Per parlare del resto

«Fedez può diventare il nuovo Grillo? E perché no? Siamo il Paese-guida della democrazia dell’intrattenimento, quello che per primo ha appaltato la politica allo spettacolo. Un quarto di secolo fa un partito fu fondato da un impresario della televisione, e vinse le elezioni. Tredici anni fa un partito nacque dagli show di un comico, e vinse le elezioni. Se è già successo, può succedere di nuovo. […] La moneta che usa Fedez è la stessa che usava Grillo: l’indignazione. Ce n’è sempre a disposizione in abbondanza nelle nostre società, un gran numero di persone che pensano di vivere nel peggiore dei mondi possibili e che sanno perfettamente di chi è la colpa: dei loro avversari politici. […] Non ci si indigna mai contro quelli che la pensano come te. Ed è perciò che alla lunga, in assenza di banche che la investano, la moneta dell’indignazione si inflaziona. La si spende in quantità sempre maggiori, ma ci si comprano sempre meno cambiamenti reali. L’evoluzione dei Cinquestelle da questo punto di vista è emblematica: se non si trasforma in politica, la rabbia non può fare altro che divorare se stessa. In fin dei conti anche Salvini è nato come un influencer: con le sue felpe, i suoi meet-up e i suoi video su Instagram. La legge dello spettacolo voleva che trovasse prima o poi un antagonista. Magari l’ha trovato in Fedez».

Il riassunto di sopra è del corsivo di Antonio Polito sul Corriere di ieri. Non si tratta di essere d’accordo su quello che lui pensa a proposito delle parole del rapper dal palco del concertone del primo maggio (nota per i pedanti: sottoscrivo la difesa fatta da Fedez, del Ddl Zan e dei diritti civili, parola per parola, nel merito di quello che ha detto, non nel principio di libertà di espressione senza limiti generalmente invocato e rivendicato; anche perché, il tema di cui si dibatte è anche quello per cui non esiste la libertà assoluta di dire tutto quel che si vuole). Si tratta qui di discutere del resto: andandogli dietro o contrastandolo, la politica istituzionale si è dimostrata, per usare ancora le parole del commentatore di via Solferino, «subalterna all’egemonia culturale di Fedez». Parlando per la parte a cui guardo e dei loro nuovi alleati, mi ha un po’ intristito vedere la corsa a schierarsi col cantante e contro i vertici Rai, da chi pure, quei vertici, ha nominato o nominerà. Soprattutto, in una condizione in cui, fattivamente, era Fedez ad andare a ruota di un provvedimento già incardinato nella discussione parlamentare grazie proprio all’azione di quelle forze politiche, non il contrario.

Ma tant’è. Così, oggi, ci troviamo partiti politici separati dal giudizio su Fedez, sindacalisti che stigmatizzano il parco macchine della star, opinionisti che lamentano, invidiandone i numeri, la confusione fra like e consenso. Il rischio è che non si parli del contenuto delle parole, quanto piuttosto del timbro della voce con cui son dette. E auguri a tutti, ché questo rischio sia solo il non capire i tempi moderni di un uomo di mezz’età, che magari potrebbe esser associato al nonno dell’attuale icona pop, e non tanto per mere questioni di origine geografica.

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Ne erano convinti

«Io ho i rimorsi che può avere qualsiasi essere umano che abbia ucciso 30 persone, se questo le pare normale. Attenzione, forse sarebbe stato diverso se fosse avvenuto durante una battaglia con l’alternativa “o io, o lui”, no? Ma pensi che io ho ucciso in modo particolare: ho buttato giù dall’areo gente addormentata, che non sapeva nemmeno chi la uccideva. Com’è potuto accadere? Prima di tutto eravamo assolutamente convinti di ciò che facevamo. Insomma, sarebbe mentire dire in questo momento: “io ho obbedito agli ordini perché sono stato costretto”. No, non è così. È talmente vero ciò che dico che credo che vi siano stati uno o due ufficiali della Marina che si rifiutarono di obbedire. Eravamo convinti. Non so se come conseguenza di ciò che il Paese viveva in quegli anni, o perché avevamo subito, come dicevano alcuni, “il lavaggio del cervello”. In realtà, eravamo convinti che stavamo facendo quello che si doveva fare. La storia ha dimostrato che è stata un’aberrazione, una mostruosità. Il fatto reale è che è stato terribile ciò che abbiamo fatto. Ma questo in nessun modo ci può far dire, oggi, che siamo stati costretti; ne eravamo convinti. Se eravamo mentalmente malati, se eravamo impazziti, non lo so».

Le parole riportate sopra sono di Adolfo Francisco Scilingo, capitano della Marina argentina, tratte dalla puntata della trasmissione di Paolo Mieli Passato e presente sulla dittatura di Videla nel paese sudamericano (minuto 13, se vi va di ascoltarle). E credo che siano parole significative, importanti. È una delle poche volte, e fatico a ricordare altri casi, in cui il protagonista di azioni aberranti e criminali non si trincera dietro l’assolutorio «eseguivo solamente gli ordini» che da Norimberga in poi è tristemente noto. No, lui ammette che le decisioni sono state sue, soltanto sue, assunte in piena libertà e convinzione. Non le rivendica, attenzione, non dice che erano giuste. Si condanna da sé, per quelle, e non cerca assoluzioni nella deresponsabilizzazione per il ruolo comunque subordinato. Ci dice, in sostanza, che poteva fare diversamente, ma non lo fece. E come lui, ovviamente, potevano fare gli altri, tutti gli altri che materialmente hanno compiuto quei crimini. Ma non lo fecero.  

C’è una frase di Karl Stojka, internato prima ad Auschwitz-Birkenau, poi a Flossenbürg, che credo aiuti a spiegare quello che voglio dire: «Non sono stati Hitler o Himmler a deportarmi, picchiarmi, ad uccidere i miei familiari. Furono il lattaio, il vicino di casa, il calzolaio, il dottore a cui fu data un’uniforme e credettero di essere la razza superiore». Perché è quello che successe: credettero davvero di poterlo fare, e lo fecero credendo che fosse giusto e necessario farlo. Le costrizioni non sarebbero valse, se loro non fossero stati già convinti di quello che stavano per mettere in atto.

Forse è un’esagerazione letteraria, quella di Tolstoj, quando, riflettendo alla fine delle pagine di Guerra e pace, vedeva addirittura nella marcia e nell’avanzata dei seicentomila fanti napoleonici verso oriente una somma di azioni indipendenti dagli ordini dai singoli ricevuti, ma un destino ineluttabile di quell’umanità, dato dalla somma delle singole volontà, coincidenti in quell’aspetto e in quella visione di dominio e sopraffazione del nemico. Di certo, non si può sorvolare sul fatto che, se ognuno di quei soldati, a quegli ordini, avesse risposto come il Bartleby di Melville, mettendo in pratica nella disobbedienza, invece che obbedendo, il proprio diritto di scelta, Napoleone in Russia avrebbe al massimo potuto recarsi da turista.

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L’egoismo come il mare di nebbia dinanzi a viandanti isolati

«Essenziale in questa fase sarà la tenuta del tessuto civile, una solidarietà nazionale non declinata in astratte formule parlamentari ma sentita davvero tra la gente. Ed è questo, forse, il gradino meno robusto della scala su cui stiamo risalendo. […] La gran confusione creata (e in parte anche subita) dalle Regioni su fasce e categorie da vaccinari, con annessi furbetti e “saltafila” stigmatizzati da Draghi, non ha certamente migliorato la nostra coesione. […] Il pericolo di questa primavera è, a guardar bene, proprio lo scollamento: il ristorante aperto, che accetta di rischiare la multa, sulla stessa strada del ristorante chiuso, che obbedisce alle leggi. Tutti contro tutti, infine, isole contro litorali costieri, anziani contro giovani, regioni contro regioni, pianerottoli contro pianerottoli: l’effetto collaterale e forse più tossico del virus, da scongiurare a ogni costo». Goffredo Buccini, Corriere della Sera, martedì 13 aprile 2021.

Mi trovano in forte accordo, le parole di quell’editoriale qui citate. L’ho scritto in altre occasioni che ho passato molto tempo nei miei anni giovanili sulle riproduzioni delle opere di Friedrich. E la più nota di quelle uso qui ora. Quell’uomo di spalle poggiato al suo bastone a rimirar valli e monti in lontananza, l’ho sempre immaginato con uno sguardo melanconico. Oggi, a pensarci, glielo attribuisco del tutto triste e sfiduciato, se al di sotto della roccia su cui sta pongo il mondo odierno nel suo manifestarsi.

«Facile dire di stare a casa, al sicuro di stipendi garantiti», scrivono gli autonomi manifestanti. «E allora voi, evasori continui e cospicui», rispondono gli stipendiati in difesa. Si chiudano i bar; si aprano i ristoranti; no, chiudete le piscine; giammai, aprite le librerie; è colpa degli autobus colmi d’inverno; tutt’altro, delle discoteche riempite d’estate; io dico di chiuder tutto perché penso agli altri; al contrario, lo dici perché stai al caldo e hai solo paura d’ammalarti. Vaccinate prima questi. No quegli altri. E così prosegue, la lotta dei miei pari. Che dovremmo farci classe e chiedere che a pagare siano i più ricchi, certo, ma che potremmo dar corso alla solidarietà partendo da chi tra noi può per primo, da me fra questi, se non è passibile ciò d’esser processato e condannato per presunti «sensi di colpa da sacrestia».

E no, non ditemi che la solidarietà, se si vuole, la si fa da soli (che se la facessi o meno non ne parlerei certamente in pubblico, nemmeno con voi, pochi miei lettori), perché non è di quel tipo di solidarietà che parlo. Parlo di una sorta di mutuo soccorso, se è veramente di un ceto medio quale classe potenziale che vorreste si parlasse. E parlo del fatto, e qui è solo morale, convengo, che non me la sento del tutto di pretendere da un altro che paghi di più perché insieme ad altri, ma non lui, si ritiene giusto che lo faccia, mentre al contempo e potendo, il mio piccolo in più non lo do, per quanto nessuno mi dica che dovrei.

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Tutt’al più, Pinocchio

«Devo dirle che non mi ha mai convinto il tentativo di attualizzare personaggi ed epoche storiche diverse. Eviterei, quindi, analogie tra l’Italia di Dante, uomo del Medioevo, e l’Italia di oggi. Ci separano settecento anni, un tempo incommensurabile. […] Io credo che l’universalità e, insieme, la bellezza di Dante vadano ricercate proprio nella particolare attitudine di penetrare nel profondo nell’animo umano, descrivendone in modo coinvolgente moti, sentimenti, emozioni. I vizi che Dante descrive – la tendenza al peccato, secondo la sua concezione filosofica e religiosa – sono gli stessi dall’inizio della storia dell’uomo: avidità, smania di potere, violenza, cupidigia… La Commedia ci attrae, ci affascina, ci interroga ancora oggi perché ci parla di noi. Dell’essenza più profonda dell’uomo, fatta di debolezze, cadute, nobiltà e generosità. Basta pensare ai tanti passi della Divina Commedia entrati nel lessico quotidiano e che utilizziamo senza sapere, sovente, che provengono dai suoi versi».

Quelli riportati sopra sono alcuni brani della conversazione che Sergio Mattarella ha avuto con Marzio Breda, per il Corriere della Sera di giovedì 25 marzo scorso. Il presidente della Repubblica è uomo colto, ha letto Dante per davvero e sa pure che «totus politicus» può anche essere una definizione limitativa, dell’orizzonte interpretativo che ci diamo. Per questo, le sue risposte in quel caso, sono perfette e precise: la Commedia è viva e presente perché parla dell’uomo. Inoltre, aggiungerei, pure l’idea di fare di Dante il campione del senso della patria italiana mi pare un po’ forzato, se pensiamo che immaginò «altrui» persino le terre romagnole o venete. Di sicuro, trovo difficile immaginare Dante quale rappresentante dell’italianità odierna: il poeta fu uno che, per dirla ancora con le parole di Mattarella a proposito del rifiuto dell’Alighieri a scambiare il perdono necessario al suo rientro a Firenze con la menzogna, «è mosso dalla convinzione, altamente, morale, che andare contro la propria coscienza renderebbe effimero il risultato ottenuto». Fiorentino per fiorentino, credo che più che i gesti di Dante, siano le parole del Guicciardini a descrivere l’Italia di oggi. Così come, toscani per toscani, è la penna di Collodi ad aver meglio caratterizzato il tipo nostrano. No, nessun giudizio sprezzante; di seguito, proverò a spiegare, lasciandomi aiutare dalle parole con cui di Pinocchio parlava Raffaele La Capria (in una conversazione, ora in Il Sentimento della letteratura, False partenze con Letteratura e salti mortali e Il sentimento della letteratura, Mondadori, 2011, pp. 231-237, dal titolo Pinocchio, l’italianissmo).

«“E va bene, leggiamolo così allora. Cosa vuol dire che Pinocchio è un burattino che non riesce a diventare un uomo?”
“Vuol dire che non è capace di crescere. E crescere non significa essere responsabile delle proprie azioni, mettere giudizio, come si dice, cioè saperle giudicare? Pinocchio non ne è capace, come ho detto.”
“Certo, non ne è capace; ci prova, poi ricade sempre nelle stesse abitudini.”
“E non ti sembra questo un tratto molto italiano? Non c’è in fondo ad ognuno di noi un Pinocchietto irresponsabile che non vuole maturare e che non sa giudicarsi?”
“Come si manifesta questa irresponsabilità?”
“Lo vediamo tutti i giorni. Nel disordine della nostra vita pubblica, nel nostro scarso senso civico, nella nostra ‘cattiva educazione’. Quella tendenza ad anteporre sempre quello che ci conviene, il proprio ‘particulare’, al bene comune è appunto la nostra immaturità. E poi c’è anche una immaturità politica, che si accompagna all’altra: quella per cui siamo sempre talmente schierati da una parte da non riuscire mai a comprendere le ragioni, e perfino l’esistenza, dell’altra parte.”
“Infatti, ho notato che uno dei difetti principali per cui Pinocchio non riesce a diventare un uomo, è che dà sempre la colpa agli altri delle proprie malefatte.”
“Questo avviene anche da noi, in politica. Mai c’è stato uno che riconoscesse di aver sbagliato, che ammettesse la propria colpa fino in fondo.”».

Parlava in quel modo di Pinocchio, l’intellettuale partenopeo, e ci parla ancora di quanto questo burattino sia «l’unico vero personaggio della letteratura italiana», quello che «possiede tutti i tratti principali della nostra stirpe. L’indole, il modo di essere e di manifestarsi, i vizi e le virtù. Tutti i tratti del carattere italiano, non uno soltanto. E li rappresenta bene». Le bugie, che tutti dicono, «ma solo noi crediamo sinceramente che siano la verità»; i cinque zecchini d’oro, avuti da Mangiafuoco e con cui vorrebbe comprare una nuova giacca al suo babbo, ma che pianta, su suggerimento del Gatto e della Volpe, nel “Campo dei Miracoli” per «diventare ricco con poca fatica e da un momento all’altro»; le faine ladre di polli, che propongono al Pinocchio da guardia una gallina a settimana per non abbaiare, come facevano col cane Melampo, per una pratica «considerata naturale. Teorizzata. Eletta a sistema»; il Grillo Parlante, «la nostra coscienza che mettiamo sempre a tacere e forse abbiamo ucciso, come Pinocchio ha forse ucciso il Grillo»; la Fatina Azzurra, «una mamma sempre disposta a perdonare»; i Carabinieri, «che si lasciano scappare sotto il naso Pinocchio, che è loro prigioniero»; i Giudici, «come quello che, rovesciando tutta la logica della giustizia, condanna Pinocchio perché è stato derubato»; e Mangiafuoco, ché «quando ci sono i burattini esce sempre un burattinaio, e i burattini come Pinocchio rischiano di fare una brutta fine».

Come la legge Raffaele La Capria, quella storia parla ancora dell’oggi. In particolare, in quel quadro, nulla si troverebbe fuori posto, se lo si volesse usare come schema per leggere la modernità a queste coordinate. E se questa non fosse pure la patria del Leopardi, che due anni prima che il Collodi nascesse e con oltre mezzo secolo d’anticipo sul Pinocchio, scriveva il suo Discorso sopra lo stato presente del costume degl’italiani, potrebbe parer strano che un ritratto letterario fatto centocinquanta, duecento anni prima, calzi perfettamente al profilo attuale delle genti di qua.

Filopolitica, forse pure per considerazioni simili, ha bisogno di una pausa. Lunga o breve, saranno i casi a determinarlo. Nel frattempo, ai «miei venticinque lettori» (lasciatemi la citazione di un altro che, due secoli prima, ha colto alla perfezione le dinamiche su cui ancora l’oggi si articola e si muove), auguro buone feste pasquali. A me, di trovare altre, e tante, pagine e parole con cui riempire il vuoto che il moto di ricerca sempre scava.

A presto

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E allora, perché ora state con l’altro?

C’è una tesi che spesso sento ripetersi, nei discorsi di molti politici di sinistra che fanno parte della maggioranza che sostiene Draghi. Per riassumerla e per darle un nome, lo farò con un esempio. Durante la puntata di Di Martedì, su La7, dello scorso 23 marzo, replicando alle osservazioni di Sallusti in merito alle differenze fra i governi Conte e Draghi, Bersani ha detto: «Il giorno che è andato via Conte eravamo al pari con Francia e Germania sulle vaccinazioni. Non so come siamo messi oggi, vediamo se stiamo peggiorando o migliorando».

Ora, è chiaro, nel tono delle parole del leader di Articolo Uno, come il giudizio espresso propenda per una valutazione nettamente migliore sull’esperienza di governo precedente rispetto a quella attuale. Anzi, parrebbero, quelle parole, sottolineare un certo rimpianto, meglio, una valutazione negativa dell’odierna situazione. Se sia meglio o peggio adesso rispetto a prima, non è tema di questo post. Quello che qui mi chiedo, invece, e soprattutto chiederei a loro, è: e allora, perché state con Draghi? Insomma, dico, non era mica obbligatorio che Speranza facesse ancora il ministro. Ma facendolo, non so con quanta intenzionalità, certifica che questa soluzione individuata, quella del tutti insieme sotto l’ala di Draghi, è esattamente quello che serviva al Paese e, di contro, la precedente non lo era.

E vale anche per tutti quelli che hanno votato la fiducia in Parlamento, come per i tanti che, a loro volta, la fiducia la ripongono nei partiti a cui gli stessi appartengono. Lo so, può sembrare un ragionamento un tagliato po’ con l’accetta, come si suol dire, però, prima o poi, qualche conseguenza, dalle parole che si dicono, persino in politica la si dovrà pure trarre: se qualcosa non piace, non si fa.

Non è che si può sempre esprimere i ministri e poi dire che non è il governo che si vuole.

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Oltretutto, perché le altre categorie alimentano contrasti di cui non c’è bisogno

«Abbiamo quattro vaccini sicuri ed efficaci», ha detto Mario Draghi nel suo intervento ieri al Senato, e bisogna ora accelerare le somministrazioni, privilegiando «gli anziani e i fragili». Sembra scontato, ma è giusto. E questa volta sono totalmente d’accordo col premier: la priorità non va articolata su nessun’altra scala che non sia quella dell’anzianità e della fragilità per patologie preesistenti, i due fattori che più di tutti gli altri possono portare alle conseguenze drammatiche di questa stramaledetta infezione virale.

Perché io mi vaccinerei domani, oggi stesso, anzi, lo avrei già fatto dal primo giorno in cui sono arrivati i vaccini in Italia; ma non ho potuto e non posso farlo, ed è giusto così. Prima di me ci sono altri, che rischiano molto di più da un eventuale contagio. Ecco perché, dicevo, concordo con Draghi: «prima gli anziani e i fragili». L’individuazione di altre categorie, oltretutto, ingenera risentimenti, polemiche e rancori di cui, sinceramente, non abbiamo bisogno. Gli operatori sanitari? Giusto; credo che in pochi abbiamo obiettato. Ma abbiamo letto pure della somministrazione agli amministrativi negli ospedali, e lì qualche domanda è lecita. Le forze dell’ordine? Già; ma qual è l’età media nei corpi di polizia? E sono poi davvero così fragili? Gli insegnanti, perché la scuola è importante; ovvio che lo sia. Ma allora, riapritela, potrebbero chiedere quelli per cui la via al vaccino è ancora preclusa. E poi gli avvocati, in diverse regioni, e il personale di giustizia: pure un cancelliere di tribunale o un funzionario che magari non ha rapporti col pubblico? E perché non le cassiere dei supermercati, che sono stati sempre aperti, o i camionisti, i corrieri e i magazzinieri delle grandi piattaforme logistiche, i rider, che davvero, e letteralmente, non si sono mai fermati?

Lo capisco persino io che per questa strada non si esce da nessuna parte. Ci sarà sempre la possibilità di obiettare, di scorgere un favoritismo, di eccepire sul perché quello sì e l’altro no. Il «keep calm and tell me your birth date», in cui si può sintetizzare la strategia inglese, pare dare i suoi frutti; soprattutto, si presta a poche interpretazioni. Ogni tanto, pure nel nostro inguaribile presuntuoso parlarci addosso, potremmo anche guardare alle strategie degli altri.

Se non spesso, almeno quando risultano migliori delle nostre.

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«C’è chi aspetta la pioggia»

Ne parlavo qualche giorno fa, con due amici in una diretta in cui veniva discusso il tema d’un mio modesto contributo a una per il resto ottima rivista, Ossigeno, che v’invito a prendere in considerazione, se non l’avete già fatto. C’è, si diceva in quell’occasione, all’interno dei partiti e, fra questi, in modo particolare in quello che più degli altri ancora conserva la forma tradizionale, una sorta di conformismo e adeguamento al leader di turno che sinceramente appare eccessiva anche in un firmamento, come il nostro, in cui pochi sono gli astri a brillare per coerenza.

Ora, per esempio, nel Pd sono tutti lettiani. Meglio: sono di nuovo tutti lettiani. Perché lo sono stati già, circa una decina d’anni orsono, quando, alla sua investitura per Palazzo Chigi coi voti di Berlusconi, si diceva non ci fossero alternative. Pochi mesi dopo, quelle alternative le trovarono gli stessi che le escludevano, salutando Letta e votandosi al nuovo: Renzi. Riandare indietro così tanto, in effetti, potrebbe non aver molto senso, nei tempi veloci della politica odierna. E allora, proviamo a stare in orizzonti temporalmente più ristretti. Nel settembre del 2019, dopo i fasti per Salvini infausti del Papete, schiere di parlamentari dem assicuravano che mai avrebbero contribuito alla nascita di un governo con i grillini. Nemmeno il tempo di finire il tweetcon l’hashtag #senzadime, che già a nugoli, gli stessi, si precipitavano a giurare da ministri o sottosegretari. E appena ieri, ricordate il motto ottimamente sintetizzato da Bersani, ma attribuibile a buona parte del suo ex partito: «l’alternativa a Conte è Conte»? Appunto.

Se finora ho provato a giocar sui toni e i ritmi della celia, voglio provare a dare un mio punto di vista sul perché di queste evoluzioni, che era poi quello che i due amici un po’ mi chiedevano nella serata ripresa all’inizio. Il Bersani citato poc’anzi, durante la stagione renziana del suo partito e prima che persino lui l’abbandonasse, spiegava non di rado, a chi gli contestava decisioni e votazioni contrarie a quanto fino al giorno prima aveva politicamente sostenuto, che quelle erano state dettate «dal senso di responsabilità e dalla lealtà verso la ditta». Ecco, la sintesi credo sia perfetta e tutta in quella definizione: «ditta».

Cos’è una ditta? Il termina sta a indicare la denominazione commerciale di un’impresa, e nel linguaggio comune e per estensione, col significato in cui lo usava Bersani, l’impresa stessa. In sintesi, in una visione politica legata al valore delle idee e dei concetti che esse rappresentano, di sicuro non qualcosa «per cui battersi e morire», e neanche per cui vivere, a meno che non se ne sia i padroni e all’interno di una visione idealistica e d’un concetto di capitalismo romantico che forse non c’è mai stato. Al massimo, e tutt’al più, essa è qualcosa che  da vivere. E come si può usare quella definizione per un partito, per un soggetto politico a cui si dovrebbe appartenere per comune condivisione degli obiettivi e dei metodi per raggiungerli? Un po’ difficile, non trovate? A meno che proprio questo non sia ciò che dà da vivere.

È pessima come osservazione, lo so. Però, pure spingendola al di là del dato materiale di schietta sopravvivenza, rimane il fatto dell’inspiegabilità di quel comportamento, se non inserito nel complesso di una visione “lavoristica” della politica e della partecipazione alle sue forme e alle diverse organizzazioni. Si sta lì perché lo si fa perlavoro, si è parlamentari, ministri, assessori, consiglieri perché quella è la propria professione e, come in tutte le professioni e i lavori, si fa ciò che il superiore di turno chiede e vuole. E se ciò è contrario a quanto si vorrebbe fare, non è un problema: il mestiere è mestiere, poche chiacchiere e diamoci da fare per fare quel che si deve fare.

A questo, però, per aggravio di dolore, va aggiunta la natura della formazione avuta da molti di quelli che vedono nel partito la propria «ditta», con particolare riferimento alla parte di cui parlo in questo post e che m’interessa per collocazione personale. Molti vengono dal Pci, e tanti nella temperie culturale di quel partito-chiesa sono cresciuti: si sta col segretario, perché è il segretario. Non si può osteggiarlo, non si possono avversare le sue decisioni né discordare profondamente da esse fino al punto di metterle in discussione, e coloro che chiedono quel «diritto al dissenso» già invocato da Ingrao durante l’XI Congresso del Partito comunista italiano, nel lontano 1966, sono ancora guardati con sospetto, portatori di un’autonomia che può divenire, ai loro occhi, pericolosa slealtà.

E sono questi ad aver nel profondo informato della propria visione delle cose e dello stare nelle organizzazioni politiche il partito di cui ci tocca ancora commentare i rivolgimenti. Ed è per questo che sono i cambiamenti repentini e ripetuti di quanti a questa tradizione guardano e s’ispirano, quelli che danno più il senso di smarrimento nel provare a capire e che, al contempo, meglio si confanno a sostenere l’ipotesi che qui ho provato a enunciare, senza la presunzione d’aver compreso, né l’ambizione dell’esaustività.

Poi, dopo, magari trascorsi degli anni, questi nuovi come i loro predecessori sono pure pronti a riconoscere l’errore, se nel caso gli avvenimenti si dimostrassero in tutta la loro palese evidenza. Come fece, per citar casi alti e importanti, Napolitano nel 1986 sui “fatti d’Ungheria” del ’56, affermando che la ragione, all’epoca, stava dalla parte di quelli come Antonio Giolitti o Giuseppe Di Vittorio – ma anche Pietro Nenni e il Psi del tempo, va ricordato –, e che però, all’epoca, vennero accusati di appoggiare una «rivolta imperialista», secondo la tesi di chi, dinnanzi alla violenza dei carrarmati sovietici, altro non trovò da dire e fare se non tacere e bere «un bicchiere di vino in più».

I lealisti alla «ditta» nuotano in «quest’acqua qua»; sono cresciuti così, e così sono diventati ciò che sono. Rifuggono la solitudine intellettuale perché, per loro, metterebbe a rischio tutto quello in cui credono, e pertanto, non avendola mai praticata, ne sentono il dolore; perché solitudine, certo, e perché sconosciuta, come farebbe male la luce ai prigionieri nella caverna immaginati da Platone.

Persone a cui culturalmente si è voluto bene, le si scopre vittime delle loro peculiarità. Come di coloro che aspettano la pioggia per non piangere da soli di cui cantava De André, immalinconisce il guardarli spegnersi fra le gocce di quel che da sempre hanno atteso.

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Perché il vaccino non si chiami privilegio

«Perché quindi non permettere a chi ha completato il ciclo di vaccinazioni di riprendere una vita normale? L’Europa sta pensando a un passaporto vaccinale che consenta a chi è protetto di spostarsi liberamente; negli Stati Uniti chi è vaccinato può evitare la quarantena se entra in contatto con positivi, non deve fare il tampone e può incontrare altre persone senza utilizzare la mascherina (a meno che non incontri persone a rischio o non frequenti luoghi affollati). Non sarebbe dunque questa la migliore motivazione per spingere gli italiani ad aderire alla campagna di vaccinazione? Rivediamo le regole per chi è vaccinato: basta tamponi e quarantena (a meno che non ci siano sintomi), libertà di spostamento tra regioni, possibilità di non usare la mascherina all’aria aperta, accesso a musei, bar, ristoranti e palestre. Iniziamo immediatamente a programmare quello che tra poche settimane diventerà un’esigenza, perché saranno proprio i vaccinati a poter rilanciare l’economia del paese».

Quella qui sopra è la proposta che, dalle colonne dell’edizione veneta del Corriere della Sera, lancia l’immunologa Antonella Viola. Perché, in sostanza, non ridare la vita di prima a chi è vaccinato? Già, perché? Beh, potrei rispondere alla domanda acuta della scienziata con l’imprecisione che m’è propria: perché non a tutti è ancora data la possibilità di farlo, quel vaccino? Io capisco il senso della sua idea, puntualmente spiegata nel suo articolo: motivare e sostenere la campagna di adesioni alla profilassi. Perfetto, non c’è altro da aggiungere; anche io non capisco le mille eccezioni e la ritrosia al vaccino, per non dire le scriteriate sortite dei no-vax (dando però a quest’ultimo fenomeno le giuste proporzioni e senza oltremodo ingigantirlo). Tuttavia, a qualcuno potrebbe star stretto vedere gli appartenenti ai gruppi scelti come prioritari per la vaccinazione – e non solamente quelli fragili, per età o patologie – liberi di fare tutto ciò che si poteva fare fino a un anno e mezzo fa, mentre per sé ancora è negato, e non può far altro che aspettare che l’autorità che lo costringe a seguire tutte quelle limitazioni si decida a chiamarlo. In sintesi, il ragionamento della scienziata non farebbe una grinza, se il vaccino fosse già stato offerto a tutti e per tutti disponibile. Ma siccome così ancora non è, pure al mio orecchio poco incline al retropensiero parrebbe stonato sentire la stessa autorità che m’impone regole rigide e limitative, e che non mi dà la possibilità di fare il vaccino, perché a me fa precedere altre categorie, concedere a queste, proprio in virtù di quella somministrazione, le libertà che mi nega; nei fatti, sarebbe come se quell’autorità scegliesse quali gruppi possano vivere liberamente e quali no. E ripeto, non parlo dei soggetti fragili, ma di tutti quei lavoratori considerati indispensabili.  

Il rischio, a modesto avviso di uno che non è virologo e non finge di capirne, è che, moralmente e socialmente, si ingeneri la percezione che quel vaccino sia un privilegio, che ad alcuni è dato, ad altri no. E ripeto, non sto parlando delle categorie a rischio, ma sto dicendo che qualche “partita Iva” quarantenne potrebbe prendere male il fatto che lui, disposto a fare il faccino oggi, meglio, ieri, non potrà farlo prima dell’autunno, mentre un insegnante («che peraltro», sarà il condimento della lamentela, «nemmeno deve andare a scuola, perché le hanno chiuse, costringendomi a portare i bambini dai nonni, mettendoli a rischio») l’avrà già fatto e avrà, pertanto, la libertà di fare quel che al primo è negato («oltre che percepire quel reddito sicuro che l’altro ha perso», non dimenticheranno di sottolineare i critici).

Capisco la tesi e colgo il risvolto pratico, dato dalla possibilità di rendere alla vita pre-pandemica tutti quelli che possono a essa esser resi, perché così si convincono in più a farlo e perché in quel modo, da subito, un numero progressivamente crescente di persone avrà modo di sostenere in concreto il ritorno a una situazione migliore e meno problematica. Nondimeno ho quel timore, che quel certificato sanitario diventi così attestazione d’un privilegio di ceto.

E che abili imbonitori sfruttino questa circostanza per cavalcare il malcontento.

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Sono venuti al mondo; lasciamoglielo abitare

«La pandemia dura da un anno e i bambini e gli adolescenti sono stati l’ultimo argomento. Non parlo solo di scuola e di istruzione, ma anche del loro diritto a essere quello che sono: non adulti, non autonomi. Con necessità specifiche: crescere sani nell’anima e nel corpo, con relazioni e stimoli, luce e spazio. Il rischio è che quando lo diventeranno sul serio, adulti, il vuoto di esperienza, di cultura, di affettività che si porteranno dietro sarà insormontabile. […] Annientare bambini e adolescenti davanti agli schermi, chiusi tra quattro pareti, perché il mondo degli adulti deve riuscire a barcamenarsi in ufficio, in fabbrica, nelle riunioni su Zoom è un’ingiustizia senza senso. […] Lo chiamano inverno demografico: la rinuncia a mettere al mondo dei figli. […] In questa quasi primavera, insolitamente assolata come lo fu quella del 2020, vedo chiaramente nel deserto delle strade là fuori il perché di questo inverno: non si sentono le voci dei bambini. Non sono previste le loro corse, non è loro consentito abitare a cielo aperto. Osservo anziani che portano a spasso il cane, signori che fanno jogging. È come se i bambini fossero stati tutti ricacciati indietro, nelle placente delle loro stanze, nel ronzio monotono delle connessioni. È come se fosse stato loro precluso il venire al mondo».

I brani riportati sopra sono tratti dall’editoriale di Silvia Avallone per il Corriere della Sera di mercoledì 17 marzo. Scrive per mestiere, e sa farlo; è una madre, e sente le cose che dice. È da oltre un anno che ai nostri figli stiamo chiedendo di farsi carico di una pandemia che noi adulti non siamo in grado di affrontare in maniera diversa, se non, appunto, chiedendo loro di rinunciare a essere quello che dovrebbero: bambini, adolescenti, nel piano della loro scoperta del mondo. Perché è di questo che parliamo, come scrive l’autrice di Acciaio: della loro venuta al mondo, del loro doverlo, e volerlo, abitare. E la cosa che mi fa più male è che non lo stiamo facendo per proteggerli: lo stiamo facendo per proteggerci. Dovrei privarmi io di qualcosa per tutelare lui; invece, chiedo a mio figlio di non andare a scuola, al parco, a giocare con gli altri, chiedo a lui di rinunciare al suo essere bambino, e non è ancora ben chiaro se e quanto ciò serva a difendere il resto. Stiamo chiedendo ai più piccoli di sacrificarsi per i più anziani; Enea ancora fanciulli, con addosso molti più Anchise di quanti le loro spalle troppo strette perché ancora da farsi potrebbero sopportare: «un’ingiustizia senza senso».

Sto dicendo che dovremmo sacrificare i vecchi per il diritto a crescere senza restrizioni dei più giovani? Non mi fate così crudele; dico che io accetterei meglio la rinuncia alle mie libertà perché mio figlio possa godere delle sue, di quanto mi costi oggi vederlo a casa con me, mentre chiedo alla sua infanzia di esprimersi sottovoce, perché sono al telefono con un collega.

E so che anche le nonne e i nonni sono padri e madri.  

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Pur nelle pause, nasce e vive il sindacato

La radice della parola è: «insieme». Perché al contrario, nell’individualità, nessun sindacato è possibile. Ed è, la mia, un’affermazione così banale che non ci sarebbe nemmeno bisogno di esprimerla, se non vivessimo i tempi che attraversiamo. Quando sento gli entusiasmi per la possibilità di rendere “da remoto” la propria prestazione lavorativa, infatti, un po’ m’insospettisco. Di più, quando in quello avverto una sorta di acquiescenza verso una possibile nuova normalità del “prestare la propria opera a fronte di un compenso”, che, almeno nei servizi e negli impieghi, descrizione desueta, “di concetto”, potrebbe in un futuro più o meno prossimo darsi.

Da cosa nasce il mio dubbio rispetto alle positività manifeste? Dalla considerazione, appunto, della radice etimologica di quel “sindacato” con cui ho iniziato questo post. Lo smart working per esigenze puntuali e circostanziate, Dio lo benedica; lo sottolineo io, che non saprei come fare altrimenti, in questa situazione di scuole chiuse e figlio piccolo. Sul lavoro agile come guisa della normalità lavorativa, beh, permettetemi la pratica del sospetto. Cos’è, di fatto, quel modo di lavorare? Produrre senza incontrare i propri colleghi quasi mai, di certo non in quei momenti di pausa dal lavoro in cui, fra l’altro, nasce il confronto sulla propria condizione e, magari, le considerazioni per una rivendicazione o un’azione collettiva, foss’anche la semplice richiesta di una migliore organizzazione. Ognuno a casa sua, e quella possibilità è di fatto preclusa.

A parte quindi il sempre potenziale progressivo risparmio in termini di accessori salariali e contributivi (congedi parentali o permessi? Perché: stai a casa, guarda pure i figli; assicurazioni per danni sul posto di lavoro? Quando mai: sei nel tuo salotto; straordinari e altre indennità per prestazioni oltre orario o festive? Dai, non scherziamo: vale per quando ti rilassi in poltrona senza che nessuno ti veda), è proprio la mancanza di quel contatto continuo e costante con i propri pari sul luogo di lavoro che m’impensierisce.

Il sindacato nacque e nasce ancora anche in quelle pause trascorse insieme, fra un cambio turno in fabbrica, durante il veloce pasto sui campi, nello scambio di battute alla macchinetta del caffè in ufficio; togliendo quei momenti, rendiamo può ardua quella costruzione e il suo mantenimento in vita.

Praticando, infine, l’estrema solitudine del non aver compagni.

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