Nell’astio di oggi c’è la mestizia di «chi aspetta la pioggia per non piangere da solo»

Nel momento in cui scrivo, non so ancora se il Governo cadrà definitivamente o barcollerà un po’ per poi sostituire semplicemente la compagine di Italia Viva e trovare altri voti in Parlamento per andare avanti. Non lo so, ripeto, e sinceramente poco m’interessa. Avrei evitato una crisi del genere al buio e nella situazione che stiamo attraversando, ma devo anche ammettere che non è pensabile sospendere tutti gli avvenimenti che in politica si possano dare (e no, non sto dicendo che quelli che si sono manifestati in queste ore mi facciano piacere), finché dalla pandemia vaccino non ci separi.

Non voglio qui attribuir torti e ragioni; mi limito a osservare alcune reazioni a quel che accade. Fra queste, quella che si ripete più spesso nei commenti di militanti e dirigenti Pd. Si leggono locuzioni quali «bullismo istituzionale», accuse di «spregiudicatezza», condanne per la sua «sfrenata ambizione», e sto volutamente tralasciando le peggiori e più ingenerose. Ma scusate, amici, cosa c’è di diverso oggi in Renzi rispetto a ieri? Non era forse la sua «sfrenata ambizione» che lo portò a desiderare subito per sé il posto di quello che, poche settimane prima, aveva rassicurato con tanto di hashtag (curiosamente, proprio in questi giorni del gennaio di sette anni fa)? Non fu la sua «spregiudicatezza» a fargli ottenere l’incarico di governo con la stessa maggioranza che sosteneva il suo compagno di partito e dopo aver mille e mille volte detto che mai sarebbe andato a Palazzo Chigi senza prima esser passato dalle urne (che non decidono chi va lì, ma ormai è superfluo eccepire)? Non fu il suo «bullismo istituzionale» a fargli mettere nel mirino, dal giorno stesso della presa del comando, tutti quelli che non lo osannavano, affibbiando loro epiteti da giornalino per ragazzi e ignorandone o irridendone richieste, proposte, funzioni (e lascio stare l’elenco, ché tutti sapreste agevolmente ricostruire)? E i severi censori che adesso lo voglio imputato nel giudizio duro della cronaca, paventandone la sicura condanna in quello eterno della storia, dov’erano quando quegli stessi comportamenti e modi che dicono esecrare venivano, come fendenti, in altre stagioni e contro altri bersagli vibrati? Pure qui, non farò l’elenco: bastano le immagini che ognuno di noi ha nella sua memoria.

Nessuno, poi, argomenta sui motivi spiegati dal leader di Iv per sostenere la loro decisione di lasciare il governo Conte, e forse a ragione, dato quanto Renzi potrebbe averli strumentalmente usati. Tanti, invece, spiegano che non si può far cadere un governo con i morti che si contano a centinaia, e qui però fanno a tutti il torto di strumentalizzare loro la pandemia, come accusano di fare quelli che su quei dati misurano l’inefficienza dei governi che politicamente, o pregiudizialmente, avversano. Su questo, in fondo, gli attuali censori di Renzi che già ne furono sostenitori sono coerenti, parteggiando per il governo Conte con gli stessi argomenti e la stessa professione di ineluttabilità del suo ruolo che usarono per l’indiretto predecessore: all’epoca, la funzione di baluardo era dovuta alla presenza dell’orribile minaccia dei barbari populisti alle porte (e credo alludessero precisamente a coloro con i quali sono alleati e che hanno indicato il presidente del Consiglio che difendono); adesso, la medesima assenza di alternative è evocata nello scenario cupo dei giorni tristi che da un anno viviamo, e che, a loro detta, sicuramente peggiorerebbe, se al timone del Paese non ci fossero quelli che ci sono.

Nel farsi della mia formazione, forte s’è radicato l’impedimento a esprimer pareri a riguardo. Ma non posso evitare di notare come, in questa circostanza e in altre che potrebbero venirmi in mente, valutazioni come quelle che leggiamo negli ultimi giorni nei confronti dell’ex segretario Pd non muovano quasi mai da considerazioni individuali su quanto fatto, ma vengano generate e spinte dal consenso che intorno a questo, o contro di ciò, si osserva nel momento in cui avvengono le azioni che si giudicano, e verso cosa, o chi, le stesse sono rivolte. Si ride o si piange se il Renzi di turno fa cadere il governo o si scaglia sui suoi avversari non per il modo o l’occasione in cui avviene, ma per l’accordo che intorno a quanto accade si percepisce. E allora si ride solo se si sente ridere, si grida solo se si sente gridare, si applaude solo se si sente applaudire, e si aspetta la pioggia, pur di non piangere da soli.

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La libertà sui social è un nodo da sciogliere. E con ridotti spazi di confronto dal vivo, ancora di più

«Twitter ha fatto bene a espellere Trump? La stretta di Big Tech è una censura?», chiede Andrea Marinelli a Jill Lepore, per il Corriere della Sera in edicola l’altro ieri, martedì 12 gennaio 2021. E la professoressa di Harvard risponde senza esitazioni: «Avrebbe dovuto farlo molto tempo fa. I social media sono aziende private che – volontariamente o meno – hanno accumulato un enorme potere nel dibattito pubblico. Possono espellere chi vogliono, nessuno ha diritto ad avere un account. Non dico sia giusto, c’è bisogno di una grande riforma di queste piattaforme: nel momento in cui Trump incita una rivolta contro il governo, però, accidenti se hanno fatto bene».

Jill Lepore è una delle firme che più apprezzo, e i suoi articoli sul New Yorker tra quelli che leggo sempre con maggiore attenzione. Quindi non c’è nulla di prevenuto in me nel dire che il suo commento alla decisione di Twitter di “bannare” Donald Trump mi sembra un po’ troppo – non saprei come altro definirlo – americano. Americano nel senso della spiccata pragmaticità che riempie quel mondo. Il suo ragionamento è, semplificando: non è centrale, in questo caso, discutere se quanto fatto sia giusto su un piano ideale, ma se sia efficace e positivo su quello concreto. E lì, innegabilmente, lo è; se Trump usa i social per incitare i suoi, con le conseguenze che abbiamo visto, chiudiamogli l’accesso ai social, così almeno un problema lo avremo evitato. La mia posizione al riguardo, però, è un po’ diversa. Per dirla con le parole di un’altra che certo non stima il prossimo ex presidente Usa, Angela Merkel, la questione della chiusura dell’account di Trump presenta aspetti decisamente problematici. Ci sono nodi da sciogliere, in relazione al rapporto fra la libertà di espressione e chi, nei fatti o di diritto, può impedirla, e può non bastare un Alessandro americano capace di reciderli di netto con la spada della valutazione pratica delle azioni, che porta a valle il giudizio su queste, spostandolo non sulle modalità in cui si realizzano, ma sugli effetti che producono.

Come meglio di me spiega la stessa professoressa di Harvard, se un presidente uscente incita a una rivolta contro le istituzioni, e contro il sistema democratico in cui è stato legittimante sconfitto, silenziarlo non può che essere positivo, e finanche doveroso. Il tema da approfondire riguarda la corretta individuazione di chi possa e debba decidere in tal senso. Che a farlo sia il proprietario dello spazio su cui si dibatte e discute mi lascia molto perplesso. Soprattutto in un frangente della storia come quello che stiamo vivendo.

Anche a causa della pandemia, che limita, quando non esclude del tutto, le possibilità di confronto e discussione dal vivo e in presenza, la dimensione e il ruolo sociale dei social (mi passerete il gioco di parole), il loro valore umano e politico, negli ultimi tempi sono enormemente aumentati. Ed è chiaramente un potere quello di consentire a questo o a quelli di parlare o meno. Un potere non virtuale, ma reale, con effetti e conseguenze nella real life delle persone e delle società.

Ripeto, non sto giudicando il caso specifico; è però innegabile che ridurre la questione (eventualità a cui pure il ragionamento della Lepore rischia di prestarsi con quella sua risposta) al fatto che nessuno abbia sancito da qualche parte il diritto di avere un account su una piattaforma social privata, non basta e non risolve il problema. E non lo risolve nemmeno per i Big Tech stessi, come dimostra il crollo azionario di Twitter dopo quella scelta, probabilmente legato al fatto che la possibilità di vedersi chiusi d’arbitrio il profilo potrebbe spingere molti ad abbandonare il social, diminuendone il numero di utenti e, quindi, le capacità di far introiti attraverso canali pubblicitari o la vendita di servizi.

Non credo che la soluzione sia nemmeno quella di augurarsi il proliferare di mille e mille piattaforme, in una supposta palingenesi dell’internet in veste iper-pluralista; per come mi pare di aver capito funzionino i social (e quelli come Twitter in particolare), questi hanno senso se vi si iscrivono a milioni con orientamenti, idee e gusti differenti. Molti social piccoli non saranno tanto più liberi, quanto costituiranno numerose bolle più o meno grandi in cui confrontarsi fra chi la pensa circa su tutto quasi come noi. Non un gran servizio all’umanità, mi sembra di poter dire.

Ecco allora che il tema si fa politico, nel senso pieno del termine. E la politica, nelle sue forme istituzionali e istituzionalizzate, deve porselo e cercare di agire direttamente. Vedete, riprendendo uno slogan di tempi andati e adattandolo al presente, sarebbe ora di provare a portare la democrazia nella rete e sui social. E portare la democrazia significa, appunto, stabilire regole condivise, comuni, chiare e conosciute, e individuare chi deve e può farle rispettare. Perché a rischio c’è ben di più che il destino di un leader sconfitto nelle urne e rancoroso nelle piazze o i valori azionari di qualche colosso della Silicon Valley.

Sono i canali, i modi e le forme organizzative della comunicazione, e quindi anche di formazione del pensiero e della cultura, dell’oggi e magari pure di un bel po’ di domani, quelli di cui stiamo discutendo; occuparcene è pertanto interesse collettivo.  

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Dove l’ho già sentita?

Titolava ieri sera l’edizione online del Fatto Quotidiano, in un pezzo in aggiornamento costante sui tormenti dell’esecutivo e nella maggioranza: «Crisi di governo, la diretta. Palazzo Chigi: “Se Renzi si sfila, basta esecutivi con lui”. Crimi: “Stop a coalizioni con Iv se ritirerà le ministre”. M5s, Pd e Leu: “Non c’è alternativa a questo premier”». Quest’ultima frase, non so perché e come mai, ma ho l’impressione d’averla già sentita da qualche altra parte, in qualche altra circostanza?

Probabilmente sbaglio. Se così non fosse, volete che quei segugi del Fatto non avrebbero scovato il parallelo fra le affermazioni dei partiti di maggioranza attuali e un uguale richiamo all’assenza di alternative fatto da altri in altre stagioni della politica nostrana? Certo, fra i giornali italiani, senza dubbio quello diretto da Marco Travaglio è il più governativo, in questa stagione di larghe intese in salsa giallorossa. Però, giornalisti che mai scriverebbero oggi il contrario di quanto avrebbero scritto ieri, tipo farsi l’augurio e sognare che il premier attuale trovi «una dozzina di senatori centristi disposti a votargli la fiducia per salvare la legislatura e il posto», mentre davano del venduto a chiunque decidesse di far altrettanto, ma verso governi a loro non graditi, sicuramente non si lascerebbero sfuggire la possibilità di inchiodare i potenti di ora, criticandone i vezzi e gli andazzi simili a quelli d’allora.

In me, l’attesa di scoprire come andrà a finire la storia della rappresentanza governativa del partito renziano palpita forse meno solamente della smania per leggere l’ultimo post di quel commentatore già critico musicale sul giornale di cui sopra, che non risparmia occasione, nemmeno nel commento più empatico e moralisticheggiante, d’invitare all’acquisto del suo impagabile (proprio nel senso che mai pagherei per averlo, credo) ultimo suo lavoro di penna.

Ovviamente, da quelle scelte potrebbe derivare una crisi di governo di proporzioni ben maggiori di quelle attuali, e di sicuro ne avrei fatto a meno. Ma tutto considerato e tutti compresi, questi sono quelli che abbiamo, gli stessi, a proporzioni e collocazioni diversamente variate, che avevamo prima e che, con buone probabilità, avremo anche dopo. Di cosa dovrei preoccuparmi, dunque, e cosa dovrei auspicarmi, dato che, come appunto loro dicono, a ciò che abbiamo, «non c’è alternativa»?

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E a scuola?

«È difficile per gli studenti comprendere perché non rientrino a scuola, capisco le loro frustrazione: la scuola è un diritto costituzionale, se a me avessero tolto la scuola non sarei probabilmente qui». E ancora: «Nelle regioni in fascia gialla tutto è aperto, tranne la scuola superiore e questo creerà profonde cicatrici, i ragazzi hanno bisogno di sfogare la loro socialità. Sono molto preoccupata, oggi la Dad non può più funzionare, c’è un black out della socialità, i ragazzi sono arrabbiati, disorientati e sono preoccupata per il deflagrare della dispersione scolastica». Così Lucia Azzolina, in un’intervista rilasciata a Radio Rai Uno.

Non sono un particolare estimatore di questo governo, ma devo dire che trovo davvero poche ragioni per dar torto alle parole della ministra dell’Istruzione, e ben più di un motivo per darle invece ragione (verrebbe da chiedere chi le abbia chiuse, quelle scuole, ma lasciamo stare). E sono tantissimi i motivi e le ragioni per star dalla parte dei ragazzi che oggi protestano perché si sentono defraudati di un diritto, a ben guardare il più importante per la costruzione del loro futuro. L’altro giorno ho fatto caso a un foglio affisso all’ingresso della galleria di un centro commerciale non lontano da casa: «capienza massima», si leggeva, richiamandosi alle norme di contenimento del contagio, «800 persone». Si capisce meglio, in quell’ottica, la provocazione di un preside di un istituto comprensivo barese, che proponeva alcuni giorni fa di trovare uno spazio per far lezione nei centri commerciali, chiedendo al contempo – e qui la provocazione non è più tale – un ristoro formativo per bambini e ragazzi a cui viene limitato fortemente l’accesso all’istruzione.

Virologi da internet ne abbiamo fin troppi, e non intendo minimamente aggiungermi al loro novero. Ma le scuole superiori sono chiuse dalla fine di ottobre, dopo che da febbraio avevano riaperto solo nella seconda metà di settembre: possibile che sia tutta colpa loro, se ancora contiamo i numeri che leggiamo nei bollettini quotidiani sull’andamento dei contagi? Possibile che la dispersione scolastica sia stato tema buono da convegni, negli anni passati, ma non imponga qualche riflessione seria ora che, per usare le parole della ministra, rischia di deflagrare, con i ragazzi lontani dai banchi da un anno, se si eccettua il breve volgere della prima parte dell’autunno scorso? Possibile che il destino di formazione e crescita di un’intera generazione conti meno, nel dibattito pubblico, di tutto il resto?

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Colpa di Trump, certo, ma non solo

«Professore, come si sente guardando queste immagini?», chiede, a proposito dell’assalto a Capitol Hill da parte di manifestanti trumpiani, Andrea Marinelli, per il Corriere della Sera in edicola giovedì scorso, a Charles Kupchan, professore di relazioni internazionali all’università di Georgetown, analista del Council on Foreign Relations e già consigliere di Obama. «Sono scioccato. È difficile accettare che quello a cui stiamo assistendo stia avvenendo negli Stati Uniti. Queste violenze però chiariscono ancora una volta che il nostro Paese è profondamente diviso», risponde il professore. Il giornalista: «Trump è l’unico responsabile?». L’esperto analista: «Il presidente ha grandi responsabilità, ma le hanno anche parecchi membri del partito repubblicano. Per certi versi, credo che il comportamento del partito sia anche più preoccupante di quello del presidente: Trump è un individuo, ma il partito non lo ha fermato. Capisco che il presidente sia popolare con la base, ma gran parte dei repubblicani ha scelto consapevolmente di non fare l’interesse degli Stati Uniti e del popolo americano».

E Kupchan ha ragione: «Trump è un individuo, ma il partito non lo ha fermato». Anzi, in tanti hanno pensato di ricavare qualcosa di utile nell’assecondarlo, fin nei più pericolosi percorsi, come le contestazioni elettorali. Il risultato lo abbiamo visto ieri in diretta mondiale, anche se, mi tocca ribadirlo, quando penso al male fatto da trumpismo di governo in questi anni, non è al tizio cornuto nelle sale del Campidoglio Usa o al tale coi piedi sulla scrivania della speaker del Congresso che vanno i miei ricordi, ma al pianto disperato di una bambina separata dai suoi genitori. Quindi Trump non è l’unico responsabile per quello che è successo, e non basterà ai repubblicani dissociarsi ora, dopo aver per anni taciuto (con importanti, quanto inefficaci, eccezioni), prestando il fianco istituzionale, i volti pubblici e i voti nelle camere, a ogni sua decisione. E anche adesso che molti di loro ne prendono, a parole, le distanze, sembrano spinti nel farlo più da valutazioni utilitaristiche che da profondi convincimenti democratici. Dov’erano, prima? Perché non si sono opposti a una deriva già del tutto evidente? Come mai non hanno detto una parola, contro chi agiva e parlava in modi in fondo non dissimili da quelli usati l’altro giorno arringando, meglio sarebbe dire aizzando, la folla contro il parlamento e i suoi rappresentanti, il sistema dell’informazione, gli avversari politici?

Nessuno di quanti ipoteticamente potremmo chiamare a rispondere a queste domande, immagino, per l’ordinamento dello Stato che rappresenta e per la sua storia risponderebbe mai di averlo fatto perché costretto da una sorta di dovere verso il capo del suo partito. Rimane pertanto il dubbio su cosa, effettivamente, questi potrebbero dire, su quali spiegazioni saprebbero addure, per un silenzio lungo quattro anni in una situazione che, se non vogliamo nasconderci dietro l’ipocrisia del riconoscimento istituzionale e il rispetto dovuto al presidente nell’esercizio delle sue funzioni, era chiara fin dal giorno in cui è cominciata.

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Il punto non è la situazione, ma le risposte che a questa si danno

La “renzieide” è un’opera che non mi appassiona. Tutt’al più m’incuriosiscono le spiegazioni di quelli fino a ieri pronti a imporre il silenzio a chi non sosteneva a forza di applausi il Renzi che loro convintamente sostenevano, sostenendo che non facendolo avrebbe vinto la destra, mentre oggi sostengono che proprio sostenendo quello che sostiene lui si mina il governo-migliore-che-possiamo-avere, così da far vincere la destra. Lo so, gira la testa: ma è un effetto usuale, quando i cambiamenti d’opinione sono così repentini, radicali e rumorosi.

Così, quanti evocavano la forca e la gogna (e non solo mediatiche) per quelli che, sganciandosi dai partiti d’elezione, si fossero spinti a sostenere governi a lor sgraditi, ora, novelli Depretis, evocano simili scenari di trasformismo, benedicendoli e auspicandoli, se tesi a dar manforte a esecutivi retti da propri beniamini, riscoprendo le virtù del sistema parlamentare e dell’assenza da vincolo di mandato. La tesi che più di tutte moralisticamente poggia sull’ineluttabilità è quella per cui, si dice, «con una pandemia in atto, è da irresponsabili cambiare un governo». Cosa che può avere un senso, per carità, ma si basa sul presupposto, non dimostrato nella semplice formulazione della tesi, che il governo in carica stia facendo tutto in maniera ottimale, o almeno al massimo possibile, e che un altro non possa fare meglio. Pongo la domanda al contrario e in via del tutto ipotetica (e chiarisco, per i pedanti, che non sto dicendo in alcun modo che così sia, né che un altro governo possibile e disponibile potrebbe far di più di quanto viene fatto dall’attuale): «con una pandemia in atto, sarebbe responsabile tenere in piedi un governo che dimostri di non essere all’altezza del compito assunto?».

Dopotutto, un cambio di governo importante in un Paese fondamentale per gli equilibri del mondo c’è stato e sarà esecutivo fra qualche giorno, pur nel turbinio, inconcepibile in un’altra epoca, delle cose che vediamo accadere; eppure, quasi tutti quelli dell’imprescindibilità del governo Conte brindano all’evento – e anch’io con loro. Certo, immagino l’obiezione: «ma lì si era arrivati a scadenza naturale». Ovvio, è così. Nondimeno, è naturale pure che, in un sistema come il nostro, un governo a cui vengano a mancare i voti in Parlamento decada.

Ripeto, il tema, dal mio punto di vista, non è il momento che stiamo vivendo rispetto a un eventuale cambio di governo, ma se nel farlo o meno si tragga o meno un vantaggio per il Paese. Se cioè, considerando i fatti nella loro completezza, tutti i pro e i contro, mantenere l’attuale maggioranza e gli attuali ministri sia, nell’ottica di chi propone una soluzione piuttosto che un’altra, positivo per le sorti della nazione, o se invece, cambiandoli, si possano ottenere risultati migliori, in grado di ripagare per gli inevitabili scompensi dovuti alla formazione d’un nuovo esecutivo.

Voglio dire che sarei felice se Conte fosse sostituito da qualcun altro? Non sto parlando del caso specifico, ma in generale della possibilità che le cose avvengano, persino in una situazione oggettivamente complicata, come quella che stiamo vivendo da quasi un anno a questa parte. Però, siccome non voglio sottrarmi a chi potrebbe chiedere di esprimere un potenziale parere sul governo e sugli uomini che lo guidano, dico solo che, a mio giudizio, parlano per Conte gli atti firmati con Salvini.

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L’epifania della nostra ambiguità

Non so se il Papa sia mai stato in vacanza. So però che probabilmente tutti quelli che si sono detti, alle sue parole sul sentirsi addolorato dalla chi pensa alle vacanze e non a quelli che soffrono, in tempi di pandemia e crisi economica correlata (correlata anche per la chiusura di attività come quella del turismo, fra l’altro, ma lasciamo perdere), «ha ragione, come si può pensare al proprio divertimento, dinanzi alle sofferenze e ai morti», in vacanza, in altri tempi, ci sono andati e sperano di andarci ancora. Bene; pure in quelli c’è stata e ci sarà gente sofferente, mentre noi pensavamo e penseremo al nostro divertimento.

Prendo un anno a caso, prima del morbo mondiale, ma non così remoto da non consentirci un agevole ricerca fra le nostro foto sui social. 2017, titolo dell’edizione online della Stampa del 12 ottobre, a proposito di un rapporto pubblicato da Save the Children su malnutrizione e infanzia: «Ogni giorno nel mondo 8 mila bambini muoiono di fame (prima dei 5 anni)». Abbiamo pensato alle vacanze, in quell’anno? E perché oggi sarebbe quasi immorale farlo, mentre allora era lecito? Cos’è cambiato, oltre alla distanza fra noi e i morti?

​Il fatto è che siamo ipocriti. Terribilmente ipocriti. E ci fingiamo indignati solo quando le cose accadono nei pressi delle nostre esistenze, mentre su tutto il dolore che vediamo o sappiamo nascere da quello che scegliamo, passiamo sopra senza curarcene, in fondo dicendo ai noi stessi: «è così che va il mondo, che è sempre andato e andrà».

Ci siamo scandalizzati, e giustamente, per le parole insensibili di un rappresentante degli industriali. Però fingiamo di ignorare come l’intero nostro stile di vita contempli l’indifferenza per le sorti altrui. Per il benessere che abbiamo, inquiniamo. E, per gli effetti diretti e indiretti di quell’inquinamento, «qualcuno morirà; pazienza». Per il gadget che avete tra le mani nel leggermi e che ho usato per scrivere, qualcuno si è letteralmente ammazzato di fatica, nelle fabbriche costruendolo o nelle miniere a cavare le materie prime per farlo, è morto; «pazienza». La nostra tavola, le nostre dispense, i nostri banchi alimentari sono pieni di cibo che sprechiamo, mentre nel mondo, come ricordava il rapporto della Ong citato e come ogni anno ci ricordano altre agenzie e altri rapporti, a milioni muoiono di fame; «pazienza». La tragedia che ci tocca vivere, poi, si realizza nella misura in cui, com’è stato nel corso dell’anno appena concluso, persino la sospensione della modernità commerciale e industriale si paga in sofferenze umane, che sono sempre, e per prime, quelle dei più deboli, degli ultimi (cosa che l’Onu ci dice esser accaduta per gli effetti del lockdown su scala planetaria).

In questa stagione epifanica, a essere emersa è la nostra ambiguità, la doppiezza della morale che professiamo. Furiosamente diamo dell’egoista a chi non rispetta le norme di contenimento della pandemia (e non sto qui in alcun modo giustificandoli, chiarisco a beneficio dei benpensanti), ma non è forse egoismo anche il nostro, che, in principio, le accettiamo, e temiamo il comportamento degli altri perché può metterci a rischio? Non pensiamo forse a noi stessi e ai nostri cari, quando ci preoccupiamo della diffusione del contagio? Quando vogliamo misure stringenti, magari al sicuro di possibilità e risorse in grado di sostenerle e di dare la necessaria sicurezza che serve a sostenere il sacrificio dell’oggi nell’attesa del beneficio per domani, e proprio nella speranza che queste durino il meno possibile e ci lascino alla nostra vita comoda di prima, di cosa, se non del nostro personale interesse, ci stiamo occupando? Quando proclamiamo la nostra giusta volontà di vaccinarci, non è sostanzialmente alla nostra immunità che pensiamo, molto più e prima di quella diffusa a beneficio di tutti, addirittura per trarne una sorta «privilegio», come lo ha onestamente definito uno dei virologi più ascoltati da quelli che pensano e agiscono rettamente?

E non siamo ipocriti, quando fingiamo di dire tutte le cose che diciamo, e che ci fanno sentire giusti e retti nel dirlo, in nome del benessere collettivo, mentre in fondo, lungi da ambizioni nobilitanti, è al nostro «particulare» che esclusivamente, con angoscioso e angosciante interesse, stiamo guardando?

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«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza»

«More than three years into the Iraq War, a National Geographic poll found that fewer than a quarter of Americans with some college education could locate Iraq, Iran, Saudi Arabia, and Israel on a map. The peril of ignorance is a perennial American lament. Less than a generation after the founding of the country, Thomas Jefferson wrote, “If a nation expects to be ignorant and free, in a state of civilization, it expects what never was and never will be.” But, by the early years of the twenty-first century, Americans were no longer surprised by annual reports that showed our students falling behind other countries’. In a 2005 survey, two-thirds of Americans could not name the three branches of government. Scarcely a third of high-school seniors read at or above the level of proficiency. Americans were not just losing their grip on the basics of science, civics, and cultural knowledge; they didn’t seem to care. […] Magical thinking was taking its place on the main stage of politics. Bill Moyers, in a speech on end-times rhetoric in evangelical politics, lamented, “One of the biggest changes in politics in my lifetime is that the delusional is no longer marginal.” In the 2008 book “The Age of American Unreason,” Susan Jacoby declared, “America is now ill with a powerful mutant strain of intertwined ignorance, anti-rationalism and anti-intellectualism.”».

I brani citati sono tratti da un articolo di Evan Osnos, per il New Yorker dello scorso 16 novembre. Parla degli Stati Uniti, che forse sono l’unico Paese, tra quelli Ocse, a star messo peggio dell’Italia, sotto quel punto di vista. Ci pensavo nei giorni scorsi, leggendo della notizia dello spostamento della data del Suneung, il test di abilitazione che i ragazzi della Corea del Sud fanno per essere ammessi alle università (e che, tradizionalmente, cade il terzo giovedì di novembre, ma che quest’anno, per i motivi che facilmente immaginate, è slittato al primo giovedì di dicembre). La graduatoria di quella prova permetterà ai giovani coreani di accedere ai vari atenei sulla base dei punteggi ottenuti: i primi, potranno iscriversi ai migliori e così via. Per quell’esame ci si prepara lungo tutta la carriera scolastica e, in particolare nell’ultimo anno, non sono pochi gli studenti che affrontano una mole di lavoro enorme a ritmi esagerati (con punte di esasperazione che non esiterei a definire “patologiche”), pur di strappare un voto in più in quella prova. Nel giorno dell’esame, l’intero Paese trepida: gli aerei, durante la prova d’inglese, non atterrano e non decollano, per non condizionare l’ascolto, gli autobus non usano il clacson nei pressi delle scuole, i tassisti, e persino i poliziotti, accompagnano i ragazzi che rischiano di non arrivare in tempo, gli uffici aprono più tardi per non intralciare il traffico. Con tutti i limiti che io sento in quell’iper-competitività (e i suoi costi sociali e psicologici), per i coreani, la sfida della scuola è la sfida della nazione intera. E non credo sia per un caso se negli ultimi venti-trent’anni quella penisola, che fino agli anni ’60 era un Paese povero e arretrato, si sia fatta conoscere nel mondo intero per le sue produzioni ad altro valore aggiunto, scientifico e tecnologico.

Anche l’Italia, subito dopo la seconda guerra mondiale, era un Paese non certo fra i più moderni, con sacche di analfabetismo importanti in diversi territori, in particolare nel Mezzogiorno, e nelle classi meno abbienti, tra i contadini e i braccianti in modo peculiare. Il lavoro per uscire da quello stato fu immenso, collettivo e sentito. E i figli dei braccianti analfabeti del Sud andarono a scuola, alcuni persino all’università, diventando avvocati, insegnanti, ingegneri. Un salto incredibile in una sola generazione che in qualche regione portò i sociologi americani a investigare sul fenomeno, diretti sul posto per capire come fosse stato possibile in quel breve tempo un’evoluzione che in altri casi e contesti aveva richiesto più di qualche decennio e ingenti risorse in investimenti e strutture.

Figlio e nipote di quel “miracolo”, una certa idea me la sono fatta, per rispondere agli interrogativi di quei sociologi statunitensi della metà del secolo scorso, ed è sostanzialmente legata al pensiero, che si radicò in quelle classi meno fortunate proprio nell’incontro, attraverso l’emigrazione e l’esempio d’altri conosciuto direttamente, che l’unico investimento su cui potevano con successo puntare, non avendo né vedendo terre su cui spendere e processi industriali nei quali puntare, ancor meno doti da impegnare, era quello nelle teste dei loro stessi figli. E, alla prova dei risultati positivi ottenuti, quel pensiero fu confermato e corroborato, tanto che proprio dove le risorse economiche, materiali e produttive dei territori erano più scarse, si fece in proporzione più importante e forte quel tipo di pensiero e modo di agire.

E oggi? Oggi rischia di accadere il contrario. La crescita culturale e formativa è diventata una variabile fra le altre, e non la più importante. Lo stiamo vedendo nei tempi difficili che viviamo: si discute, anche aspramente, se lasciare la possibilità di fare o meno il pranzo delle feste col parente nel comune vicino, se aprire lo store di abbigliamento prima dei saldi o il locale alla moda per l’ora dell’aperitivo (e non se ne sta qui sminuendo l’importanza), ma ben poco si mette in discussione il fatto che le scuole debbano rimanere chiuse fino a data da destinarsi. Dimenticando, o almeno non preoccupandosene abbastanza, che per quella chiusura, sostituita dalle modalità in remoto, a pagare saranno soprattutto i figli delle classi più svantaggiate, quelli già maggiormente in difficoltà.

Da quegli stessi ambienti così penalizzati ci si aspetterebbe una maggiore pressione per ottenere quell’attenzione che non viene loro rivolta attraverso le decisioni prese. Invece, tacciono. Magari sono gli stessi che si battono per la libertà di cenone, shopping e spritz, però non spingono per la riapertura delle aule e per le lezioni in presenza. O meglio, lo fanno, e con forza, quando la scuola chiusa è quella dei più piccoli, meno, o per nulla, quando riguarda gli adolescenti; ed è difficile non cedere alla tentazione (per quanto senza poter io addurre a sostegno di ciò prove se non indiziarie) che tale diverso approccio al tema sia dovuto alla differente età degli studenti coinvolti, non tanto perché si stimino più duri gli effetti sulla formazione dei più piccoli, senza poter accedere all’universo di relazioni e socialità proprie e naturali di una scuola, quanto al fatto che, chiuse o meno che siano le aule, i più grandi non han bisogno delle stesse attenzioni, e quindi è comunque lasciata ai genitori la facoltà di vivere la propria vita e condurre le proprie attività senza per quello eccessive limitazioni.

Tuttavia, non è solo in virtù di visioni corte che si arriva a una tal sottovalutazione del ruolo della scuola e della cultura nella crescita dei singoli e delle società. È che, a differenza del tempo che ho citato, di quello che qui successe nell’ultimo dopoguerra, oggi non si ha immediatamente e chiaramente la prova del contrario. Non tanto nel fatto che l’ignoranza sia un fardello pesante nel corso della vita, quanto di quella per cui l’istruzione sia un reale ed effettivo vantaggio.

Parliamo da molto, e se ne parla tanto, di «ascensore sociale bloccato». Se questo è, però, lo è proprio nella misura in cui l’unico tasto di quell’ascensore utilizzabile da chi ha meno è proprio quello della propria formazione ed è questo a essersi bloccato. La percezione diffusa (e qui le prove a sostegno sono non di rado circostanziali) è che, colto o meno che sia il singolo, se non ha a disposizione giusti percorsi relazionali in cui farsi valere, non andrà molto lontano. Al contrario, chi della conoscenza non fa il suo forte, ma di conoscenze ha la faretra colma, si ritrova a finire alla guida di processi e situazioni di cui ignora spesso composizione, estensione e funzione (le prove di un simile fenomeno abbondano e sono dirette).

Ma voglio comunque concludere con una speranza. Quella contenuta nel messaggio che Gramsci rivolgeva dalle colonne dell’Ordine nuovo a tutti quanti guardavano al movimento operaio e all’idea che nell’epoca spiegava le ali: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza». La speranza, cioè, di poter vedere un giorno davvero all’opera la «nostra intelligenza», collettiva, al servizio di una crescita che non può esser davvero pienamente tale se non è realmente condivisa, comune. Sola via che consente di resistere ai tentativi di prevaricazione, discriminazione e offesa, persino quando potremmo essere noi stessi a compierne.  

E con questa speranza, chiudo l’anno di Filopotica. Auguri; ne abbiamo bisogno.

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E mentre i ricchi s’indispettiscono se si parla di tassarli, crescono i poveri

È uno strano Paese questo, dove non si può parlare di tassare i ricchi senza scontentare anche quelli che ricchi non sono, ma non si riesce a parlare dei poveri perché, per non disturbare il pranzo dei ricchi, semplicemente, è meglio tacerne. E intanto quelli, i poveri, diventano ancora più poveri e diventano ancora di più. In una spirale, per loro, terribile, straziante e con sempre minori intraviste vie d’uscita. 

Gli ultimi dati (ripresi in un articolo di Valentina Conte, per Repubblica) parlano di 8,8 milioni di poveri in Italia, a cui, nel prossimo anno, potrebbero aggiungersene altri 5 milioni, trascinati in miseria pure dagli effetti economici delle misure intraprese per tutelare la salute pubblica. Di questi ultimi, oltre un milione sarebbero bambini e ragazzi, che si aggiungerebbero ad altrettanti già in quelle condizioni. Parliamo di fame, scarse cure sanitarie, istruzione nulla o a intermittenza su cui i lunghi mesi di didattica a distanza di certo non hanno giovato e non giovano. La Caritas informa che ad aprile, mentre ci immaginavamo tutti canterini sui balconi, le richieste di aiuto per i bisogni primari nelle loro strutture sono aumentate del 105% su scala nazionale, del 153% al Sud. Quando parliamo di misure da adottare, ricordiamoci che c’è chi, per quelle, paga in solido. E molti ben al di sopra delle loro possibilità.

Sono questi i motivi per cui ritengo giusto tassare di più i patrimoni di quelli che ne hanno di più ingenti. E aggiungo, in questa fase di congiuntura straordinaria, anche i redditi di chi non ha visto contratti i propri (io fra questi, il mio per primo). Perché, vedete, non si tiene in piedi una società in un Paese ricco in cui quelli che sono in povertà (fra assoluta o relativa, è una distinzione che comunque comprende privazioni importanti) rappresentino un quarto del totale della popolazione.

E quando una società fatica a stare in piedi, ragionevolmente, rischia di crollare.

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Ma che problemi ci sarebbero, con una patrimoniale?

Nel merito dell’ultima proposta sul tema formulata con un emendamento (anche un po’ estemporanea, lo ammetto), non voglio entrare. Certo, vanno valutate bene soglie, aliquote, eventuali ricadute, interessati, paganti, beneficiari, eccetera, eccetera, eccetera. Ma in linea di massima, quali e quanti problemi ci sarebbero, nel caso in cui questo Paese, come altri, decidesse di accettare il principio e applicare la norma di una tassa sui grandi patrimoni?

Voglio dire, l’ostilità a una patrimoniale che colpisse, appunto, patrimoni superiori a mezzo milione di euro la capisco. Da parte dei possessori di quei patrimoni, intendo. L’astio preconcetto diffuso, sinceramente, un po’ meno. L’ipotesi che sta facendo discutere prevede (cito dal Sole 24 Ore, non certo un volantino antagonista) «l’abolizione dell’Imu e dell’imposta di bollo sui conti correnti e di deposito titoli, per sostituirle con un’aliquota progressiva minima dello 0,2% “sui grandi patrimoni la cui base imponibile è costituita da una ricchezza netta superiore a 500 mila euro e fino a 1 milione di euro” per arrivare al 2% oltre i 50 milioni di euro. Per il 2021, invece, è prevista un’aliquota del 3% per patrimoni superiori al miliardo di euro». Davvero sarebbe così scandaloso?

La vulgata che negli ultimi anni ha tenuto il centro della scena nel dibattito politico, non di rado ammorbando di sé così tanto il confronto da non ammettere ipotesi contrarie, è stata incentrata sull’idea per cui, a conti fatti, la destra sarebbe vista dal popolo quale parte a tutela dei propri interessi, la sinistra, invece, votata ai temi cari alle élites. Fatti i conti, ora emerge una destra, pure quella nazional-populista, schierata a difendere l’intangibilità della ricchezza. Su questo, curiosamente, si allineano persino, nelle loro leadership, i partiti artefici dell’accordo di governo che sorregge l’esecutivo, e che, per storia o cronaca, dovrebbero stare dalla parte di chi, quei patrimoni, dovrebbe cercare di renderli un po’ meno individualisti e un po’ più sociali.

Dovrebbero, dicevo.

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