Il via al decreto è lastricato di autocertificazioni

Scriveva qualche giorno fa su Facebook il mio amico Giampaolo Coriani, giocando col Kafka del Processo: « Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato. Non aveva l’autocertificazione». Gli ho risposto, nei fatti un po’ sorpreso dall’ennesima release del modello-in-pdf-editabile-e-da-stampare rilasciato dal ministero della speranza: «No, no, figurati se non ce l’aveva. Era solo redatta sul modello vecchio». Da allora, quel modello è cambiato ancora, e non saprei dire oggi quante volte.

La questione dell’autocertificazione, se ci pensate, sta diventando barbina e complicata, quasi più problematica dello stesso divieto di uscire e dei moniti per convincerci «a restare in casa quando viene la sera» e non solo. Al di là di chiedersi se si possa andar fuori o meno per quel motivo e a quell’ora, ci dobbiamo preoccupare di non scordarci il pezzo di carta. E anche di avere quello aggiornato. Allora, via di stampe a modelli su modelli. E chi non ha la stampante? Io l’ho ricopiata a mano su un foglio bianco; basterà? Ma soprattutto, perché? Insomma, all’agente che mi ferma, posso dirlo a voce perché esco; non basta? Se proprio deve verbalizzare qualcosa, posso controfirmare le mie dichiarazioni; è poco? Davvero? Lo si fa per velocizzare i controlli? Seriamente?

In questi giorni di clausura, si ha un po’ più di tempo per i libri. E come al mio amico la letteratura suggeriva l’ironia, a me, ironicamente ma neppure tanto, visto che a destra e a manca si evocano metafore e lessico bellici, suggerisce una possibile spiegazione. Da Vita e destino, di Vasilij Grossman (ed. Adelphi, 2008, pag. 337): «Un’unità di fanteria finisce accerchiata, i soldati non hanno da mangiare. Una squadriglia dell’aviazione riceve l’ordine di paracadutare delle vettovaglie. L’intendenza si rifiuta di consegnare il cibo: abbiamo bisogno che ci firmino la ricevuta, e come fanno a firmarcela se gli lanciamo i sacchi col paracadute. Niente da fare: non se ne facevano una ragione».

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Si trattengono le risa per rispetto dei morti

Quando tutto questo sarà finito, ci sarà chi saprà farne la storia. Ci saranno quanti riusciranno a trarne le lezioni più importanti. E quelli, e saranno i più, capaci di dire cosa andava fatto e come, per quanto tempo e in che misura. A tutti loro, fin da adesso, mi rifaccio per le cose che non scriverò in quest’articolo, e anche per quelle che, accuratamente, eviterò ora e cercherò di tener lontane in un domani che spero sia sempre più prossimo a venire. Qui, invece,vorrei parlare dei lati ridicoli molto più che comici di alcune delle cose che stiamo vedendo accadere, non nel dramma del contagio, ma fra gli attori delle risposte che ad esso si dovrebbero dare.

Le dirette social che annunciano a ore notturne decreti forti per il mattino seguente, e che al meriggio di due giorni dopo si scoprono rinviati di altri tre. Presidenti di Regione che danno appuntamenti all’O.K. Corral a tutti i familiari dei laureandi, minacciando lanciafiamme e rammaricandosi dell’impossibilità di adottare «metodi terapeutici» a base di piombo e polvere da sparo. Sindaci d’importanti città con problemi di altrettanta rilevanza che inseguono vecchi sulle panchine o s’appostano a presidio degli accessi ai supermercati, e altri di paesi in cui l’affollamento in piazza c’è al massimo il giorno della festa patronale che rilasciano video imbarazzanti nella malcelata speranza che finiscano su qualche trasmissione satirica della televisione nazionale, nell’agognato quarto d’ora di celebrità. Solo per il rispetto che si deve ai morti, oggi, non si scoppia a ridere dinanzi a simili cialtronate.

Ma sarei ingeneroso e mentirei, se dicessi che nel panorama politico, emergente, istituzionale o di governo, sia tutto così dozzinale nella sua comicità. In questi giorni di frasi fatte e dichiarazioni scontate, di urla all’emergenza e di caccia al colpevole (untore?), c’è stato pure chi ha avuto il coraggio di andare contro il senso comune, ricordandosi di quanti soffrono le privazioni, senza poter esser conteggiati perché irregolari o da sempre volutamente nascosti, e chi ha fatto ancora appello al suo buon senso, per dire ciò che il rumore di fondo rischia di coprire.

Oltre alle tante associazioni solidaristiche che vorrei esser capace di ricordare tutte, da Emergency a Medici senza frontiere, passando per la Comunità di Sant’Egidio, tre soli esempi da quel panorama (ma ce ne sono, e per fortuna, molti altri) vorrei trarre. Il movimento delle Sardine, senza rulli di tamburi, ha raccolto fondi per la Protezione Civile e acquistato mascherine protettive per i senzatetto delle regioni più colpite dall’epidemia. Il ministro per il Sud e la coesione sociale, Peppe Provenzano, che si ricorda di dover stare dalla parte degli ultimi e dice con forza che pure chi lavora in nero dovrà essere aiutato.

E Luca della Godenza, sindaco di un piccolo comune, Castel Bolognese, che in giorni di “dagli al podista” e “insulta la signora in giro col cane”, invitava tutti noi a «fidarci quando vediamo una persona per strada, perché non sappiamo se ha un problema di salute o di depressione che lo porta ad uscire. Mettere su Facebook la sua foto vuol dire esporlo al pubblico giudizio e giudicarlo, ma chi sono io per giudicare? Non sono tutto forti come noi che scriviamo sui social dicendo di stare in casa, ci sono anche persone che per motivi che non conosciamo ne hanno il bisogno. Non giudichiamole, la situazione è più difficile per loro. Chiediamogli di prendere tutte le precauzioni ma non urliamogli addosso. Non serve, e non servirà nemmeno domani. Facendo così giudichiamo negativamente noi stessi, prima di loro».

Con tutti gli altri che non ho menzionato, sono ben più di dieci giusti.

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Tutto avrei immaginato, non che si chiedesse ai governanti minore libertà

«Tu vuoi andare e vai al mondo con le mani vuote, con non so quale promessa di una libertà che gli uomini, nella semplicità e nella innata intemperanza loro, non possono neppur concepire, che essi temono e fuggono, giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà». Dice così il Grande Inquisitore, nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, al Cristo che ritorna, ricordandogli le tentazioni nel deserto. Ci sto pensando da giorni.

Davvero non avrei mai immaginato che dei cittadini potessero rivolgere al Governo la critica di aver lasciato loro troppa libertà. Quando tutto questo sarà finito (perché un giorno sarà finito), dovremo interrogarci sulla richiesta che stiamo facendo. Vogliamo il controllo capillare delle forze dell’ordine in ogni minuto? L’Esercito in strada ad ogni crocicchio del Paese? I droni per inseguire chi non rispetta le regole e le app per il pedinamento degli smartphone per capire se sei andato sul serio al negozio di alimentari a far spesa e quante volte nella settimana? Realmente? È questo che stiamo chiedendo, pur giustificandolo con la necessità della prevenzione della salute pubblica? Davvero il mondo che immaginiamo è quello in cui la libertà venga ridotta d’autorità, perché i comportamenti individuali dimostrano che se ne può abusare? Ed è poi così, ne stiamo abusando? Prendo, a caso, il bollettino sugli accertamenti effettuati a seguito dei decreti per fronteggiare l’emergenza Coronavirus emesso dal Ministero dell’Interno ieri, lunedì 23 marzo: a quella data, i controllati risultavano essere oltre due milioni, i denunciati circa 90 mila. Più o meno il 4,5%. Denunciati, non colpevoli; davvero vi sembrano così tanti i “disobbedienti” trovati in più di una settimana di verifiche intensive e posti di blocco per le strade, da giustificare una stretta ulteriore sulle misure di costrizione?

E poi, cos’è questa voglia di controllo sociale ai limiti della delazione che sta prendendo tutti, ognuno singolarmente e nella solitudine dietro i vetri delle sue finestre? Dove va quel pensionato? La tizia della villetta bianca è la terza volta che porta fuori il cane. L’ho visto, il signore del quarto piano, salutare il suo amico del palazzo di fronte dall’altro lato della strada, mentre scendeva a buttare l’umido. E quei due che si tengono per mano? Ma cosa fanno, si abbracciano, si baciano? Chiamate la polizia, non è possibile un comportamento del genere; qui ci mettete tutti a rischio!

Signori, calmiamoci: rischiamo di dimenticare perché è importante difendere l’umanità, anche da un virus. È giusto seguire le indicazioni degli esperti, e qui non si dirà mai qui che così non sia. Ma è giusto altrettanto, se non di più, restare umani. E dare un senso a ciò che si fa proprio per difendere quello che, in questi giorni, ci è precluso, che abbiamo, temporaneamente, perso. Altrimenti, il rischio è che si perda per sempre, che ci si abitui a chiedere, per paura della malattia oggi, di un’altra minaccia domani, sempre meno libertà, sempre più restrizioni, sempre maggiori controlli.

Una via per un mondo che potrebbe non piacerci, e che mi spaventa più del morbo coronato.  

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«E allora l’Europa?». Facile critica, ma non vera

Le difficoltà ci sono tutte, e a negarle non solo ci si dimostrerebbe ciechi, ma si farebbe un torto gratuito ai tanti che soffrono davvero, per la malattia, in particolar modo, e per le conseguenze indirette della pandemia, economiche, lavorative e sulla vita quotidiana. E ovviamente, qui tutto si farà, tranne dare segnali candidamente (nel senso volteriano) ottimistici. Però, alcune cose vorrei dirle.

«E l’Ue, cosa sta facendo?». Quello che può e che riesce, tra cui programmare lo stanziamento di 30/40 miliardi di euro, derogare ai parametri di bilancio e chiedere a tutti di non limitare la circolazione interna di materiale sanitario. Per il resto, all’Ue, intesa come soggetto politico sovranazionale, alcune competenze non sono volutamente state date proprio per l’azione dei campioni del pensiero che oggi la critica per la sua debolezza; cosa volete che faccia, di più? Che si occupi di problemi della sanità a livello dei singoli Stati? Bene: pensateci pure domani, quando questo sarà finito, e chiedete a quelli che votate che le vengano date le competenze necessarie. «E la Germania? E la Francia? Cosa stanno facendo?». Affrontando la stessa emergenza che affrontiamo in Italia. Nel momento in cui scrivo, i tedeschi contano quanti malati da Covid-19 ne avevamo noi il 13 marzo, quando già ci eravamo chiusi in casa e i nostri ospedali erano in affanno: pensate davvero che abbiano la forza di fare di più di ciò che fanno? «E la Bce?». La gaffe della Lagarde, per quanto fatta mentre annunciava lo stanziamento di 120 miliardi, l’abbiamo pagata tutti molto cara, vero, italiani e francesi per primi e di più; non lo nego e penso che quello non sia il suo posto. Detto questo, martedì scorso la Banca centrale europea ha lanciato un piano straordinario di acquisto di titoli di Stato per 750 miliardi, e la sua presidente ha detto che per l’Istituto che guida «non ci sono limiti all’impegno per l’euro». Davvero è poco? Davvero è tardi?

Non sto difendendo l’Ue, la Germania o la Bce: sto dicendo che non sono vere molte delle accuse che vengono rivolte. Soprattutto dai cosiddetti sovranisti, ai quali sarebbe facile chiedere dove siano i loro amati Orban, Putin o Trump. Gli stessi sovranisti, sia detto per inciso, che prima urlavano contro i cinesi in quanto cinesi, e che ora usano gli aiuti sanitari inviati dalla Cina quale esempio per accusare di inazione l’Europa.

Roba che se per questo morbo non si contassero morti, ce ne sarebbe da ridere.

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Quel saper “stare a faccia” che ora fa curriculum

Scriveva Lorenzo Cavalieri, sul Sole 24 Ore dello scorso 10 febbraio: «Un tempo la divisione del lavoro nelle grandi organizzazioni (dalla vecchia fabbrica fordista all’impiegato di concetto “fantozziano”) era tale per cui si poteva far bene il proprio dovere a prescindere dalle proprie abilità comunicative e relazionali: mansioni più parcellizzate (io faccio questo tu fai quello…), scarsa integrazione tra reparti e funzioni, gerarchie rigide, scarsa responsabilizzazione dei singoli, contatti con i clienti finali molto mediati. […] Il lavoro del futuro richiederà un crescente numero di interazioni con un crescente numero di interlocutori (clienti, colleghi, partner). I nostri figli dovranno sul lavoro condividere, negoziare, ascoltare più di quanto stiamo facendo noi, sicuramente molto di più di quanto hanno fatto i nostri genitori. Dovranno insomma diventare dei bravi gestori di relazioni, e rispondere all’identikit di quelle persone di cui si dice “ci sa fare con le persone”. Essere uno che “ci sa fare con le persone” significa poter chiedere uno sforzo in più, al collega, al cliente o al collaboratore, gestire in modo costruttivo incomprensioni e resistenze, ottenere dai propri interlocutori più tempo e più attenzione, in un’epoca in cui tempo e attenzione sono risorse scarsissime. In fin dei conti questa centralità delle cosiddette «soft skills» (l’insieme delle competenze sociali e comunicative) la imponiamo noi tutti i giorni […]. Siamo più permalosi e suscettibili dei nostri genitori e i nostri figli lo sono più di noi. Così tutti i giorni “votiamo” con la pancia i comportamenti e il lavoro di chi ha suscitato in noi emozioni positive, spesso prescindendo dal merito di quei comportamenti e di quel lavoro. Abbiamo in sostanza un bisogno di empatia molto più forte di una volta».

Le parole del managing partner (che non è un’offesa, è proprio come si firma lui al fondo dell’articolo) della società di consulenza e formazione Sparring me ne hanno fatte venire in mente altre, di un amico già sindaco e amministratore locale. Parlandomi di quelli che, a parer suo, erano i tratti fondamentali per un candidato ideale a un qualsiasi lavoro che non fosse la mera ripetizione quotidiana di una mansione semplice, una quindicina di anni fa disse: «E poi ci sono quelle capacità di “stare a faccia” con le persone e instaurare relazioni, che, insomma, non è che siano cose che si possano scrivere in un curriculum, ma che contano, eccome se contano». Ora, invece, diventano «soft skills» e si possono, anzi, si devono, certificare. Che dire: un futuro dal sapore antico.

No, non sto ironizzando. Quello che dice Cavalieri e quello che diceva il mio amico è vero. Senza le capacità di stare in mezzo agli altri, di instaurare rapporti, di sapersi confrontare, è e sarà sempre più difficile muoversi nel mondo, del lavoro e, come è ovvio, non solamente in questo. È solo che fa impressione vederlo così, scritto nero su salmone sulle colonne del giornalone degli industriali italiani. Proprio quelli che, col mito delle competenze parcellizzate e tecniche al posto delle conoscenze generali e generaliste (a cui, non di rado, proprio quelle soft skills attingono nel loro formarsi), quelli del «fate scuole tecniche, professionali, lasciate perdere licei e chiacchiere varie», hanno spinto per la formazione di almeno un paio di generazioni di bravi esecutori di mansioni strettamente codificate.

Messi irrimediabilmente fuori gioco alla prima innovazione del processo produttivo.

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Le basi scientifiche di una società egoistica (o per paura pronta all’autoritarismo)

È quando più si è spaventati che ci si affida al medico. Anche per questo, la fiducia diventa assoluta; nelle sue mani si mette la propria vita, e per questo non può che esserci di norma speranza nel seguire, rigorosamente, ogni sua indicazione. Ma può un Paese intero finire in terapia, sotto prescrizione medica? Guardate, qui non si sta mettendo in discussione l’emergenza o la gravità della situazione legata alla diffusione del contagio da coronavirus. Ci si pone però la domanda su cosa si stia chiedendo e su quanto si stia cedendo.

Le risposte che i governi stanno dando alla crisi epidemiologica, nei fatti, sembrano rispondere solo a esigenze di disinfezione. Ma noi siamo vivi, contaminati e contaminanti per nostra stessa natura. Così, le strade si biforcano, come le uscite possibili da questa situazione. Una, che individuerei a destra, dove l’altro è sempre un problema, il «virus straniero» (come ha detto Trump), dove l’esercizio del potere assume vesti biopolitiche, con tanto di controllo facciale, tamponi a tappeto e scanner per la rilevazione della temperatura e il conseguente fermo dei sospetti contagiati (come in Cina, ma non solo), dove i capitali e le merci sono ancora più liberi di girare (come sulle piattaforme del trading o ai confini interni dell’Ue), perché asettici e sempre disponibili e ordinabili comodamente da casa, mentre agli uomini si frappongono barriere, in quanto potenzialmente infetti e infettanti. L’altra, che vedrei a sinistra, attraverso la consapevolezza che se nemmeno i germi sono razzisti, non possiamo esserlo noi, che si può far andare avanti il mondo senza dover per forza mettere tutti in moto un’automobile ogni giorno, che i soldi che ci sono possono essere investiti nelle cose che servono, come la sanità e gli ospedali, invece che nei cacciabombardieri o in inutili esercitazioni militari e che la vita non è il tempo che rimane fra il lavoro e lo shopping.

Timori e speranze al tempo del Covid-19, mi si potrebbe obiettare con facile battuta letteraria. Tuttavia, in questi giorni mi è capitato di ascoltare e leggere di troppa gente che invoca misure drastiche, modelli autoritari, che chiede repressioni esemplari dei comportamenti di chi, con segnali di malattia ancora da vagliare, si avventuri per strada. E non sono sicuro che, come dicevo, ci si renda pienamente conto di cosa si sia in procinto di chiedere e di quanto ci si appresti progressivamente a cedere. Il quadro finale che potrebbe emergere rischia di essere compreso fra una distopica civiltà sterilizzata – alla Huxley, per intenderci – e una cupa e asfissiante atmosfera di rancore e paura – tipo Orwell, per capirci.

E qui non è peggio che in altri posti, purtroppo. Pure in questi giorni di tensione, sono stati scritti da altri parlanti lingue indoeuropee commenti sulla presunta incapacità degli italiani ad attenersi alle norme, sulla loro refrattarietà alle regole, figlia di un inguaribile ed eccentrico individualismo. E fa un po’ male, anche perché quell’accusa arriva da posti di cui amo profondamente cultura e costumi, ma ancor di più perché non di rado noi stessi ci profondiamo in comportamenti per cui, sinceramente, è arduo dar torto ai nostri critici.

Solo che, non so come dire e sarà di certo per il mio anarchismo cafone, persino, anzi, soprattutto in situazioni di emergenza o crisi come quella che stiamo vivendo o addirittura peggiori, preferisco e mi spaventa meno vivere tra chi interpreta le leggi invece che rispettarle in maniera ligia, piuttosto che fra quanti obbediscono solamente agli ordini.

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Quasi fossimo soprattutto stanchi

Qualche giorno fa, Giuseppe Civati mi ha girato il link  a una poesia bellissima, di Mariangela Gualtieri su Doppiozero: «Questo ti voglio dire/ ci dovevamo fermare./ Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti/ ch’era troppo furioso/ il nostro fare. Stare dentro le cose./ […] Ci dovevamo fermare/ e non ci riuscivamo. […] E poiché questo/ era desiderio tacito comune/ come un inconscio volere -/ forse la specie nostra ha ubbidito/ slacciato le catene che tengono blindato/ il nostro seme». Leggetela tutta, ve la consiglio; vale ognuna delle sillabe con cui è scritta.

​Penso a questa poesia della Gualtieri, e la sento perfetta. Mi suggerisce l’idea che, non tanto il morbo, ovviamente, ma il sentimento, la voglia di fermarsi, colpisca prima e di più i forsennati del Pil. Il pensiero che evoca, quello di una specie umana che pare, inconsciamente, ricercare un modo, persino pericoloso, per avere un motivo che non lasci scrupoli alla sua voglia di rallentare, è forte. Eppure, «se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato». È un’impressione non suffragata da prove, ma sembra che a chiedere di più e con più forza di fermare tutto e di fermarsi tutti siano quelli che corrono con maggior foga e da più tempo: la Cina subito, il Giappone a seguire, la Corea poi, la Lombardia ora. 

Non so come spiegarlo meglio di così, però nella strada intorno all’ufficio, la mattina all’obbligo di chiusura, i cartelli comparsi per segnalare le chiusure autonomamente decise da negozianti e da ristoratori, sembrano stranamente intrisi di sollievo. Persino l’e-mail con cui una nota catena di articoli sportivi annunciava il fermo delle sedi nazionali per tutta la settimana, pareva contenere un non detto quanto patito: «finalmente».

Lo stesso sentimento ho l’impressione leggerlo negli occhi delle persone con cui parlo, nei commenti e nelle opinioni che leggo. Ci siamo così messi alla frusta da soli, come sistema e come mondo, che non ce la facciamo più. Individualmente e in quanto società. Quando ci si allena troppo (si corre troppo, appunto), le difese immunitarie si abbassano; forse anche adesso ci siamo esposti da soli alle infezioni perché sfibrati. E come in quel caso il piccolo dolore, le due linee di febbre, la leggera indisposizione vengono accolte quale occasione per rinunciare alla seduta di allenamento senza per questo sentirsi in colpa, pure oggi, come specie intera, accogliamo la malattia quasi fosse un’occasione di riposo, per guarire al contempo dell’altro male che ci tiene e ci fa correre, nella speranza di liberarcene.

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Altrimenti, andrà come la storia insegna

«“Useremo tutti i mezzi per assicurarci che l’economia europea superi questa tempesta”. Al termine del summit in videoconferenza dei capi di Stato e di governo dell’Unione, Ursula von der Leyen lo ripete in tedesco e in francese. Più di un leader, d’altra parte, nel chiuso della conference call lo ha detto: dobbiamo evitare che il coronavirus sia uno choc come quello del 2008, se non peggiore». Così su Repubblica spiega Alberto D’Argenio, in un articolo come sempre informato su quanto si sta decidendo in sede europea per rispondere all’emergenza che già colpisce noi con forza e sta crescendo in Francia, Spagna e Germania, e per cui già si ipotizza di mettere subito sul piatto 25 miliardi di € e derogare a regole e patti di stabilità. Poco, molto, sufficiente? Non ho strumenti e competenze per dirlo, ma capisco la ratio che muove in questa direzione; quella di evitare, dopo le chiusure francesi e tedesche all’esportazione anche di una sola mascherina e l’apertura del governo cinese alla fornitura di migliaia di ventilatori polmonari, che per alcuni, in Europa, l’aiuto a cui guardare diventi quello di un padrone lontano, più che di un compagno vicino.

Dopotutto, la storia è già maestra d’insegnamenti in tal senso. Scrive ad esempio Eckart Conze, ricostruendo i fatti di Versailles e le trattative per l’allora costituenda Società delle Nazioni a proposito della disillusione che in quei mesi subirono in tanti fra i delegati delle nazioni del Sud del mondo, prima fiduciosi nell’accoglimento delle loro legittime aspettative da parte dei campioni, a parole, dell’autodeterminazione dei popoli, gli Stati Uniti e il loro presidente Woodrow Wilson, poi inesorabilmente delusi: «Rappresentativa di questo sviluppo è la storia del già citato Nguyen Ai Quoc (“Nguyen il patriota”), che nel giugno del 1919, si racconta, tentò di consegnare a Wilson una petizione intitolata Le richieste del popolo di Annam. Secondo alcuni resoconti, Nguyen aveva persino preso in prestito un frac per l’occasione. Ma il suo tentativo non ebbe successo: non ci fu alcun incontro tra lui e il presidente americano, che forse non ricevette mai la petizione del futuro leader vietnamita. Deluso da Wilson, Nguyen si sarebbe poi rivolto a Marx, Lenin e al bolscevismo. “È stato il patriottismo e non il comunismo a farmi credere in Lenin” avrebbe scritto qualche tempo dopo, quando già aveva preso il nome di Ho Chi Minh» (E. Conze, 1919. La grande illusione, Rizzoli, 2019, pag. 204).

Non so se, come scrive Pierre Haski, davvero la Cina potrebbe uscire rafforzata dal superamento di questa crisi sanitaria; in tutti i casi, mi auguro per loro che la superino bene, allo steso modo di come me lo auguro per noi. So però che, se da lì arrivano aiuti in materiale sanitario e consulenza per combattere il nemico microscopico, dall’altro colosso mondiale, pronto a restringere i contatti per paura del contagio, arrivano 30.000 uomini in armi, per un’esercitazione che non si capisce bene quale nemico invisibile dovrebbe fronteggiare. E il contrasto è forte, e non può non lasciar tracce, come quando da un lato del mondo si temeva l’arrivo dei cosacchi di Baffone e dall’altro giungevano i dollari dell’European Recovery Program e dell’UNRRA.  

Scenari cupi ho evocato. Meglio sdrammatizzare con un’ironica (e quantomai, credo, per il momento precisa) ballata d’un mio corregionale, molto efficace nel sintetizzare simili sviluppi e altri che vi potrebbero venire in mente. Rocco Papaleo, Basilicata on my mind: «Se Cristo si è fermato ad Eboli/ A colpa di ku è?/ E certo nun è da nostra,/ Nui lu vulimu bene,/ L’avimu preparet/ Na festa granna grann/ Varil i vin e ang’net/ Ca par i Capodann,/ Cristo nun è v’nut/ N’aviss t’avv’sé/ Ng’amu rimasu brutt/ A rrobba s’è iettet./ […] E nui p’ sta quit/ P n’aiuté a r’sist/ Senza r’ dic nind/ N’ammu fattu buddist».

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Inoltre, era tutto vero e quasi come nel provvedimento definitivo

Fuga di notizie, in merito alla diffusione della bozza di decreto? Probabilmente sì. Chi è stato? Non lo so, ma di certo non quelli che l’hanno pubblicata. È stata quella notizia a generare la fuga nord-sud? Può darsi, ma non nelle misure che una certa narrativa vuole accreditare, è che non sono sostanzialmente differenti dai giornali stranieri che si chiedono se gli italiani sapranno seguire le regole, visto che sono sempre un popolo di giuristi creativi e anarchici cialtroni, dicono tra le righe.

​Le notizie sui treni presi d’assalto in seguito alla circolazione della bozza di decreto prima della sua approvazione, a mio parere e usando le parole di Twain, «are greatly exaggerated». Provo a guardare i fatti per quello che sono: la notizia è stata data dai primi tg e siti quando? Intorno alle 20,30? Bene. A tutti hanno raccontato di treni e pullman in direzione sud massicciamente abbordati a Milano. Ma come? La maggior parte dei pullman, a quell’ora, era probabilmente già partita o in procinto di farlo. E pure per i treni, è difficile pensarlo. L’ipotesi, però, sarebbe notevole. Voglio dire, dato che quasi tutti i treni notturni dal capoluogo lombardo verso il Mezzogiorno partono più o meno tra le 21 e le 23, e ammesso che gli interessati abbiano letto la news nel momento stesso in veniva battuta, frotte di cittadini avrebbero, in un tempo variabile fra i 30 e i 120 minuti, sistemato i bagagli, chiuso casa, fatto, o almeno cercato di fare, il biglietto, raggiunto le stazioni di Milano Centrale o Porta Garibaldi da ovunque nella Lombardia si trovassero e preso al volo il treno, con trolley e zaini al seguito. Alla faccia dell’indolente flemma dei terroni, diciamo; questi sono Marines. E per questi comportamenti, dice qualcuno, i giornali non dovevano dare quella notizia. Non sono d’accordo: un giornalista che viene a conoscenza di un fatto, è legittimato a comunicarlo. Certo, può scegliere di non farlo, ma non è tenuto all’autocensura, se la questione riguarda fatti di pubblico interesse, com’è il caso, o se, tra l’altro, quello che scrive è assolutamente vero.

Vedete, non sto difendendo la categoria; sto dicendo che è quello il loro mestiere. E meno male che ancora provano a svolgerlo, pur con tutti i limiti e gli errori. Se quella notizia è stata diffusa per sbaglio, è fra le mani di chi la deteneva prima che arrivasse ai giornali che va cercato il reo. Parlare di «procurato allarme» è una sciocchezza, ed è infondato anche sul piano giuridico: la notizia è vera, ripeto, e la bozza pubblicata prima della riunione del Consiglio dei ministri, sostanzialmente, è uguale al testo che poi lo stesso ha licenziato. Di cosa stiamo parlando?

Inoltre, la relazione, diffusione della notizia-fuga dal Nord, è arbitraria. Quelli che sono andati via, non sono andati via per colpa dei giornali, ma perché l’avevano già deciso o perché il loro senso civico non era così sviluppato da far loro pensare che, spostandosi in quel modo, avrebbero potuto portare con sé il virus e il contagio. Trasferendo un morbo che ha messo in ginocchio in due settimane il sistema sanitario lombardo in regioni che quel sistema non lo avranno nemmeno fra quindici lustri. I treni strapieni, invece, sono una notizia vera; solamente, non sono legati a questa emergenza, ma alla cronicità delle carenze del sistema e delle risorse del trasporto pubblico. Quei treni, sono spesso stracarichi.

Non è colpa dei giornalisti, se difronte a questa emergenza si crede di poter fare i furbi, ingannando forse divieti e controllori, non certo agenti patogeni e infezioni, mentre lo è invece quando si prestano a narrazioni volutamente distorte o caricaturali, amplificandole con le loro penne. Non è colpa di chi comunica, se ti dicono di evitare i luoghi affollati e gli spostamenti non necessari, e tu vai a sciare, in fila per mille a una seggiovia ad Alagna, o a far l’apericena, stipati all’inverosimile sui Navigli. Non è colpa del Governo o dei presidenti di Regione, se noi non riusciamo a dare un senso alle cose, e pur di non rinunciare a quello che vogliamo fare, mettiamo a rischio noi stessi e gli altri.

In tutto questo, però, permettetemi una nota a margine. ​Sono simpatiche le battute sui fuggiti dalla “zona rossa” per ritrovarsi, il giorno dopo, di nuovo in “zona rossa”. È chiaramente una cosa che sarebbe stata meglio non fare, si capisce. Però c’è l’ipotesi, ovviamente non solida come la certezza che in molti hanno e che vuole “l’assalto ai treni” figlio dell’irresistibile voglia di ’nduja e pizzica, che alcuni di quelli andati via nei giorni scorsi da Milano lo abbiano fatto per poter stare con le persone care in questi momenti di incertezza. In fondo, ognuno di noi teme la malattia, la costrizione in casa o la quarantena; immaginate di vivere questa paura da soli. Perché uno studente fuorisede è anche un ragazzo con la famiglia e gli affetti a mille chilometri di distanza, un “pendolare di lungo raggio” pure un marito con un posto letto fra estranei e la moglie dall’altra parte del Paese, e un’insegnante precaria in Lombardia anche una madre con i figli dovuti lasciare alle cure del padre e dei nonni in Calabria o Puglia, e a cui la quarantena all’arrivo nella casa lasciata, forse, non spaventa così tanto, di sicuro meno che doverla fare, o saperla fare dai suoi cari, separati da otto regioni.

Pensateci, e poi rifate pure la battuta sulla ’nduja e la pizzica.

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Mentre noi, con l’amuchina, ce ne lavavamo le mani

Purtroppo, il dolore, anche il più modesto, rende spesso egoisti. Così come lo fa il disagio, che per quanto lieve o inconsistente, se solo lo paragonassimo ad altri, ci fa lamentare e protestare per se stesso, e un ingorgo in tangenziale o una corsa di metropolitana soppressa diventano il centro dei nostri pensieri. Figuriamoci un’epidemia che manda in ospedale migliaia di persone, causa addirittura dei morti e quasi paralizza una parte importante, fondamentale del Paese. Lo so, è umano. Spietatamente umano, aggiungerei.

Mentre noi, infatti, eravamo occupati a preoccuparci di scuole chiuse e regole di igiene, di disinfettanti da acquistare e mascherine introvabili almeno quanto poco utili, temo, a due passi da qui si svolgeva il dramma di bambini, donne e uomini disperati, cacciati per ripicca da un sultano in crisi strategica su un fronte di guerra da lui cercato e respinti da un’Ue che si scopre inconcepibilmente tremebonda dall’alto delle sue ricchezze. E quanto m’ha fatto male la definizione della Von der Leyen sulla «Grecia, scudo d’Europa», nel momento in cui con le mazze dei fascisti d’Alba dorata e i manganelli, i lacrimogeni e le armi della polizia ellenica quello scudo s’ergeva contro quanti non avevano altra colpa che la loro fame, che fuggivano alla morte per bombe, freddo e stenti di una Siria da troppo tempo in fiamme, dove un padre deve vedersi morire una figlia in braccio, nel vano tentativo di scaldarla e nel totale disinteresse del resto del mondo.

E ancora, quanta tristezza nell’assalto a supermercati pieni per non si sa quale paura di carestia, al tempo in cui, per un’invasione di locuste che supera la Bibbia nella sua drammaticità, una carestia reale potrebbe colpire, nell’Africa centro-orientale, qualcosa come 15 milioni di esseri umani, più di quattro milioni dei quali bambini, circa un milione e mezzo con meno di 5 anni. Oppure, come appare sopravvalutata la nostra paura per un’infezione che i dati confermano non essere eccessivamente letale, intanto che la malaria uccide nel mondo ancora circa mezzo milione di persone ogni anno, in Madagascar è tornata la peste nel 2019 e, nel 2018, 113 milioni di persone in 53 nazioni hanno sofferto la fame e per questa, ogni giorno, muoiono in 24.000, un bimbo ogni 5 minuti.

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