’altro?

Una domanda che non nasce solo dal fatto che, con tutti i connotati che a quel concetto son dati, non saprei di preciso quale così chiamare. Gli avi delle mie genti ne scoprivano una su lidi d’Atlantico, in cui trovar pane e dollari per crescere i figli, mentre i loro padri ne avevano un’altra che oggi non c’è più. Alcuni nati dove son nato io difesero quella italiana sulle Alpi orientali, probabilmente perché i loro figli fossero spregiativamente chiamati «terroni» dagli abitanti di quei posti. Nel secondo dopoguerra furono panorami tedeschi, elvetici o valloni a offrirne una, e mio figlio ha respirato la sua prima aria e mosso i suoi primi passi lontano da dove viviamo almeno quanto lo era la Nuova Castiglia dal palazzo di quel Carlo V d’Asburgo con le cui parole tramandate il titolo di questo post gioca. Perché, se dovessi sposare un’idea di patria, dovrei anche darle i confini che avete deciso? Perché dovrebbe essere il primo pezzo di terra su cui, per un semplice caso, s’è posato il mio sguardo? E perché non potrebbe essere quello che ho più ammirato o in cui, a cent’anni da qui, quello stesso sguardo si spegnerà?

La terra, poi. È una suggestione forte, per l’anima mia, che fu di tradizione contadina. Ma il cuore, che ancora è cafone, sa quanto la terra sia di chi la possiede; gli stessi pronti a dirla retoricamente «nostra», ogni volta che per questa ci sia da morire ammazzati, e sempre lesti a ribadirla loro, se si dovesse mai discutere di dividerla.

Per una lingua che si può imparare o dimenticare? Per una cultura che si può apprendere almeno come respingere? Per cosa le mie gambe dovrebbero rinunciare alla loro dimensione e funzione e farsi radici, per ancorarsi e star ferme. Tradendo così, forse davvero e nel modo peggiore, la loro natura, il loro essere al mondo per poterlo percorrere, il rispetto che devono alla tradizione più profonda degli esseri umani; quella d’essersi alzati in piedi, appunto, per camminare e andare.

Solo una suggestione, infine, però quanto sarebbe bello se ognuno di noi, per disposizione individuale e come personale afflato, proprio superando quel concetto di patria o dando a esso i confini del globo intero, riuscisse a determinare le condizioni per una sorta di cosmopolitismo dal basso, vivo nella coscienza di ciascuno, pieno di quella pienezza che può nascere dalla considerazione di essere al mondo, semplicemente, per viverlo in ogni parte si desideri farlo, perché è sul mondo intero che si è nati, non su una parte di esso che qualcuno ha pensato e pensa diversa e divisa da un’altra.

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Come un’ombra fra i rami

A tratti corre la mia ombra
sui rami poco distanti,
nelle piccole radure
che forse danno il nome

a questi luoghi. Sento
i miti e le oscure paure
farmi ancora compagnia,
come mai li avessi lasciati.

Al contempo, mi chiama
altra vita in luoghi diversi,
come il vento porta con sé

le sementi di piante leggere.
E così si divide l’esser mio,
fra il già stato e il suo sarà.

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D’un tratto, tutto divenne straordinario

Era caldo, quel giorno,
ma quasi non sentivo
il sudore che scorreva
sulla mia fronte agitata.

Negli occhi, non bruciava
il sale di quell’acqua, 
aperti com’erano, a guardare
la meraviglia che s’avverava.

Eri con noi, da lì per sempre,
e lungo una strada assolata
all’altro capo del mondo 

nel volgere di un battito 
delle tue ciglia siamo qui,
all’oggi che rendi eterno.

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