Il blasone delle lingue

In articolo sul New Yorker nell’edizione in edicola il 27 luglio, Nikhil Krishnan si pone una domanda che, formulata così, può sembrare quasi brutale: quanto dobbiamo essere tristi quando muore una lingua? La risposta non è che la morte delle lingue sia irrilevante. Tutt’altro. C’è una differenza evidente tra una lingua che smette lentamente di essere parlata e una lingua che viene uccisa. Krishnan ricorda il curdo, che in Turchia è stato a lungo ostacolato per legge e che, perfino dopo il terremoto del 2023, non compariva tra le lingue nelle quali veniva offerta assistenza alle popolazioni colpite. Ricorda l’ucraino nei territori occupati dalla Russia, dove la cancellazione della lingua è parte della cancellazione di un’identità nazionale. E ricorda la sorte inflitta in passato al bretone, quando ai bambini poteva essere fatto portare addosso il marchio umiliante della loro lingua familiare.

Qui non c’è molto da discutere. Impedire a qualcuno di parlare la propria lingua significa esercitare un potere su di lui. Non occorre, del resto, uscire dai confini italiani per trovare un esempio quasi da manuale. Dopo l’annessione all’Italia dell’Alto Adige, il fascismo tentò di trasformare una questione territoriale anche in una questione linguistica. L’italiano venne progressivamente imposto nell’amministrazione, nei tribunali e soprattutto nella scuola; dal 1923 divenne gradualmente l’unica lingua d’insegnamento, fino alla soppressione delle ultime lezioni in tedesco alla fine degli anni Venti. La scuola tedesca dovette rifugiarsi nella clandestinità delle Katakombenschulen. Anche toponimi, nomi e segni pubblici dell’identità locale furono sottoposti all’italianizzazione. Era l’idea più semplice e più brutale della questione linguistica: se un territorio appartiene allo Stato italiano, prima o poi deve parlare italiano. Non funzionò. Il tedesco non scomparve e la sua repressione contribuì semmai a trasformare la lingua in qualcosa di più di uno strumento di comunicazione: un segno di appartenenza, una frontiera politica, un terreno sul quale misurare i rapporti di forza tra le comunità.

L’Italia repubblicana imboccò, faticosamente e non senza crisi anche violente, la strada opposta. Dall’Accordo De Gasperi-Gruber del 1946 al secondo Statuto di autonomia del 1972, fino alla completa attuazione del cosiddetto Pacchetto e alla chiusura della vertenza internazionale tra Italia e Austria nel 1992, si costruì un sistema fondato non sulla cancellazione delle differenze, ma sul loro riconoscimento. La tutela della lingua tedesca, l’autonomia scolastica e culturale, l’uso delle lingue nei rapporti con le istituzioni, la rappresentanza proporzionale dei gruppi linguistici diventarono elementi dell’ordinamento. Nel 1993 il tedesco fu pienamente equiparato all’italiano anche nei tribunali e nei rapporti con la polizia. Le tensioni non sono scomparse e sarebbe ingenuo descrivere l’Alto Adige come un paradiso post-identitario. Ma sono incomparabilmente meno laceranti di quelle che attraversarono il territorio per buona parte del Novecento.

È interessante il modo in cui ci si è arrivati. Non facendo vincere una lingua sull’altra, ma togliendo allo Stato il compito di stabilire quale delle due dovesse vincere. Il caso altoatesino non dimostra che ogni lingua debba essere conservata per sempre. Dimostra qualcosa di diverso: che c’è una differenza enorme tra una lingua che cambia posizione perché cambiano le relazioni di chi la parla e una lingua alla quale il potere politico ordina di farsi da parte.

Più complicato è infatti ciò che accade quando nessuno vieta nulla. Nelle Ande ecuadoriane, molti parlanti kichwa hanno smesso di trasmettere la propria lingua ai figli perché lo spagnolo offriva maggiori possibilità di lavoro, mobilità, riconoscimento sociale. Non erano scelte compiute in un mondo perfettamente libero e uguale: dietro c’erano secoli di subordinazione e il marchio sociale che associava il kichwa alla povertà e all’arretratezza. Ma erano pur sempre scelte attraverso le quali le persone cercavano di migliorare la propria condizione. Ed è qui che il problema diventa interessante.

Una lingua conserva storie, conoscenze, modi di classificare il mondo. Perderla significa perdere qualcosa. Ma da questo non discende necessariamente che ogni lingua debba essere mantenuta in vita a qualunque costo, anche quando non viene più trasmessa nelle famiglie e sopravvive quasi soltanto attraverso programmi pubblici, corsi scolastici e politiche di conservazione.

Krishnan fa l’esempio del gaelico scozzese: si può insegnarlo a scuola, formare insegnanti, costruire istituzioni che ne garantiscano la sopravvivenza. Tutto questo ha un valore. Ma una lingua che vive quasi esclusivamente perché un apparato pubblico la mantiene in vita è cosa diversa da una lingua nella quale i bambini litigano, giocano, scherzano con i genitori e imparano a nominare il mondo. Un po’ quello che accade quando si costruiscono a posteriori grafie per dare l’apparenza di una vita pubblica a una lingua che nella vita quotidiana non parla quasi più nessuno. Documentarla ha senso; immaginare che basti scriverla su un cartello per restituirle forza comunicativa, molto meno. Perché una lingua che non si parla, in cui non si sogna, non si bestemmia, non si dice «d’amore, di morte e di altre sciocchezze» (ciao per sempre, Maestrone) è una lingua che semplicemente non esiste più.

L’eccezione straordinaria è l’ebraico: una lingua che per secoli aveva avuto soprattutto una funzione religiosa e colta è tornata a essere lingua materna, fino a diventare la lingua nella quale i bambini israeliani sognano, imprecano e fanno i capricci. Ma proprio l’eccezionalità del caso dovrebbe metterci in guardia dal considerarlo un modello facilmente ripetibile.

Alla fine dell’articolo, opportunamente, compare una distinzione presa da Freud: quella tra lutto e malinconia. Il lutto riconosce ciò che è stato perduto. Lo ricorda, lo onora, può perfino tentare di salvarne ciò che ancora è possibile salvare. La malinconia, invece, non riesce a lasciarlo andare. Forse è una distinzione utile anche fuori dal campo strettamente linguistico.

Don Lorenzo Milani aveva affrontato il problema da un punto di vista apparentemente opposto (cfr. Giovani di montagna e giovani di città, 1956, in L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, Stampa Alternativa, 1998). A Barbiana si trovava di fronte ragazzi che possedevano perfettamente la lingua del loro mondo. Sapevano leggere un bosco, riconoscere i rumori della valle, comprendere silenzi e gesti che sarebbero risultati indecifrabili a molti loro coetanei cittadini. Ma quella lingua non bastava loro per entrare nel mondo moderno. Anche Gramsci, da un altro versante, aveva intuito la stessa tensione: difendere la lingua dell’ambiente in cui si cresce, senza rinunciare a quella più larga che permette di partecipare alla vita pubblica (cfr. Lettera a Teresina, 26 marzo 1927, in Lettere dal carcere, Einaudi, 2023; Quaderni del carcere, quaderno 29, Einaudi, 2014).

Il punto, insomma, non era cancellare una lingua con un’altra, ma non lasciare che la lingua di origine diventasse un confine. Il mondo della politica, dei giornali, dell’amministrazione, del diritto, perfino quello nel quale i ragazzi di Barbiana avrebbero dovuto difendere i propri interessi, parlava un’altra lingua. Era la lingua della città, delle classi istruite, di chi possedeva le parole prima ancora di entrare a scuola. È lì che la distanza tra i ragazzi di montagna e i loro coetanei cittadini diventava enorme. Non necessariamente perché i secondi sapessero più cose, ma perché le cose sulle quali la modernità chiedeva di ragionare erano già nominate con le loro parole. Per questo Don Milani insisteva tanto sulla lingua. Non per cancellare quella dei montanari, ma perché sapeva che senza il possesso della lingua comune quei ragazzi sarebbero rimasti prigionieri della propria condizione. «È solo la lingua che fa eguali» (cfr. Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 1967).

La lingua, quindi, non come blasone, ma come possibilità. È un punto che rischiamo di dimenticare quando parliamo delle lingue come se fossero monumenti. Le lingue non sono nate per essere conservate. Sono nate, cambiate, mescolate e spesso scomparse perché gli uomini avevano bisogno di parlarsi. Per secoli comunità vicinissime tra loro hanno usato idiomi differenti. Poi sono arrivati gli Stati nazionali, con le scuole, gli eserciti, le amministrazioni, i giornali, le ferrovie. La dimensione nella quale si svolgeva la vita degli individui si è allargata e con essa si è allargata la comunità linguistica. I dialetti hanno cominciato a perdere terreno davanti alle lingue nazionali.

È avvenuto talvolta con violenza, umiliazione e imposizione. Krishnan ricorda come in Francia occitano, bretone e basco siano stati sacrificati anche in nome della costruzione repubblicana. Ma ricorda pure quale fosse l’altra faccia di quel processo: consentire a un contadino della Bretagna e a un avvocato della Provenza di leggere lo stesso giornale, sedere nella stessa giuria, votare nella stessa elezione e, prima ancora, capirsi. Una lingua comune distrugge qualcosa e costruisce qualcos’altro.

E qui torna utile proprio l’Alto Adige. Il problema non è che le lingue non debbano perdere terreno: accade continuamente nella storia. Il problema è come lo perdono. Una cosa è apprendere un’altra lingua perché permette di studiare, lavorare, commerciare o parlare con un numero maggiore di persone. Altra cosa è vedersi vietare la propria perché qualcuno ha deciso che non corrisponde alla nazione giusta.

Oggi sta accadendo un passaggio ulteriore. Le relazioni economiche, culturali, scientifiche e personali non si fermano più ai confini degli Stati. Studiamo in un paese, lavoriamo con persone che vivono in un altro, leggiamo ricerche pubblicate altrove, viaggiamo, compriamo, discutiamo attraverso reti che hanno dimensione almeno continentale e spesso mondiale. È difficile pensare che questa trasformazione possa non avere conseguenze linguistiche. Così come il dialetto non bastava più quando la dimensione della vita diventava nazionale, una lingua nazionale può non bastare quando la dimensione delle relazioni diventa sovranazionale.

La questione allora non dovrebbe essere se difendere l’italiano, il francese, il tedesco o qualunque altra lingua dalla contaminazione. Dovrebbe essere piuttosto quale funzione vogliamo attribuire loro. Vogliamo difenderle perché sono strumenti attraverso i quali continuiamo a pensare, scrivere, amare, ricordare? Oppure perché sono diventate un blasone, uno stemma da appendere alla porta insieme alla bandiera? Sono due cose molto diverse.

Del resto, qualcosa di simile è già accaduto al latino. Non morì improvvisamente quando nacquero italiano, francese o spagnolo. Si trasformò, generò altre lingue e, contemporaneamente, continuò per secoli a essere la lingua sovranazionale della cultura, della Chiesa, della scienza e degli uomini istruiti. Un professore di Bologna poteva parlare con uno studioso di Parigi senza che nessuno dei due rinunciasse alla lingua che utilizzava nella propria casa. Poi anche quella funzione venne meno.

Non sarebbe così sorprendente se un giorno le lingue nazionali europee seguissero, almeno in parte, una strada analoga. Non necessariamente scomparendo. Potrebbero continuare a essere le lingue degli affetti, della letteratura, della vita quotidiana, mentre un altro idioma assumerebbe sempre più la funzione che un tempo apparteneva al latino: permettere a uomini nati in luoghi differenti di capirsi. Oggi quella lingua sembra essere l’inglese. Domani potrebbe essere ancora l’inglese oppure qualcosa che non sappiamo prevedere.

E non sarebbe necessariamente una sconfitta. Una lingua serve innanzitutto a questo: far incontrare chi altrimenti non potrebbe parlarsi. Possiamo amare le parole dei nostri nonni, raccogliere i dialetti, conservare poesie, proverbi, modi di dire. Possiamo insegnarli e sottrarli all’oblio. Possiamo studiare il greco antico e il latino. E possiamo provare dolore quando scopriamo che una parola che ricordavamo da bambini non la usa più nessuno. È il lutto di cui parla Krishnan.

Ma il lutto è diverso dal culto dei morti. Forse il modo migliore di rispettare le lingue non è pretendere che rimangano ciò che erano, ma permettere loro di fare quello che hanno sempre fatto: cambiare insieme agli uomini che le parlano. Perché il contrario di una lingua morta non è una lingua antica tenuta in vita artificialmente. È una lingua nella quale qualcuno ha ancora qualcosa da dire a qualcun altro.

Pubblicato in filosofia - articoli, libertà di espressione, società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Le stagioni che cadono

Tutt’intorno, le finestre perdevano i bordi,
una goccia lentamente rigava la vetrata.
La nebbia, fuori, piano addolciva la città,
le luci e le figure sfumavano nei contorni.

Aprendosi, la porta accompagnava a sé
l’odore di foglie bagnate e di aria nuova.
Lei, dall’altra parte del tavolo, era nitida,
come se niente intorno la sfiorasse.

Lui la guardava mentre rideva lieve,
il viso acceso, le mani sopra il tavolo.
E vide allora, senza averlo cercato,
gli anni che il tempo aveva frapposto.

Lei non sembrava accorgersi di nulla;
i suoi occhi correvano chiari sul mondo,
come se tutto fosse ancora intonso
e la luce avesse ancora da cominciare.

Pubblicato in libertà di espressione, poesia | Lascia un commento

La promessa di un colpevole

La polemica nata dalle parole di Stefano Bonaccini sul diverso comportamento elettorale a seconda del titolo di studio rischia di fermarsi alla parte meno interessante della questione: stabilire se abbia dato degli «ignoranti» agli elettori della destra. Il dato, invece, esiste: in Italia, un certo tipo di destra marcatamente “populista” ottiene consensi maggiori tra gli elettori con livelli di istruzione più bassi. E anche nelle recenti elezioni in Sassonia-Anhalt, in Germania, la distribuzione dei consensi ha seguito quella regola — almeno tra quelli che a votare ci sono andati, e pure questo meriterebbe un’analisi, magari in un altro articolo.

Non significa che il titolo di studio determini il voto o certifichi l’intelligenza. E soprattutto non significa che comprendere la complessità sia una prerogativa della sinistra. Sarebbe lungo l’elenco di quanti, non di sinistra o addirittura avversandone le soluzioni, siano comunque da ascrivere a una cultura politica capace di fare del riconoscimento dei vincoli della realtà uno dei propri tratti distintivi. La distinzione interessante, allora, potrebbe trovarsi altrove: perché persone che sperimentano problemi reali arrivano a spiegarseli in modi politici tanto diversi?

Le cause dei fenomeni sociali sono spesso astratte, lontane, concatenate. Per stare al caso tedesco, il legame tra la crisi del settore automobilistico e il voto per AfD appare solido. Ma difficilmente liberandosi dei partiti tradizionali si tornerà a vendere auto come se piovesse, in Germania e in Europa, dove ce ne sono già più di una ogni due abitanti – e pare arduo immaginare che il resto del mondo corra ad acquistare vetture premium tedesche indipendentemente dal loro prezzo, dalla concorrenza asiatica, dalle trasformazioni tecnologiche e dalle scelte compiute dagli stessi produttori.

Il capro espiatorio, invece, ha un volto e un nome. Per comprendere la stagnazione dei salari bisogna mettere insieme produttività, investimenti, rapporti di forza nel mercato del lavoro. Per attribuirla all’immigrato bastano poche parole. Il voto xenofobo, del resto, può essere forte anche dove l’immigrazione è meno presente. Nelle grandi aree urbane lo straniero può diventare il collega, il vicino, il commerciante; altrove può rimanere una figura raccontata dalla politica e dai media. Il capro espiatorio è quasi sempre molto più visibile della causa. Anche quando, paradossalmente, non lo si vede affatto.

Ma forse possiede un vantaggio ancora maggiore: trasforma un vincolo in una colpa. Per fare un esempio: quanti ne avete sentiti, in questi anni, contestare demagogicamente la “riforma Fornero”? Bene: quella riforma è del 2011. Da allora sono passati quindici anni e si sono succeduti governi e maggioranze di quasi ogni colore, compresi molti di quelli che promettevano di rimettere il popolo al primo posto; eppure il suo impianto è rimasto sostanzialmente lì.

Naturalmente si può discutere di come distribuire i costi di un sistema previdenziale, di quali categorie tutelare, di quale equilibrio cercare fra generazioni. È precisamente ciò di cui dovrebbe occuparsi la politica. Ma nessuna maggioranza parlamentare può abolire il rapporto fra lavoratori e pensionati, contributi e prestazioni, aspettativa di vita e durata della pensione. Saldi di bilancio e proiezioni demografiche non diventano falsi perché sono elettoralmente sgradevoli.

È forse questo il punto. Una democrazia non può pretendere che ogni cittadino sia un esperto. Può però funzionare soltanto se abbastanza cittadini accettano che esistano cose che non sanno e fanno lo sforzo necessario per tenerne conto quando giudicano. Perché c’è una latente contraddizione nel riconoscere al cittadino adulto la piena sovranità della decisione politica e nessuna responsabilità per il modo in cui forma quella decisione.

Il titolo di studio, allora, non dice necessariamente quanto una persona sia intelligente e tanto meno che cosa dovrebbe votare. Può però indicare, insieme a molti altri fattori, una maggiore familiarità con alcuni strumenti: leggere informazioni complesse, mettere in relazione cause diverse, confrontare fonti, riconoscere ciò che non si sa. Strumenti che non appartengono a una parte politica e che nessuna laurea garantisce di utilizzare.

Il problema comincia quando alla difficoltà di comprendere si sostituisce la promessa che non ci sia nulla da comprendere. La politica deve semplificare. Non possiamo conoscere un modello attuariale prima di avere un’opinione sulle pensioni, studiare epidemiologia prima di discutere di sanità pubblica o diventare economisti industriali per preoccuparci del futuro dell’automobile europea. Ma c’è differenza fra semplificare una spiegazione e semplificare la realtà. La prima operazione rende la complessità accessibile. La seconda la cancella.

Ed è allora che il colpevole diventa politicamente più utile della causa. Una causa bisogna comprenderla e, spesso, non possiamo eliminarla: possiamo soltanto governarne le conseguenze. Un colpevole, invece, possiamo indicarlo, combatterlo, espellerlo, mandarlo a casa.

Il vincolo non si può sconfiggere. Il colpevole sì. O almeno così si può promettere.

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Ancora qualcosa da dire

Lo sciabordio dell’acqua riempiva l’aria,
e il sole in mille schegge sulle onde.
Seduti, senza fretta, dove la terra cede,
come se il giorno non dovesse andare.

Lui si alzò, guardando l’orizzonte.
«Io non so più restare», disse piano.
Lei lo guardò, il volto ancora immobile.
Solo le mani si strinsero più forte.

Avrebbe avuto ancora qualche cosa
da dire, forse una parola sola.
Ma quella voce non trovò la strada,
e le onde continuarono contro riva.

Più tardi lui avrebbe conosciuto
ciò che quel giorno ancora non sapeva.
Da allora, in ogni acqua quasi ferma,
ritorna il suono di quel non restare.

Pubblicato in libertà di espressione, poesia | Lascia un commento

Libero merluzzo in libera Islanda. Panico da Washington a Pechino

Il voto islandese sull’Europa potrebbe sembrare una faccenda di merluzzi. Non lo è, o almeno non soltanto. La consultazione ha mostrato una netta frattura territoriale: Reykjavík più favorevole alla riapertura dei negoziati con l’UE, le aree rurali orientate verso il no. Una geografia che ricorda quella della Brexit: Londra per il remain, la campagna per il leave. Tra le ragioni dell’opposizione islandese ci sono questioni concrete: sovranità, agricoltura e soprattutto controllo della pesca. I merluzzi, appunto.

La pesca è una componente essenziale dell’economia islandese e qualsiasi trattativa europea dovrebbe tenerne conto. Ma c’è una domanda che viene prima: qual è la scala sulla quale stiamo osservando il problema? L’Islanda conta circa 400.000 abitanti. Un paio di quartieri di una megalopoli asiatica. Non si tratta di irridere il pescatore che vuole difendere le proprie quote. Si tratta di chiedersi se un paese di quelle dimensioni possa immaginare il proprio futuro soprattutto attraverso il controllo nazionale dei suoi mari, mentre cambiano rapporti geopolitici, clima, rotte artiche, tecnologia, mercati e catene commerciali. Il mondo esiste indipendentemente dal modo in cui decidiamo di rappresentarcelo.

La questione islandese diventa più interessante se guardata attraverso la storia europea. Nell’Ottocento l’Europa non era una parte marginale del sistema internazionale costretta a difendersi dalla globalizzazione. Ne era il centro. La prima grande globalizzazione moderna fu europea: europei i capitali, le grandi potenze commerciali e navali, gli imperi coloniali, molte delle tecnologie e delle istituzioni finanziarie che organizzavano l’economia mondiale.

È difficile, quindi, sostenere che il nazionalismo europeo sia nato soltanto come reazione alla globalizzazione. Quella globalizzazione non veniva subita dall’Europa: era in buona parte prodotta dall’Europa e a suo vantaggio. Né Cina, India e Stati Uniti avevano ancora il peso globale che hanno oggi, tale da spiegare la chiusura nazionale come reazione a grandi concorrenti esterni. Il processo fu in larga misura endogeno.

Naturalmente, bisogna distinguere. Il nazionalismo delle indipendenze e delle unificazioni non coincide con quello aggressivo della fine del secolo. Per molti popoli la nazione fu uno strumento di emancipazione dagli imperi dinastici. Ma, progressivamente, da principio di autodeterminazione divenne unità di competizione.

Berlino, Parigi, Londra, San Pietroburgo, Vienna, Roma potevano considerarsi grandi potenze perché lo erano ancora. Nessuna aveva ragioni evidenti per riconoscere che la scala nazionale sarebbe presto diventata insufficiente. L’Europa nazionalista, del resto, non si disinteressò del mondo. Fece il contrario: continuò a conquistarlo, colonizzarlo, spartirselo e contenderselo. Non seppe però pensarsi politicamente alla stessa scala alla quale esercitava il proprio potere.

Mentre le potenze europee competevano tra loro, fuori dal continente crescevano entità politiche ed economiche di dimensioni diverse. Gli Stati Uniti passarono da repubblica periferica a potenza industriale continentale. La Russia, poi Unione Sovietica, rappresentava un’altra dimensione continentale.

Per stabilire quale delle sue nazioni dovesse prevalere, l’Europa impiegò la prima metà del Novecento a distruggere la potenza che tutte insieme ancora possedevano. Nel 1945 il risultato fu evidente. Francia e Regno Unito avevano vinto la guerra, ma ne uscivano ridimensionate. Germania e Italia erano sconfitte. Gli imperi coloniali cominciavano a dissolversi. Il continente che pochi decenni prima decideva una parte enorme degli affari del pianeta si ritrovava tra due superpotenze. Una a ovest dell’Atlantico, l’altra a est dell’Europa.

La Seconda guerra mondiale non segnò quindi soltanto la sconfitta dell’Asse. Mostrò anche che la dimensione dello Stato nazionale europeo non bastava più a esercitare una potenza globale. L’integrazione europea del dopoguerra può essere letta anche come risposta a questa scoperta. Non soltanto come superamento dei nazionalismi o strumento per impedire un’altra guerra franco-tedesca, ma come tentativo di recuperare insieme una capacità d’azione che gli Stati europei stavano perdendo separatamente.

Schuman, Monnet, Adenauer, De Gasperi appartenevano alla generazione che aveva visto dove conduceva la competizione tra gli Stati europei e la loro perdita di centralità. Integrare non significava abolire le nazioni. Significava riconoscere che alcune cose non potevano più essere governate alla loro scala.

Da qui una distinzione che vale ancora oggi. La sovranità non è soltanto il diritto di decidere. È la capacità di fare in modo che la propria decisione produca effetti. Uno Stato può conservare tutte le proprie competenze e avere pochissimo potere sulle condizioni nelle quali le esercita. Quanto può decidere, da solo, un paese europeo sulle piattaforme tecnologiche americane, sulle materie prime, sui mercati finanziari, sull’intelligenza artificiale, sulla sicurezza, sull’energia, sul clima, sulle politiche commerciali di Stati Uniti e Cina? Riportare una competenza entro un confine nazionale aumenta la sovranità formale. Non necessariamente quella effettiva. A volte accade il contrario.

Del resto, l’Islanda già partecipa al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo ed è dentro Schengen: anche restare fuori dall’Unione significa, per lei, restare dentro una fitta rete di integrazione europea. Ed eccoci di nuovo ai merluzzi. Il pescatore islandese vede un interesse reale: tutelare la pesca e le risorse marine dalle quali dipende una parte dell’economia nazionale. Ma vedere qualcosa non significa vedere tutto ciò che serve per comprenderla. L’Islanda può decidere di non riprendere i negoziati con l’Unione europea e, naturalmente, di non entrarvi. È una scelta legittima. Non può decidere di essere un paese di quattrocentomila abitanti in un mondo meno interdipendente. Non può votare affinché Stati Uniti, Cina e India siano più piccoli. Né affinché il cambiamento climatico risparmi l’Artico. Può decidere quale politica adottare davanti ai fatti. Non quali siano i fatti. E i fatti hanno la testa dura.

Il problema non è dunque scegliere necessariamente l’Europa contro la nazione; è scegliere la scala sulla quale osservare il problema. Il pescatore islandese vede il merluzzo. Deve vedere anche l’Atlantico. Il sovranista vede che Bruxelles limita alcune decisioni nazionali. Deve però chiedersi quanto Washington, Pechino, i mercati e le grandi imprese tecnologiche possano limitarle senza approvare neppure un regolamento. Ciò che appare come perdita di sovranità può essere il prezzo per recuperare capacità d’azione. E ciò che appare come riconquista della sovranità può ridursi al diritto di prendere, da soli, decisioni sempre meno rilevanti.

C’è infine un’ironia storica difficile da ignorare. Nell’Ottocento gli Stati europei potevano credere nella propria autosufficienza proprio perché erano ancora al centro del mondo. Il nazionalismo crebbe mentre l’Europa dominava il sistema internazionale. La prima metà del Novecento e il nuovo ordine del 1945 mostrarono il limite di quell’illusione. Oggi recuperiamo la stessa idea dopo aver già scoperto che non basta. Abbiamo alle spalle due guerre mondiali, la perdita degli imperi, il 1945, la Guerra fredda, l’ascesa della Cina, l’emergere dell’India e ottant’anni di integrazione europea. Nessuno può votare per riportare il mondo al 1870.

La prima volta potevamo almeno invocare l’ignoranza del risultato. La seconda no. Conosciamo la strada. È questo che rende singolare la decisione di ripercorrerla.

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, politica, storia | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Qualcosa di nuovo

Piano, versava il vino nel calice,
attenta come in ogni suo gesto.
Lui guardava le mani e il capo chino
come si guarda qualcosa di nuovo.

La sera aveva scelto il posto giusto,
le voci, gli alberi, la luce ancora.
Non c’era niente che chiedesse altro,
niente che avesse voglia d’andar via.

Eppure gli tornò quella distanza
che certe volte prende le persone:
essere lì, sapere di star bene,
e avere altrove tutta l’attenzione.

Alzò il bicchiere e gli sorrise;
sorrise anche lui, senza mentire.
Era felice. O quasi. Ed era questo
che non si era mai davvero perdonato.

Pubblicato in libertà di espressione, poesia | Lascia un commento

«Qui si vanga, non si zappa». Storie di gamberetti reazionari

«Contro il tradizionalismo fine a se stesso, esclusivo e respingente, spesso ignorante della stessa tradizione a cui si riferisce e delle innovazioni che essa ha conosciuto. In una prospettiva sempre più stretta e chiusa, che di fatto nega la cultura stessa, all’insegna di un localismo grottesco e di una concezione militare dei confini – eccezion fatta per gli affari e gli interessi economici, s’intende. Un tradizionalismo che non è nient’altro che un vertiginoso ritorno al passato, a un’idea di società in cui i diritti conquistati negli ultimi decenni siano ridimensionati o cancellati, che in nome del passato si spinge fino a negare la realtà presente e la stessa possibilità di un futuro più aperto e inclusivo. Un tradizionalismo che spesso trascura o derubrica la tradizione costituzionale del nostro Paese».

Così Giuseppe Civati, nel suo agile pamphlet Più antifascismo (People, 2026, cit. pag. 32), argomentando una delle tante ragioni che nel libro espone a sostegno della tesi – qui pienamente condivisa – per cui oggi ci sia decisamente bisogno di più antifascismo, appunto, non meno. E in effetti, la reazione nostalgica degli “ultradestri” nostrani proprio sul tradizionalismo insiste di più, con punte parossistiche che superano la soglia del dicibile, e a volte del ridicolo: il «patriarcato mediterraneo», l’aborto non come diritto, i gay che già possono guidare e curarsi, cos’altro vorrebbero mai, la cultura greco-romano-cristiana (contrapposta alla demo-pluto-giudaico-massonico-bolscevica, immagino) e una conoscenza della lingua italiana di livello “C1” per accedere alla cittadinanza (cioè, la togliamo pure a quei cittadini che non raggiungono il punteggio stabilito? Auguri).

Però, proprio qui si scorge una delle differenze tra gli attuali cosplayer in orbace e gli originali: agli inizi del XX secolo, volevano l’auto a benzina perché era il simbolo del domani, oggi perché gli ricorda l’ieri; allora cantavano Giovinezza, ora parlano quasi esclusivamente di e ai pensionati; quelli erano, in qualche modo, “futuristi”, questi “passatisti”. Ovviamente, da ricacciare entrambi per dove son venuti, con i modi e mezzi che furono o che saranno necessari.

Non che già al tempo del Ventennio non ci fosse una certa sperticata solfa tradizionalista, certo. Lo “strapaese” era tutto e solo quello, oltre all’idea sconclusionata e scollegata dai fatti storici – peraltro condivisa dagli uni e dagli altri – di essere i soli e genuini eredi della grandezza dell’impero di Roma. Ma se quelli, almeno nella retorica, provavano ad accogliere e affrontare il mondo che nasceva, questi ne hanno paura e si ritraggono nel ricordo falsato dalla memoria di un tranquillo tempo che fu.

Si potrebbe dire che allora erano giovani e a un Paese giovane parlavano, adesso no (né l’una, né l’altra cosa). O forse, avendo alle spalle il momento di ispirazione, gli attuali avanzano come i gamberi per non staccar lo sguardo dalle coperte di Linus che sanno lasciate negli anni che immaginano trionfanti. Non saprei: la psicologia dei gruppi è affare complicato, e di certo non è il mio mestiere.

«Qui si vanga, non si zappa», scrivevano, per aggirare la censura, molti soldati nelle loro corrispondenze dal fronte alle famiglie, negli anni di quel regime a cui i nostri non nascondono di ispirarsi (ne dà conto anche Mario Rigoni Stern, nelle Stagioni di Giacomo – in Trilogia dell’Altipiano, Einaudi, 2022). E per una società fortemente agricola, come quella della prima metà del secolo scorso, il messaggio era chiarissimo; vangando si procede all’indietro, zappando si avanza.

E pure oggi, si vanga e non si zappa: sui diritti, sull’apertura della società, sui rapporti economici. Non c’è (ancora?) bisogno di aggirare alcuna censura, ma è meglio che ci si muova, che ci muoviamo, prima di accorgerci di aver vangato tutto il terreno che avevamo percorso in avanti, su quasi tutti i campi che definiscono l’agire umano e politico.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società, storia | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Tra gli alberi

Tra gli alberi la vide seduta,
nel punto in cui la luce si spezzava.
Non seppe dire se fosse tornata
o fosse il bosco ad assomigliarle.

Più tardi fu nell’erba della sera,
ferma davanti alle colline scure.
Il vento le muoveva appena la veste,
come fa il tempo con certe figure.

Lei si volse. O almeno gli sembrò.
Non c’era voce da poter seguire,
soltanto quello sguardo trattenuto
un poco prima di dover sparire.

Rimase immobile dov’era.
La sera intanto cancellava il viso.
Di lei restò la forma nel paesaggio,
o del paesaggio ciò che aveva amato.

Pubblicato in libertà di espressione, poesia | Lascia un commento

Un viaggio nel tempo

Nei giorni scorsi sono stato, come ogni anno, nel paese dove sono nato. Le emozioni sono sempre piacevoli, nell’incontro con le persone care, e altrettanto malinconiche, nel vedere svuotati i luoghi dell’infanzia, le porte chiuse e i cartelli «vendesi» appesi alle inferriate. Ma i fatti sono testardi. Stigliano aveva 7.276 abitanti al censimento del 1981, in pratica da quando ne ho ricordi. Oggi ne ha poco più di 3.300. Nel mezzo ci sono 6.576 residenti nel 1991, 5.616 nel 2001 e 4.685 nel 2011. La popolazione non si è semplicemente ridotta: il ritmo della diminuzione ha continuato a essere significativo, anche dopo che la grande emigrazione degli anni Cinquanta e Sessanta era ormai alle spalle. Nel 1961 Stigliano aveva raggiunto quasi diecimila abitanti. Vent’anni dopo ne aveva già persi più di un quarto. Si sarebbe potuto pensare che, esaurito il grande esodo verso Torino, Milano, la Svizzera o la Germania, il paese avrebbe trovato un suo equilibrio demografico, magari più piccolo ma stabile. Non è successo. Dai 7.276 abitanti del 1981 siamo scesi di oltre la metà.

Lo sguardo su quell’ormai sempre più piccolo paese mi ha portato a riflettere sul Paese in grande: l’Italia è da tempo dentro un cambiamento demografico. Non una crisi, che passa, né un inverno, stagione che comunque annuncia la primavera. E no, non c’entrano nulla le follie “sostituzionarie”; c’entrano i numeri di quelli che qui ci sono, di quelli che nasceranno e di quelli che potrebbero arrivare. I dati della natalità raccontano infatti qualcosa di più complesso della consueta formula secondo cui «in Italia non si fanno più figli». Nel 2000 il numero medio di figli per donna era 1,26. Nei primi anni del millennio era persino risalito, fino a circa 1,44 nel 2008. Poi la curva ha cambiato direzione: 1,36 nel 2015, 1,27 nel 2019, 1,24 nel 2020, 1,20 nel 2023, 1,18 nel 2024 e infine 1,14 nel 2025, nuovo minimo storico (giova ricordare che la soglia di sostituzione di una popolazione, cioè il numero medio di figli per donna necessario per mantenerla stabile al netto dei tassi migratori, è stimata convenzionalmente intorno a 2,1). Nello stesso anno sono nati appena 355 mila bambini, mentre sono morte circa 652 mila persone.

Il punto decisivo è che il numero delle nascite non dipende soltanto dal numero medio di figli che ciascuna donna ha. Dipende – «odio puntualizzare l’ovvio», come in un film di Hollywood, ma a volte è necessario – anche da quante sono le donne che quei figli possono averli. Ed è qui che la demografia comincia ad assomigliare a un meccanismo dotato di una propria inerzia. Le generazioni nate quando già si facevano pochi figli sono oggi quelle che entrano nell’età adulta. Sono meno numerose delle precedenti e, se a loro volta hanno pochi figli, producono generazioni ancora più piccole. Queste ultime, venticinque o trent’anni dopo, diventeranno una platea ancora più ridotta di potenziali genitori. Per questo persino un recupero del numero medio di figli per donna può avere effetti molto più modesti di quanto suggerisca intuitivamente il dato.

Le stesse previsioni ufficiali dell’Istat mostrano quanto sia potente la struttura per età: nello scenario mediano, che presuppone un parziale recupero della fecondità e saldi migratori positivi, nel 2050 gli ultrasessantacinquenni arriverebbero comunque al 34,6 per cento della popolazione, mentre le persone tra 15 e 64 anni scenderebbero al 54,3 per cento.

Ho provato allora a fare un esercizio diverso. Non una previsione, che richiederebbe ben altri strumenti, ma una semplice simulazione: che cosa accadrebbe se la tendenza della fecondità non si invertisse davvero? Oggi che gli strumenti dell’IA permettono di fare calcoli simili con relativa facilità, sono partito dall’1,14 del 2025 e ho immaginato uno scenario che considero severo, ma non assurdo: circa 0,90 figli per donna nel 2050, con una successiva prosecuzione del declino, più lenta e percentuale, fino a circa 0,56 alla fine del secolo, seguendo sostanzialmente il trend registrato dall’inizio del secolo ad oggi.

Quello 0,90 nel 2050 potrebbe sembrare un numero apocalittico. Non lo è. La Corea del Sud era già a 0,72 figli per donna nel 2023 e, dopo una piccola ripresa, è arrivata a circa 0,80 nel 2025. Il Paese con uno dei redditi pro capite più elevati del mondo ci mostra quindi che livelli di fecondità nettamente inferiori a uno non appartengono alla fantascienza demografica. Anzi, il caso coreano suggerisce anche prudenza davanti agli annunci di inversione di tendenza. Passare da 0,72 a 0,80 è certamente meglio che continuare a scendere. Ma un aumento di pochi centesimi per qualche anno, applicato a generazioni di potenziali madri che nel frattempo diventano meno numerose, cambia relativamente poco la traiettoria di lungo periodo.

È questo uno degli aspetti più difficili da mettere a fuoco correttamente, quando si parla di natalità. Se una popolazione giovane passa da 1,2 a 1,5 figli per donna, l’effetto può essere importante. Se lo stesso incremento avviene trent’anni dopo, quando le donne in età fertile sono molte meno, il risultato in termini di bambini effettivamente nati sarà assai più limitato. Nella simulazione di cui sopra, assumendo per un momento anche un saldo migratorio nullo, l’Italia scenderebbe dagli attuali circa 59 milioni di abitanti a poco meno di 48 milioni intorno al 2050, a circa 33 milioni nel 2075 e a poco più di 20 milioni alla fine del secolo. Prendete, vi prego, questi numeri per quello che sono: non profezie, ma misure dell’ordine di grandezza del fenomeno. Cambiare leggermente le ipotesi sulla mortalità o sulla fecondità cambia naturalmente il risultato. Non cambia però il meccanismo.

Soprattutto, non cambia una cosa: quella popolazione non sarebbe semplicemente l’Italia di oggi ridotta in scala. Sarebbe un’Italia molto più vecchia. Pochissimi bambini, pochi giovani, generazioni attive progressivamente più piccole e una quota elevatissima di anziani. E questo conduce al secondo passaggio del ragionamento. Di solito, quando si osserva il declino demografico italiano, si introduce l’immigrazione come correttivo. È ragionevole: chi arriva dall’estero è mediamente giovane e spesso è già in età lavorativa e riproduttiva. Mentre un bambino nato adesso entrerà pienamente nel mercato del lavoro tra venticinque anni, un venticinquenne che arriva oggi può lavorare, pagare imposte e contributi immediatamente.

C’è però (al di là delle teorie assurde di apprendisti stregoni “sovranisti”) un presupposto nascosto in questo ragionamento: che gli immigrati continuino a voler venire in Italia. Non è affatto scontato. Una popolazione che diminuisce e invecchia tende, a parità di altre condizioni, ad avere meno lavoratori rispetto ai pensionati, una crescita potenziale più bassa, una maggiore pressione sui sistemi previdenziali e sanitari e maggiori difficoltà a mantenere servizi e infrastrutture. Il paese rischia quindi di diventare relativamente più povero rispetto agli altri. E un paese relativamente più povero è anche meno attrattivo per chi può scegliere dove andare. In particolare proprio per quegli immigrati che in linea di massima si dovrebbero ricercare: giovani, qualificati, istruiti, mobili. Quelli, precisamente perché dispongono di maggiori possibilità, possono scegliere la Germania, la Svizzera, i Paesi Bassi, gli Stati Uniti o qualsiasi altro paese offra stipendi più alti, servizi migliori e prospettive più favorevoli.

Parallelamente, lo stesso meccanismo opera sugli italiani giovani. Se un trentenne qualificato deve sostenere attraverso imposte e contributi un numero crescente di anziani, riceve salari relativamente bassi e vede ridursi le proprie prospettive, e così aumenta anche per lui l’incentivo a trasferirsi. Si crea quindi un circuito che può alimentare sé stesso: meno giovani, meno crescita, minore attrattività, meno immigrazione, più emigrazione, ancora meno giovani. A quel punto, la discussione sui saldi migratori rischia di essere posta al contrario. Non si tratterebbe più soltanto di stabilire quanti immigrati l’Italia voglia accogliere. Potrebbe diventare necessario chiedersi quante persone vorranno ancora venire e quante di quelle che già ci sono sceglieranno invece di andarsene; un Paese non esercita sovranità scegliendo semplicemente chi può entrare. Deve essere anche un posto nel quale qualcuno desideri entrare e qualcun altro abbia interesse a restare.

C’è poi un terzo aspetto, apparentemente consolatorio. Nei prossimi decenni avverrà uno dei maggiori trasferimenti intergenerazionali di ricchezza della storia italiana. Un’elaborazione recentemente riportata dal Corriere della Sera, a cura di Alberto Brambilla e costruita incrociando dati della Banca d’Italia e del Ministero dell’Economia, stima nell’ordine di 1.800 miliardi di euro il patrimonio destinato progressivamente a passare dalle generazioni più anziane a figli e nipoti. La concentrazione per età è impressionante. Le famiglie con capofamiglia tra 51 e 64 anni e quelle con capofamiglia sopra i 65 anni deterrebbero insieme circa tre quarti della ricchezza mobiliare e una quota analoga di quella immobiliare.

Potremmo dunque immaginare generazioni meno numerose ma più ricche: meno figli tra i quali dividere appartamenti, terreni e risparmi accumulati da genitori e nonni. In parte accadrà certamente. Ma c’è un problema: il patrimonio non è indipendente dalla demografia. Questo vale soprattutto per il patrimonio immobiliare, che in Italia costituisce una parte enorme della ricchezza familiare. Una casa vale quanto qualcuno è disposto a pagare per averla. Se diminuiscono gli abitanti, diminuiscono i nuclei familiari e si restringe la popolazione nelle età nelle quali normalmente si acquista un’abitazione, aumenta l’offerta potenziale di case proprio mentre diminuisce la domanda.

Naturalmente non accadrà ovunque allo stesso modo. Gli immobili nel centro di Milano, a Firenze o nelle località più richieste possono continuare a essere molto desiderati. Ma un appartamento non è un titolo finanziario fungibile: non posso spostare una casa da un luogo nel quale nessuno vuole abitare a un altro nel quale tutti vogliono vivere. Per una parte consistente del territorio nazionale potrebbe quindi verificarsi un paradosso: sempre meno eredi riceveranno sempre più immobili che varranno sempre meno. Il trasferimento di patrimonio, osservato contabilmente, sembrerà un trasferimento di ricchezza. Ma il valore nominale di quella ricchezza sarà realizzabile soltanto se esisterà una domanda.

Ed è qui che torno a Stigliano. Qualche tempo fa, sotto l’annuncio via social di una casa del paese messa in vendita per poche decine di migliaia di euro, ho letto alcuni commenti indignati. Non verso l’immobile, ma contro il prezzo. Chi parlava della necessità di difendere il valore delle cose della fatica e dai sacrifici per ottenerle, chi spiegava che svendere o regalare una casa significava quasi mancare di rispetto a coloro che quei sacrifici avevano compiuto, chi osservava che nella zona le abitazioni ormai hanno prezzi irrisori, ma aggiungeva che la propria casa di famiglia non l’avrebbe venduta mai. Sentimenti che – al netto della mia personale ritrosia a esprimere giudizi morali su scelte economiche motivate da ragioni che non conosco del tutto – comprendo perfettamente. Quelle case sono state costruite spesso con il lavoro di una vita, talvolta con i soldi strappati a una terra sempre avara o guadagnati nelle fabbriche di altri luoghi. Contengono famiglie, infanzie, ritorni estivi, morti, matrimoni.

Possono avere per chi le possiede un valore che nessuna agenzia immobiliare riuscirà mai a misurare. Ma proprio quei sentimenti comprensibili, e persino nobili, rischiano di impedire di vedere quello che sta accadendo. I sacrifici dei padri spiegano quanto una casa vale per chi l’ha ricevuta. Non quanto vale per chi dovrebbe comprarla. Il mercato non remunera la memoria. Una casa venduta a trentamila euro non significa che i sacrifici fatti per costruirla valessero poco allora. Significa qualcosa di forse ancora più doloroso: che oggi sono troppo poche le persone disposte a spendere per vivere nel luogo nel e per il quale quei sacrifici furono fatti.

È quello che, azzardando, chiamerei il “modello Stigliano”. Prima se ne vanno le persone. Poi diminuiscono le nascite. La popolazione invecchia. Si riducono attività economiche e servizi. I giovani rimasti hanno maggiori incentivi ad andare via. Chi viene da fuori ha meno motivi per arrivare. Le case si svuotano. Aumentano i cartelli «vendesi». Il loro prezzo scende. E talvolta chi le possiede preferisce non venderle perché il prezzo offerto appare offensivo rispetto al valore della propria memoria. Ma intanto il paese continua a perdere abitanti.

Stigliano non è l’Italia del futuro e l’Italia non diventerà semplicemente un enorme paese dell’Appennino lucano. Le grandi città, le aree produttive, le coste, le zone turistiche avranno traiettorie differenti. E le società reagiscono: cambiano politiche, comportamenti, tecnologie, migrazioni. Però Stigliano mostra con qualche decennio d’anticipo una cosa che le statistiche nazionali rischiano di rendere astratta: il declino demografico non consiste soltanto nell’avere meno persone. Cambia il valore delle cose, la sostenibilità dei servizi, le possibilità economiche, le migrazioni e perfino il rapporto tra memoria e realtà.

Per molti anni, si accennava prima, abbiamo descritto la denatalità italiana come un «inverno demografico». È un’espressione rassicurante, forse proprio per questo fortunata. L’inverno è freddo, ma passa. Dopo viene la primavera. Solo che non sappiamo affatto se questa primavera arriverà. E forse sarebbe già un progresso cominciare a chiamare ciò che sta accadendo con un nome meno consolatorio: non una stagione, ma una trasformazione. Stigliano l’ha già vissuta. Quando torno, incontro ancora le persone che amo e riconosco le strade nelle quali sono cresciuto. Ma ogni anno trovo qualche finestra chiusa in più e qualche luce accesa in meno.

I numeri, alla fine, dicono soltanto questo.

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Abitare

Sul sedile consumato dal tempo,
la pietra tratteneva ancora il sole.
Restò qualche minuto, senza fretta,
come chi non aspettava nessuno.

Una donna richiuse un portone,
un gatto attraversò la strada.
Il paese continuava il suo giorno,
senza bisogno di accorgersi di lui.

Le case non avevano fretta,
né gli alberi lungo la salita.
Persino il silenzio sembrava

conoscere il nome di chi passava.
E sentì che abitare un luogo
potesse essere solo questo.

Pubblicato in libertà di espressione, poesia | Lascia un commento