Che tristezza la ritorsione dei soldi

«Chi viene candidato, si impegna con una scrittura privata a versare un contributo di 25 mila euro al Pd di Modena in un’unica soluzione. Richetti è stato sollecitato dal Pd e da me, ma non ha pagato. I requisiti c’erano tutti, visto che è stato eletto il 4 marzo 2018. Abbiamo presentato ricorso al tribunale civile di Modena e così si è arrivati al decreto di ingiunzione di pagamento. Il giudice ha riconosciuto anche la provvisoria esecuzione, significa che potrebbero esserci dei pignoramenti». Lo spiega a Repubblica Antonella Orlandi, avvocato incaricato dal segretario della federazione provinciale modenese del Pd Davide Fava di cercare, per via giudiziaria, di recuperare i crediti vantati nei confronti del deputato ormai ex dem; una tristezza infinita.

Triste la vicenda lo è per la sostanza: quella prassi per cui gli eletti sostengono, con parte dell’emolumento che percepiscono, il partito che li ha fatti eleggere, in forza di un contratto. No, non che diano un contributo al loro partito; che lo facciano perché obbligati da una scrittura fra le parti. Triste, ancor di più, per la tempistica con la quale avviene. Come fu al tempo del dissenso conclamato di altri (ricordo il caso Mineo, di cui modestamente m’occupai al tempo, dicendo allora le stesse cose che penso adesso), il rumore sulla vicenda viene dal Pd fatto crescere al momento della manifestazione del pensiero dissidente, in barba a quella libertà da vincolo di mandato di cui pure s’erge a paladino.

Vedete, io pensavo che quella contro Corradino Mineo fosse una ritorsione per le sue posizioni non allineate. E lo penso anche per Matteo Richetti, sebbene non ricordi sue prese di posizione all’epoca in cui a finire nel centro del mirino fu il suo collega. E pensavo e penso che non ha senso far pagare il funzionamento dei partiti ai rappresentanti, ma che serva, al contrario, un vero finanziamento pubblico ai partiti, magari pure incrementato riducendo le spettanze per i singoli.

Per evitare spiacevoli e squallide storie come quelle di cui qui parlo e per un altro, più importante motivo. Se è il deputo o il senatore, l’assessore regionale o il presidente del Cda nella partecipata a reggere le sorti finanziarie del partito, quest’ultimo, nelle casse e nelle sostanze, diventa per forza di cose il partito degli eletti. E lo sarà nelle politiche e nelle scelte elettorali, nella partecipazione dei militanti e nella definizione delle liste. Con gli effetti che già vediamo.

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Senatrice Segre, grazie

«Mi hanno preoccupato i numerosi episodi susseguitisi durante l’ultimo anno che non di rado mi hanno fatto temere un inesorabile imbarbarimento della nostra società: i casi di razzismo, sempre più diffusi, trattati con indulgenza, in modo empatico, che quasi sembrano entrati nella normalità del nostro vivere civile, ma allarmante è anche la diffusione dei linguaggi di odio, sia nella Rete sia nel dibattito pubblico. Troppo spesso al salutare confronto delle idee si sostituisce il dileggio sistematico dell’avversario, col ricorso anche all’utilizzo di simboli religiosi, che a me fanno l’effetto di un farsesco ma pericoloso revival del Gott mit uns. A me fanno questo effetto. Forse solo a me, in quest’Aula».

Oggi, nei fatti, l’articolo di Filopolitica lo scrive Liliana Segre. Durante il suo intervento in Senato martedì scorso, ha restituito dignità al dibattito politico, e forse pure al discorso pubblico. Probabilmente sarà una fiammella leggera, soffocata dall’alito rabbioso che da mesi, anni riempie il nostro tempo. Però, se anche così fosse, è comunque stato un momento in cui la politica è uscita dall’angolo del quotidiano per guardare al domani con la coscienza del passato. Quel passato che sa come dalle parole dell’odio si possa arrivare ai crimini della cattiveria, e che si rende conto, per averlo vissuto sulla propria pelle, che il clima d’astio che viene alimentato e indirizzato verso una particolare categoria di esseri umani può portare a compiere, e a ritenere normale che si compiano, i peggiori delitti, che colpiscono direttamente e subito le vittime, certo, ma che dannano e ricadono poi su carnefici e su quanti, silenziosamente, hanno approvato o non impedito.

Tale è il sentimento che spinge la senatrice a spiegare come una politica che punta tutto sul livore sia «sempre una medaglia a due facce. Non danneggia solo coloro che vengono scelti come bersaglio, ma incendia anche gli animi di chi vive con rabbia e disperazione il disagio provocato dalla crisi che attraversa, ormai da un decennio, il continente. L’odio si diffonde e questo è tanto più pericoloso. A me hanno insegnato che “chi salva una vita salva il mondo intero”, per questo un mondo in cui chi salva vite, anziché premiato, viene punito mi pare proprio un mondo rovesciato».

Eppure, lei che è sopravvissuta ad Auschwitz non perde la speranza, né la voglia di farsene interprete per gli altri. «Vorrei», dice ancora, «che il nuovo Governo nascesse non solo da legittime valutazioni di convenienza politica, ma soprattutto dalla consapevolezza dello scampato pericolo, da quel senso di sollievo che viene dopo che, giunti sull’orlo del precipizio, ci si è ritratti appena in tempo. Mi attendo, insomma, che il nuovo Governo operi concretamente per ripristinare un terreno di valori condivisi, fatto di difesa costante della democrazia e dei princìpi di solidarietà previsti dalla nostra Costituzione, nata dalla Resistenza».

Grazie, senatrice.

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V’eravate tanto odiati

Il governo ha giurato, ha ottenuto la fiducia dal Parlamento, è pienamente legittimato nei suoi poteri. Il tizio col mojito che ha fatto cadere il governo di cui era parte, presentato come leader di partito una mozione di sfiducia senza dimettersi dal suo ruolo al ministeriale, offerto a quelli che oggi prova a deridere il comando del Paese pur di rimanere ministro, salvo poi evocare complotti internazionali (orditi probabilmente nel capoluogo della Polinesia francese) per la fine dell’esperienza gialloverde e definire quella giallorossa una mera ricerca di cadreghe, strepita in piazza contro il furto di democrazia tra militanti che si slanciano a fare i saluti romani che lì sono tollerati, se non ben accetti, quando ormai persino i social li ricacciano sotto i tombini in cui dovrebbero stare, mentre la sempre urlante Meloni si finge borgatara strepitante contro il palazzo e le poltrone per cercare di far dimenticare che da vent’anni vi è dentro e sedendo anche in più di un posto contemporaneamente. Fanno già ridere così, è andato tutto bene.

La nuova maggioranza è composta da forze che sono passate dal sostenere una tesi al suo esatto contrario in meno di una settimana, senza un briciolo di elaborazione politica su cosa stesse accadendo e senza capire perché le argomentazioni di entrambe fino al minuto prima strenuamente sostenute (dal «mai senza di me» al «mai col partito delle banche», per citare gli slogan più sobri) fossero naufragate alla prova dei fatti o per quelle di forza, e guidata da un presidente del Consiglio che succede a se stesso, con la pretesa di poter apparire quale altra Venere da quella del giorno prima, rinnovata dalla rinascita nelle acque di un accordo politico che sostituisce il bizzarro e precedente «contratto di governo». E così, oggi vediamo la giusta indignazione per le incivili parole rivolte a una ministra già bracciante agricola da parte di quelli che sbeffeggiavano il loro attuale alleato per esser stato un «bibitaro» fuori corso, e il richiamo a un linguaggio più consono e rispettoso degli interlocutori da chi è espressione di un movimento nato sull’onda dell’improperio. È tutto legittimo democraticamente e assolutamente corretto sotto il profilo costituzionale; rimane il fatto che è curioso come una stessa persona possa, in due legislature consecutive, votare un governo con Berlusconi, uno con Alfano e Verdini e uno con Di Maio, o come si possa sostenere, nel volgere di un mese, un’alleanza con la Lega e un’altra con Leu. Va tutto bene.

Pd e M5S ora hanno il dovere di fare e fare al meglio quello che devono. L’esecutivo che hanno formato non parte sull’onda della spinta di popolo, e sconta troppi repentini cambi di direzione, oltre che una rappresentazione territoriale orba su diverse parti del Paese, alcune davvero importanti, per numeri e interessi. Certo, ha dalla sua il sostegno di mondi e istituzioni di peso, e non è certo poca cosa. Ma se non sarà capace di tradurre in realtà tangibili quel conforto, potrebbe scontare presto e male la colpa degli errori e delle mancanze in cui, inevitabilmente, rischia di incorrere.

Andrà tutto bene?

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Le connessioni che un sovranismo sempre più piccolo non vuol vedere

Scrive Dario Di Vico sul Corriere di ieri: «Sulla scia delle drastiche novità che hanno interessato il quadro politico si sta affermando l’idea (ma preferisco dire: la semplificazione) che la querelle sull’autonomia regionale rappresenti l’a e la zeta di una rinnovata questione del Nord. […] Di fondo c’è uno scollamento tra il dibattito politico-amministrativo e la (dura) realtà economica. I flussi di merci e persone non rispettano i confini amministrativi e non ne sono determinati quasi per nulla. Per cui se c’è oggi in agenda una questione del Nord riguarda innanzitutto i riflessi della crisi tedesca sulla manifattura delle regioni settentrionali. Non è una esagerazione dire che una significativa quota del nostro Nord fa parte di una sorta di area economica tedesca allargata e di conseguenza guarda con crescente timore ai venti freddi che vengono da su».

Nelle parole di Di Vico sembra riverberarsi il riflesso di quello che Limes, nel suo numero monografico dedicato alla Germania dello scorso dicembre 2018, definiva lo «pseudoimpero» tedesco. In effetti, è così: quanto accade oltre le Alpi ci riguarda perché, al di là delle opinioni di ciascuno e delle personali preferenze, ne facciamo parte. Il coraggio di accettare la sfida per quella che è sembra invece mancare alla classe dirigente attuale, e pertanto questa si concentra su aspetti anche importanti, ma sicuramente poco utili a risolvere i problemi che son dati. Il tutto in un discorso esclusivamente elettorale che, con formule decisamente curiose e tutte e solamente improntate a una visione sempre più piccola e chiusa in sé stessa, forse funziona nelle urne, ma il giorno dopo mostra la corda alla prova dei fatti.

Poi, per carità, ognuno sceglie quello che vuol fare e decide a chi rivolgersi. I governanti di questa nazione possono scegliere di pensare solo a rimanere là dove stanno il più a lungo possibile, chiedendo per questo i voti a chi probabilmente glieli darà credendo di votare per sé e in difesa delle sue sicurezze e della propria sovranità. Questi ultimi potranno rivolgersi a quanti forse non risolveranno loro un singolo problema reale, però sapranno puntualmente indicare un colpevole in qualche parte del mondo su cui scaricare consolatoriamente la colpa.

De gustibus

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E cambiare stile e modelli di vita?

Ho letto un articolo sulla vendita di automobili con toni totalmente contrari di quelli che mi sarei aspettati, viste, sullo stesso giornale e nei medesimi giorni, le attenzioni dedicate ai cambiamenti climatici. Perché, o io non ho capito cosa s’intenda per tutela dell’ambiente, o davvero in molti sono preoccupati, a parole, dello stato di salute del pianeta in cui viviamo, ma, nei fatti, indisponibili a cambiare in nessun modo il proprio stile di vita e il modello di produzione e consumo a cui è legato. Mi spiego meglio.

Scrive La Repubblica che il mercato dell’auto è ancora in recessione. E questa, nel tono dell’articolo, sarebbe una cattiva notizia. Alla fine dell’analisi, però, chiude con un dato che definisce ottimistico, relativo al fatto che la rilevazione sia incentrata sul mese di agosto, da sempre povero di vendite, e che gli ordinativi già registrati lascino presupporre una possibile ripresa. E ciò, traspare dalle parole usate, sarebbe positivo. Non dovrebbe essere il contrario? Cioè, non dovrebbe esser positivo avere meno auto prodotte e vendute, nell’ottica ambientalista che su quello stesso giornale è sempre più detta fondamentale? Non dovrebbe, all’inverso, rappresentare un problema l’incremento degli ordini, e quindi della produzione e di conseguenza dell’inquinamento?
Lo so, vi sembra una provocazione. E potreste agilmente rispondermi che il rinnovo del parco auto circolante abbasserebbe l’inquinamento causato da ogni singolo mezzo. Vero, per carità. E di quello generato nella fase di produzione della nuova macchina, che mi dite? Verrà di sicuro compensato dalla riduzione del consumo per ogni chilometro percorso?

Ho i miei dubbi, ma rilancio: e se invece di fare auto private si potenziassero i servizi di trasporto pubblico? O addirittura si riducesse la necessità di mobilità quotidiana, attraverso l’incentivazione di metodi di organizzazione del lavoro differenti, la dislocazione sul territorio di quei servizi che, mancando, costringono a continui e giornalieri spostamenti, dalla sanità alla scuola passando per altri più generici e non essenziali, ma altrettanto importanti per la qualità della vita? O si diffondesse la cultura, insegnandone i principi a partire dalla più tenera età, che non è avendo più cose che si sta meglio, ma creando un nuovo modello di benessere «che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita», per riprendere le parole di Riccardo Lombardi in un ormai lontano 1967.   

Sto parlando di un nuovo mondo? Sì. E di una futura umanità.   

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Proprio oggi s’avverte la mancanza dei partiti

Sto parlando poco di questa crisi del Governo e della definizione di quello che verrà perché non ne ho tanta voglia; al massimo, scriverò qualcosa quando il Parlamento avrà votato la fiducia all’esecutivo e al discorso del presidente del Consiglio. In tutti i casi, l’operazione è pienamente legittima è democraticamente corretta, nel nostro sistema istituzionale e per come è stata portata avanti. Il resto e le polemiche, le lascio a quelli del Papete. E però c’è un «ma», di cui vorrei parlare.

Io sono un proporzionalista convinto e un pieno sostenitore delle democrazie parlamentari; quindi, sul fatto che le maggioranze si costituiscano nelle aule dopo le elezioni, non ho nulla da eccepire. Quello che manca, il «ma» di cui dicevo, sono i partiti e il loro dibattito interno. E non basta una consultazione binaria, via internet con un clic o nelle sedi fisiche con una scheda e una matita, dove si chiede, semplicemente un «sì» o un «no». Servirebbe un percorso, un metodo, una discussione, interna. O almeno, servirebbe a quelli come me. Ecco perché m’interessa sempre meno quello che accade; perché non posso prender parte, dire la mia, esprimermi. Posso solo votare, e non sempre basta per dirmi incluso nel processo democratico.

Questo, il metodo e la discussione, era appunto ciò che facevano i partiti, nei quali liberamente i cittadini potevano associarsi «per concorrere […] a determinare la politica» (articolo 49 di quella stessa Costituzione che garantisce a quanti oggi formano un nuovo esecutivo di poterlo fare), per far sì che ciascuno sentisse come proprie, o almeno espressione di una reale maggioranza di suoi pari, le decisioni che venivano prese. Ed è di questo che, a mio parere, si sente oggi la mancanza.

Il calo della partecipazione, di ciò, credo sia conseguenza.

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E poi, Berlino è pure bella

Franco Arminio mi piace, per ciò di cui si occupa, per come lo racconta. La sua Bisaccia, la mia Stigliano, non sono poi così diverse. Quando scrive che «i conti non si fanno all’ufficio anagrafe», ma «di sera,/contando le luci accese nelle case,/quanti caffè fa un bar», so quello di cui sta parlando. Per questo ho seguito il dibattito a distanza di quest’estate, sulle pagine di Repubblica, fra lui che chiedeva ai ragazzi di tornare al Sud e Valentina De Luca, giovane campana emigrata in Germania, che, educatamente, declinava l’invito. E tra Franco e Valentina, stavo con lei.

Stavo e sto con Valentina perché, in fondo, quello che dice il poeta e paesologo può esser vero, ma raramente si realizza. E quando, quasi sempre, non lo fa, è chi ci ha provato che rimane scottato, irrimediabilmente preso nel labirinto disegnato dalla propria scelta, vittima, agli occhi del mondo e di quelli che lo specchio gli rimanda indietro, del proprio “fallimento”, anche se in fondo non lo è stato e non è stato suo. Dice Arminio: «Dal mio punto di vista, meglio guadagnare 800 euro a Bisaccia, il mio paese, piuttosto che 1500 a Modena». Può essere. Però, risponde Valentina De Luca, quegli ottocento euro nemmeno si vedono: «trovamelo tu un posto da educatrice al Sud. Trovamelo a 800 euro, come dici tu, ma trovami pure un buco dignitoso in cui vivere vicino al lavoro, in modo da non dover comprare una macchina. Poi io con questi 800 euro ci dovrò pagare anche l’affitto e le bollette. Sai, va bene la semplicità, la lentezza, va bene la vita non consumistica, va bene tutto quello di cui parli tu – cose che in genere condivido – ma io non vorrei vivere sotto un ponte: vorrei pagarmi un tetto e quattro mura senza arrivare a fine mese con l’ansia di non poter pagare il padrone di casa. E infine gli 800 euro dovrebbero arrivare puntuali a ogni 28 del mese. E io non vorrei lavorare per 40 ore settimanali (magari in nome della lentezza paesana…) e vorrei i contributi ed essere trattata con rispetto dal datore di lavoro, non da un “padrone”». E se state pensando «cara Valentina, vuoi troppo», vi dico che è meno di quello che già ha, pur se a Berlino; perché dovrebbe rinunciarci?  

Perché il tema è proprio questo, nell’appello di Arminio. Lui propone, anche con una poesia: «tornate al Sud». Valentina, e io con lei, chiede perché? Leggendo quelle due lettere e la storia di questa ragazza, me n’è tornata in mente un’altra, di qualche anno fa, letta sempre su Repubblica. In un’intervista del 2017, Sabina Berretta, catanese, direttrice dell’Harvard Brain tissue resource center del McLean Hospital di Boston, il più grande centro di conservazione per lo studio di cervelli, nel senso proprio degli organi, al mondo, raccontava come, per provare a rimanere in Italia, al Sud, tentò anche un concorso come bidella. Non vincendolo. Pure lei dovrebbe ritornare indietro, mollando ciò che ha in quella che ora è la sua casa?

Quello della Berretta è chiaramente un esempio limite, ma Valentina De Luca non ha meno ragioni per ignorare la suggestione di Franco Arminio. Ha provato, ha tentato, ma con quello che aveva trovato in Campania non riusciva a vivere. È andata via, ora ci riesce. E non vale dire «questi ragazzi vogliono tutto comodo, possono crearsi un lavoro, non semplicemente cercarlo», perché non funziona. Non si può, tutti, essere imprenditori. E poi, perché? Perché quello che a Valentina, a Sabina e a tanti altri come loro è riuscito altrove non è stato possibile farlo dov’erano nati?

Infine, un’ultima cosa ad Arminio mi sento di chiederla io. Lui dice all’ipotetico migrante, nella stessa risposta in cui reputa migliori gli 800 euro di Bisaccia dei 1500 di Modena: «al Nord puoi, al massimo, portare avanti la tua vita. Qui invece puoi essere protagonista della rinascita di un intero territorio». A parte che è ingeneroso il primo assunto, e sarebbero infiniti gli esempi che potrei portarti a sostegno del contrario, quando dici che, dove tu, io, Sabina o Valentina siamo nati, si può partecipare da protagonisti alla crescita del territorio sic et simpliciter per la voglia e la volontà di volerlo fare, Franco, ci credi davvero?

Anche per questa domanda do ragione a Valentina. E poi, Berlino è pure bella.

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Quello che i partiti devono, quello che noi possiamo

A Francesca Sforza, che per La Stampa in edicola ieri le chiedeva cosa dovrebbero fare gli altri partiti per rispondere alla sfida che il consenso in crescita per l’Afd lancia alla politica tedesca, la scrittrice franco-tedesca Géraldine Schwarz ha risposto: «I grandi partiti popolari, ma anche i Verdi, devono captare il voto dei non votanti, e prendere coscienza che la transizione legata alla riunificazione è stata dura, ma è stata comunque un successo dal punto di vista del benessere. Ma è stata trascurata la transizione democratica: bisogna essere più presenti sul territorio, educare i cittadini alla politica, a fare politica, non solo a subirla».

Perfetto. Le parole dell’autrice de I senza memoria (Einaudi, 2019; libro che dovrebbe essere lettura consigliata in tutte le scuole d’Europa, per la sua capacità di spingere ciascuno a fare i conti con le responsabilità individuali e sulle amnesie collettive che sono state parte importante dei regimi autoritari d’un non così lontano passato) sembrano dire ai partiti tedeschi, e a quelli di tutto l’Occidente, aggiungerei, che la diffusione fra l’elettorato della cultura democratica, parlamentare e rappresentativa, non deve esser data per scontata. Cos’è la tentazione di Boris Johnson se non il cedimento a un’idea per cui il Parlamento è un inutile impiccio sulla via del governo? Cosa sono le ricerche spasmodiche di un rapporto immediato con i cittadini di uno come Trump, che vede quale fumo negli occhi le eccezioni e i regolamenti del processo legislativo svolto nelle camere di rappresentanza? Cosa le intemerate dei nostrani tribuni contro «le poltrone», che sono poi i posti in cui si esprime quella stessa rappresentanza, e per un rapporto, all’interno d’un unico stato, diretto fra un capo e un popolo? E se queste tre ultime parole, tradotte in una delle due lingue della Schwarz, con un brivido nella schiena vi rimandano a tempi peggiori, non è una sensazione non cercata.

Sì, perché poi in quel processo scriteriato del rapporto diretto fra popolo e capo, dove gli usurpatori del potere sono i rappresentanti degli elettori, non chi si vorrebbe sciolto, slegato, ab-solutus da quelli che giudica ostacoli sulla via della realizzazione del proprio progetto, non sempre quest’ultimo resiste alla tentazione di rimanere nell’alveo della convivenza democratica e rispettosa dei diritti di ciascuno. Con tutti i rischi connessi e succedanei epiloghi.

Ecco perché quell’appello è ai partiti, certo, ma pure a tutti noi. Nessuno escluso.

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Il «bispensiero» ai tempi della Rete

«Ma non scrivi ancora nulla sul Governo?», m’ha chiesto in un messaggio un’amica. No. Fino a quando non ce ne sarà uno che avrà giurato e ottenuto la fiducia, non lo farò; dopo, si vedrà. Certo è che alcune cose che stanno succedendo sono davvero un filo oltre il ridicolo che non di rado ha accompagnato i tempi che stiamo vivendo. E già immagino i fedelissimi dei vari schieramenti intenti a cancellare quello che fino a ieri scrivevano degli altri, nel vento che oggi rigira le loro amate insegne.

Non sarò io a fare l’elenco delle cose che tutti tra loro s’eran dette, né a lanciarmi in previsioni su come, vicendevolmente, queste da ora saranno diverse e differenti. Notavo però quanto sia curiosamente e spaventosamente precisa, in questo frangente, e come sia pronta, nei tempi della Rete, la concretizzazione dell’incubo di Orwell. Scriveva lo scrittore inglese più di settant’anni fa: «Sapere e non sapere. Essere cosciente della suprema verità nel mentre che si dicono ben architettate menzogne, condividere contemporaneamente due opinioni che si annullano a vicenda, sapere che esse sono contraddittorie e credere in entrambe. Usare la logica contro la logica, ripudiare la morale nel mentre che la si adotta, credere che la democrazia è impossibile e che il Partito è il custode della democrazia. Dimenticare tutto quel che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi, con prontezza, dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso. Questa era l’ultima raffinatezza: assumere coscientemente l’incoscienza, e quindi, da capo, divenire inconscio dell’azione ipnotica or ora compiuta. Anche per capire il significato della parola “bispensiero” bisognava mettere, appunto, in opera il medesimo». (George Orwell, 1984, Mondadori, p. 39).

Come ai cittadini dell’Oceania si facevano diventare ora alleati, ora nemici gli Stati dell’Eurasia e dell’Estasia, così ai militanti dei vari soggetti che di volta in volta si schierano, tra loro, sui banchi dell’opposizione o dell’esecutivo si farà diventare partner affidabile quel che ieri era partito esecrabile e prontamente, per motivazioni antitetiche e uguali, il contrario. In tutto questo, lo stupore non è per il repentino e generale mutamento di tali orientamenti d’opinione, ma per quanti, sapendosi impossibilitati a far altro, continuano, almeno, a ricordare le cose che si dicevano e prestare attenzione a quelle che potranno esser dette.

Per il momento mi taccio: chiamatemi pure Emmanuel Goldstein.

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Non poteva trovare congedo peggiore

In quello che sarà forse il suo ultimo atto come ministro, mercoledì il bullo del Papete ha firmato (e con lui i mesti responsabili dei dicasteri di Difesa e Infrastrutture) il divieto di accesso in acque italiane per la nave Mare Jonio, battente bandiera italiana, della Ong, anch’essa italiana, Mediterranea. Sull’imbarcazione, un centinaio di naufraghi fra i quali una trentina di bambini, molti sotto i dieci anni, e il resto donne, salvati da un gommone che stava affondando a nord della Libia.

Cioè, bestemmiando sulla croce e sulla Madonna dopo essersi abbandonato alle lascivie di cubiste intente a ballare discinte sulle note dell’inno, il campione nazionale dei caporali di cartone e dei militi del livore che aspettano sempre chi gli indichi gli ultimi da odiare vuole che dei bambini paghino la sua frustrazione per non esser più al centro della selva delle telecamere osannanti. Se volevi lasciar un segno nella memoria, ci sei riuscito nel più triste dei modi: ti ricorderò sempre per questo tuo gesto, vile. Col massimo del peggior disprezzo di cui sarò capace.

Eppure, si illude chi pensa che la sua estromissione dal Viminale risolverà il problema del rapporto che in questi mesi e anni gli italiani hanno dimostrato di avere con chi non è “dei loro”. Il crudele tifo per i pesci di ieri come il cinico inneggiare ai vulcani dell’altro ieri non si cancellano perché sparisce per un po’ di tempo dall’orizzonte mediatico chi politicamente ed elettoralmente cercava di sfruttarli e trarne vantaggi personale e di carriera. Rimangono lì, pronti in futuro a smentire ancora la narrazione autoconsolatoria che di noi stessi, quale popolo, amiamo fare.

Su questo, e non so come, bisognerà lavorare ancora molto.

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