L’esigenza di una destra migliore

«A Michail Sidorovič, tuttavia, faceva specie un’altra cosa. Il nazionalsocialismo non si presentava nel lager con il monocolo e l’aria altera del ricco possidente che con il popolo non ha niente da spartire. Il nazionalsocialismo si trovava a proprio agio nei lager, non si isolava dalla gente comune, le sue battute erano quelle di tutti e tutti ne ridevano: era plebeo e come tale si comportava, conosceva perfettamente la lingua, l’anima e i pensieri di coloro ai quali aveva tolto la libertà». Vasilij Grossman, Vita e destino (Adelphi, 2008, pag. 17).

Mi sono tornate in mente queste parole di quel grande romanzo mentre sfogliavo le pagine di un libro in cui il direttore di Business.it si lamentava per la sottomissione della destra italiana tutta «all’ideologia balneare del Papete» (cfr. Filippo Rossi, Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra, Il Mulino, 2019). In effetti, c’è come l’impressione che oggi, da quel lato dello schieramento politico che non è il mio, non ci sia la capacità di andare oltre il plebeismo che «faceva specie» a Sidorovič. Pensate ai rappresentanti della destra che prende voti, di qua e di là dell’Atlantico: battute volgari, risate crasse, concetti semplici e semplificazioni continue, da bar dello sport.

Nessun Winston Churchill, nemmeno un Quintino Sella per sbaglio; solo Salvini, Trump, Le Pen e altri improponibili interpreti di quella che, comunque la si pensi in politica, fu una tradizione culturale e ideologica di un certo spessore. E non voglio nemmeno arrischiarmi a tornare indietro nel tempo, fino ai nostrani Cavour o gli americani Lincoln. Non c’è bisogno di andar così lontano, per capire che il parrucchino del miliardario le felpe del meneghino non c’entrano nulla con la storia dei partiti e delle forze conservatrici occidentali.

Dopotutto, per tornare ai tempi di cui si lamentava il personaggio di Grossman, anche lì e allora si preferì Hitler a Hindenburg, i rutti nelle birrerie ai cognomi con troppi von. E pure allora, di una destra migliore probabilmente ci sarebbe stata la necessità. Una forza capace di declinare il conservatorismo sui temi sì della decisione, ma al contempo del rispetto delle regole e degli altri.

E dio sa quanto servirebbe oggi.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, storia | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

«Ci penserà poi il computer»

Era un album dei Nomadi, del 1985. Quel titolo, Ci penserà poi il computer, allora poteva apparire poco più di una provocazione. Per quanto non poche fossero le distopie che immaginavano macchine pronte a sostituirci in tutto, compresi i lavori intellettuali e le facoltà di pensiero, queste parevano appena il parto di menti tese al sogno che una, per quanto terribile, reale prospettiva futura. Sì, già allora si vedevano i robot costruire le automobili in stabilimenti senza (o con pochissimi) esseri umani, ma gli ambiti del pensiero, i lavori del contatto umano, dell’attenzione e dell’educazione e formazione di altri nostri simili sembravano campi lontani da quelle invasioni. Invece, così non è, o non è più.

Un articolo su La Repubblica dello scorso primo ottobre lo ha testimoniato meglio di tanti saggi. Parlava degli insegnanti della scuola di lingue Wall Street English, demansionati a tutor perché ormai l’inglese, in quelle aule, lo s’impara sulle app, e un (a questo punto “ex”) docente spiegava al giornalista: «Ci chiediamo se siamo insegnanti o operai di una piattaforma del web […]. La tecnologia gioca un ruolo primario nella costruzione di questo storytelling in cui il lavoro umano “scompare” per essere sostituito dall’interazione cliente-macchina. Si trasforma il lavoro intellettuale dell’insegnante in una routine meccanica e indifferente al rapporto educativo docente-discente e ciò si inserisce in una generale degradazione del lavoro umano a cui abbiamo deciso di opporre resistenza».

È perfetto, quello che dice l’insegnante. Il problema è nel come e quanta di quella «resistenza» che auspica si farà davvero. Non vorrei che poi, un minuto dopo, lui stesso prenoti su internet il proprio biglietto aereo, acquisti con un’app quella giacca che cercava, sfogli sul tablet il quotidiano con la sua intervista, contribuendo al demansionamento, o al licenziamento per esubero, di un impiegato di qualche agenzia viaggi, di una commessa d’un negozio, di un tipografo o di un addetto alla distribuzione dei giornali.

Perché, in tal senso, siamo seduti sul ciglio di un burrone, dal quale o ci tiriamo indietro tutti insieme, o precipitiamo così come siamo. E no, la soluzione non è in un luddismo 2.0, che distrugga hardware e algoritmi; è, al contrario, nel rivendicare lo spirito con cui quei visionari di fine ottocento, troppo presto messi al bando dal novero del possibile insieme alle storture che al proprio nome furono poi collegate, immaginavano la liberazione dal lavoro dell’intera umanità. Per prenderci cura degli altri, dell’ambiente che ci circonda e pure di noi stessi, recuperando, in questo e nel farlo, la nostra essenza, quella più al sicuro dalla minaccia delle macchine, almeno finché, come umani, saremo al mondo.

Col poeta Igino: «Cura enim quia prima finxit, teneat quamdiu vixerit».

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, società | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

L’egemonica demagogia

«I Costituenti», scrivono i firmatari di un appello lanciato da +Europa contro il progetto di revisione esclusivamente numerica della Costituzione, «scelsero un numero alto di parlamentari perché il pluralismo politico italiano trovasse un’ampia rappresentanza in Parlamento. Oggi sarebbe anche possibile ridurre quel numero, ma non si può né accettare che la ragione di tale riforma poggi sull’irrisorio risparmio che determinerebbe (poche decine di milioni l’anno) e, men che meno, sull’esigenza di certificare, con una sorta di sacrificio esemplare, il disprezzo per il Parlamento e per la democrazia rappresentativa esibito dallo schieramento populista».

Al sodalizio guidato da Della Vedova e Bonino non mi unisce nulla. Ai sottoscrittori di quel manifesto – a qualcuno particolarmente – un po’ di più. Ma le cose che lì si leggono sono giuste: una modifica costituzionale centrata solo sulla riduzione del numero dei parlamentari, senza altre modifiche all’assetto e al funzionamento del complesso rappresentativo e istituzionale, è di fatto una mera amputazione. Peggio, è un provvedimento che nasce sotto un’unica luce ed esclusivamente in una prospettiva: quella demagogia di delegittimazione del Parlamento e delle sue attribuzioni. Non c’è lì una riforma di sistema, c’è solo la traduzione in norma dell’idea che 345 parlamentari siano superflui (compresi uno ogni tre di quelli che l’hanno votata, ne consegue) e che la democrazia rappresentativa costi troppo. Punto. E il Pd, a questa logica che è da sempre il core business della demagogia grillina, si piega senza battere ciglio e senza aggiungere alcuna riflessione.

Riducendo il numero dei parlamentari, come fanno notare pure i firmatari dell’appello di +Europa, aumenteranno, nei fatti, le soglie di accesso per il Senato, ben oltre i limiti previsti dalla legge elettorale, riducendo, di conseguenza, il pluralismo in quella camera; se ne preoccupano al Nazareno? Inoltre, tagliando un terzo dei parlamentari e lasciando invariato il meccanismo di elezione del presidente della Repubblica, il peso dei delegati regionali aumenterà; è un effetto voluto o non se ne sono accorti? E ai sempre attenti e competenti deputati e senatori dem, va bene o non interessa affatto?  

Il lato triste in tutta questa vicenda (come se non bastassero quelli più preoccupanti o approssimativi) è infatti proprio il farsi egemonia dell’approccio demagogico ai problemi. Con la resistenza offerta dal burro a una lama calda, i rappresentanti di forze politiche che vantano lunghe e rispettabili tradizioni si piegano al vento populista che persegue, lui sì, uno schema ideologico chiaro, fatto di disintermediazione e progressiva eliminazione dei corpi intermedi, partiti compresi, in una palingenetica attuazione di processi mai meglio chiariti di democrazia diretta. E il tutto avviene senza uno straccio di riflessione, senza un briciolo di approfondimento, senza un alito di dibattito.

Così, tanto per dar in pasto qualcosa a qualcuno di bocca buona.

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Aggiungeremo un capitolo curdo alla nostra Schuldfrage?

Sulle vicende oscure (perché tenute nascoste e perché buie nella loro essenza) che per Avvenire Nello Scavo sta portando alla luce, il mio amico Pippo Civati scriveva qualche giorno fa: «Per gestire i flussi migratori, l’Europa e l’Italia hanno optato per la detenzione in condizioni disumane, per la tortura, per il ricatto, per lo stupro sistematico. Questa è la verità. Una verità indicibile. Che ora sta emergendo, in tutta la sua gravità». Poco dopo, in un altro post, lo stesso Civati ricordava le parole di Liliana Segre, durante il festival Scrittrici insieme, di Somma Lombardo.

​Due articoli, quelli del fondatore di Possibile, che in effetti sono altrettante pagine dello stesso libro: a Évian, nel luglio del 1938, le democrazie occidentali si riunirono per capire come trovare una soluzione all’emergenza creata dalle leggi razziali naziste. Per paura di doversi accollare – anche elettoralmente – il peso dei profughi ebrei, lasciarono che della questione (frage, meglio) se ne occupasse Hitler. Oggi, per paura – solo elettorale – dei migranti, l’Italia e l’Europa hanno lasciato – cercato? – che della pratica se ne incaricassero i criminali libici. La colpa (pure essa una questione, nel senso di Schuldfrage) ricadrà su tutti noi, come generazione e come parte del mondo. E quanto sta avvenendo nel nord della Siria aggiungerà un capitolo sanguinante e ignominioso, per via del tradimento fatto ai curdi, a quella questione.

Abbiamo plaudito alla loro lotta contro l’Isis, perché ce lo teneva lontano. Abbiamo sfruttato l’immagine di quelle combattenti, perché era funzionale al nostro modo, comodo, di guardare al mondo. Li lasceremo nelle grinfie del sultano, perché abbiamo paura che Erdoğan ci minacci con le colonne di profughi e migranti che lascerebbe, o costringerebbe, a passare lungo i suoi confini e verso i nostri.

Urliamo qualcosa, ché non debbano i nostri figli torcere il viso da noi.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società, storia | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

La democrazia a sorteggio

«Insieme al mito della partecipazione contro i partiti politici e dell’informazione prodotta dai blogger rinasce anche l’interesse per un’antichissima istituzione che era stata quasi dimenticata, il sorteggio, la più peculiare forma di selezione del personale politico associata alla democrazia fin dall’antichità e che, dopo un importante ruolo svolto nelle repubbliche italiane dell’Umanesimo, era scomparsa dalla politica (benché non dalla pratica giuridica) lasciando il posto alla forma elettorale di selezione. Oggi, in concomitanza con la crisi dei partiti e l’uso massiccio di Internet, il sorteggio torna ad apparire possibile e utile. E insieme a esso tornano le forme di consultazione attraverso assemblee deliberative di cittadini, i budget partecipati e le varie forme tribunizie di giudizio popolare, ovvero le più diverse forme di cooperazione tra democrazia deliberativa, elezioni e sorteggio. L’esperienza islandese, nelle quale tutte queste forme hanno interagito nel processo di revisione costituzionale, sarà molto probabilmente un battistrada per altri paesi».

La citazione riportata sopra è tratta da Democrazia in diretta. Le nuove sfide della rappresentanza, di Nadia Urbinati (Feltrinelli, Milano, 2013, pag. 15), libro di cui consiglio caldamente la lettura, soprattutto, per l’argomento di cui parlo in questo post, nel capitolo Sorteggiare per non eleggere (op. cit., pp. 146-160). E sono andato a ricercarla dopo aver letto che Emmanuel Macron ha avviato la costituzione di una Convenzione cittadina per il clima, della quale faranno parte 150 francesi sorteggiati nei quattro angoli del paese per dare consigli e suggerimenti circa le azioni da mettere in campo contro i cambiamenti climatici. Così, un panettiere delle Ardenne, una biologa di Bordeax, un disoccupato dell’Isère e una casalinga di Vichy potranno dire la loro su cosa fare e come sconfiggere un fenomeno che mette in fibrillazioni le sinapsi di intere squadre di scienziati da anni impegnati a studiarne cause, effetti e portata. D’altronde, direbbero i maligni, a giudicare dalla qualità di chi, per mandato istituzionale, è poi chiamato a prenderne in merito le decisioni, non è che col sorteggio ci possa davvero andar tanto peggio. Ma qui c’è un di più, e non di poco conto: mentre per il deputato a decidere c’è l’ipotesi che si avvalga di competenze specifiche nella sua attività deliberativa, questo insolito esercizio di democrazia diretta fa dei casuali convocati i consiglieri stessi per le decisioni da prendere.

Ovviamente, immagino che ogni proposta, successivamente alla sua formulazione, sarà vagliata da esperti e competenti nella sua applicabilità; tuttavia rimane curioso il senso del procedimento. Sembra quasi che, sull’onda di una risposta emozionale al movimento dei Gilets jaunes, si sia voluto dare a tutti i costi l’idea di un diverso modo di coinvolgere e far partecipare. E per carità, non dico che non abbia i suoi lati affascinanti e non presenti profili di un certo interesse. Però è davvero questa la strada, in un caso come quello di cui si discute e in altri, per rispondere alle difficoltà che incontra la democrazia rappresentativa? Una crisi, quella delle democrazie occidentali, che nasce spesso da un mancata efficacia delle scelte poste in essere: cosa succederà quando pure le decisioni così definite e assunte difetteranno nell’applicazione? Basterà, a ripagar la delusione della possibile inefficacia la coscienza del loro esser state prese collettivamente – intendendo per collettività quella casualmente composta con il sorteggio, senza nemmeno l’ombra di un interesse e un indirizzo operato attraverso la selezione mediante elezione –, direttamente e coram populo?

Spero che questo mio sia solo un dubbio ozioso.

Pubblicato in filosofia - articoli, libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Quei partiti personali figli (e vittime) della velocità

«Sarà un segno dei tempi. Un altro. Sarà che l’epoca richiede più volti che idee, più leader da osannare e dimenticare che progetti su cui riflettere. Sarà che i “mezzi” diventano la sostanza stessa e non sono mai specchi neutri: si era capito negli anni Cinquanta con la televisione e figuriamoci adesso con il web, forse la più grande rivoluzione della storia. La velocità come valore assoluto, una sorta di sogno (o incubo) futurista. Sarà per questi e cento altri motivi, ma gli ultimi giorni hanno riaperto la stagione dei partiti personali». Scriveva così, il 19 settembre scorso sul Corriere, Venanzio Postiglione.

La firma del quotidiano di via Solferino credo che colga il punto della situazione politica che stiamo vivendo. I cambi di scenari e soggetti all’interno del mondo politico sta assumendo una velocità che a stento riesce a far comprendere quel che accade. Prendete l’ultimo quinquennio: l’orizzonte di almeno mezza legislatura fissato dal governo Letta, sull’onda della responsabilità dinanzi all’impasse, si infranse nel giro di meno di un anno; il renzismo triumphans che tutti convinceva, in poco più di tre anni è passato dalla maggioranza relativa a una sempre meno relativa importanza; la sobrietà di Gentiloni ha avuto scarso appeal, nei pochi mesi che ha vissuto; il governo autonominatosi del cambiamento, partito per cambiare tutto il cambiabile, s’è arenato nelle sabbie del Papete a un anno dal via; e all’attuale che dire, se non buona fortuna? Tutto in poco tempo, troppo poco.

Chiedendo continuamente volti e nomi, alla fine i partiti si sono ridotti a una sorta di casting continuo. Meglio, sulla necessità di offrire riconoscibilità immediata in fattezze di viso, gli stessi partiti si sono sempre più ristretti, fino a coincidere, totalmente, col leader. Cambiato questo, finiti quelli; le forze politiche raramente sopravvivono ai destini del proprio fondatore o ispiratore. Una sorta di sindrome di Angelino (Alfano, do you remember), che rende totalmente superflui gli imprescindibili di appena qualche mese prima.

I partiti personali sono figli della velocità, che si comporta in questo un po’ come il re dei titani, divorandoli a uno a uno per paura che le sopravvivano e la spodestino. E non c’è nemmeno una Rea pronta a salvarne qualcuno; soprattutto, fra questi, mi sia concesso, non s’intravede qualche Zeus capace di regnare sull’Olimpo e regolarne funzionamento, orientamenti e missioni.

Sembran correre, ma stan fermi, come in questa stagione, sugli alberi, le foglie.

Pubblicato in filosofia - articoli, libertà di espressione, politica | Contrassegnato , | Lascia un commento

Difendere l’ambiente e sostenere i consumi: il paradosso delle politiche attuali

L’avrete letto o sentito dire, in questi giorni di discussione e polemica politica fra le varie forze che compongono la maggioranza, ma voglio ricordarlo brevemente su queste pagine: uno dei temi fondamentali, a detta dei protagonisti, nelle riunioni di governo è stato il come evitare l’aumento dell’Iva (che sarebbe scattato con la messa in pratica di quelle clausole di salvaguardia che un debito eccessivo puntualmente ci mette in condizione di dover sottoscrivere), in fase di redazione della manovra di bilancio. E questo, spiegano, per non deprimere i consumi.

Contemporaneamente, però, dalle stesse voci dei partiti di governo è trapelata l’intenzione di mettere in pratica politiche tese alla difesa dell’ambiente. Nobile intento, non c’è che dire. Mi chiedo solo, per scrupolo speculativo, se davvero le due strade, fra loro, non siano in netto contrasto. Se non disegnino, intrecciandosi, un paradosso; quello, cioè, di perseguire logiche di riduzione dell’impatto umano sul pianeta con azioni a sostegno del consumo. In una visione attenta alle sorti del pianeta, sarebbe davvero così dannoso un suo calo? Se aumentasse l’Iva e si vendessero meno prodotti, la Terra non ci guadagnerebbe? E non è precisamente questo, la tutela dell’ecosistema, il principale obiettivo che gli stessi governanti dicono di voler perseguire?

Vale per l’Iva, vale per altre tasse. Penso a quelle sulla casa, per esempio. Da proprietario dell’appartamento in cui vivo, mi chiedo per quale motivo io non possa, e debba, pagare un’imposta sul suo possesso, o perché, pensassi mai all’acquisto di una seconda, non si possano, e debbano, alzare un po’ quelle già gravanti sulle abitazioni in cui non si riede. Questo deprimerebbe il mercato immobiliare e il settore delle costruzioni? Non ne dubito: ma non è forse il consumo e la cementificazione del suolo uno dei maggiori problemi che abbiamo, a giudicare dallo stato del nostro territorio? In un Paese, per giunta, che, complessivamente considerato e a giudicare dagli usci chiusi, credo abbia già più case che abitanti. E se si aumentasse il bollo auto e il costo del carburante non sarebbe meglio per l’aria che respiriamo, visto che, probabilmente, si produrrebbero e circolerebbero meno automobili? Oppure no, e allora è il mantenimento dei livelli e dello stile di vita attuale nella parte occidentale del mondo, e non l’ambiente, la prima nostra preoccupazione. E lo so che sono questioni complicate; ma è appunto per questo che rigetto un certo manicheismo radicale che vedo in alcune delle posizioni dell’ambientalismo contemporaneo. E che chiedo di guardare all’umano che c’è dietro le scelte e a valle di esse prima di giudicarle o di assumerle.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Km0 per noi, mercato globale per gli altri?

Solo io vedo il controsenso?

Durante l’evento bolognese Villaggio Coldiretti, i responsabili dell’organizzazione agricola hanno manifestato tutta la loro preoccupazione per i possibili dazi sulle produzioni italiane voluti dall’amministrazione statunitense, in particolar modo sul Parmigiano e sul Grana. Dopo la Francia, hanno spiegato i dirigenti dell’associazione, quello americano è «il secondo mercato estero per il Re del Formaggio su cui Trump minaccia di applicare un dazio pari al valore del prodotto importato. Ciò significa che la tassa passerebbe da 2,15 dollari a 15 dollari al chilo, facendo alzare il prezzo al consumo fino a 60 dollari al chilo. A un simile aumento corrisponderà inevitabilmente un crollo dei consumi stimato nell’80-90% del totale, secondo il Consorzio del Parmigiano Reggiano».

I timori dei produttori caseari padani li comprendo tutti. Un po’ meno la logica sottesa alla cultura della stessa Coldiretti. Mi spiego meglio: da anni, ormai, quell’associazione sposa l’idea del consumo di prodotti cosiddetti «a km0». Questo, dicono, per abbattere gli sprechi, ridurre il peso sull’ambiente dovuto a trasporti e altre incombenze logistiche e, ovviamente, sostenere localmente le varie filiere produttive. Bene. Ora, però, l’idea che noi si possa consumare esclusivamente i prodotti del territorio e gli altri debbano continuare ad aprirsi al mercato globale è quantomeno in sé contraddittoria, non credete?

E non c’entra il fatto che io, tra una fetta di pecorino e un’intera forma di cheddar (perché è un formaggio, vero?), non avrei dubbio alcuno. C’entra, al contrario, la visione stessa che di consumo, di prodotti agroalimentari e in generale, si vuole far passare. Nella logica che vede il km0 come soluzione percorribile, l’ipotesi che un sempre crescente numero di forme di Parmigiano e bottiglie di Valdobbiadene varchino gli oceani e solchino i cieli dovrebbe essere una buona notizia. Viceversa, se è all’esportazione che si punta, e quindi è un mercato globalizzato e senza dazi che si vuole, si deve accettare la circostanza per cui altre produzioni finiscano sulle tavole trevigiane o parmensi.

In sostanza, se vuoi vendere all’estero, prima o poi dovrai pur comprare. A dispetto di ciò, qui da noi e dappertutto, si vorrebbero gli altri solo come piazze d’accesso per quello che facciamo noi, pronti a sborsare quello che chiediamo per le cose che vogliamo vendere. Mentre, quando sono quegli stessi altri a cercare di fare altrettanto, storciamo il naso, invochiamo barriere, minacciamo, appunto, dazi e balzelli.

Solo io vedo il controsenso?

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Italia Viva, Governo un po’ meno

«Avete minacciato la vita dell’esecutivo sull’Iva?», chiede un non penso stupito Goffredo De Marchis, per La Repubblica in edicola ieri. La ministra Bellanova, immagino senza scomporsi, risponde: «Il governo come tutti i soggetti è tenuto a darsi delle regole. Dico a lei quello che ho detto a Conte. Ci si confronta e si trova un punto di caduta. Siamo impegnati con tutte le nostre forze a trovare una sintesi. Dove non ci riusciamo valuteremo in altre sedi, come il Parlamento. Ma quello che dev’essere chiaro è che esiste una sola maggioranza».

Più che una scissione, Italia Viva è stata un’epifania: quella del renzismo allo stato puro e senza fronzoli. I renziani sono intenzionati a far contare e a far valere tutti i loro numeri, in ogni singola votazione. E se qualcuno pensasse anche solo per un momento di sopperire ai loro voti nelle aule con qualche sostegno da destra dei mai mancanti “responsabili” – è il sottotesto di quel «dev’essere chiaro è che esiste una sola maggioranza» –, si scordino pure l’apporto del gruppo guidato in Parlamento dalla battagliera ministra. Nelle sue parole c’è l’essenza del renzismo di ieri e di oggi. «Conte, stai sereno», si potrebbe dire, rinverdendo uno slogan dei tempi in cui, quel movimento, aveva ben altre stature, numericamente parlando.

Non so se e quanto operazioni come quella messa in campo da Renzi & C. riusciranno, né per quanto tempo ancora. Quello che so (e che per anni ho cercato di spiegare) è che dietro quel modo di far politica non vi è alcuna visione di società o Paese. Al contrario, e totalmente, vi è una brama di potere e di visibilità, che porta a voler condurre la cosa pubblica con lo stesso atteggiamento con cui i personaggi del ciclo verghiano s’affacciano al possesso della «roba».

Ed è con questi uomini e metodi che il governo dovrà fare i conti: good luck, Giuseppi.

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Così, per capire

La preoccupazione per i dazi statunitensi sull’importazione di formaggi e vini è comprensibile, fra gli associati della Coldiretti: sapere che i propri prodotti rischiano, di fatto, di non poter accedere a uno dei maggiori mercati mondiali non dev’essere certo una notizia da festeggiare. Un po’ meno, invece, mi è chiaro come può essere, globalmente, cattiva per chi, non più tardi della scorsa settimana, pensava addirittura di inserire in Costituzione la salvaguardia dell’ambiente (perché, evidentemente, non dev’esser sufficiente quel richiamo alla tutela del paesaggio, che lì è da intendersi come ecosistema in generale, esseri umani e loro opere comprese).

Cioè, non capisco come il fatto che, in un futuro più o meno vicino, minori quantità di prodotti attraverseranno l’Atlantico solo per essere consumati non debba essere considerata una buona notizia, dal punto di vista ambientale. Per dirla meglio, non so decidere, sulla scorta di quello che sento ripetermi ogni giorno, se pensare che sbagli chi si preoccupa dei dazi o si debba fare la lotta all’inquinamento vendendo forme di Grana e Parmigiano e bottiglie di Prosecco e Barolo a migliaia di chilometri di distanza, consumando quintali e quintali di gasolio? Nessuna provocazione; chiedo così, appunto, per capire.

Perché questa storia fa il paio con un’altra; quella che vuole, nemmeno passato il weekend, gli stessi che davano del cinico a chiunque eccepisse anche solo sulla scelta delle parole dei giovani dei Fridays for Future, arrivare a chiedere, e con urgenza, una manovra finanziaria protesa verso la crescita economica, l’incremento del Pil e, di conseguenza, l’aumento dei consumi.

Per mio limite, ovvio, ma a me le cose non tornano poi tanto; o si vuole ridurre il peso sul pianeta degli esseri umani, e va da sé che per farlo sia necessario consumare meno, portare in giro meno prodotti, per quanto eccellentissimi, ridurre, di pari passo, le nostre ambizioni e aspettative di sviluppo e, come ha detto perfettamente Greta Thunberg all’Onu, smettere di raccontarci «favole di eterna crescita economica», o va bene tutto com’è, e anzi si deve crescere ancora di più perché non è vero che pesiamo così tanto.

Come dite: «Esiste pure la crescita sostenibile»? Certo, ne ho sentito parlare. E persino del ghiaccio bollente, che dev’essere un altro effetto del climate change.

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento