Il nostro fragile Pinocchio

Pochi giorni fa, il 26 giugno scorso, ci ha lasciati Raffaele La Capria. Non una morte improvvisa, quasi centenario, oramai, e da tempo lontano dalla, diciamo così, vita pubblica. Per chi scrive, in ogni caso, una perdita grossa. Questo blog non ha molto usato le parole dello scrittore partenopeo; il suo autore, al contrario, di quelle spesso si è nutrito, e con quelle ha contribuito a costruire il proprio essere. Per questo, oggi non voglio fare un elogio dello scomparso, non ne ho voglia e non ne sarei capace. Però, voglio ricordarlo con alcune delle parole che su questo spazio ho già usato e concludendo, come allora, con lo stesso auspicio di riflessione, per Filopolitica e per me. A presto.

«“E va bene, leggiamolo così allora. Cosa vuol dire che Pinocchio è un burattino che non riesce a diventare un uomo?”
“Vuol dire che non è capace di crescere. E crescere non significa essere responsabile delle proprie azioni, mettere giudizio, come si dice, cioè saperle giudicare? Pinocchio non ne è capace, come ho detto.”
“Certo, non ne è capace; ci prova, poi ricade sempre nelle stesse abitudini.”
“E non ti sembra questo un tratto molto italiano? Non c’è in fondo ad ognuno di noi un Pinocchietto irresponsabile che non vuole maturare e che non sa giudicarsi?”
“Come si manifesta questa irresponsabilità?”
“Lo vediamo tutti i giorni. Nel disordine della nostra vita pubblica, nel nostro scarso senso civico, nella nostra ‘cattiva educazione’. Quella tendenza ad anteporre sempre quello che ci conviene, il proprio ‘particulare’, al bene comune è appunto la nostra immaturità. E poi c’è anche una immaturità politica, che si accompagna all’altra: quella per cui siamo sempre talmente schierati da una parte da non riuscire mai a comprendere le ragioni, e perfino l’esistenza, dell’altra parte.”
“Infatti, ho notato che uno dei difetti principali per cui Pinocchio non riesce a diventare un uomo, è che dà sempre la colpa agli altri delle proprie malefatte.”
“Questo avviene anche da noi, in politica. Mai c’è stato uno che riconoscesse di aver sbagliato, che ammettesse la propria colpa fino in fondo.”».

Parlava in quel modo di Pinocchio, l’intellettuale partenopeo (in una conversazione, ora in Il Sentimento della letteraturaFalse partenze con Letteratura e salti mortali e Il sentimento della letteratura, Mondadori, 2011, pp. 231-237, dal titolo Pinocchio, l’italianissmo), e ci parla ancora di quanto questo burattino sia «l’unico vero personaggio della letteratura italiana», quello che «possiede tutti i tratti principali della nostra stirpe. L’indole, il modo di essere e di manifestarsi, i vizi e le virtù. Tutti i tratti del carattere italiano, non uno soltanto. E li rappresenta bene». Le bugie, che tutti dicono, «ma solo noi crediamo sinceramente che siano la verità»; i cinque zecchini d’oro, avuti da Mangiafuoco e con cui vorrebbe comprare una nuova giacca al suo babbo, ma che pianta, su suggerimento del Gatto e della Volpe, nel “Campo dei Miracoli” per «diventare ricco con poca fatica e da un momento all’altro»; le faine ladre di polli, che propongono al Pinocchio da guardia una gallina a settimana per non abbaiare, come facevano col cane Melampo, per una pratica «considerata naturale. Teorizzata. Eletta a sistema»; il Grillo Parlante, «la nostra coscienza che mettiamo sempre a tacere e forse abbiamo ucciso, come Pinocchio ha forse ucciso il Grillo»; la Fatina Azzurra, «una mamma sempre disposta a perdonare»; i Carabinieri, «che si lasciano scappare sotto il naso Pinocchio, che è loro prigioniero»; i Giudici, «come quello che, rovesciando tutta la logica della giustizia, condanna Pinocchio perché è stato derubato»; e Mangiafuoco, ché «quando ci sono i burattini esce sempre un burattinaio, e i burattini come Pinocchio rischiano di fare una brutta fine».

Come la legge Raffaele La Capria, quella storia parla ancora dell’oggi. In particolare, in quel quadro, nulla si troverebbe fuori posto, se lo si volesse usare come schema per leggere la modernità a queste coordinate. E se questa non fosse pure la patria del Leopardi, che due anni prima che il Collodi nascesse e con oltre mezzo secolo d’anticipo sul Pinocchio, scriveva il suo Discorso sopra lo stato presente del costume degl’italiani, potrebbe parer strano che un ritratto letterario fatto centocinquanta, duecento anni prima, calzi perfettamente al profilo attuale delle genti di qua.

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Facciamo l’ipotesi

Ora ce lo dice pure Elon Musk; l’Italia, come altri Paesi benestanti, si sta spopolando. Novità assoluta: in pratica, scopriamo che i poveri fanno più figli dei ricchi, e che in questo, le nazioni non fanno eccezione rispetto alle singole famiglie. Non vorrei azzardare di dare un dispiacere al capo di Tesla, ma credo chiamassero i primi “proletari” proprio per quel motivo lì; perché la prole era l’unica ricchezza che avevano e perché, di prole, generalmente ne avevano di più dei signori e degli appartenenti ai ceti più abbienti.

Ma lasciamo perdere le scoperte del tour operator spaziale e concentriamoci sui fatti che quella verità mette in luce: appunto, gli Stati più ricchi, mediamente, vedono da tempo non crescere, o decisamente diminuire, la propria popolazione. Tutto questo, ovviamente, nei territori periferici è amplificato da altre ragioni di spopolamento. Al contempo, però, la popolazione mondiale continua a crescere. Quando sono nato, sulla Terra eravamo in 4 miliardi, grosso modo. Oggi, in 7. Quando è nato mio nonno, un paio, e quando è nato il suo, di nonno, poco più di uno. Ora, sento ripetersi, in questa parte di mondo, i lamenti per i territori che si spopolano. Ecco, facciamo l’ipotesi che, in uno di questi territori spopolati, un gruppo di esseri umani decida di installarvisi, ripopolandolo e dando a esso nuova vita. Supponiamo che una borgata alpina o un paesino d’Appennino vedano crescere la propria popolazione, con bambini per le piazze e in scuole riaperte, uomini e donne al lavoro, anche per sistemare il territorio, con opere di regimazione delle acque piovane, riqualificazione di strade e canali, manutenzione dei boschi, e una moschea o un tempio sikh sempre ben frequentati. Cosa direbbero, i cantori del lutto per le case abbandonate?

Una provocazione, la mia? Sì e no. Perché, se è difficile che quel ripopolamento, in quei termini, accada in un paesino di montagna, potrebbe accadere (e in parte accade) in un quartiere popolare di una città già industriale e oggi alla ricerca di una nuova identità e dimensione produttiva. E ci accorgiamo quanto duro sia il respingimento di questa prospettiva, come durissimo fu l’attacco culturale e politico all’esperimento di Riace.

La realtà è sempre complessa, certo. Però, il dubbio che dietro quel continuo e costante piangere per i mali dello spopolamento si nasconda, nei fatti, la paura per un “ridimensionamento” di quella che è sentita (immaginata?) essere la propria etnia, ancor di più per un trend discendente in uno scenario di crescita della popolazione mondiale, è fortemente radicato nel mio pensiero, e spesso incontro ragioni di sostegno a esso anche dialogando con persone, a prima impressione, del tutto estranee a logiche suprematiste o razziali.   

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Voting with their feet, pochi dei critici occidentali dell’Occidente sceglierebbero altro

Scrive Severgnini, nel suo corsivo per il Corriere di domenica primo maggio, a proposito dei tanti che, vivendo in Paesi democratici occidentali, si lasciano convincere dalla narrazione di alcuni autocrati e dittatori che presentano il proprio potere, persino nelle forme più violente, quale lotta di liberazione dalle prevaricazioni del colonialismo dell’Occidente: «È vero, le nostre democrazie non sono perfette. Ma volete la prova che qui si vive meglio che là? Moltissimi russi si trasferirebbero domani a Roma, Berlino, Londra, San Francisco, Melbourne. Quanti occidentali sono disposti a traferirsi a Mosca, oggi? Quasi nessuno. Magari quelli che sventolano le bandierine russe sui profili social? Ma figuriamoci».

Credo colga un fatto innegabile: se i critici occidentali dell’Occidente fossero chiamati a scegliere, votando con i propri piedi, nell’immagine di Tiebout, in quale parte del mondo vivere, in pochi sceglierebbero gli Stati di cui sostengono, a parole, le ragioni, contro le nazioni in cui vivono ora. Ricordo che, qualche anno fa, per motivi, diciamo così, familiari, non certo per le mie conoscenze geopolitiche, un amico (di sinistra alternativa, se vi piacciono queste definizioni) mi chiese se, a parer mio, fosse davvero così come lo raccontano sui media occidentali, il vivere in Corea del Nord. Io, che al massimo sono stato da turista sul lato sud della DMZ, risposi che, nel dettaglio, ovviamente non potevo saperlo. Però, avevo notizia di molti tentativi di attraversamento in direzione sud dell’ultimo tratto del fiume Han, pochi, invece, in direzione contraria. Un po’ come accadeva per muri e cortine in Europa, per dire, saltati in fuga da est verso ovest, quasi mai all’inverso. Poi, certo, anche a Seoul, i fuggiti dai Kim incontrano le loro non poche difficoltà, soprattutto per quell’ambiente aggressivamente competitivo che è la società sudcoreana, e qualcuno di loro potrebbe pure rimpiangere la sua vita al nord, se non materialmente, per motivi sentimentali o di abitudine al mondo in cui si è per anni vissuto, come ben racconta Il prigioniero coreano, struggente pellicola del 2016 di Kim Ki-duk.

Non è però da escludere che a quella fascinazione per modelli, in fondo, sconosciuti dagli stessi affascinati, concorrano, più che le virtù di questi, i vizi che s’incolpano in quelli in cui si vive. S’incolpano, si badi, non perché tali davvero, ma perché così percepiti; se fossero insopportabili, come sempre accade agli uomini quando le condizioni diventano incompatibili con le proprie necessità o anche solamente idee di vita, più che incolparle, proverebbero a sovvertirle, al limite, ad abbandonarle ai propri destini, appunto votando con i piedi come si suggeriva e come fanno masse enormi di persone in tutto il mondo, in ogni epoca.

Ancora Severgnini, nel fondo citato all’inizio: «Come si spiegano, allora, certi atteggiamenti? Ingenuità? Chissà. Ignoranza? Anche. Masochismo? Forse. La spiegazione più probabile? L’odio di alcuni occidentali verso l’Occidente nasconde un’insoddisfazione profonda verso la propria vita. Rabbia, frustrazione e delusione vanno sfogate, in qualche modo: devono trovare un capro espiatorio. Peccato che l’Occidente libero e democratico sia il capro sbagliato».

Magari si voleva altro, si sperava, sognava altro, per quanto, quel che si ha, spesso, è oltre quel che serve «ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», come recita la Costituzione. Perché in fondo, a me, tutta questa rabbia da insoddisfazione che, come la firma del Corriere, anch’io incontro in molti discorsi e confronti con conoscenti e sconosciuti, appare non di rado ingiustificata, per l’errata scelta del metro utilizzato nel rilevare la misura della propria esistenza e delle condizioni che per questa ci son date.

Con le parole di Pietro Metastasio, in una lettera al fratello Leopoldo del 2 giugno del 1755: «Mi piace che vi piaccia l’aggiunta d’amico nella mia sottoscrizione a quella di fratello: ma non son contento che vi sorprenda. Avete avuto sufficiente tempo per avvedervene senza la mia dichiarazione, e mi fate gran torto se contate questa circostanza come nuova scoperta. La nostra fortuna non ha voluto ch’io possa darvene prove strepitose: ma a quest’ora è già tempo di riderci di lei. E poi non possiamo a buona equità lagnarcene. Noi siamo ricchi abbastanza se ci serviamo de’ bisogni per misura, e non de’ desideri, coi quali addosso son mendici Crasso e Lucullo» (cfr. P. Metastasio, Lettere, in Tutte le Opere, Mondadori, 1954, vol. III, p. 1119, lettera n. 859).

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Dei corpi sofferenti, parlatemi, non di idee e valori

«I potenti che in tempo di guerra brandiscono una superiorità morale brandendo i loro valori si espongono a facili ironie e, soprattutto, non favoriscono la pace. Alzano barriere, armano i confini, creano incomunicabilità e ostilità. Alimentano il fanatismo, il conformismo, i “partiti unici” e comprimono le intelligenze. Si rialzano le frontiere. Si allontanano le speranze in un futuro in cui i nostri figli possano sentirsi membri d’una famiglia umana non divisa da vecchi e nuovi nazionalismi, possano viaggiare liberamente, possano stringere amicizie e coltivare amori con chi e come vogliono. Questa crisi, qualunque ne sia la fine, quando e se se ne verrà fuori, lascerà una scia di odio, di risentimenti, di desideri di rivincita, di altre violenze. Già ora si stanno distruggendo in un colpo solo i tanti fili economici, culturali, politici, giuridici e sociali che nei decenni sono stati faticosamente intessuti principalmente in Europa. Poiché, poi, la crisi dà fiato ai nazionalisti, consolida oligarchie, avvantaggia demagoghi e produttori di armi d’ogni tipo, è probabile che, al di là della propaganda e degli sdegni esibiti, vi sia chi ne trae vantaggio».

Così Gustavo Zagrebelsky, in un intervento su Repubblica di mercoledì scorso, 13 aprile, disegna lo scenario di possibile arretramento nelle relazioni complessive e globali tra gli uomini a cui potremmo andare incontro, e forse stiamo andando, portando alle estreme conseguenze le posizioni che tutti stiamo assumendo, accelerate dall’inasprirsi degli scontri in atto. E aggiunge, il presidente emerito della Corte costituzionale: «Con questa regressione dovremo fare i conti. Smascherando l’uso dei valori che stanno in cielo, guardando i morti e le sofferenze che stanno in terra. Qui, non là, sta la verità. Accogliendo profughi senza distinzioni. Intessendo e potenziando relazioni, non interrompendole. Salvaguardando la dignità e l’universalità della cultura. Fornendo, nell’immediato, gli aiuti necessari a chi ne ha bisogno per vivere, sopravvivere e difendersi. La guerra c’è, e ci sono gli aggressori e gli aggrediti. Questa è l’unica certezza su cui non sono consentiti dubbi. Ma, una cosa è aiutare le vittime promuovendo la pace; altra cosa è attizzare cattive passioni. Dunque non aizzare i fanatici dell’Occidente, i nazionalisti, i sovranisti che oggi hanno l’occasione di mostrarsi come i suoi più efficaci difensori. Aiutare, ma contrastare le idee aggressive che prefigurano un futuro altrettanto o, forse, peggiore e, comunque, allontanano la prospettiva di un’intesa che metta fine alla guerra. Sobrietà e spirito critico, non per negare l’evidenza, ma per evitare il peggio».

Già lo sento risuonare, il corno del nazionalismo, in mille sfaccettature e rivoli (non da ultimo, nella scelta di fissare la giornata dedicata al corpo degli Alpini al ricordo di uno scontro di ritirata in una campagna di aggressione condotta dall’asse nazifascista, precedendo di un sol giorno nel calendario la data di quel segno nella memoria fissato dalla liberazione di Auschwitz, che due anni dopo la battaglia di Nikolajewka si ebbe anche perché proprio su quel fronte, le forze di cui quegli Alpini facevano parte, furono sconfitte), e già vedo strascichi insopportabili (fra questi, la vignetta del noto disegnatore che accentua la curvatura del naso e allunga le orecchie del presidente Zelensky, come si faceva per dipingere l’ebreo del complotto nelle stagioni più tristi della storia d’Europa), velati (la corsa immediata di alcuni giornali a pubblicare la foto del battaglione yakuta indiziato da voci non confermate d’esser il responsabile dell’orrenda strage di Bucha, fin troppo funzionale alla narrazione per immagini di bionde donne in fuga, insidiate dal mongolo invasore, o uno, considerata la turcofonia degli additati), persino ridicoli (come altro definire le censure postume, immagino per l’accusa di “putinismo” ante-litteram, estese addirittura ai classici russi del pensiero, delle letteratura e della musica), che stringerebbero lo stomaco, se questo non fosse stretto già nel dolore, reale, per quei fatti sulla terra di cui parlava Zagrebelsky, per i bambini, le donne e gli uomini disperati che soffrono davvero o addirittura giacciono per sempre, senza che valori e idee s’incarichino di enfatizzarne nel racconto le sofferenze che, in concreto, ignorano perché, eteree, non possono conoscerle per mancanza della possibilità stessa dell’esperienza materiale.

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Ma chi l’ha sentito, questo senso di colpa che denunciate?

«Il declino dell’Occidente è uno spettro che ci angoscia da tempo. Ora, però, succede qualcosa di nuovo: è in corso la nostra autodistruzione. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica, non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale. […] In molte scuole americane, ai bambini bianchi si insegna che sono portatori della tara genetica del razzismo […]. Nelle maggiori università domina una censura feroce contro chi non aderisce al pensiero politically correct, si allunga la lista di personalità (anche progressiste) che vengono zittite, cacciate, licenziate. Solo le minoranze etniche e sessuali hanno diritti da far valere; e nessun dovere. L’ambientalismo estremo, trasformato nella religione neopagana del nostro tempo, demonizza il progresso economico e predica un futuro di sacrifici dolorosi oppure l’Apocalisse imminente».

Raramente i primi paragrafi dell’introduzione di un autore al suo stesso libro mi hanno convinto a rimettere la copia presa in mano sugli scaffali della libreria; con il nuovo lavoro di Federico Rampini (Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Mondadori, 2022), devo ammettere, mi è capitato. Chiariamoci: il mio non è un giudizio di valore sull’opera, che non ho letto e non posso esprimere, né solamente la cattiva impressione, che pure c’è, data dall’eco spengleriana del titolo di questa. È invece un sentimento di noia, di già sentito e di vacuità del pensiero ascoltato che mi ha assalito nel leggere le poche frasi sopra riportate. Rampini, ma quando, verrebbe da chiedere, si manifesta quel sentimento di autoflagellazione occidentale di cui parli? E in quali misure? Dove? Era per far penitenza che s’inginocchiò l’agente Derek Chauvin sul collo di George Floyd? Stavano urlando il rifiuto ai propri doveri, i bambini che piangevano disperati, separati dai loro genitori al confine texano con il Messico per la sola colpa d’essere nati al di sotto del Rio Grande? Ed era per il sentimento di contrizione dei bianchi occidentali, che gli agenti di guardia li schernivano con battute sulle qualità canore di quel pianto? È per colpevolizzarsi che l’Europa bianca lascia morire i bambini nel mare a sud, o nella neve al suo confine orientale intere famiglie di africani e asiatici, ed è pronta ad accogliere i profughi dall’Ucraina solo a patto di far bene attenzione che fra i biondi non passino anche i neri? Dove e quando si manifesta questo senso di colpa? E non è proprio invece nel malcelato intento di far valere un primato nativista, che spesso vengono rigettate le proposte di accoglienza, eguaglianza e ripartizione delle ricchezze per le genti della Terra?

Sì, gli eccessi, a volte ben oltre il limite del ridicolo, della cancel culture sono evidenti in molti campi, ma prenderli a pretesto e a sostegno della tesi opposta, che nelle ipotesi migliori è una forma di fardello kimplinghiano, è quantomeno scorretto. Al contrario di Rampini e di tanti come lui, che riempiono il dibattito pubblico con l’insopportabile vittimismo dei vincenti, credo che «i nostri valori» per cui valga la pena battersi e morire non siano quelli che allungano il privilegio che per secoli è stato occidentale, delle élites, certo, nondimeno delle masse, se confrontate a quelle di altre longitudini e diverse latitudini, e che chiede d’essere abbandonato, per una condivisione e relazione comprensivamente più equa, ma proprio quello che sostiene un’idea di mondo meno conflittuale, più pacifico, diplomatico e rispettoso dell’altro e delle sue esigenze e necessità.

E che può portare a qualche rinuncia, certo, ma che è giusto fare per condividere quel che c’è.

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Ora, però, mi confondete non poco

Devo ammettere, in tutta sincerità, che la narrazione di un Putin novello Hitler, potenzialmente intenzionato a ricercare il dominio sul mondo intero, altro che la pace (e il fatto che per pace e mondo, in russo, si usi la stessa parola, «Мир», credo complichi orrendamente la questione) e ben oltre il Donbass e la Crimea, non mi convince fino in fondo. Certo, è un autocrate che sarebbe meglio non ci fosse, ma lo è sempre stato, da quando, insediatosi al Cremlino curiosamente nominato successore dallo stesso Elstin che non lo vedeva di buon occhio, rese ancor più cruenta la guerra russa in Cecenia, si scatenò contro la Georgia, bombardò la Siria, iniziò a trattare la dissidenza interna come sappiamo, e altre “carinerie” tipiche del personaggio. Eppure, sapendo tutto questo, con quello stesso autocrate si sono stretti accordi commerciali importanti, non solamente per comprare gas e petrolio, ma per vendergli di tutto, armi comprese.   

Adesso, le parole di Biden ci preoccupano; perché? Cos’ha detto il presidente Usa che non ripetano tutte le manifestazioni di piazza che, condannando (come io stesso faccio) l’invasione russa dell’Ucraina, chiedono un sostegno concreto, reale ed efficace alla resistenza condotta dal governo di Kiev? Non lo associano, forse, al dittatore nazista, i cartelli lì esposti? Non diciamo tutti (me compreso) che è criminale quanto sta facendo l’esercito di Mosca, e di conseguenza il suo comandante in capo? Non è una carneficina, quella che avviene sulle strade e tra le case di Mariupol’, Chernihiv, Odessa, colpite con una potenza di fuoco imparagonabilmente maggiore della loro capacità di difesa? E se è così, non sono carnefici quelli che la compiono, chi l’ha ordinata? E se l’inquilino della Casa Bianca, alla fine del suo discorso da Varsavia, da tutti noi, nei giorni dell’orrore della guerra in Europa, intesa quale avamposto del mondo libero sulle tenebre autocratiche e aggressive, quasi sussurra il suo «per l’amor del cielo, quest’uomo non può restare al potere», non si fa carico, in quelle parole, di tutte le nostre angosce più tetre e, diciamocelo con franchezza, migliori speranze? O qualcuno pensa che, finito il conflitto, si possa tornare a trattare con la Russia guidata da Putin come se nulla fosse accaduto, quasi che quello che diciamo essere poco meno dell’inizio della terza guerra mondiale si potesse relegare a incidente di percorso, pronto a esser messo da parte per poter continuare i nostri business as usual?

E voglio andare avanti, dato che oggi tutti sembrano voler chiarire che nessuno è interessato a far cadere Putin; davvero? E a cosa servono le sanzioni, se non a destabilizzare il governo russo, colpendolo nell’economia e auspicando, così, che la popolazione possa rivedere il proprio consenso al presidente in carica? Non mirano ad allontanarlo dalla sua cerchia più ristretta, immaginando che essi cerchino in fretta una via per la sua destituzione, i sequestri di beni e capitali ai vari oligarchi russi amici di Putin? Non è in quel senso che si muovono i tentativi di isolare, nel contesto internazionale, la Russia e il suo governo?

Certo, non si pensa, perché non si può fare, a un regime change su modelli sudamericani, ma è una circostanza che potremmo dare per acquisita, il fatto che nessun leader occidentale immagina possibile riprendere a vedere nel Cremlino con l’attuale assetto di potere un interlocutore affidabile. Anzi, direi un interlocutore e basta, considerato quanto gli stessi capi di stato e di governo hanno detto fino a ieri.

Per questo, le prese di distanza delle ultime ore, mi confondono abbastanza.

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Dopotutto, cosa chiediamo, se non pace?

Filopolitica è stata ferma per un po’. Non so esattamente perché; diciamo che era una pausa per riordinare alcune idee, per organizzare meglio i pensieri, per seguire altri progetti. Nel frattempo, in soli due mesi, il mondo, come a volte accade in alcuni frangenti della storia, ha accelerato, e oggi non è quasi più quello che era a gennaio. Sto pensando alle pagine di un libro che ho molto amato, La montagna incantata, di Thomas Mann: un microcosmo rinchiuso in un sanatorio, per curarsi da malattie respiratorie, con queste quale unico limite immaginato alla piena realizzazione della libertà e tanto tempo per parlar di cose frivole, contare i petali dei fiori e trascorrer tempo sui balconi. Poi, un colpo di tuono a oriente, e la guerra arriva a mettere le sue priorità davanti a tutto il resto, cancellando d’un tratto pensieri e abitudini precedenti, anche quelli che avevano a che fare con la malattia. Analogie? Forse. Speriamo non fino in fondo.

Aerei carichi di bombe, missili, carri armati, e tutti i loro frutti: morte, distruzione, lutti, dolore, uomini, donne e bambini in fuga, bambini, donne e uomini freddati durante quelle fughe, nelle loro case, nei posti che credevano sicuri, dove cercavano riparo, calore, pane. Domani sarà un mese che la guerra si è riaccesa in Europa. E sì, nelle democrazie libere si discute, anche sui motivi e le ragioni (considerarli insieme non significa comprenderli entrambi, tantomeno condividerli; precisazione dell’ovvio, questa, che fino a poco fa sarebbe stato superfluo fare, ma oggi no, e pure questo è un segno dei tempi tristi), ed è giusto che sia così, fa parte del mondo e dei modi che diciamo di voler difendere, quando, doverosamente, ci opponiamo agli autoritarismi. E poi la conta degli errori, l’osservazione (anche questa pleonastica) che nessuna potenza è perfetta, che tutti hanno qualcosa o molto per cui chiedere scusa, eccetera, eccetera, eccetera. Però, e veniamo al qui e ora, non è l’Ucraina a bombardare il territorio russo, non è il suo esercito ad aver invaso la Russia. E non sono stati gli Usa, la Nato, tantomeno l’Ue. È Putin, il suo regime ad aver avviato questa guerra (in maniera odiosa e ipocrita, chiamandola «operazione speciale»), schiacciando sotto i cingoli dei carrarmati un Paese molto più piccolo del proprio, che difficilmente poteva rappresentare una credibile minaccia. E della guerra in corso, e dell’orrore che come tutte le altre si porta dietro e che leggiamo, vediamo e ascoltiamo in questi giorni accadere a Mariupol’, Chernihiv, Odessa, Kiev e in altre città colpite da terra, dal cielo e dal mare, la responsabilità è di chi l’ha iniziata senza essere stato provocato, e che la sta conducendo dall’alto della sua schiacciante superiorità militare, minacciando di rendere quest’ultima ancora più tremenda, con l’uso di armi e mezzi indicibili fino a qualche tempo fa.

Le soluzioni possibili e le azioni prospettate, fanno tutte ugualmente paura, e nessuna pare essere portatrice, nell’immediato, di quella pace (pure solo dell’assenza di guerra) necessaria al vivere degli uomini. Le sanzioni sono giuste, ovviamente, e si potrebbero incrementare con un po’ di coraggio e qualche sacrificio in più da parte di tutti quelli che condividono la necessità di condannare l’operato di Putin. L’invio di armi pone degli interrogativi a molte coscienze, e non si possono cancellare con fastidio, o assoggettarli all’idea manichea per cui, o si è convintamente interventisti sul piano militare, o si è complici e sodali del nemico (di oggi, e a cui, ieri, si vendevano armi per miliardi, e del quale, ancora, si riempiono le casse per le commesse di gas e petrolio, e non per volontà o spinta di quei dubbiosi).  

Come scrivevo sopra, è Mosca che sta bombardando Kiev, è l’esercito russo l’invasore e quello ucraino a difendersi, non si possono avere dubbi su chi sia la vittima, il popolo ucraino, e chi il colpevole, l’esercito russo e il suo comandante in capo, di questo conflitto scatenato con una violenza e una disparità inaudite. Io sto con i più deboli, con gli aggrediti, non ho dubbi. Al contempo, non posso smettere d’interrogarmi su quale possa essere la strategia migliore per aiutarli e far finire questa carneficina, di chiedermi se mandare e aggiungere ancora armi a uno scontro già troppo armato sia l’unica via possibile per la pace.

E di continuare a immaginare, persino sognare, per quanto possa apparire ingenuo o folle, un mondo senza patrie e nazioni, «nothing to kill or die for». In fondo, con parole dalla stessa sorgente di quelle di prima e che in tanti abbiamo cantato contro tutte le guerre, e che alcuni cantano ancora: «all we are saying is give peace a chance».  

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Restiamo umani, per favore e davvero

Il 17 marzo del 2020, per la prima volta nella sua storia, il santuario di Lourdes chiuse le porte ai fedeli. La motivazione di quella scelta, com’è facile capire, fu legata alle esigenze di contenimento della pandemia da Covid-19. Di quella decisione, la sintesi perfetta l’ho trovata in una vignetta (peraltro di un amico, e questo mi piace non poco). Sul suo Urlo Grafico, in quel giorno di quasi due anni fa, Fabrizio Piumatto disegnava la figura della statua della Vergine del santuario pirenaico con appeso al collo il cartello multilingue «Fermé – Chiuso – Closed – Cerrado».

Sul suo Caffè di venerdì scorso, Gramellini racconta la storia di una donna sassarese, al quinto mese di gravidanza, rimandata indietro dal Pronto Soccorso del locale ospedale perché sprovvista dell’esito del tampone negativo (che, data l’urgenza dei motivi che l’avevano spinta a ricorrere alle cure mediche, non si era premurata di fare), con l’invito a ritornare dopo il test. Il decorso non è stato felice, ma chiarisco subito, come fa pure Gramellini, che lo stesso esito triste, dati soprattutto i tempi fra i due eventi, non è collegato con quanto successo in ospedale. E aggiungo, anche in ciò unendomi al giudizio della firma del Corriere, che qualsiasi critica ai sanitari nello svolgimento del loro lavoro, in un periodo di pressione come questo, sarebbe ingenerosa. «Però», scrive nel suo corsivo Gramellini a proposito della vicenda accaduta in terra sarda, «questa storia racconta cosa siamo diventati: l’emergenza perenne ci sta mangiando la testa e il cuore. Sono due anni che la paura del contagio domina ogni nostro pensiero, cancellando tutto il resto, e tutto il resto si chiama vita».

E si chiama vita anche quella contenuta nei suoi aspetti apparentemente più lontani dalla dimensione terrena, come possono, appunto, essere le manifestazioni religiose (e che nascono da bisogni e sentimenti umani, troppo umani). Ecco perché leggere le parole sul giornale di venerdì m’ha rimandato al ricordo della vignetta del mio amico. O alle pagine di un breve saggio recente di Bernard-Henri Lévy: «Lo spettacolo di un sommo pontefice, erede del “Non abbiate paura” di Giovanni Paolo II e abituato in prima persona all’esercizio eminentemente cattolico del bacio ai malati febbricitanti, eczematosi o lebbrosi delle favelas di Buenos Aires, che si distanzia dal popolo cristiano, comunicando solo via Internet, e ordina lo svuotamento delle acquasantiere e fa la sua Va Crucis, sul sagrato della basilica, in una piazza San Pietro deserta. Cancellata, l’immagine ebraica del Messia in attesa, alle porte di Roma, in mezzo agli scrofolosi. Dimenticato, il bacio di Gesù al lebbroso che, da Flaubert a Mauriac, ha ispirato tante belle pagine. Nel dimenticatoio Violaine, “la giovane ragazza pura” di Claudel; se egli scrivesse oggi L’annuncio a Maria, se osasse santificare questa luminosa eroina, che bacia di proposito un lebbroso e rinasce da questo bacio, passerebbe per irresponsabile, per un criminale che va contro la società, per un cattivo cittadino» (B.-H. Lévy, Il virus che rende folli, ed. La nave di Teseo, 2020, trad. it. A.M. Lorusso, pag. 76). Per non parlare del patrono nazionale di questo Paese, quel San Francesco d’Assisi che proprio nell’abbraccio col malato contagioso, con il lebbroso, scopre Cristo e la sua vocazione.

Chiameremmo ancora santo, chi oggi invitasse con l’esempio, ad abbracciare i malati?

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Tanto, quanto costa chiudere una scuola?

«Scuola, è dietrofront: “Se c’è un positivo quarantena per tutti”», titolava ieri l’edizione online di Repubblica. E con un tono cadenzato quasi a ricordare i bollettini telegrafati d’un tempo, l’articolo di Michele Bocci spiegava nelle prime battute: «Stop al protocollo sulla scuola che prevede di non mettere in quarantena l’intera classe quando c’è un solo caso e quindi ritorno alla Dad. L’aumento dei contagi, cresciuti del 25% nell’ultima settimana, e i timori legati alla variante Omicron suggeriscono cautela nelle classi e così ministero alla Salute e Regioni decidono di bloccare una novità introdotta appena poche settimane fa. Ieri sera una circolare ha bloccato le indicazioni sulla gestione dei casi a scuola». In serata, poi, la contro-retromarcia, nel senso che il Governo pare vorrebbe mantenere la regola per cui, con un solo positivo per classe, non scatterà automaticamente la didattica a distanza. Ora, io non so quale decisione sia giusta o meno (anche se, a giudicare dalla repentinità con cui vengono assunte e rinnegate, nemmeno chi è titolato a prenderle dà l’impressione di poter rassicurare a riguardo), però, non so come dire, ho l’impressione che quella della chiusura delle scuole stia diventando una reazione immediata, motivata più dall’idea di dare a intendere o credere di star facendo qualcosa che in virtù degli esiti effettivi della scelta presa. Senza parlare dei costi, ovvio. Andiamo con ordine.

Finito il primo lockdown generalizzato, nel maggio del 2020, mentre tutto era riaperto, le scuole rimasero chiuse. Era per la loro riorganizzazione, si disse; va bene. Alla ripresa autunnale, molti territori iniziarono dopo, perché i contagi risalivano a causa, si spiegò, delle discoteche aperte (che poi queste le avessero aperte gli stessi che tenevano chiuse quelle, si evitò di precisarlo). A un certo punto riaprirono, a singhiozzo, con fermi periodici, Dad a settimane alterne, eccetera, eccetera, eccetera. Oggi siamo al punto in cui siamo, sintetizzato dalla confusione a cui rimandano le due notizie di ieri che citavo poco sopra, dopo aver vaccinato gli insegnanti per primi e tanti, tantissimi alunni, almeno fra quelli sopra i dodici anni di età. Giusto? Sbagliato? Ripeto, non ho strumenti per dirlo. Però chiedo: avete mai visto un supermercato chiudere per un caso di positività fra i lavoratori? E una fabbrica? Una banca? O nessuno lì si è mai infettato, oppure la diversità di decisione ha una differente natura (e no, non vale come motivazione il fatto che gli studenti si “ammassino” più e più frequentemente dei bancari o delle cassiere, perché vi sono mansioni e luoghi di lavoro, fra quelli mai chiusi, dove la locuzione «a stretto contatto di gomito» non è affatto una metafora). E credo, come accennavo poco sopra, che tale diversità sia dovuta a un’errata, parziale e sinceramente miope valutazione dei costi fatta nelle varie fasi del processo decisionale.

In sintesi, si ha la sensazione che la scuola venga chiusa con maggiore facilità perché se ne stimi di meno l’importanza. «Tanto», pare essere il ragionamento, «chi ha voglia di studiare, i libri li apre pure da casa, collegato attraverso un pc con gli insegnanti». Appunto, chi ha voglia. Chi ha i libri a casa e un pc disponibile. Chi ha una casa adeguata e un ambiente famigliare favorevole. Ma gli altri? Pazienza, evidentemente. Che questa sottovalutazione si legga a destra, dove al massimo si protesta perché le famiglie, a scuole chiuse, non hanno un posto dove lasciare i figli per andare al lavoro, perché è a questo che riducono la scuola, è nell’ordine delle cose che possono accadere, se le voci maggioritarie in rappresentanza di quella parte politica sono quelle che abbiamo qui e ora. Che arrivi da sinistra, però, mi stupisce e mi amareggia: non cogliere quanto siano e siano stati discriminanti e disegualitari i lunghi mesi di scuole chiuse e didattica a distanza è davvero disarmante e mortificante, rispetto alla stima e alle speranze che nelle forze politiche progressiste si possono riporre, se non altro relativamente ai loro attuali protagonisti più in vista.

La stessa sottovalutazione, poi, mi sembra sostenga alcune risposte tipiche a vari percorsi di cambiamento del sistema scolastico che si potrebbero attuare, a partire dal prolungamento delle aperture al pomeriggio o in alcuni mesi estivi per effettuare e far svolgere ai ragazzi, in questo tempo-scuola incrementato, attività ed esperienze che per molti di loro altrimenti sarebbero impossibili e negate. Anche qui, la reazione appare inspiegabilmente chiusa, supportata da una malintesa sindacalizzazione del corpo insegnante e che, e fa male dirlo, suona più come una rivendicazione corporativa che non quale piattaforma sindacale.

E in queste considerazioni a ribasso della scuola e delle sue funzioni, delle sue potenzialità e delle proprie risorse, navigano, meglio, sguazzano, come si fa quando l’acqua è poca, politicanti e amministratori di vario orientamento e cultura, da ministri pronti a serrare gli usci degli istituti al primo battito di omicron, ai sindaci con l’ordinanza già scritta al solo palesarsi del simbolino della neve sull’app dello smartphone, figuriamoci all’incremento potenziale dei contagi nella regione limitrofa, ai presidenti che si vogliono governatori dalla faccia feroce (e il maligno ammiccamento elettoralmente interessato agli operatori del settore), incuranti del fatto che le loro restrizioni alla frequenza di aule, laboratori e biblioteche incidano in maniera fortemente negativa sul futuro della popolazione di cui sarebbero chiamati a curare gli interessi.

Ma sì, va; in fondo, quanto costa chiudere una scuola?

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«Bisogna saper scegliere in tempo».

«Non arrivarci per contrarietà». Continua così Eskimo di Guccini, dopo il verso che fa da titolo a questo post. Ed è esattamente quello che mi viene in mente, leggendo tutte le critiche che da un po’ di tempo arrivano a Renzi da parte di quelli che, appena qualche anno fa, lo disegnavano quale il miglior politico che l’Italia avesse avuto, almeno dai tempi migliori della sua storia repubblicana.

In quelle condanne comuni al Renzi di oggi, però, sento il riverbero dell’identico conformismo che animava gli osanna collettivi allo stesso di ieri. Pessime sono quelle degli ex amici, di quanti l’han supportato, a parole o nei fatti, convintamente d’accordo sulla sua visione del Paese e della società. Peggiori, mi si permetta di dirlo, quelle di chi, non amandolo, lo ha sostenuto non perché con lui d’accordo su qualcosa, non perché vedesse nella sua azione di governo il dispiegarsi di idee positive, ma perché, e solo perché, con lui si vinceva (o nutriva la speranza che così potesse essere). Se per i primi posso ricorrere alle pagine di tanta letteratura in materia, per i secondi ne trovo poche, se non rovistando fra quelle che raccontano i periodi meno commendevoli della vicenda umana.

Ora non sto difendendo Renzi, ma nemmeno riesco a unirmi al rancore corale dei tanti che, adesso e solamente adesso, ne scoprono limiti, pecche e difetti, proprio perché non mi associai al canto entusiasta o interessato che gli stessi intonarono allora. Oggi e solo oggi, il nostro, è interessato al potere, tanto da prospettare la caduta di esecutivi che formalmente sostiene, o non fu così pure con Letta, ben prima di Conte, con voto unanime (non lo era, ma se ricordassi qui i nomi di quelli che non si adeguarono all’epoca, potrei dare l’impressione d’esser animato da partigianeria) della direzione del Pd? Solo adesso si vedono i risvolti di desta nelle politiche che ha in mente? O non c’erano forse già tutti e prima, nel jobs act, nell’attacco ai capisaldi dello Statuto dei lavoratori, nella Buona scuola, con tanto di chiamata diretta dei presidi, nel Piano casa, con le risposte securitarie, patrimonio della reazione più dura, in tema di taglio delle utenze e negazione dell’accesso alla residenza per i costretti all’occupazione senza titolo di immobili vuoti, nel piano per le “grandi opere” che piacevano tanto ai governi del Caimano, nella torsione governista dell’assetto dello Stato, un tempo terreno esclusivo di quelli che guardavano al presidenzialismo forte, nella riduzione degli spazi di partecipazione e scelta attraverso una legge elettorale e modalità di individuazione dei rappresentanti quale soluzione retriva ai problemi della politica e dei partiti, eccetera, eccetera, eccetera?

Che poi, Caimano. A Berlusconi piace persino il reddito di cittadinanza, al di là delle problematiche spicciole di gestione e ruberie e perché, dice il già cavaliere, «gli importi che sono finiti a dei furbi che non ne avevano diritto, sono davvero poca cosa rispetto alle situazioni di povertà che il reddito è andato finalmente a contrastare»; è Renzi che lo odia nelle fondamenta ideologiche e lo vede come il «reddito di criminalità» , tanto da avversarlo adesso e non averne mai creato uno vero e migliore negli anni del suo governo.

Senza che i critici attuali, su tale mancanza, al tempo eccepissero.

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