«Le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche», scrive Benedetto Croce nella sua Storia d’Europa nel secolo decimonono (Adelphi, 1991, Epilogo, p. 435). Una frase che non indebolisce la nazione come costruzione: la rende esigente. Se non è natura, è opera. E ciò che è opera può essere costruito — o lasciato decadere.
Croce non smonta l’idea di nazione. La sottrae al sangue e alla terra per restituirla alla storia. Non destino, ma forma. Non origine, ma risultato: «e a quel modo che […] un napoletano dell’antico Regno e un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri s’innalzeranno a europei […]. Questo processo di unione europea, che è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e sta contro di essi e un giorno potrà liberarne affatto l’Europa, tende a liberarla in pari tempo da tutta la psicologia che ai nazionalismi si congiunge e li sostiene e ingenera modi, abiti e azioni affini» (op. cit., pp. 435-436). La costruzione non cancella. Compone. Non divide. Eleva. E quella costruzione superiore non è una promessa: è una possibilità. Forse, un dovere.
Anche la democrazia non è un dato naturale. È una costruzione. Una grande invenzione. Fragile. Nazione e democrazia non si oppongono. Si reggono. Senza democrazia, la nazione diventa tribù. Senza nazione – da intendersi come comunità politica condivisa –, la democrazia diventa procedura. Una senza l’altra o si chiude o si svuota. È qui che il discorso pubblico oggi si rompe: quando la nazione viene invocata contro la democrazia, o la democrazia contro la nazione. In entrambi i casi, si perde l’una e l’altra.
Patrick J. Geary ha mostrato che le nazioni, così come le raccontiamo, non vengono dal Medioevo, ma da una retroproiezione moderna (cfr. P. J. Geary, Il mito delle nazioni. Le origini medievali dell’Europa, Carocci, 2016). Non è un’osservazione neutra. Significa che ciò che appare antico e inevitabile è spesso costruito e recente. E ciò che è costruito può essere usato. Il mito delle origini non rafforza la nazione, ma la irrigidisce. La trasforma da coscienza in essenza, da storia in destino.
È precisamente questa rigidità che Joseph Roth mette in scena ne La marcia di Radetzky. Il capitano distrettuale von Trotta arriva a vedere il mondo come un insieme di «nazioni» ostili e di «minoranze nazionali» percepite come corpi estranei e «elementi rivoluzionari». Eppure Roth mostra proprio il carattere artificiale e patologico di quello sguardo: «Potevano esserci molti popoli, ma mai nazioni». Non è una celebrazione della monarchia multinazionale austro-ungarica. È qualcosa di più radicale: il sospetto che l’idea stessa di nazione, trasformata in ossessione identitaria, finisca per dissolvere la convivenza che pretende di proteggere. La nazione, quando smette di essere costruzione politica e morale, diventa paranoia amministrativa, censimento, classificazione, paura della differenza. Von Trotta vede ovunque «elementi rivoluzionari», comunità da sorvegliare, minoranze da contenere. E proprio in questa ossessione Roth mostra il logoramento interno dell’Impero: una struttura che perde legittimità mentre tenta disperatamente di irrigidire le appartenenze.
Cambiando orizzonte geografico, in Come tigri nella neve la scrittrice coreana Juhea Kim mostra cosa accade quando lingua, memoria, cultura vengono colpite: l’identità non scompare, ma si contrae, resiste, si deforma (cfr. J. Kim, Come tigri nella neve, Editrice Nord, 2022). La nazione non è un dato: è ciò che si ricorda insieme. Ma ogni memoria è selezione, e ogni selezione è responsabilità. Qui si decide se costruire o manipolare.
Non siamo i primi a vedere questo problema e le sue ricadute. Mazzini pensava la nazione come missione, non come recinto, e Cattaneo come federazione, non come chiusura. Entrambi guardavano oltre: a un’Europa dei popoli, a una forma di unità che non annulla, ma coordina.
Gli Stati Uniti d’Europa non nascono da un’idea tecnocratica. Nascono da qui: dalla consapevolezza che la nazione, da sola, non basta. Croce raccoglie questa linea e la porta fino al punto critico: la guerra mondiale come «riduzione all’assurdo di tutti i nazionalismi» (op. cit., p. 435). Non è la nazione a essere smentita. È la sua caricatura a finire nel vortice di quella carneficina. E Croce scriveva quelle parole agli inizi degli anni ’30, prima della presa nazista sulla Germania e su gran parte del continente: forse presagendo, di sicuro non conoscendo ciò che poi sarebbe accaduto.
Ma il punto più radicale emerge proprio mettendo insieme Croce e Roth. Se la nazione è una costruzione storica, allora può essere superata da una costruzione più ampia senza essere negata. Croce pensa l’Europa come innalzamento delle nazioni. Roth, attraverso il disfacimento morale dell’Impero e la follia identitaria dei suoi funzionari, lascia intravedere qualcosa di ancora diverso: il sospetto che nessuna forma politica debba mai assolutizzarsi come destino definitivo. È un’intuizione che attraversa anche Kant nella Pace perpetua: non un impero universale, ma una federazione capace di limitare la violenza delle sovranità assolute. Non la cancellazione delle differenze, ma il loro contenimento dentro una forma politica superiore e continuamente rivedibile.
La distinzione è semplice, ma decisiva. Costruzione: integrazione, coscienza, apertura. Regressione: identità, paura, esclusione. La prima tiene insieme le differenze. La seconda le irrigidisce. La prima ha bisogno della democrazia. La seconda la svuota. Quando la nazione diventa slogan, è già perduta.
Ed è qui che s’inserisce anche quel crociano «gli altri s’innalzeranno a europei». Non è cancellare le patrie. È imparare a tenerle insieme. L’Europa, come le nazioni che la precedono e le realtà che la storia ha già archiviato, non è un dato, ma una costruzione morale. E come ogni costruzione può fallire.
La domanda non è se la nazione sia naturale o artificiale, dato che è evidente la sua costruzione culturale e umana. La domanda è se siamo ancora capaci di costruirla. Insieme. Confliggendo, ma dentro regole comuni. Ricordando, senza trasformare la memoria in arma. Nazione e democrazia non si ereditano: si fanno.
E ogni generazione decide se continuarle — o distruggerle chiamandole con lo stesso nome.