Il voto islandese sull’Europa potrebbe sembrare una faccenda di merluzzi. Non lo è, o almeno non soltanto. La consultazione ha mostrato una netta frattura territoriale: Reykjavík più favorevole alla riapertura dei negoziati con l’UE, le aree rurali orientate verso il no. Una geografia che ricorda quella della Brexit: Londra per il remain, la campagna per il leave. Tra le ragioni dell’opposizione islandese ci sono questioni concrete: sovranità, agricoltura e soprattutto controllo della pesca. I merluzzi, appunto.
La pesca è una componente essenziale dell’economia islandese e qualsiasi trattativa europea dovrebbe tenerne conto. Ma c’è una domanda che viene prima: qual è la scala sulla quale stiamo osservando il problema? L’Islanda conta circa 400.000 abitanti. Un paio di quartieri di una megalopoli asiatica. Non si tratta di irridere il pescatore che vuole difendere le proprie quote. Si tratta di chiedersi se un paese di quelle dimensioni possa immaginare il proprio futuro soprattutto attraverso il controllo nazionale dei suoi mari, mentre cambiano rapporti geopolitici, clima, rotte artiche, tecnologia, mercati e catene commerciali. Il mondo esiste indipendentemente dal modo in cui decidiamo di rappresentarcelo.
La questione islandese diventa più interessante se guardata attraverso la storia europea. Nell’Ottocento l’Europa non era una parte marginale del sistema internazionale costretta a difendersi dalla globalizzazione. Ne era il centro. La prima grande globalizzazione moderna fu europea: europei i capitali, le grandi potenze commerciali e navali, gli imperi coloniali, molte delle tecnologie e delle istituzioni finanziarie che organizzavano l’economia mondiale.
È difficile, quindi, sostenere che il nazionalismo europeo sia nato soltanto come reazione alla globalizzazione. Quella globalizzazione non veniva subita dall’Europa: era in buona parte prodotta dall’Europa e a suo vantaggio. Né Cina, India e Stati Uniti avevano ancora il peso globale che hanno oggi, tale da spiegare la chiusura nazionale come reazione a grandi concorrenti esterni. Il processo fu in larga misura endogeno.
Naturalmente, bisogna distinguere. Il nazionalismo delle indipendenze e delle unificazioni non coincide con quello aggressivo della fine del secolo. Per molti popoli la nazione fu uno strumento di emancipazione dagli imperi dinastici. Ma, progressivamente, da principio di autodeterminazione divenne unità di competizione.
Berlino, Parigi, Londra, San Pietroburgo, Vienna, Roma potevano considerarsi grandi potenze perché lo erano ancora. Nessuna aveva ragioni evidenti per riconoscere che la scala nazionale sarebbe presto diventata insufficiente. L’Europa nazionalista, del resto, non si disinteressò del mondo. Fece il contrario: continuò a conquistarlo, colonizzarlo, spartirselo e contenderselo. Non seppe però pensarsi politicamente alla stessa scala alla quale esercitava il proprio potere.
Mentre le potenze europee competevano tra loro, fuori dal continente crescevano entità politiche ed economiche di dimensioni diverse. Gli Stati Uniti passarono da repubblica periferica a potenza industriale continentale. La Russia, poi Unione Sovietica, rappresentava un’altra dimensione continentale.
Per stabilire quale delle sue nazioni dovesse prevalere, l’Europa impiegò la prima metà del Novecento a distruggere la potenza che tutte insieme ancora possedevano. Nel 1945 il risultato fu evidente. Francia e Regno Unito avevano vinto la guerra, ma ne uscivano ridimensionate. Germania e Italia erano sconfitte. Gli imperi coloniali cominciavano a dissolversi. Il continente che pochi decenni prima decideva una parte enorme degli affari del pianeta si ritrovava tra due superpotenze. Una a ovest dell’Atlantico, l’altra a est dell’Europa.
La Seconda guerra mondiale non segnò quindi soltanto la sconfitta dell’Asse. Mostrò anche che la dimensione dello Stato nazionale europeo non bastava più a esercitare una potenza globale. L’integrazione europea del dopoguerra può essere letta anche come risposta a questa scoperta. Non soltanto come superamento dei nazionalismi o strumento per impedire un’altra guerra franco-tedesca, ma come tentativo di recuperare insieme una capacità d’azione che gli Stati europei stavano perdendo separatamente.
Schuman, Monnet, Adenauer, De Gasperi appartenevano alla generazione che aveva visto dove conduceva la competizione tra gli Stati europei e la loro perdita di centralità. Integrare non significava abolire le nazioni. Significava riconoscere che alcune cose non potevano più essere governate alla loro scala.
Da qui una distinzione che vale ancora oggi. La sovranità non è soltanto il diritto di decidere. È la capacità di fare in modo che la propria decisione produca effetti. Uno Stato può conservare tutte le proprie competenze e avere pochissimo potere sulle condizioni nelle quali le esercita. Quanto può decidere, da solo, un paese europeo sulle piattaforme tecnologiche americane, sulle materie prime, sui mercati finanziari, sull’intelligenza artificiale, sulla sicurezza, sull’energia, sul clima, sulle politiche commerciali di Stati Uniti e Cina? Riportare una competenza entro un confine nazionale aumenta la sovranità formale. Non necessariamente quella effettiva. A volte accade il contrario.
Del resto, l’Islanda già partecipa al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo ed è dentro Schengen: anche restare fuori dall’Unione significa, per lei, restare dentro una fitta rete di integrazione europea. Ed eccoci di nuovo ai merluzzi. Il pescatore islandese vede un interesse reale: tutelare la pesca e le risorse marine dalle quali dipende una parte dell’economia nazionale. Ma vedere qualcosa non significa vedere tutto ciò che serve per comprenderla. L’Islanda può decidere di non riprendere i negoziati con l’Unione europea e, naturalmente, di non entrarvi. È una scelta legittima. Non può decidere di essere un paese di quattrocentomila abitanti in un mondo meno interdipendente. Non può votare affinché Stati Uniti, Cina e India siano più piccoli. Né affinché il cambiamento climatico risparmi l’Artico. Può decidere quale politica adottare davanti ai fatti. Non quali siano i fatti. E i fatti hanno la testa dura.
Il problema non è dunque scegliere necessariamente l’Europa contro la nazione; è scegliere la scala sulla quale osservare il problema. Il pescatore islandese vede il merluzzo. Deve vedere anche l’Atlantico. Il sovranista vede che Bruxelles limita alcune decisioni nazionali. Deve però chiedersi quanto Washington, Pechino, i mercati e le grandi imprese tecnologiche possano limitarle senza approvare neppure un regolamento. Ciò che appare come perdita di sovranità può essere il prezzo per recuperare capacità d’azione. E ciò che appare come riconquista della sovranità può ridursi al diritto di prendere, da soli, decisioni sempre meno rilevanti.
C’è infine un’ironia storica difficile da ignorare. Nell’Ottocento gli Stati europei potevano credere nella propria autosufficienza proprio perché erano ancora al centro del mondo. Il nazionalismo crebbe mentre l’Europa dominava il sistema internazionale. La prima metà del Novecento e il nuovo ordine del 1945 mostrarono il limite di quell’illusione. Oggi recuperiamo la stessa idea dopo aver già scoperto che non basta. Abbiamo alle spalle due guerre mondiali, la perdita degli imperi, il 1945, la Guerra fredda, l’ascesa della Cina, l’emergere dell’India e ottant’anni di integrazione europea. Nessuno può votare per riportare il mondo al 1870.
La prima volta potevamo almeno invocare l’ignoranza del risultato. La seconda no. Conosciamo la strada. È questo che rende singolare la decisione di ripercorrerla.