Per anni il calo demografico italiano è stato raccontato quasi esclusivamente come una questione culturale o morale. Si parlava della crisi della famiglia, dell’individualismo, della precarietà sentimentale, della perdita di fiducia nel futuro. Oggi, invece, la demografia entra stabilmente dentro il linguaggio dell’economia.
Secondo un’indagine presentata dall’ABI, senza interventi strutturali, l’Italia potrebbe arrivare nel 2050 con un PIL inferiore di oltre il 18% rispetto a uno scenario di popolazione stabile. Nel 2080 la perdita potrebbe superare il 30%. Il dato impressiona, ma non dovrebbe sorprendere. Da anni la questione demografica non riguarda più soltanto il numero delle nascite. Riguarda la forma stessa della società italiana: la sua capacità di immaginare il futuro, di distribuire popolazione e lavoro sul territorio, di mantenere in equilibrio welfare, servizi e struttura produttiva.
Nel report dell’ABI c’è un passaggio particolarmente significativo: la popolazione in età lavorativa scenderebbe dall’attuale 67,3% al 58,2% entro il 2050. Contemporaneamente, cento persone attive dovrebbero sostenere quasi 72 persone tra giovani e anziani, contro le 49 di oggi. È qui che il tema demografico smette di essere un problema “settoriale” e diventa un problema di sistema.
Per molto tempo il dibattito pubblico ha trattato la denatalità come un incidente temporaneo dentro una società che continuava comunque a pensarsi in crescita. Oggi sta accadendo qualcosa di diverso: il restringimento demografico sta diventando l’ambiente normale dentro cui il Paese organizza sé stesso.
Il dato più impressionante non è tanto la diminuzione della popolazione, quanto la normalizzazione della diminuzione stessa. Una società che lentamente si abitua a essere più piccola. È questo, a mio parere, il vero punto politico e culturale della questione. Le scuole che chiudono nei piccoli comuni. I paesi che perdono abitanti anno dopo anno. I giovani che si spostano verso poche grandi aree urbane o direttamente all’estero. Le aree interne trasformate in territori intermittenti, vivi solo in alcune stagioni o nei fine settimana. Intere porzioni del Paese che smettono lentamente di essere luoghi in cui costruire una vita stabile.
Non è un caso che molte delle zone più colpite dal calo demografico coincidano con quelle già colpite dalla fragilità economica e dalla dipendenza crescente dal turismo. E un territorio che perde abitanti, lavoro stabile e servizi non si rigenera automaticamente attraverso l’economia turistica. Il turismo può riempire temporaneamente gli spazi. Più difficilmente riesce a ricostruire forme stabili di vita collettiva.
Per questo il report ABI è importante: perché traduce finalmente nel linguaggio economico qualcosa che sociologicamente e territorialmente è già visibile da anni. Il calo demografico non è soltanto meno bambini. È meno forza lavoro, meno contribuenti, meno domanda interna, meno equilibrio territoriale. È una compressione lenta della capacità collettiva di produrre futuro.
E tuttavia c’è un paradosso. Lo stesso sistema economico che oggi denuncia gli effetti della denatalità continua spesso a produrre le condizioni che la alimentano: salari bassi, precarietà abitativa, lavoro instabile, servizi insufficienti, costo crescente della vita urbana. Una società in cui l’accesso alla casa diventa sempre più difficile, dove trovare un lavoro che garantisca, come recita la Costituzione italiana (art. 36), «una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» è per molti un obiettivo sempre più remoto, finisce inevitabilmente per comprimere anche la possibilità di costruire continuità affettive e familiari.
La denatalità, allora, non è soltanto la causa di una futura crisi economica. È anche il sintomo di una crisi già presente. L’ABI individua quattro possibili leve, per superare l’impasse che stiamo vivendo: giovani, donne, laureati e migrazioni regolari. Ma tutte queste leve rinviano, in realtà, a un’unica domanda: che tipo di società vuole essere l’Italia nei prossimi decenni?
Perché una società che rende difficile ai giovani restare, alle donne lavorare stabilmente, ai laureati trovare spazio e agli immigrati integrarsi, non sta semplicemente commettendo errori di politica economica. Sta restringendo progressivamente la propria base futura.
E forse il punto più profondo è proprio questo. La demografia non riguarda soltanto il numero delle persone. Riguarda il rapporto di una società con il tempo. Una società che smette di investire sul lungo periodo finisce anche per smettere di produrre lungo periodo: meno figli, meno progettualità, meno fiducia, meno continuità collettiva. Per questo il dato più impressionante non è che l’Italia perda abitanti.
È che sembri essersi lentamente adattata all’idea di diventare una società più piccola.