Per il numero del 25 maggio 2026 del New Yorker, Jill Lepore scrive un interessante saggio dal titolo Robot Lit: The Prehistory of A.I. Slop. Il punto di partenza è una parola diventata improvvisamente di moda: slop, il contenuto generato dall’intelligenza artificiale che invade il web, riempie i social, produce articoli, immagini, commenti, recensioni, pubblicità.
Lepore ricorda che quella che oggi proviamo nei confronti delle potenzialità dell’A.I. è una paura non nuova. Nel 1962 un programma chiamato Auto-Beatnik produceva poesie automatiche. Nel 1953 il matematico Christopher Strachey aveva messo a punto un software capace di generare lettere d’amore. Ancora prima esistevano macchine combinatorie per costruire trame narrative e testi letterari. Ogni generazione ha avuto la sua versione della medesima inquietudine: e se le macchine imparassero a scrivere?
Seppure si ha l’impressione di trovarci di fronte a qualcosa di radicalmente nuovo, la storia raccontata da Lepore suggerisce una lettura diversa. Forse ciò che cambia non è la paura, ma gli strumenti che la suscitano. In fondo, la tecnica ha sempre provocato una domanda che è insieme filosofica e antropologica: che cosa resta propriamente umano quando una funzione che consideravamo esclusivamente nostra viene affidata a un artefatto? È una domanda che attraversa tutta la modernità. Ed è forse per questo che, leggendo Lepore, torna inevitabilmente alla mente Heidegger.
Quando l’autore di Essere e tempo osservava che «l’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico» (cfr. La questione della tecnica, 1953), intendeva proprio questo. Il problema non è la macchina, ma il modo in cui essa modifica il nostro rapporto con il mondo. Per questo motivo sarebbe un errore discutere l’intelligenza artificiale soltanto in termini di efficienza o di produttività. La questione decisiva è un’altra: che cosa accade alla nostra esperienza del linguaggio, quando questo diventa una materia che può essere prodotta industrialmente?
Lepore descrive il fenomeno contemporaneo come una sorta di “alluvione”; metafora efficace. Non perché i testi siano necessariamente falsi o inutili, ma perché il problema diventa la sovrabbondanza. Non la mancanza di parole, quanto il loro eccesso. Ma forse il punto decisivo non è questo. Perché il timore che una tecnologia alteri il nostro rapporto con il sapere è molto più antico dei computer.
Nel Fedro, Platone mette in scena un dialogo che, letto oggi, suona sorprendentemente familiare. Socrate racconta il mito dell’invenzione della scrittura. Il dio Theuth presenta la sua scoperta come un rimedio alla dimenticanza e uno strumento di sapienza. Il re Thamus risponde che accadrà esattamente il contrario: gli uomini, confidando nei segni scritti, smetteranno di esercitare la memoria e finiranno per possedere soltanto l’apparenza del sapere: «Molte cose si crederanno di conoscere, mentre per lo più non le conosceranno affatto» (Fedro, 275a-b).
La critica non riguarda la scrittura in quanto tale. Riguarda qualcosa di più profondo. Socrate teme che il sapere possa separarsi da colui che sa. Poco dopo, infatti, aggiunge una delle immagini più celebri della filosofia occidentale: «La scrittura ha di grave questo; è proprio simile alla pittura. I suoi figlioli stanno lì come vivi; ma se domandi loro qualcosa, maestosamente tacciono» (Ibid., 275d-e).
Il testo scritto sembra parlare, ma non può rispondere. Circola senza il suo autore. Non può spiegarsi, correggersi, difendersi. Una volta affidata alla pagina, la parola si emancipa dall’uomo che l’ha pronunciata. Non è difficile capire perché questa pagina venga continuamente riscoperta ogni volta che compare una nuova tecnologia della comunicazione. La stampa, il giornale, la radio, la televisione, Internet. Sempre riaffiora la stessa inquietudine: che cosa accade quando il linguaggio si separa dalla presenza di chi parla?
L’intelligenza artificiale sembra spingere questo processo ancora oltre. La vera novità non è che una macchina produca parole; è che ci troviamo improvvisamente costretti a domandarci che cosa abbiamo sempre inteso con la parola «linguaggio». Per secoli, il linguaggio è stato inteso come il tratto distintivo dell’umano: non una semplice successione di vocaboli, ma il luogo in cui memoria, esperienza, pensiero e mondo si incontrano. L’intelligenza artificiale non mette in crisi soltanto il lavoro degli scrittori. Mette in discussione una delle più antiche definizioni di ciò che significa essere uomini.
Per questo la questione sollevata dall’A.I. è meno tecnica di quanto sembri. Quando leggiamo un testo generato da una macchina, ciò che ci inquieta non è soltanto la sua qualità, ma il fatto che ci troviamo davanti a parole prive di esperienza, a frasi che sembrano provenire da qualcuno senza provenire da nessuno.
Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale non inaugura un problema nuovo. Porta alle estreme conseguenze un problema antico. La scrittura aveva separato la parola dalla voce; l’intelligenza artificiale sembra separare la parola dall’esperienza.
Forse, allora, ci stiamo ponendo la domanda sbagliata. Lo stesso saggio di Jill Lepore contiene un’indicazione preziosa. Molto prima dei computer, ricorda, esistevano già manuali che promettevano di costruire racconti attraverso procedimenti combinatori. Cita The Fiction Factory (1912), che già il titolo presenta la narrativa come una sorta di produzione industriale, e Ten Million Photoplay Plots (1919), un manuale che riduceva le possibilità narrative a trentasette trame fondamentali, combinabili fino a produrre oltre dieci milioni di intrecci diversi. Dopo il successo della parola “robot”, il suo autore arrivò perfino a proporre un Plot Robot: non una macchina, come osserva ironicamente la firma del New Yorker, ma una semplice ruota di cartone da far girare per ottenere nuove combinazioni. Il particolare è curioso, ma la questione è molto più seria.
Sarebbe troppo semplice attribuire all’intelligenza artificiale la responsabilità di una possibile standardizzazione della letteratura. L’A.I. non inventa questa logica, la eredita. Il problema non nasce quando un algoritmo applica un procedimento, sorge invece quando noi stessi accettiamo che scrivere significhi soprattutto applicare un procedimento. Da questo punto di vista, diventa quasi secondario che a elaborare il testo sia un processore o un essere umano formato attraverso manuali che trasformano la narrazione in una sequenza di passaggi obbligati. La differenza riguarda il soggetto che esegue il procedimento, non il procedimento in quanto tale.
L’intelligenza artificiale non rappresenta la sconfitta della letteratura. Rende visibile ciò che della letteratura avevamo già trasformato in procedura. Il punto, allora, non è se a insegnare quella tecnica sia un docente o un algoritmo. Il punto è aver ridotto la scrittura a una tecnica integralmente “formalizzabile”. Una volta compiuto questo passaggio, diventa quasi indifferente chi applichi quelle regole: uno scrittore, un insegnante, un processore.
È qui che Platone e Heidegger tornano a parlarsi. Nel Fedro, Platone non condanna la scrittura perché è una tecnica; teme che la téchne finisca per sostituire il rapporto vivente tra il sapere e chi lo possiede. Più di duemila anni dopo, Heidegger, nella citata Questione della tecnica, compie un passo ulteriore: la tecnica non è più semplicemente uno strumento nelle mani dell’uomo, ma diventa il modo in cui l’uomo guarda il mondo, fino a considerare ogni cosa — e infine anche sé stesso — come qualcosa di disponibile, calcolabile, producibile.
Non è da escludere che sia proprio qui che si collochi l’intelligenza artificiale. Non perché le macchine abbiano imparato a parlare, ma perché noi rischiamo di pensare che parlare significhi soltanto applicare correttamente una tecnica.
In un certo senso, la parabola è impressionante. All’inizio della tradizione filosofica occidentale, Platone si chiedeva se la scrittura avrebbe allontanato gli uomini dalla verità. Alla fine della metafisica, Heidegger si domanda che cosa accada quando il mondo stesso viene trattato come una riserva di materiali disponibili. Fra questi due estremi, la nostra epoca aggiunge una nuova figura: quella di parole che continuano a moltiplicarsi anche quando non è più chiaro chi stia parlando.
Per questo, in questa parte del mondo, il dibattito sull’intelligenza artificiale suscita tanto interesse. Non riguarda soltanto il futuro della tecnologia, ma sottende una domanda che accompagna l’Occidente da più di duemila anni: dove risiede il significato delle nostre parole? Nella loro forma? Nel loro autore? Nella loro interpretazione? Oppure, semplicemente, nella relazione vivente tra esseri umani che parlano e ascoltano?
L’articolo di Lepore ha il merito di ricordarci una cosa semplice. Ogni epoca tende a considerare inedite le proprie paure. Ma spesso esse non sono altro che il ritorno di interrogativi molto antichi. Le macchine cambiano. Le domande restano.
E forse la più importante non è ancora se l’intelligenza artificiale riuscirà un giorno a scrivere come un essere umano. È se noi saremo ancora capaci di riconoscere ciò che rende umana una parola.