La pacchia, precisamente

Non mi intristiscono le parole del Salvini qualunque, intenzionato a fare l’unica cosa che sa fare, chiedere e raccogliere voti per evitare di dover offrire e dare risposte; mi fanno male i tanti applausi e consensi che riceve. Perché è come ci insegnò Karl Stojka, austriaco di origine rom internato ad Auschwitz, non furono materialmente e fisicamente gli alti vertici del partito nazista a deportarlo, picchiarlo, uccidere i suoi famigliari, ma «il lattaio, il vicino di casa, il calzolaio, il dottore, a cui fu data un’uniforme e credettero di essere la razza superiore». Se nessuno lo segue, il cattivo non può farsi leader, e se nessuno concorda, quando il cattivo dice, parlando di migranti che chiama «clandestini» per svilirli ancor prima di accusarli, «la pacchia è finita», rimane un ciarlatano che urla da solo in piazza.

Ma c’è un di più di cattiveria collettiva, nelle parole a cui il cattivo capo dà voce: quello per cui si pensa davvero che sia una «pacchia» mettersi in mare a rischio di morte nella speranza di una vita migliore. E allora, guardiamola bene, questa pacchia. Anzi, lasciamocela raccontare dalle cose che succedono. Come ha fatto Giorgio Ruta, per Repubblica: «Questa è la storia di un ragazzo morto senza un perché. O forse quella di un sistema che non funziona e di diritti calpestati. È la storia di Abou Dakite partito nel 2017 dalla Costa d’Avorio e deceduto a 15 anni, il 5 ottobre scorso, in un letto di un ospedale di Palermo. Potrebbe aver perso la vita per una setticemia, dopo esser stato per 10 giorni sulla nave quarantena Allegra, dove per 600 migranti c’era soltanto un medico». Una pacchia, proprio.

La mia personale angoscia, dinanzi a drammi simili, è nel considerare la mancanza, non dico di empatia, ma persino di semplice immedesimazione. Cos’ha fatto sì che non fossi disperato come Abou? Che nascessi già dall’altra parte di quel mare che lui ha provato ad attraversare con gli esiti raccontati? Che non dovessi incamminarmi lungo il deserto, finire in un centro di detenzione in Libia, subire indicibili torture? Sareste pronti a rivendicare il merito per qualunque cosa vi capiti di desiderare o avere; ditemi i meriti che abbiamo, per non esser noi al posto loro?

Per non godere anche noi della «pacchia» per loro preparata?

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Sull’accettazione dell’opinione diversa dalla nostra, si misura la nostra tolleranza

In questi mesi di tensione diffusa per ovvie e comprensibili ragioni, mi è capitato, e non una volta, di dovermi confrontare con persone che, pensando di agire e comportarsi per il bene di tutti, cosa probabilmente vera, non accettavano non tanto che altri non agissero allo stesso modo, quanto che non sostenessero, convintamente, le loro stesse idee.

Per chiarire subito pur senza fare esempi (ché voglio tener fede all’impegno assunto), ad essere sotto accusa da parte di quelli che si dichiaravano ligi alle regole non era e non è solo l’effettiva contravvenzione a queste, che giustamente è soggetta a giudizio e sanzione, ma la semplice messa in discussione delle ragioni che hanno portato alla loro definizione. In sintesi, dicendo «non sono d’accordo sulla tal disposizione, perché la ritengo controproducente e sbagliata», pur socraticamente rispettandola, può capitare di incorrere nel biasimo dei suoi sostenitori, i quali – ed è capitato a chi scrive – spesso non esitato a vedere nella parola contraria alla norma, non nel gesto, ribadisco, una sorta di azione di disfacimento del senso comune a sostegno dell’impalcatura comunitaria, quando non già una vera e propria istigazione a commettere reato. Dite sul serio?

Ancor più curioso, poi, è che tale accusa venga pensata e prodotta nel momento stesso in cui gli accusanti rivendicano la filiazione della propria Weltanschauung direttamente dai valori dell’Illuminismo, contro l’oscurantismo del pregiudizio. Siete sicuri? Siete davvero convinti che sia opportuno rivendicare per sé i valori di apertura e tolleranza, mentre nemmeno la possibilità di tesi radicalmente contraria alla vostra ammettete a possibile argomento di discussione, persino quando (ed è il caso che più di frequente mi è capitato in questo periodo) le vostre stesse convinzioni si basano su valutazioni empiriche di fatti ancora tutti in divenire?

Ben strana, dev’essere, la tolleranza che non ammette dubbio alla sua verità.

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Per questo, finché sarà notizia d’apertura, non ne scriverò più

Non mi capita spesso, ma sabato scorso mi sono ritrovato d’accordo con quanto scritto da Gramellini nel suo quotidiano Caffè sul Corriere. Totalmente d’accordo. Riporto qui, quasi per intero, la sua nota: «Federica Pellegrini non riesce a capacitarsi […], Mariastella Gelmini giura di essere stata “superattenta”, Valentino Rossi ci tiene a far sapere di avere fatto del suo meglio per rispettare le precauzioni. Non si era mai visto un paziente giustificarsi e chiedere quasi scusa per essersi ammalato, ma il Covid non è una malattia come le altre. Lo abbiamo raccontato come un giudizio divino […]. Il malato teme di passare per traditore e per potenziale untore […]. I vip della politica e dello spettacolo hanno paura di apparire disattenti e strafottenti, gli sportivi si sentono offesi in quella che è la loro attrezzatura di lavoro, il corpo. Ma su tutti, famosi e non, sportivi e non, aleggia la sensazione di una punizione divina e di un giudizio sociale che non hanno ragione di esistere, se non nelle ossessioni dei terrorizzati, che ai miei occhi hanno la stessa credibilità dei loro contraltari negazionisti. Il Covid non è la peste né un castigo biblico, ma un virus molto contagioso da cui dobbiamo proteggerci meglio che si può e per quanto si può. Sapendo, però, che risultare positivi al tampone non solo non è una sentenza di morte. Non è nemmeno una nota di biasimo».

Ha ragione Gramellini: le parole e gli allarmi degli ipocondriaci hanno non di rado lo stesso fondamento delle sottovalutazioni di chi nega; è un virus, e pertanto non segue valutazioni morali nella sua diffusione; soprattutto, contrarlo non può essere causa di disapprovazione sociale. Gli effetti perversi di questa infinita stagione di Tutto il contagio, minuto per minuto sono da ricercarsi pure in quello che scrive a proposito dell’approccio avuto dai citati protagonisti della disavventura e da tutti gli altri, che han paura del tampone ancor prima che della malattia, perché gli effetti pratici di un risultato di conferma del dubbio sanitario sono pesanti, e non solamente sotto il profilo clinico, e per lo stigma che sentono arrivare. Per parlare solo di esperienze dirette e recenti, negli ultimi due giorni, notizie di contagi o presunti tali mi hanno raggiunto attraverso le solite catene social, con tanto di specifiche su nomi, date e circostanze, con buona pace della tutela della privacy, del rispetto di deontologie professionali e della considerazione per lo stato dell’interessato. Tutto scordato, tutto cancellato, tutto in secondo piano, sull’onda emozionale che un’incredibile abbondanza di notizie, dati, statistiche, strilli di governanti alla ricerca di notorietà in forma di “mi piace”, censure eticamente definite dai commentatori televisivi e giornalistici, dirette, isterie in forma di trasmissione del pomeriggio, reporter lanciati per mesi alla ricerca dell’ultimo contatto del primo contagiato, conduttori in studio paternalisticamente stigmatizzanti verso i comportamenti raccontati e dal loro stesso racconto amplificati, esperti, ricercatori e scienziati che, a dispetto dei tempi lunghi del lavoro sulle loro discipline, sedotti dalle moine del minutaggio dettato dalla bulimia d’una società sempre a caccia del sensazionale, cadono in contraddizione lungo le ragioni dell’immediato. Troppo.

Per questi motivi, e per non aggiungere ancora del superfluo al già eccessivo, su questo spazio non scriverò più nulla a riguardo, fino a quando le notizie sulla malattia e la sua diffusione non smetteranno di essere l’apertura a testate unificate di tutto il sistema dell’informazione. Nessuna sottovalutazione, né, tantomeno, negazione; semplicemente la presa d’atto di una situazione comunicativa e informativa ormai da mesi sfuggita di mano e la volontà di non voler, almeno non più e non ora, contribuire direttamente o indirettamente ad alimentarla e sospingerla, foss’anche con le migliori intenzioni e per gli strani e imprevedibili percorsi dell’eterogenesi dei fini, verso quei lidi e quegli approdi che si contestano.

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Ai “somewheres”, cosa raccontiamo?

Recensendo per l’edizione di giovedì scorso del Corriere della Sera l’interessante saggio di Edoardo Campanella e Marta Dassù L’età della nostalgia. L’emozione che divide l’Occidente (recentemente tradotto e pubblicato in Italia da Egea – Bocconi Editore), Antonio Polito, in conclusione, scrive: «Le opinioni pubbliche sembrano ormai spaccate quasi ovunque lungo questa linea divisoria: da un lato i somewheres, gente radicata in un luogo e legata a un lavoro, spesso meno istruita; e dall’altro gli anywheres, persone più indipendenti, urbanizzate, socialmente liberali. Il loro conflitto si gioca proprio sul richiamo, maggiore o minore, della nostalgia. E da esso può dipendere la sorte della democrazia rappresentativa nel XXI secolo».

Potrei aggiungere alle parole del giornalista che quella spaccatura c’è da ben prima dell’oggi globalizzato, e quanto risuoni in essa l’eco delle note per la suddivisone del mondo fra chi viveva nella e della modernità tecnica e chi a questa si opponeva, composte nella solitudine di una baita a Todtnauberg, ma è più interessante, adesso, fermarmi qui, a vedere quello che succede ora. Quella suddivisione esiste. E non si può agevolmente superarla spiegando come, in fondo, sia solo un effetto della resistenza di fasce di popolazione che faticano ad avvertire un mondo più grande come un’opportunità. Non è che questi non vogliano farlo per paura di mettersi in competizione; è perché sanno che non ce la farebbero a nuotare in un mare tanto vasto e rivogliono il lago placido, noto e limitato che avevano prima (o che gli hanno raccontato esistesse, ma poco cambia, per quel punto di vista). A tutti loro, cosa raccontiamo?

Finora, la narrazione è stata fatta giocando sui temi dell’opportunità di un mondo allargato, di confini sempre più labili, di possibilità che si moltiplicavano per il solo fatto di essere disponibili semplicemente andandosele a prendere. Ma in fondo di cosa stavamo parlando? Delle opportunità offerta a chi sa, può e vuole andarsele a prendere, interfacciandosi con altre persone che sanno cose diverse e parlano lingue differenti, spendendo, con profitto e senza paura, la propria knowledge su cui si fonda o può essere fondata un’economia intera. E va bene. Però poi ci sono tutti gli altri, quelli che non hanno cultura da mettere a profitto, che non sanno le lingue, che si sentono straniati e stranieri appena ai confini della propria provincia; di loro, parliamo?

Certo, si possono scuotere le spalle convinti che quelle opportunità sono offerte a tutti indistintamente e se qualcuno non riesce a cogliere, beh, problemi suoi: è la vita, bellezza. Ma è miope dirlo. Perché pure quelli esistono e pure a loro va offerta una narrazione comprensibile, da parte di quanti intendono, per quanto correggendone le storture, continuare a far vivere un’idea di mondo in cui non si stia, e non si debba stare, tutti chiusi nei limiti angusti di patrie troppo piccole per le speranze, i sogni e i desideri di una specie, quella umana, che ha le gambe, non le radici. Poi, però, un dubbio mi assale, e parte della mia spiegazione vacilla: è davvero tutta e sola misurabile con la conoscenza, posseduta e mancante, la distanza fra quelle due visioni? I miei avi ne avevano poca, eppure, giravano il mondo e, non di rado, scoprivano casa e patria di più Oltreatlantico che dov’erano nati. «Io sono un filo d’erba/ un filo d’erba che trema./ E la mia Patria è dove l’erba trema./ Un alito può trapiantare/ Il mio seme lontano» (Rocco Scotellaro, La mia bella patria [1949], da È fatto giornoParte seconda 1949-1952La casa, ora in Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004, p. 114).

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Più che la stecca del corifeo, m’impensierisce l’entusiasmo dei coreuti

«Aumenteremo i controlli e ci saranno segnalazioni». Chiaramente, un’esagerazione. Così come non meno esagerata è la reazione di quanti, per quelle parole pronunciate da Speranza durante la trasmissione di Fazio, hanno parlato di pulsione spionistica da controllo sociale pervasivo, di autoritarismo spinto fino alla soglia, e oltre, delle vite degli altri, per usare il titolo di un film che sull’argomento ha portato in scena il parossismo di quel modo di amministrare la cosa pubblica.

Ovviamente, parlare di Stasi per quell’uscita del ministro in una trasmissione tv è fuori luogo. E pure se immagino che gli stessi che difendono l’esponente di governo dalla «gogna mediatica» (concetto che merita una nota a parte, che, se avrete la bontà di leggere questo post per intero, inserirò alla fine) a cui è stato sottoposto avrebbero citato l’Ovra, se quelle stesse parole le avesse dette Salvini da Del Debbio, è assolutamente e pienamente fuori luogo immaginare Speranza nei panni di un novello Zeisser o un redivivo Mielke (tralasciando ardite ricostruzioni e retroscena, in attesa di sicura e puntuale smentita; o almeno così speriamo). Probabilmente ha ragione un mio amico, che commentando quelle parole ha parlato di «uscita infelice». Quello che m’intristisce di più, però, e lo scenario entusiasta che quell’evocazione accusatoria ha suscitato. Non mi hanno preoccupato le parole del governante, ma quelle dei tanti governati pronti a farsi controllori del proprio vicino, convinti di esser nel giusto e decisi a chiamare le proprie pulsioni delatorie «senso civico», magari contestualmente bollando la mia ritrosia all’accusa come «omertà».

Le immagini di orecchie tese a contare attraverso la porta i passi nelle scale per capire quanti siano i familiari a pranzo la domenica nell’appartamento della vedova accanto e sguardi fissi da dietro le tendine del soggiorno per vedere se a casa del dirimpettaio stiano organizzando una festa in giardino, mi fan malinconia. E un po’ mi spaventano. Soprattutto, mi atterrisce il fatto che siano vissuti quale normalità o addirittura rivendicati, ammantandoli di necessaria funzione di responsabilità sociale, e che, in un certo senso, in quelle parole ministeriali, gli stessi denuncianti ipotetici abbiamo letto con soddisfazione (commettendo lo stesso errore di quanti, le stesse, han duramente condannato) una sorta di sigillo di liceità per le proprie naturali inclinazioni.

Una brutta pagina, collettivamente scritta partendo da un errore. Quasi dimenticavo: la nota. Mettere qualcuno alla gogna è sempre brutto. Lo è se viene esposto così un ministro per alcune parole, evidentemente sfuggite o non meglio chiarite. Lo è se sotto simile arma si passa una, fino a quel momento, sconosciuta signora, magari di mezzi culturali non adeguati a parlar con cognizione e rigore scientifico di ciò di cui si discute, e a cui scappa di dire una castroneria per la quale, in contesti differenti, si sarebbe pentita. Anzi, se mi si permette il giudizio, lo è di più, visto che le spalle di un ministro sono sicuramente più larghe e resistenti di quelle di un’Angela da Mondello.

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La fame non è certo meno dolorosa

«La pandemia rovescerà i progressi fatti dagli anni Novanta nella riduzione della povertà globale e le diseguaglianze ne usciranno rafforzate. L’analisi del Fondo monetario internazionale sullo stato dell’economia globale riecheggia quanto messo in evidenza dalla Banca mondiale: novanta milioni di persone potrebbero precipitare sotto la soglia di 1,9 dollari al giorno di reddito, entrando ufficialmente nella fascia di forte sofferenza. “In aggiunta”, si legge nel nuovo outlook, “le chiusure scolastiche durante la pandemia” pongono forte il tema della perdita di capitale umano per gli anni a venire».

Così Roberto Petrini su Repubblica, a proposito del rapporto del Fmi sugli effetti della pandemia, e indirettamente delle misure prese per contrastarla, nel tessuto produttivo ed economico, che hanno avuto e continuano ad avere pesanti risvolti per molti. 90 milioni di persone rischiano di scivolare sotto la soglia di un dollaro e novanta centesimi di reddito al giorno. Mi dicono in tanti che la salute viene prima dei soldi. Certo. Per chi, comunque, di questi ne ha a sufficienza per i bisogni primari. Ma intorno alle cifre di cui si discute non è più vero, perché da quei pressi, anche un solo centesimo è questione di vita o di morte, di salute o di malattia.

Il mondo autarchico con tutti chiusi nei propri limiti (addirittura domestici, nel parossismo paradossale a cui ci ha spinti il coronavirus, con i sani che si isolano in casa per paura della malattia) e dove nulla, o poco e con sempre maggiori difficoltà, arriva da di là dalle frontiere, è per forza un mondo meno ricco, materialmente, oltre che umanamente.

E se fra le dispense piene e i frigoriferi mai vuoti possiamo cullarci degli aspetti romantici della passata quarantena trascorsa a legger novelle e preparare torte e manicaretti, la realtà, come ammoniva uno striscione in spagnolo opportunamente affisso durante i giorni in cui a molti – e pure a chi scrive, devo confessarlo – appariva non tanto brutta la prospettiva di una sospensione dalle fatiche della quotidianità, ci ricorda che il poter cogliere gli aspetti migliori delle privazioni è sempre e soltanto «privilegio de clase».

Ora, del rapporto del Fmi o dell’appello lanciato mesi orsono dalla Fao e da altre organizzazioni umanitarie sul rischio di insicurezza alimentare per oltre 180 milioni di esseri umani, possiamo disinteressarcene, tutti presi, come siamo, a discettare di app e mascherine, e dei poveri, presenti e futuri, possiamo continuare a lavarcene le mani, pure con l’amuchina. Però, il macigno per la responsabilità indiretta delle azioni che prendiamo rimane.

In me premendo, ancor più fortemente del fosforo del Poeta, «tra l’aorta e l’intenzione».

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I rischi di guardare dall’alto

Mi è capitato spesso, in questi anni, di parlare con gente che per la prima volta aveva visitato Matera nel momento della sua massima notorietà. Mi fan piacere i commenti entusiasti, mi spingono a riflettere i tanti giudizi critici sul repentino abbandono degli antichi rioni negli anni ’50. Non perché non ci siano state falle all’epoca, ma perché spesso i giudizi dell’oggi paiono non tener conto della realtà dell’allora. E per guardare a quella, provando a vincere la tentazione in me sempre forte di citare Levi (alle cui pagine sui Sassi comunque da qui rimando), voglio tentare col taglio decisamente più scarno della cronaca, riportata circa vent’anni dopo le parole dell’esule torinese.

Domenico Rea, scrittore e giornalista napoletano, in un articolo sul Corriere della Sera del 2 marzo 1957, ricordando una sua precedente visita a Matera nel ’52, raccontava: «Stavo appunto visitando una misera stanza dove vivevano in dodici persone quando fui afferrato da una vecchia che disse: “La casa della comare è una reggia in confronto alla mia. Di che si lamenta? Ha dieci figli, dieci lupi che la proteggono. Venite a vedere la mia”. Dovetti seguirla e giunto alla sua casa mi fece entrare in una grotta a forma di parallelepipedo, che il tetto non si scorgeva e finiva in un buio indefinito. Poteva essere lunga tre metri, larga, forse, due, alta, dico a caso, per darvi un’idea, trenta metri. C’era dentro la figlia, seduta. Un bambino come un verme le stava ai piedi. Un altro, in grembo. Quello ai suoi piedi aveva un gestire e i lenti movimenti di un bruco ancora spoglio, come i vermicini che escono dai frutti marci. L’altro giocava con la mammella avvizzita della madre. E quella donna aveva vent’anni, non quaranta come io avevo stimato dalla prima occhiata. Aveva la faccia di una castagna secca e le due orecchie erano due bucce pendule. Guardava incantata me e la madre». E in conclusione, parlando di quello che erano e come erano stati costruiti i nuovi quartieri popolari di “La Martella” e “Serra Venerdì”: «Errori, sbagli e persino ingiustizie saranno stati commessi, perché il furore politico vela la mente di tutti coloro che sono in lotta, di questo e di quel campo, ma non si può negare che a Matera i Sassi non esistono più come mostruosità umana e sociale. E quest’opera è stata compiuta da noi tutti, liberando l’Italia da una grossa vergogna».

Perché lo era davvero, una vergogna, fatta di luoghi insalubri, bambini malati, donne e uomini allo stremo. Alla vigilia, ancora, del “miracolo economico” e nel pieno della ricostruzione e dell’ammodernamento del Paese. Ho memoria di un’intervista fatta insieme ad altri a pochi chilometri da Matera. A una collega che chiedeva a un anziano di Craco, ormai Peschiera, se non fosse stato un peccato abbandonare le case del borgo antico, egli rispose, senza titubare un attimo: «e vai a viverci tu». Lui aveva ragione. Il nostro avvertire l’errore nell’abbandono regge soprattutto sul non aver patito le difficoltà dei luoghi abbandonati. Di cosa parliamo, quando riempiamo di nostalgia il nostro dire per ricordi mai vissuti? Eravamo noi i bambini che chiedevano il chinino? Noi i figli di Africo, nel ’48 per L’Europeo fotografati da Tino Petrelli e raccontati da Tommaso Besozzi? Ecco perché credo che non cogliamo il senso profondo di quel che accadde allora e dopo: perché guardiamo troppo da lontano, troppo dall’alto. Cosa che, in fondo, facciamo anche sulle tradizioni e su ciò che, non senza ragioni, ma spesso inutilmente forzando la retorica, chiamiamo “patrimonio culturale”.

Uso per chiudere le parole che, nel 1958, Ernesto de Martino poneva in fine alla Prefazione della sua monografia sulla ritualità del pianto funebre nella tradizione del Meridione italiano, e in quella lucana in particolare (E. de Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento funebre al pianto di Maria, I ed. 1958, Bollati Boringhieri, 2000, p. 5): «Per queste povere donne che vivono negli squallidi villaggi disseminati tra il Bradàno e il Sinni, non sapremmo disgiungere il nostro ringraziamento dal caloroso augurio che, se non esse, almeno le loro figlie o le loro nipoti perdano il nefasto privilegio di essere ancora in qualche cosa un documento per gli storici della vita religiosa del mondo antico, e si elevino a quella più alta disciplina del pianto che forma parte non del tutto irrilevante della emancipazione economica, sociale, politica e culturale del nostro Mezzogiorno».

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E così si penalizzarono quelli che inquinavano di meno

Nella regione in cui vivo, il Piemonte, dall’inizio del mese di ottobre sono attive alcune importanti limitazioni alla circolazione dei veicoli privati. In sintesi, parlando solamente di quelle «strutturali», cioè che valgono sempre, e non delle «emergenziali», cioè da attivare a seconda dei valori di inquinamento registrati, il comunicato stampa della Giunta regionale spiega che a Torino e in altri 36 comuni non potranno circolare «veicoli adibiti al trasporto di persone e merci alimentati a benzina, gpl e metano euro 0, i diesel Euro 0, 1 e 2: dalle 0 alle 24 per tutto l’anno, festivi compresi; veicoli adibiti al trasporto di persone e merci diesel Euro 3: blocco dal 1° ottobre al 31 marzo, dalle 8.30 alle 18.30 dal lunedì al venerdì; veicoli adibiti al trasporto persone e merci diesel Euro 4: il blocco, che avrebbe dovuto scattare dal 1° ottobre al 31 marzo, è differito al 1° gennaio 2021, dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30; ciclomotori e motocicli a benzina Euro 0: dal 1° ottobre al 31 marzo, tutti i giorni, festivi compresi, dalle 0 alle 24».

La motivazione data per il provvedimento, va da sé, è legata alla necessità di contenere le emissioni di sostanze inquinanti nell’aria. Per far questo, si dice, vanno fermati i veicoli più vecchi, meno efficienti e, di conseguenza, più inquinanti. O meglio: più inquinanti a parità di chilometri percorsi, e credo che stia lì l’incongruenza che vedo in quelle disposizioni, e forse pure l’ingiustizia. Perché è più facile che le auto vecchie, quelle con classificazioni “Euro” più basse, percorrano meno chilometri delle altre, le più nuove. È presumibile, infatti, che chi faccia 50.000 chilometri l’anno abbia un’auto più nuova della mia Croma, con cui ne faccio meno di un decimo di quelli. A chilometro percorso, davvero la mia auto consuma e inquina più di dieci volte una con classifica Euro 6? Non sono un esperto, ma, a occhio, ne dubito. Secondo le disposizioni, però, con la mia, per i pochi chilometri che faccio, avrò delle limitazioni; l’ipotetico guidatore della nuovissima auto di ultima generazione, invece, che magari ne fa tanti di più e, di conseguenza, consuma e inquina di più, no.

Chiaramente, mi si potrebbe rispondere che se io comprassi una Panda “Euro 6”, e facessi con questa gli stessi 3-4.000 chilometri che faccio con la mia attuale, consumerei e inquinerei di meno di ora. Verissimo. Così come è vero che le limitazioni valgono nei centri cittadini, e va da sé che chi fa tanti chilometri lì fa fuori da essi e chi pochi, al contrario, li percorre prevalentemente tra le vie cittadine. Vero anche questo.

Va da sé che, nella seconda obiezione, si dà per scontato che l’inquinamento si fermi in vista dei cartelli bianchi con il nome delle città, e non mi sembra si possa affermare con certezza. Ma soprattutto, e pensando alla prima, mi chiedo solamente se, nell’ipotesi di una sostituzione della mia attuale auto, il consumo e l’inquinamento complessivamente inteso per la realizzazione della nuova e lo smaltimento della vecchia siano giustificati, in uno scenario di riduzione generale, dalla differenza di impatto ambientale nell’utilizzo dell’una rispetto all’altra in considerazione dei pochi chilometri che comunque andrei a fare e che faccio.  

Ordinanze come quella piemontese in questione, a guardarle bene da punti di vista differenti, sembrano più mirate a obiettivi consumistici e supportate da ragioni industriali, che essere ispirate da schiette visioni ecologistiche. Ed è chiaramente un approccio legittimo, intendiamoci; purché non si cerchi di nasconderlo dietro altro. Un po’ come si fa aggiungendo il prefisso «green» a ogni attività e prodotto, persino quelli che, per loro natura, sono da annoverarsi fra i più inquinanti, carburanti diesel compresi.

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Anche se ci crediamo assolti

Scrive Mauro Magatti, in un bell’editoriale sul Corriere della Sera di martedì scorso: «c’è una quota crescente di persone, ormai deluse delle tante promesse tradite, che non crede più in parole come “progresso” o “crescita”. Una sfiducia che nasce dalla sensazione di non essere più all’altezza di un mondo che diventa sempre più difficile e sfidante. Che si tratti di anziani affidati alla protezione di una pensione spesso misera o di giovani poco scolarizzati che sopravvivono con “lavoretti” che non permettono di costruire alcun curriculum, la sostanza non cambia. Un senso di abbandono che fa perdere la speranza di poter avere ancora qualcosa da dire e fare in un’epoca come questa. E non senza ragione: riuscire a stare al passo della nostra società richiede un continuo adattamento che ha sì bisogno di uno sforzo personale, ma che ha soprattutto bisogno di contesti (affettivi, organizzativi, finanziari, istituzionali) che non sono certo alla portata di tutti. […] È in questo contesto che si possono spiegare i negazionismi più assurdi, i populismi più radicali e le pulsioni violente che affiorano d’improvviso un po’ dappertutto. Al fondo, cresce l’intolleranza nei confronti della stessa modernità».

Ha ragione Magatti. Ne ha anche quando scrive, in conclusione delle sue riflessioni, che se in molti scivolano verso quel «rifiuto della modernità» – con tutto ciò che a essa è connesso: scienza, tecnica, economia, infine democrazia –, diventa per tanti altri «urgente sviluppare un approccio critico capace di apprezzare i successi ma anche di riconoscere le numerose distorsioni che le nostre società super avanzate hanno prodotto e continuano a produrre. […] Senza questo approccio critico — che interpella la politica, ma anche le imprese, la scienza, la scuola, la religione — la difesa di principio di ciò che la nostra civiltà ha prodotto di buono rischia di rivoltarsi nel suo contrario». Tanti altri, quasi tutti gli altri, a pensarci bene.

Lo abbiamo visto, per eterogenesi dei fini, in questi mesi di coronavirus. La pur giusta difesa delle ragioni della scienza ha ridotto il mondo a ergere un susseguirsi di confini invalicabili come non avveniva da decenni, colpendo chi sull’attraversamento di questi campava o sperava, e le scelte di contenimento della diffusione del morbo hanno pesato più su alcuni che su altri. Gli stessi che già pativano maggiori difficoltà nel rapportarsi al mondo così come organizzato, e i medesimi che, nell’impatto della malattia, hanno dovuto fronteggiare, e continuano a farlo, pure sulla salute gli effetti peggiori e più devastanti. È un cortocircuito da cui difficilmente se ne esce, ma per il quale è doveroso impegnarsi a risolverlo.

Altrimenti, saremo noi quelli di cui cantava De André, autoconvinti d’esser nel giusto eppure, per i molti al di fuori del nostro novero, per sempre coinvolti, coautori di un’organizzazione della società da questi avvertita come vessatoria e penalizzante, e che la loro, comprensibile nell’animo quand’anche non condivisibile per modi scelti e obiettivi individuati, voglia di rivalsa punta a far saltare.

Con tutto il buono che v’è contenuto, ovviamente e purtroppo.

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Ma allora perché facciamo tanto gli schizzinosi sui soldi del Mes?

Durante le ultime settimane di lockdown, attraverso la recinzione del giardino del condominio in cui vivo, una vicina, ritornando a piedi dal supermercato verso casa sua, si ferma a salutare me e mio figlio. Dopo aver scambiato alcune battute col bambino, mi dice (mi scuseranno i piemontesi per come riporto le frasi, a sei mesi da allora): «State a casa, state a casa; e mi i ston. Prima dovevamo fare la quarantena, poi è diventata “cinquantena”: facciamoci pure la novena di Natale, e non parliamone più. Accendi il televisore, e la storia è sempre quella: state a casa. Va bin; ma vuiauti, cos i feve?». Già: cosa fate? Cos’avete fatto, da quei giorni a oggi?

Qui non sto discutendo le misure che vanno a incidere sui comportamenti individuali decise l’altro giorno, soprattutto alla luce dell’andamento dei dati sui nuovi contagi, le sanzioni previste per chi non le segue pedissequamente o i possibili (minacciati?) inasprimenti, in caso di inosservanza diffusa. No, qui mi sto chiedendo che cosa abbiano fatto davvero loro. Il Governo tutto, spiegando la necessità di un’assunzione di responsabilità comune, aggiunge che, se i contagi dovessero crescere, il sistema sanitario andrà in difficoltà. E non metto in dubbio che sia così. Ma, come la mia vicina di casa, mi chiedo: cosa avete fatto per rendere più forte quel sistema? Perché se ancora abbiamo paura che vada in crisi, forse si doveva potenziarlo meglio, incrementando le strutture per la cura dei casi più gravi e complicati, intensificando la rete e i metodi di screening; e non sono io a pensare che siano stati sottovalutati alcuni aspetti, ma uno come Andrea Crisanti, che pure il Governo pareva ascoltare e che ci informa, ora,  di come e quanto il suo piano per incrementare i test alla ricerca dei contagiati sia stato ignorato. E si potenzia, un sistema quale quello sanitario, utilizzando, per realizzare gli obiettivi precisamente fissati, tutto ciò che è utilizzabile, fondi del Mes compresi (per non dire per primi, vista la disponibilità e la consistenza).

Invece no; mesi passati fra l’autocelebrazione del presunto “modello italiano” e, contemporaneamente, il girare per i tavoli di Bruxelles a chiedere solidarietà e, chiamiamo le cose col loro nome, soldi. Roba che uno si domanda dove stia la verità. Cioè, se siamo stati i più bravi, stiamo meglio degli altri, e gli altri, ça va sans dire, stanno peggio di noi: perché, quindi, si cerca aiuto se si sta meglio e come potrebbero, quelli che stanno peggio di noi, darcelo? Oppure, al contrario, siamo messi malissimo, e ci servono soldi e ci servono subito: di conseguenza, accediamo a questa strabenedetta linea di credito dedicata per le spese sanitarie direttamente e indirettamente collegate alla pandemia da coronavirus del fondo salva-Stati, da cui sono state pure eliminate le condizioni che spaventavano ai tempi in cui vi si accedeva per altri motivi e del quale sono state favorevolmente riviste le condizioni, e usiamoli presto e usiamoli bene.

Però, di tutto questo si tace, dal piano nobile di Palazzo Chigi. Si sono fatti videomessaggi in notturna, così da tener sempre e meglio alta la tensione, immagino, in un periodo già per nulla rassicurante, si è vestito il volto terreo della serietà che sempre porta chi vuole incutere il timore dell’autorità, difettando d’autorevolezza, si lanciano ora appelli alla responsabilità, perché si capisca subito che, qualora qualcosa vada male, la colpa sarà da cercarsi nell’agire quotidiano dei governati, non nelle disposizioni emergenziali dei governanti.

C’è tuttavia un punto che pare sfuggire ai rappresentanti dello Stato e del suo governo. Quando si chiede responsabilità agli altri, bisognerebbe dimostrarne altrettanta, e non solo indossando le mascherine a favor di telecamera o nella propria foto sul profilo social. Se ci sono difficoltà alle spalle dell’importanza di quelle che abbiamo tutti vissuto e si teme che possano essercene altre davanti, potenzialmente non meno pericolose e dure, allora si mette in campo ogni forza che si ha e si può avere; non certo si lesinano mezzi perché uno dei due contraenti del patto di maggioranza teme di perdere qualche punto nei sondaggi o alle elezioni.

Eventualità, quest’ultima, peraltro già ampiamente e comunque concretizzatasi.

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