Non è vero che votano Salvini perché ci sono tanti immigrati stranieri

«Il voto a Salvini va perché ci sono tanti migranti stranieri. È un fatto. Solo che voi di sinistra non volete prenderne atto, e vi aggrappate su quelle stupidaggini dell’eterno fascismo italiano». Così, parola più, parola meno, mi dice un conoscente prendendo un caffè al bar, in una discussione iniziata dalle notizie sulla scorta alla Segre e gli insulti a Balotelli. Ma siamo sicuri che sia così, che siano cioè quelli di sinistra a non voler considerare i fatti per quelli che sono o non una certa lettura conformista a considerarli in un’ottica ben definita e interessata? Proviamo a vederli, questi fatti, partendo proprio dalla relazione che il mio interlocutore (e non solo lui) faceva: maggiore presenza di immigrati stranieri = alte percentuali di voto per Salvini.

Il paese con la più alta percentuale di voti registrati dalla Lega alle ultime europee, le consultazioni che per quel partito sono state le migliori, è Cavargna, in Lombardia, provincia di Como. Lì, per Salvini hanno votato l’86,79% di quanti si sono recati alle urne. Sempre lì, gli stranieri residenti sono solo due su oltre 200 abitanti: meno dell’uno per cento del totale. E sono pure olandesi, quegli stranieri, non extracomunitari (e probabilmente non neri, per dare una nota di colore sociale alla discussione). Nel capoluogo di quella stessa Regione, Milano, al contrario la Lega non è stata nemmeno il primo partito, giungendo seconda, dietro il Pd, con il 27,39%. Ma a Milano gli stranieri sono ben 253.482, quasi il 20% del totale dei residenti. Ancora convinti della relazione diretta immigrati stranieri, voto a Salvini? Andiamo avanti con qualche altro esempio.

Nella provincia in cui vivo, i comuni dove la Lega ha superato il settanta per cento dei consensi nel maggio scorso sono stati Isasca (74,07%) e Monasterolo Casotto (71,43%). Nel primo, ci sono solo due stranieri, il 2,5% dei residenti, nel secondo, uno, l’1,3% degli abitanti. Di contro, nei due centri maggiori, Cuneo (dove gli stranieri sono 6.261, l’11,2% della popolazione) e Alba (3.818 stranieri, il 12,1% del totale degli abitanti), la Lega ha racconto rispettivamente il 33,54% e il 32,66% (Nota: i dati statistici sulla composizione della popolazione sono tratti dal sito www.comuni.italiani.it e relativi al 2018, mentre quelli delle percentuali di voto alle europee dal sito del Ministero dell’Interno).   

Ora, che sia pacifico che la Lega stia prendendo tanti voti, se non tutti, insistendo sul tema dei migranti, non significa affatto che il voto a questa sia effettivamente legato alla presenza di stranieri sul territorio dove viene espresso. Anzi, con cifre che saremmo eufemistici a definire paradossali, là dove sono di più gli stranieri, la Lega incontra meno consensi; viceversa, dove quelli quasi non ci sono, essa sfiora percentuali che nella Bulgaria di Živkov avrebbero definito valtellinesi.

La narrazione, invece, dà come accertata e fattuale la relazione diretta fra la presenza di immigrati e il voto per Salvini, spiegandoci, con un forte ricorso a temi e toni da sociologia d’attacco (e d’accatto, va detto), come sia la provincia e le aree marginali a votare per Salvini perché è lì, e solo lì, che si concentrano e si scaricano gli effetti del «problema migratorio».

Forse, però, ideologicamente pregiudiziale è questa lettura, non quella che la contrasta.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Something is rotten

In the state of Denmark, sono state profanate 80 lapidi in un cimitero ebraico. In Grecia, gli estremisti di un gruppo legato al partito di estrema destra Alba Dorata hanno pestato a sangue un avvocato che dà assistenza legale ai migranti. In Germania, qualche mese fa, un esponente politico della Cdu impegnato nella difesa e nell’aiuto di stranieri e migranti è stato addirittura assassinato.

In Italia, nelle ultime settimane, abbiamo dovuto scontare la vergogna nazionale di dover vedere scortata dalle forze dell’ordine una sopravvissuta di Auschwitz per le minacce ricevute. C’è un fantasma che si aggira per l’Europa, ed è molto più cupo e oscuro di quello che vedevano profilarsi alla metà dell’Ottocento gli estensori del noto Manifesto. È uno spettro terribile, che abbiamo conosciuto bene e a lungo, ma che pare non averci insegnato nulla, con la sua eredità di violenza, sangue e morte, se ancora oggi c’è chi può urlare la sua rabbia contro il suo prossimo, spiegando poi, pubblicamente e senza timori, che per lui l’altro sarà sempre diverso da sé, per il colore della pelle, la foggia degli occhi o il profilo del naso che sia.

È una storia vecchia, anche se, a turno, cambiano i protagonisti; si chiama razzismo. E puzza e fa schifo come le fogne da cui, periodicamente, riemerge. Ancora più schifosa è l’accettazione, se non accondiscendenza, che gli si avverte intorno. Pessimi sono i tanti cantori del «non sono razzista, ma». Peggiori, quelli che spiegano come il loro essere contro le migrazioni non sia mosso da xenofobia, ma spinto da una vogli di combattere lo sfruttamento, a cui i migranti sono sottoposti e con il quale, facendo leva su questo «esercito di riserva» (ché, curiosamente, le parole ritornano, come si diceva più sopra), pure tutti gli altri debbono farci i conti, se non soccombervi.

E mai una volta, nel loro dire, tantomeno agire, che attacchino gli sfruttatori e non gli sfruttati.

Pubblicato in libertà di espressione, società, storia | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

No, «la gente» non è credulona; è proprio convinta

In un commento al post di giorno fa (che non pubblico per il turpiloquio che lo caratterizzava), mi si accusava, in buona sostanza, di dileggiare «la gente tutta», ritenendola «poco colta» e incapace di comprendere i problemi, e che questo mio atteggiamento, comune a tutta la sinistra, sostanzialmente era quello che spingeva l’elettorato a scegliere Salvini o, in anni non tanto lontani, i vari Berlusconi e alleati. Prendo atto del giudizio espresso, ma non concordo.

Principalmente perché non sono io a ritenere «la gente tutta» (massa indistinta, evidentemente nel giudizio che lì se ne dava) «poco colta». Tutt’al più lo fanno le statistiche sulla vendita dei libri o sui risultati scolastici nel nostro Paese e quelli, al contrario, che pensano (come i neofascisti che in quel mio pezzo citavo) che fra le sue schiere ci si possa facilmente infiltrare e orientarne opinioni e scelte. Lo fa la pubblicità. O i programmi televisivi che non ritengono quella stessa «gente» in grado di apprezzare prodotti più complessi di una sfida fra due improvvisati imitatori. Ma non io. E poi, non penso affatto che il sentire degli elettori sia traviato da questo o quel politico: ritengo, all’opposto, che se qualcuno vota per chi gli dice che ogni suo problema sparirebbe se qui non arrivassero più i disperati della Terra lo faccia perché in ciò crede davvero, per sua piena e autonoma convinzione. Ed è un’ipotesi ancor peggiore.

Non ho il lavoro che desideravo o l’auto dei miei sogni non perché non sono stato in grado di averli o l’ambirvi era il frutto di un apparato desiderante traviato dalla cultura di massa, ma perché una donna con il suo bambino di pochi mesi al collo è riuscita ad approdare sulle coste di Lampedusa, invece che affogare, lei e lui, nel fondo del Canale di Sicilia. Non è con un’azione congiunta e sindacale che otterrò l’aumento di stipendio, ma tifando e sostenendo chi urla contro gli immigranti, meglio se neri, per strada. Non è in virtù della speculazione del capitale sugli immobili che non riesco a comprare casa o a causa della massimizzazione dei profitti degli investitori che non posso trovare un impiego, ma per colpa degli zingari che mandano i figli a chieder l’elemosina e dei porti ancora aperti.

E se così la pensano in molti, soprattutto, la responsabilità non è solo di Salvini.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

E se fosse questo l’approdo della crescita?

«Mi piace che vi piaccia l’aggiunta d’amico nella mia sottoscrizione a quella di fratello: ma non son contento che vi sorprenda. Avete avuto sufficiente tempo per avvedervene senza la mia dichiarazione, e mi fate gran torto se contate questa circostanza come nuova scoperta. La nostra fortuna non ha voluto ch’io possa darvene prove strepitose: ma a quest’ora è già tempo di riderci di lei. E poi non possiamo a buona equità lagnarcene. Noi siamo ricchi abbastanza se ci serviamo de’ bisogni per misura, e non de’ desideri, coi quali addosso son mendici Crasso e Lucullo. Addio; state sano per conferire alla salute del vostro». Così scriveva, da Vienna, Pietro Metastasio al fratello, Leopoldo Trapassi – Metastasio, come noto era uno pseudonimo –, il 2 giugno del 1755 (cfr. P. Metastasio, Lettere, in Tutte le Opere, Mondadori, 1954, vol. III, p. 1119, lettera n. 859).

A richiamarmi queste parole alla memoria è stata la lettura dell’ultimo libro di Luca Ricolfi (La società signorile di massa, La nave di Teseo, 2019). Che cosa unisce il riformatore del melodramma italiano a un sociologo e politologo contemporaneo? Nulla, in effetti. Tranne il fatto, forse, che in quella lettera del primo e in questo libro del secondo a essere sotto esame e giudizio sono i desideri, più che i bisogni, spesso smodati rispetto alle possibilità e quasi mai aventi una qualche attinenza con la necessità. Anzi: più sono forti, meno legami hanno con essa.

Il libro di Ricolfi (sul quale mi prometto di ritornare più in là e con più spazio in un altro articolo), come il suo autore, spesso è urticante e in sostanziale posizione critica rispetto agli atteggiamenti consumistici di una società, quella italiana, che non potrebbe permettersi, nel suo complesso, gli stili di vita che ha. La lettera di Metastasio, invece, racconta di come ci si possa accontentare di quello che si ha, se ciò basta a soddisfare i bisogni, per quanto i desideri continuino a chiedere altro.

Alla fine, non parlano entrambi della stessa situazione, privata in un caso quanto pubblica nell’altro? Non è nelle parole dell’antico drammaturgo la risposta alle domande che arrovellano la mente del contemporaneo sociologo? Non potrebbe quella dimensione di appagamento individuale sulla base delle necessità effettive esser la quiete per quelle tensioni che si avvertono e denunciano ancora, se non addirittura una possibile via di uscita da quella cosa che continuiamo a chiamare «crisi» forse solo perché non abbiamo voglia e coraggio di vederla per quello che è, punto d’approdo di una crescita costruita sulle risorse date e che non possono essere aumentate all’infinito?

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Se a una donna serve la scorta perché ebrea

«Dopo le minacce via web e lo striscione di Forza nuova esposto nel corso di un appuntamento pubblico cui partecipava a Milano, il prefetto Renato Saccone ha deciso di assegnare la tutela alla senatrice a vita Liliana Segre, deportata nel campo di concentramento di Auschwitz quando aveva 14 anni». Così veniva ripresa e rilanciata la notizia dal sito di Repubblica, ieri.

A voi non prende un qualcosa alla gola, nel leggerla? Una donna di quasi novant’anni, internata ad Auschwitz, oggi deve temere per la sua incolumità, e ha bisogno di una scorta, così ha valutato nella sua ultima riunione il Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, per le minacce ricevute solo in quanto ebrea. Considerate per quello che è quanto è avvenuto. Qui, a Milano, ora: il 6.11.2019. E voglio darvene un altro, di numero: 75190. Lo porta ancora tatuato sul braccio, la senatrice a vita, e gliel’hanno impresso lì, in quel luogo alla fine dell’umanità, dove conducevano i binari di treni senza ritorno.  

È su questa circostanza, che vuole lei sopravvissuta e gli altri no, che s’infrangono le stupidaggini di quanti, fin da subito, tentano la minimizzazione, dicendo – «vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi» – che anche loro ricevono minacce, e che è sempre tutto, ugualmente e allo stesso modo grave.

Non, non è uguale, non è grave allo stesso modo. Come non lo è quando i tifosi prendono in giro un calciatore perché schiappa e un altro perché nero, quando sugli spalti si scrive «Interista (o juventino, milanista…), crepa» o «Ebreo, brucia». Non è uguale: lì c’è il di più, c’è il vissuto, c’è il passato, gli incubi e gli orrori della storia tutta.

Ci sono i morti della Shoah, la discriminazione secolare, il sentirsi sempre a rischio perché mai pienamente “come” gli altri, quelli che, a ogni tornante del tempo e da molte curve della società, non perdono occasione di trasformare in odio le proprie frustrazioni, e riversarlo sul bersaglio più facile, la minoranza meno tutelata, il singolo che individuano più debole, quali branchi di fiere aizzate da piccoli e squallidi capi.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società, storia | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

O celebrate i giovani per il clima, o festeggiate per la nascita del colosso dell’auto

Un colosso da quasi 9 milioni di automobili vendute, il quarto al mondo, un fatturato superiore ai 170 miliardi di dollari e utili per undici miliardi. Questo è il matrimonio da una cinquantina di miliardi fra Fca e Peugeot che a metà della scorsa settimana, ancor prima d’essere completamente officiato da un notaio, ha incendiato gli animi di mezzo mondo, soprattutto quelli che hanno a che fare con i valori quotati in Borsa. Che dire? Congratulazioni.

Gli applausi, però, un po’ li ho trovati curiosi. Soprattutto quelli che venivano dagli stessi spalti da cui, appena qualche settimana prima, si erano sentite le acclamazioni per l’ultimo Global Climate Strike. Tra le due cose mi sembra ci sia un’evidente contraddizione: o si celebrano i giovani degli scioperi per il clima, o si festeggia la nascita del nuovo colosso dell’auto. Perché gli uni vogliono difendere, come sostengono, la Terra e l’ambiente dall’inquinamento, ed è quindi del tutto evidente quanto ritengano che si debba produrre di meno. L’altro, per ragione sociale, punta a difendere gli investimenti, e di conseguenza a produrre di più. Sempre di più, diesel, benzina o elettrico che sia il suo motore.

Nel comunicato ufficiale delle due aziende involtanti a nozze, infatti, ci si è subito affrettati a mettere in risalto il numero delle produzioni, a chiarire che gli stabilimenti in cui le auto si fa rimarranno tutti aperti (e fa piacere, peraltro) e che, insomma, si punta a crescere, crescere e ancora a crescere.

Le «favole di eterna crescita economica» che – non a torto – denuncia Greta Thunberg.

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

«Foreigners, go home!»; non dicevate così?

Fin dalla porta di casa dei miei se ne individuava l’esistenza, e di sera, al buio, il brillare alternato del suo faro arrivava a farsi vedere dalle strade del paese in cui sono nato e cresciuto, a 85 km di distanza in linea retta, mille metri più in alto dei suoi due mari. Taranto è sempre stata lì, per me, a portata di sguardo. E l’Italsider, che Ilva non l’ha mai chiamata veramente nessuno, anche, con tutto il luccichio notturno delle sue mille e mille luci.

La più grande acciaieria d’Europa, poco meno di undicimila addetti, tra stabilimento e indotto, potrebbe chiudere. L’essenza tragica di quel complesso nella città di Archita è già stata mille volte detta: pane e veleno. Per le masse contadine fattesi operaie, opportunità di reddito. Per chi ci viveva intorno, gli stessi e le loro famiglie, indici di incidenza tumorale fra i più alti d’Italia. La possibilità di mandare i bambini in classe a studiare, liberati dalla fatica dei campi, la tristezza nel dover chiuder loro le porte delle scuole, per gli alti livelli di diossina. La speranza di consegnare ai figli un futuro migliore, il terrore di averli consegnati a mostri terribili fin dal nome: neuroblastoma, mesotelioma, leucemia. E ora, i nuovi padroni vanno via. E chiudono. E lo fanno, dicono, perché non sono garantiti nel loro agire dagli effetti delle leggi sui reati ambientali. La tragedia, ancora, più pesante. Quello che però brucia come il metallo fuso negli alti forni è la volgare canzone dei coreuti del «padroni a casa nostra, fuori tutti gli altri», che oggi, proprio quando alcuni di quegli altri vanno via, dicono che la colpa è di chi li ha sostituiti dove sedevano fino a qualche mese fa.

Questo Paese manca da anni di uno straccio di politica industriale, ma abbonda di campagne elettorali, perenni, insulse, vacue. Per questo siamo qui oggi, a non saper come tener aperta l’Ilva, a non saper cosa fare se davvero dovesse chiudere, in quella situazione che disegna uno scenario – come ha scritto Riccardo Gallo sulle pagine economiche del Corriere della Sera – in cui il sistema Italia rischia di essere sempre più classificato come «non più attrattivo per i grandi investitori».

E così, mentre per anni piccoli pavidi pifferai interessati solo a prender per loro le poltrone del comando ci hanno raccontato come i poveri stranieri giunti qui per continuare a sperare di poter avere qualcosa di che sopravvivere fossero il problema più grande dei lavoratori italiani (e in molti, a quella nenia, per comodità o consolazione, han voluto credere e credono ancora), dalla realtà, cruda e spietata, oggi scopriamo, e con durezza, quanto lo fossero e lo sono invece le partenze di quei ricchi forestieri, ArcelorMittal, Whirlpool o Mahle che si chiamino, a cui si sta chiedendo indietro solo un po’ del troppo che hanno già accumulato.

Di nuovo: se solo questo Paese avesse uno straccio di politica industriale, e non una perenne, insulsa e vacua campagna elettorale…

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Il fatto è che non è solo il pensiero di un ultras isolato

Intervistato da un’emittente veneta, Radio Cafè di Padova, il capo della tifoseria dell’Hellas Verona, a chi si pone la domanda se quella curva sia razzista, risponde: «Ce l’abbiamo anche noi un negro in squadra, che ha segnato ieri, e tutta Verona gli ha battuto le mani». Già, a uno di colore hanno persino battuto le mani, allora va tutto bene, no? Che triste società è quella in cui cresciamo i nostri figli.

E sarebbe facile dire «è solo un ultras buzzurro, cosa ti aspettavi che dicesse?», però non sarebbe del tutto vero. Sì, lui è quello, ma non è solo questo. Quando dice che «Balotelli è italiano perché ha la cittadinanza italiana, ma non potrà mai essere del tutto italiano», credete che sia l’unico a pensarla così? Pensate forse che sia una tesi appannaggio esclusivo delle curve degli stadi? Non è forse vero, al contrario, che questo pensiero è da noi tanto maggioritario da essersi ormai da tempo, appunto, fatto maggioranza, anche nel livello rappresentativo, nelle istituzioni della Repubblica che su quella stessa cittadinanza è costituita?     

Il leader dei tifosi veronesi ha poi ragione pure quando sbeffeggia, nella sua convinzione d’impunità, il politically correct che impedirebbe l’uso della parola «negro»: «Ci sono problemi a dire la parola negro? Mi viene a prendere la Commissione Segre perché chiamo uno negro? Mi vengono a suonare il campanello?». In effetti, cosa può succedere, a lui e a quelli che come lui parlano e pensano? Cosa possiamo fare loro, se non unirci, nell’augurio, all’invito che a simili supporters (sebbene della Lazio e non del Verona, per quanto la natura non muti) hanno rivolto i tifosi del Celtic?

O fare in modo che accada.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

I catalani, gli scozzesi, l’indipendenza. E l’Ue?

Di recente, dopo la sentenza di condanna impartita dalla giustizia spagnola a quasi tutti i leader catalani per il referendum indetto nel 2017, Barcellona, e in parte persino Madrid, sono state sconvolte da proteste vibranti e decise che hanno alimentato ancora di più il senso e la voglia di indipendenza della Catalogna. Sempre in questi mesi convulsi, gli indipendentisti scozzesi non escludono di procedere con un altro referendum, dopo quello del 2014, per uscire dal Regno Unito, e rimanere attaccati all’Ue. E la domanda, infatti, è proprio rivolta a quest’ultima: cosa farà?

Mi chiedo, cioè, cosa faranno gli altri Paesi dell’Unione europea, se davvero Barcellona o Edimburgo dovessero chiedere ancora e con forza di staccarsi dai loro attuali Stati? Dirà ai catalani che la loro eventuale indipendenza è una questione che non riguarda Bruxelles, e che se avvenisse non potrebbero accoglierli nel loro consesso per non indispettire la Spagna? E alla Scozia, con già l’Inghilterra fuori dall’Unione, cosa diranno, nel caso in cui questa lasci l’Uk, mandandolo evidentemente in frantumi? Chiuderanno la porta per non disturbare Her Majesty the Queen all’ora del tè? O lasceranno quella «light on» che, in un appassionato intervento al parlamento europeo, il deputato dello Snp Alyn Smith chiedeva, con tanto di bandierine scozzese ed europea incrociate nella spilla all’occhiello della sua giacca?

Non mi azzardo in previsioni, ma vorrei che fosse così, come Smith domandava. Vorrei che l’Ue, meglio se con voce unanime, dicesse alla Scozia o alla Catalogna che, comunque vadano i loro destini e le loro relazioni con le attuali patrie, Bruxelles sarà sempre casa loro, e quella europea una comunità sempre pronta ad accoglierli e nel proprio alveo, istituzionale, democratico e civile. Vorrei che quelle terre e quei popoli che davvero e a maggioranza lo volessero, dal Sudtirolo al Galles, dalle Fiandre alla Corsica, passando, ovviamente, per le già dette Scozia e Catalogna e ogni altra regione d’Europa che lo chiedesse, potessero rendersi autonome dai loro governi centrali, e al contempo pienamente parte dell’Unione europea (purché, è ovvio, questo non significhi chiusura identitaria, o peggio etnica, contrapposizione verso gli altri, ma sia, al contrario, foriera di apertura e condivisione con il prossimo).

Sto parlando dello scioglimento degli Stati nazionali nell’Ue? E perché no?

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Cronache dal paese dove è sempre tempo di migrare

Beppe Severgnini non è tra le mie letture quotidiane preferite, lo confesso. Però, quanto ha scritto ieri sul Corriere della Sera, è «se non del tutto giusto/ quasi niente sbagliato»: «Cinquecentomila italiani hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni; metà di questi sono giovani sotto i 34 anni. Una migrazione costata al Paese 16 miliardi di euro, più di un punto di Prodotto interno lordo. Numeri impressionanti, se fossimo ancora capaci di lasciarci impressionare. Ma abbiamo perso questa dote. I numeri scivolano tra gli urli della politica e le sorprese della cronaca quotidiana: questi nostri connazionali lontani sono diventate figure sfocate».

E ancora: «Perché vanno via, tanti giovani e meno giovani italiani? Ci sono tanti Marco Polo che esplorano, per fortuna. Ma ci sono tanti Montecristo che scappano da pratiche inaccettabili o faticose (retribuzioni inadeguate, meccanismi aziendali arrugginiti, professioni invecchiate male, pratiche opache nelle amministrazioni e nelle università) e da condizioni oggettivamente difficili […]. Ogni grande questione nazionale, se non viene risolta, finisce per diventare un rumore di fondo. Sta accadendo con la nostra nuova migrazione. […] Chi non risponde, allora? L’Italia, tutti noi, che di questa comunità diffusa parliamo poco. E, quando lo facciamo, diamo l’impressione di raccontare una élite distante: mentre gli Italians vengono da ogni regione, da ogni professione e da ogni condizione sociale ed economica».

Su una cosa, Severgnini non mi convince affatto. Quando dice che il sistema Italia dovrebbe, se non «per stima o per affetto», occuparsi dei propri emigrati «per interesse», perché essi rappresentano «una risorsa formidabile, di cui non tutti i Paesi dispongono», una sorta di promoters all’estero di cui l’economia del Belpaese può approfittare, mi fa letteralmente incazzare. No, non perché non sia pragmaticamente giusto e vero quello che scrive, perché lo ritengo ai limiti dell’offesa aggiunta al danno.

Cosa voglio dire? Provo a raccontarlo con un aneddoto. Anni fa, quando tentavo di guadagnarmi da vivere nella regione in cui son nato facendo il giornalista e occupandomi di comunicazione, a una manifestazione nata per premiare i lucani affermatisi al di fuori dei confini di quella terra incontrai un amico che non vedevo da anni. Mi disse che seguiva l’evento perché legato al premiato, ma che non sopportava quel genere di cerimonie. «Già devo sorbirmi tronfi assessori che vantano, quale effetto delle proprie politiche, l’aumento del numero dei turisti, conteggiando fra questi pure, se non principalmente, gli emigrati di ritorno, andati via proprio in virtù della loro incapacità amministrativa», mi disse, «ricevere da quelle stesse mani un premio per esser stato costretto a fare lontano da qui quello che non mi hanno permesso di fare a casa mia, lo trovo davvero troppo. Offensivo, anche».

Non sto dicendo che la tesi di Severgnini sia offensiva in sé; è che tale può esser percepita. Lui parlava di farsi forza di simili risorse offrendo, al contempo, ai ragazzi emigrati occasioni occupazionali e persino di ritorno in patria, o almeno di una continua relazione con questa. Lo capisco. Nondimeno, forse perché migrante da sempre e da generazioni, leggendole ho pensato a una moderna visione delle rimesse, quelle che il mio bisnonno mandava a casa da New York all’alba del secolo scorso e mio nonno dalla Svizzera, nel secondo dopoguerra.

E che facevano sì che, ancora negli anni ’70, alla voce «Basilicata» di un’enciclopedia geografica della Garzanti si potesse leggere: «Si può affermare, in via paradossale, che l’emigrazione è una delle principali risorse economiche […]. Una sensazione addirittura visiva dell’imponenza di tale fenomeno si ha nei paesi più poveri della campagna: mancano quasi del tutto gli uomini validi e abbondano le donne, i vecchi, i bambini. Decine di migliaia di famiglie vivono con le rimesse degli emigrati».

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società, storia | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento