Qualcuno scoprì che l’Emilia non era occupata

Il risultato più atteso delle elezioni amministrative di domenica scorsa era sicuramente quello emiliano. Non perché la Calabria fosse meno importante, ma era su quello di Bologna e città sorelle che gli sguardi dei commentatori politici della nazione si erano focalizzati. Come mai solo lì? Beh, perché, in questo, Salvini ha vinto: ha dettato lui l’obiettivo, e gli altri lo hanno seguito. Superandolo, purtroppo per lui e meno male per noi.

Della Calabria, a quello del Papete, come a ogni leghista che si rispetti, interessa poco meno di nulla (e quando se ne ricorderanno anche quelli che lo votano a sud del Rubicone sarà sempre troppo tardi). Inoltre, lì la candidata, Jole Santelli, era ed è berlusconiana, e di certo lui non voleva tirarle la volata. Fra Rimini e Piacenza, invece, aveva una sua persona di fiducia, tanto di fiducia che a stento, oggi, ce ne ricordiamo il nome. Questa regione, lui l’ha percorsa in lungo e in largo, piazza per piazza, citofono per citofono. All’ombra della Sila, in pochi l’hanno visto, nonostante quello sia pure il suo collegio senatoriale. Peccato: sarebbe stato simpatico vederlo girare per San Luca e suonare ai campanelli dei Nirta, dei Pelle, degli Strangio, dei Romeo o dei Giorgi. Ma lui no, a lui interessava solo l’Emilia, tanto da volerla «liberare», quasi fosse militarmente occupata. Così non era, così non è stato.

L’Emilia Romagna rimane amministrata, e bene, dal centro sinistra. Lo stesso che l’ha amministrata da che esistono le Regioni e che, evidentemente, l’ha aiutata a diventare una delle realtà più efficienti e funzionanti del nostro Paese, con livelli di disoccupazione da Germania e un Pil pro-capite fra i più alti del continente. Da cosa, precisamente, si sarebbero dovuti liberare? Appunto; hanno votato per quello che vedevano, e il tentativo del tizio col Mojito ha sortito solamente l’effetto di mobilitare tutti quelli a cui stava simpatico come l’orticaria a recarsi ai seggi.

Nonostante tutto ciò, quel voto ha un carattere nazionale. Proprio per colpa sua, ora ci dice che non è necessario che lui debba vincere ovunque, e la sinistra non necessariamente deve arrendersi prima di giocare, che il centro destra non è per forza a trazione leghista, dato che ha vinto nel posto dove la Lega è pesata meno, e che le parabole politiche dei personaggi che questa fanno di mestiere sono ormai così rapide che difficilmente si riesce a star loro dietro.

Da questo punto di vista, quella dei cinquestelle è durata persino tanto. Il primo V-day, a Bologna, ci fu nel lontano 2007, e cinque anni dopo, a Parma, il movimento fondato da Beppe Grillo prese il suo primo sindaco importante. Oggi, in quegli stessi territori, i pentastellati quasi spariscono, fermandosi a percentuali intorno al 3-4%. Ciò determinerà maggiore instabilità per il Governo Conte, dove, nei fatti, politicamente potrebbero diventare lo junior partner nell’alleanza con un Pd in crescita? Non so, ma direi di no.

Proprio questi risultati al lumicino, secondo me, toglieranno le velleità minatorie alle truppe che furono grilline. Con scenari fatti vaticinando nelle viscere degli esiti ultimi, quanti credete possano essere invogliati, in quelle schiere, a far cadere tutta la baracca e condannarsi a prossime elezioni nelle quali, ad andar bene, torneranno in parlamento un quarto di quanti sono adesso? Ecco, appunto: tireranno a campare, per non tirare le cuoia.

Adesso, tutt’al più, sta al Pd dimostrarsi diverso e migliore di quel che finora abbiamo visto.   

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All’abominio si arrivò “normalmente”

Che giorno sia oggi, lo sappiamo tutti. Quello che è stato, quello che è. I lager ci sono ancora, dall’altra parte del Mediterraneo. Gli ebrei hanno ancora paura, in questa parte di mondo. Il diverso è sempre perseguitato, di volta in volta per categorie differenti, e da molte parti, alcune delle quali, vittime a loro volta di altre persecuzioni. Il male assoluto di Auschwitz non è stato ripetuto; la via che si percorse per arrivarci, invece, è troppo e da troppi spesso praticata.

No, non è oggi il giorno in cui si commemorano le vittime nella colpevolizzazione dei criminali. È quello, al contrario, in cui ci si ricorda della “normalità” che all’abominio condusse. Con le parole di uno bravo storico (István Deák, Europa a processo. Collaborazione, resistenza e giustizia fra guerra e dopoguerra, Il Mulino, pagg. 258-259): «L’aspetto peggiore di tutto questo fu il crollo dei valori di compassione e umanità che sembrò travolgere l’intera Europa. Non solo gran parte degli europei si mostrarono indifferenti al destino dei loro fratelli ebrei, rom, sinti, dissidenti o omosessuali, ma milioni di loro parteciparono attivamente alla loro caccia o quanto meno trassero vantaggio dalla loro rimozione sociale e dalla loro eliminazione. È vero che ci furono anche molti che rischiarono la loro vita per proteggere le vittime della persecuzione: aristocratici, intellettuali, suore, sacerdoti, poliziotti, e quella vasta categoria di quelli che a vario titolo rifiutarono di adeguarsi ai codici della società “normale”. Nondimeno, i più autentici esemplari dell’europeo medio restano i poliziotti norvegesi che prontamente consegnarono i loro connazionali ebrei alla Gestapo, i burocrati olandesi che diligentemente stilarono precise “liste di ebrei” a uso degli occupanti nazisti, e i medici e le ostetriche ungheresi che risposero senza esitazione all’invito delle autorità a presentarsi – ovviamente dietro promessa di un compenso straordinario – alle stazioni di partenza dei convogli di deportati per ispezionare le parti intime delle donne ebree alla ricerca di gioielli nascosti. Né dovremmo dimenticare le compagnie ferroviarie statali, che trasportarono gli ebrei e altre categorie di deportati verso i campi di concentramento e di sterminio dell’Europa dell’est applicando tariffe per gruppi turistici ai prigionieri ammucchiati dentro vagoni bestiame. Ci si chiede quanti macchinisti – se ce ne furono – si finsero malati per non dovere trasportare il loro carico umano verso un campo di concentramento o di morte.
Nonostante tutta la propaganda postbellica francese di segno opposto a uso turistico, dovremmo ricordarci che con ogni probabilità i poliziotti parigini che aprirono il fuoco sui soldati tedeschi nell’agosto 1944 erano gli stessi poliziotti che nel luglio 1942 avevano ammassato come animali da macello donne e bambini ebrei dentro il Vélodrome d’Hiver prima del loro trasporto ad Auschwitz. E mentre questo accadeva, milioni di parigini continuavano nelle loro faccende di ogni giorno. Un po’ più di compassione e umanità nei confronti delle vittime non avrebbe comportato grossi rischi. Nessun poliziotto francese fu imprigionato o giustiziato per non essersi presentato in servizio il giorno fissato per la deportazione degli ebrei. Sappiamo inoltre, per inciso, che le SS e gli agenti di polizia tedeschi potevano esonerarsi dal partecipare alle fucilazioni di massa di ebrei e rom nei territori conquistati dell’Europa orientale. Pure, solo un’esigua minoranza di questi uomini si avvalsero di questo privilegio, e alcuni confessarono più tardi di essersi vergognati del loro comportamento “poco cameratesco”. Compassione e umanità furono qualità davvero rare durante la Seconda guerra mondiale, una delle più immani tragedie che l’umanità abbia mai inflitto a se stessa».

E qui non fu diverso, se si pensa a quanti, anche fra chi poi diventò fervente oppositore del regime e del nazifascismo, si trovarono a non dire nulla contro i provvedimenti di allontanamento dalla vita pubblica, le esclusioni, le vessazioni a cui gli ebrei, prima di essere instradati verso lo sterminio fisico, furono sottoposti. Quando gli stessi silenti non trassero direttamente vantaggio da quelle segregazioni perpetuate sull’altare di un «prima gli ariani» che al tempo riempiva le piazze, e che, a pensarci bene, non è tanto differente dagli slogan che ancora in quelle si sentono risuonare.

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Il razzismo e la gogna: prima o poi, siam tutti vittime

Non è stata ovviamente una scelta casuale, quella del campanello a cui suonare, nel quartiere Pilastro, a Bologna. Non tanto perché indicata direttamente da una simpatizzante del suo partito; anche, chiaramente, per il cognome lì scritto. Se gliene fosse stato proposto uno con un nome italiano, meglio ancora, padano, difficilmente, credo, Salvini avrebbe suonato in diretta video. No, non è solo una questione di reati commessi o di princìpi violati, dalla privacy alla diffamazione, passando per la calunnia e la presunzione d’innocenza, di cui non farò l’elenco e per i quali ci sarà chi meglio di me potrà parlare; il problema principale, è un altro. E ha due nomi: razzismo e gogna.

Razzismo, sì, perché, come dicevo, non è fortuita la circostanza per cui la famiglia a cui si è citofonato fosse straniera, nordafricana. Al contrario, è una decisione funzionale a un racconto, che tutti conoscete, perché più volte ascoltato dalla sua stessa voce. E gogna, perché, pure nell’ipotesi in cui realmente si fosse individuata l’abitazione di uno spacciatore per denunciarlo, farlo in quel modo non serviva affatto ad assicuralo alla giustizia, ma per metterlo in piazza, per scrivere sulla sua porta «qui abita un colpevole», per legarlo al palo del disprezzo e della vergogna pubblica, appunto. Oggi è toccato a loro, e in molti non avete detto nulla. Domani però potrebbe toccare a chiunque di noi e di voi. «Qui abitano dei mafiosi?», potrebbe chiedere qualcuno suonando a un citofono sospettato solo attraverso un cognome meridionale. «Qui abita un ladro?», potrebbe chiedere un altro, suonando a casa di un commerciante o un artigiano condannato per evasione fiscale. «Qui ci sono 49 milioni di euro», potrebbe chiedere (come ha fatto il consigliere regionale lombardo del M5S Dei Angeli, per quanto con innegabile gusto per la provocazione) un esponente politico suonando alla sede di un partito rivale, o inscenando in strada un coretto da stadio, con tanto di lancio di spiccioli, e pure questo abbiam già visto.  

Continuatelo voi, l’elenco. Ma sappiate fin da subito che, prima o poi, tutti ci finirete dentro comunque, anche solo per quello che siete, per luogo di nascita, colore della pelle, foggia degli occhi o del naso, che è poi il primo, e principale, motivo per cui è stata scelta quell’abitazione bolognese e non un’altra.

E sì, so che quel sentire che ha accompagnato plaudendo la barbarie al portone è maggioritario nel Paese. Proprio per questo, qui e altrove, non mi stancherò mai avversarlo. Se fosse quello di una minoranza ininfluente, potremmo sorvolare; al contrario, se questi sono capaci di determinare le sorti della nazione, vanno combattuti. Per evitare di dover tutti combattere, compresi loro, contro mostri peggiori e ben più feroci che, con quei modi di fare e lasciandoli fare, potrebbero evocare e richiamare in vita.

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Del sapore classista di alcune decisioni

Non sono uno scienziato, né tantomeno esperto di problematiche connesse con l’inquinamento, i livelli di polveri sottili e le relative cause con tanto di possibili rimedi. Inoltre, sono pure poco competente in fatto di motori, se non per quello che concerne l’uso da “autista della domenica” che faccio della mia auto. Di conseguenza, non mi avventurerò in analisi e proposte dettagliate a riguardo. Una cosa, però, mi sento di dirla. Anzi, più che altro sento proprio colpirmi con tutta la sua violenza, reazionaria, direi. Mi spiego meglio.

A giudicare da alcune ordinanze comunali, parrebbe che la mia vecchia Croma inquini di più, e molto, di una nuova, lussuosissima Phantom, una Panda diesel di qualche anno più di una fiammante Bentley appena uscita dal concessionario. Questo, almeno, a giudicare dal fatto che, a seguito di quelle stesse disposizioni, io o l’ipotetico possessore di quell’utilitaria Fiat non potremmo circolare, pena l’innalzamento dei valori di PM10, mentre gli ideali abbienti proprietari di quelle auto che in alcune regioni farebbero provincia, sì. Se l’approccio ideologico fosse consentito, ci vedrei una punta di pregiudizio sociale.

Ovviamente, immagino che non sia così come m’appare. Però. Però, dicevo, rimane il fatto che la libertà di movimento di chi ha un’automobile di 15 anni d’età e dal valore di mercato poco più che simbolico è nei fatti limitata, quella di chi possiede mezzi che costano più di un paio d’appartamenti in periferia non viene nemmeno intaccata.

Chissà, forse è vero: le nostre vecchie auto, semplicemente, puzzano, pardon, inquinano di più.

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In quella piazza bolognese, un monumento a quanto è stato dimenticato

«È una questione di pieni e di vuoti», scrive Ezio Mauro nel suo editoriale di ieri. E continua: «C’era evidentemente un vuoto, in mezzo alla politica italiana, che improvvisamente si sta colmando […]. Quel vuoto era prima di tutto fisico, materiale. Nessuna voglia di mettersi in gioco, contendere lo spazio dell’agorà nella discussione pubblica, uscire di casa e tornare a competere […]. Il risultato numerico, inevitabilmente, era l’astensione in crescita vertiginosa a ogni elezione: una rinuncia a partecipare che anticipava il grande rifiuto generalizzato che diventerà l’anima trionfante dell’antipolitica. Perché il vuoto, com’è chiaro, era soprattutto politico. Riempito da partiti, naturalmente, e meno male: ma disertato dalle culture politiche, quelle che fanno muovere le bandiere, danno un’identità riconoscibile alle forze in campo e nobilitano gli interessi legittimi che queste forze rappresentano, in una visione generale del Paese e addirittura del mondo».

In conclusione del suo ragionamento, l’ex direttore di Repubblica spiega anche come, accanto alla naturale capacità di attrazione data dallo spontaneismo e dalla gratuità che anima i leaders del movimento delle sardine, «Il pieno della piazza di Bologna, domenica, non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato insieme, anzi prima, un tentativo di mettere in campo un pensiero alternativo a quello dominante […]: una sorta di ecologia del pensiero, la testimonianza che un’alternativa culturale è già in campo perché un’altra mentalità è possibile, con una diversa gerarchia di valori e dunque con una differente scala di priorità». In pratica, ci dice, quella piazza, oltre che epifania di un movimento, era, ed è, pure monumento alle dimenticanze della politica istituzionale, dei partiti, alla loro colpa nell’aver lasciato andare e perdersi quanto avevano di più importante: le loro culture politiche e sociali, i loro ideali e valori, le loro ideologie.

Sì, le ideologie. Rifiutate nel discorso politico (perché in quello economico e sociale sono invece vive e vegete) fino a renderne impronunciabile lo stesso nome, esse sono state un po’ tutte avversate e combattute. Parificate nel portato dalla comparazione degli errori commessi, se ne sono squalificate le proposte e rese vane le aspettative. Quello che al loro posto è arrivato, invece, è stato lo schiacciamento sull’immediato, sulla contemporaneità, sul qui ed ora senza prospettiva alcuna.

La politica, così, è diventata governo, amministrazione, gestione; i partiti, strumenti per renderla possibile in quei termini. Punto. Infatti, nel pubblico dibattito che ha sostituito il discorso, a un movimento, come quello delle sardine, che parla di cultura ed etica nella visione, nel linguaggio e nell’azione, non si chiede quali pensieri abbia e da quali idee e valori muova (cose che ha peraltro ampiamente spiegato e detto), ma semplicemente se abbia un programma esecutivo per risolvere questa o quella questione emergente, dai problemi per una fabbrica in crisi alla gestione delle chiusure nel traffico nei giorni di elevati livelli di PM10. Tutto qui; come se i democristiani avessero combattuto la narrazione alternativa dei comunisti imputando loro l’assenza di un progetto dettagliato per la riforma delle casse mutue (che probabilmente, va detto, gli sarebbe stato presentato in tempi brevi).

Nella visione di Mauro, che condivido, questo vuoto di pensiero chiaramente non nasce oggi, e non è solo al modo brutale del sovranismo da raccatto elettorale che quelle piazze rispondono. Scrive ancora l’ottimo commentatore che la condizione di «sterilità culturale» in cui i partiti, per propria rinuncia a essere altro, si sono cacciati, li ha costretti «a vivere nell’estemporaneità, nell’improvvisazione, nell’effimero e nel contingente, formulando posizioni labili, dichiarazioni reversibili, affermazioni usa e getta, che non durano oltre lo spazio dell’occasione. La conseguenza quasi inevitabile è che l’azione sostituisce l’idea, il gesto prende il posto dell’atto politico e la forza sembra diventare il surrogato di una politica debole, dando l’illusione di soppiantarla. Tutto questo ha dato forma, negli ultimi anni, a una espressione politica conseguente, come non l’avevamo mai conosciuta. Semplificata, irrigidita, ristretta e nello stesso tempo urlata, esagerata, appunto feroce. Ridotta all’osso, in declinazioni primitive e binarie, che non raccolgono la complessità dei tempi: vecchio e nuovo, noi e loro, dentro e fuori. Producendo pratiche politiche elementari nel loro massimalismo: rottamazione, esclusione, respingimento, con le forbici e la ruspa disegnate come simbolo impoverito e agguerrito del presunto cambiamento».

Insomma, ben vengano le sardine, ma che pena esserci arrivati.

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Ma noi ce la prendiamo con chi ha ancora meno

Come ogni anno alla vigilia del World Economic Forum di Davos, l’Oxfam ci informa sullo stato delle disuguaglianze nel mondo. E come da un po’ troppo tempo accade, anche questa volta il network di Ong ci dice che queste aumentano. In particolare, si legge fra i numeri raccolti fino alla metà dell’anno scorso, poco più di duemila superricchi detengono un patrimonio superiore a quello dei 4,6 miliardi di abitanti più poveri del pianeta. Fate voi.

Pure nella parte ricca del globo la diseguaglianza aumenta. Per stare alle dinamiche di casa nostra, ci dicono i dati fissati al 2019, l’1% più ricco della popolazione detiene, da solo, più del patrimonio posseduto dal 70% dagli italiani. La cosa curiosa, però, è che in quel 70%, in tanti, troppi, non sono interessati a ridurre la disuguaglianza verso quell’1%, ma pronti ad accrescerla fra loro e gli altri decili ancor meno fortunati nella stessa quota, o con quelli che potrebbero arrivare a farne parte. Per dirla diversamente, invece che pretendere dalla quota più ricca una maggiore contribuzione al benessere collettivo, ci si schiera dalla parte di questa, per proteggere i suoi patrimoni e far argine alle richieste di chi sta peggio, nella paura, fomentata e sostenuta dai più abbienti, che questi possano mettere a rischio il proprio stile di vita, reale o immaginario che sia.

La tristezza dei tempi che ci tocca vivere è tutta qui. O forse, e peggio, non è nemmeno solamente di quest’epoca. Il consenso per i fascisti che «mettevano in riga» quei bolscevichi, cos’era, se non il nonno di quello che chiede «ordine e sicurezza» contro la presenza di disperati nel mondo in cerca di un futuro migliore per i loro figli? E l’operaio che si disse resistente contro quell’avo reazionario, non si precipitò a dare del «terrone» a chi arrivava nella sua stessa fabbrica, al suo medesimo lavoro, festeggiando il proprietario di casa che a questi non l’affittava? E non è forse così nei diversi luoghi e negli altri secoli a cui potremmo pensare?

Una differenza, che è poi quella sostanziale, la fa l’ideologia. Che può spingere sul quella paura, alimentarla soffiandoci sopra, per dare al padrone la sicurezza nei suoi averi e alla gente degli sgherri in camicia nero-bruna per farli sentire protetti, purché stiano nei ranghi e non chiedano più di quello che il paternalismo vuol dare. O che può, al contrario, mettere insieme le istanze di quelli che non sono tra i più facoltosi, organizzare e farle agire per ottenere redistribuzione della ricchezza e giustizia sociale, e dar così senso compiuto alla parola «libertà».

Già, l’ideologia. Ma se lo dici adesso, nessun occhio brilla più.

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E la working class si scoprì conservatrice

​Ne parlavo tempo fa con un amico, a proposito del voto in UK. Personalmente, ho una conoscenza diretta solamente di Londra, che non è proprio l’Inghilterra profonda, diciamo. Per questo, a lui che girava durante le elezioni per il nord est inglese, chiedevo se non pensasse che quanto quelle elezioni evidenziavano non fosse il sintomo della rinuncia, annosa, della sinistra e dei suoi partiti a farsi pedagoghi il problema? 

La working class, era la sintesi del mio ragionamento, non è progressista per natura. Anzi, come tutte le classi, naturalmente è conservatrice (o almeno lo diventa nei tempi in cui ha qualcosa in più da perdere, oltre alle proprie catene), in quanto, appunto, mira a difendere quel che ha, a conservarlo, prima e più di giocarselo nel sogno dell’avvenire. Ora, difronte alla paura di veder sfumare quel che si pensava eterno, vota chi dice di difenderli da quanti, sempre in quella retorica, li minacciano. Di qui, i voti a Johnson nelle ex roccaforti labour, a Trump nelle contee e negli Stati della Rust Belt, a Salvini nelle Stalingrado dell’operaismo italiano.

Il mio interlocutore, poi, aggiungeva una parte importante al ragionamento, facendomi notare come l’elettorato labourista urbano, londinese e non solo, non fosse quello dei Parioli, del centro storico italiano, alto borghese e chic, ma composto di laureati che faticano a far quadrare i conti fra stipendi e costi della vita e che sono messi alle corde da affitti alle stesse e stremati dalla necessità, per vivere e lavorare, di sottoporsi quotidianamente a trasferimenti lunghissimi. In pratica, una working class anche questa, ma di natura e possibilità diverse da quella del nord.

Un’osservazione che, pensandoci meglio, conferma in un certo senso quanto pensavo. I più giovani e meno organizzati lavoratori cittadini votano oggi con uno spirito progressista maggiormente definito, rispetto ai lavoratori del vecchio mondo fordista che ancora si esprimono nelle urne. Probabilmente perché, di questi, quelli hanno meno da perdere; di sicuro, perché i primi, rispetto ai secondi, non hanno un passato a cui pensare di poter riandare, votando, ancora o per la prima volta, «la sicurezza, la disciplina».

Quello che però temo che sia il problema della sinistra oggi è di natura differente rispetto a quanto spesso si legge a riguardo. Siamo abituati da tempo a sentir dire che le forze progressiste sbagliano nella loro azione politica perché non più capace di intercettare i sentimenti dell’elettorato a cui guardano. Se questo è, lo è solo in parte, e non in quella, a mio giudizio, più importante. Non devono, quei partiti, inseguire istinti e pulsioni pur di guadagnare voti. Se sostituissero la loro narrazione (che va sostituita) con quella dei vari Salvini, Trump, Johnson, potrebbero guadagnare voti (e anche questo è da provare, dato che gli elettori potrebbero scegliere ancora gli originali, più credibili nel fare la faccia feroce), ma non avrebbero comunque raggiunto il loro scopo.  

Dire ai lavoratori di un tempo o a quelli di oggi «il mondo non è più come era nei trenta gloriosi per colpa dell’emigrazione incontrollata che ti pone accanto concorrenti scorretti e senza regole: votami, e ridurrò questa aumentando le tue possibilità di stare meglio, di avere miglior accesso ai servizi e ai posti di lavoro», alla destra porta voti. E forse persino alla sinistra, se dovesse attuare un racconto siffatto. Ma il mondo che quelle parole disegnano non è un mondo progressista, anche se a vincere nelle urne fosse il più rosso dei partiti.

Quello che a sinistra non si fa più, che noi non facciamo più e che invece dovremmo ricominciare a fare, è spiegare un mondo diverso, tutti i giorni, in tutti i luoghi. Insegnare che la minaccia non è il povero concorrente con noi, ma chi, della concorrenza, ha fatto sistema. I resistenti operai torinesi e milanesi si scoprirono, negli anni ’50, razzisti contro i terroni accusati di rubar loro il lavoro, così come oggi le roccaforti labour si scoprono chiuse – su base etnica e nazionalistica – ai migranti economici del sud e dell’est Europa. Ma mentre allora i partiti, i sindacati e persino le parrocchie di quella Chiesa votata al sociale si fecero scuola di un racconto diverso, dove l’altro era compagno, e non competitore, noi oggi oscilliamo fra una piena accettazione dello status quo e una mera opposizione di facciata, tipo il “patriocostituzionalismo” che qualcuno adotta come nome di partito. 

È un pensiero, quello che accenno in queste righe, ancora solo abbozzato e che avrebbe bisogno di tempo che non ho trovato e di competenze che non ho mai avuto per vedere la luce in forma finita e in bella copia. Però credo che l’operaio leghista di Brembate e quello tory di Blyth Valley, in fondo, votino ed esprimano il loro consenso allo stesso modo per ragioni non diverse. «Ed è una morte un po’ peggiore».

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Lo strano caso del Craxi “sovranista”

L’altra sera sono andato a vedere Hammamet. Ora, io di cinema ne capisco davvero poco e questa qui, come è ovvio che sia, non è una recensione del film. Dico solo che mi sarebbe piaciuta un po’ più di storia sul periodo e sulla figura di Craxi, ma forse non è il tipo di film che sarebbe piaciuto agli altri. Inoltre, non capisco la ricerca ossessiva, attraverso il trucco, della somiglianza dell’attore al personaggio interpretato, ma sarà perché ho amato le trasposizioni sullo schermo fatte nella stagione in cui, ai volti della storia, prestavano il viso uomini come Gian Maria Volontè. Ciò detto, il film, per me, non è male.   

M’incuriosisce, però, in tempi di storia a fumetti, il fioccare di apprezzamenti “sovranisti” per il Craxi della notte di Sigonella. Ovviamente, ne sono contento, anche perché pure a me son sempre piaciuti i politici che fanno rispettare i diritti, persino, se non principalmente, perché son questi a essere messi in discussione, quelli di chi è sospettato di gravi reati. Mi chiedo solo cosa direbbero mai i nuovi sedicenti patrioti, se oggi il governo italiano si rifiutasse di consegnare all’amministrazione americana un sospetto terrorista – al momento della richiesta Usa, esclusivamente per loro –, prima che la stessa produca prove circostanziate in merito alle accuse, e lo lasciasse partire alla volta di uno Stato comunista. Soprattutto se successivamente si dovesse scoprire come il medesimo sospettato sia effettivamente colpevole, tanto da essere poi condannato (in contumacia, proprio perché non più reperibile dopo quella fuga da Roma) dalla giustizia italiana all’ergastolo.

Dico che ne sarei curioso, ma solo come ipotetico esercizio intellettuale. Nella realtà, infatti, so bene quello che accadrebbe, e sinceramente, del rutto in tweet d’un barbuto apprezzatore di cocktail caraibici o delle urla sgraziate in tv di una qualche leader di quartiere, figlia degli stessi che, contro Craxi, lanciavano monetine e assurta a maître à penser per un complessivo e apparentemente irrimediabile crollo della qualità generale dei competitori possibili, ne faccio volentieri a meno.

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Sul secondo, opportuno, necessario, referendum scozzese

Scrive sul suo profilo Twitter il deputato dello SNP Alyn Smith: «Can you imagine the brexiter reaction if anyone in Brussels had said no, you can’t have a referendum? Fair’s fair now, let’s be serious. Scotland has a right to choose or else the UK cannot possibly be sustained». Se vi basta la mia traduzione, il cinguettio suona più meno così: «Riuscite a immaginare la reazione di un brexiter se qualcuno a Bruxelles avesse detto: “no, non puoi avere un referendum”? Quel che giusto è giusto, siamo seri. La Scozia ha il diritto di scegliere, altrimenti l’UK (inteso come concetto, non tanto come mera realtà politica, ndt) non può essere sostenuto».

Dice in pratica Smith che se gli scozzesi non avranno la possibilità di scegliere nuovamente se restare o meno nell’UK, in virtù delle modificate condizioni che la Brexit determina (va ricordato, infatti, che una forte influenza sul voto nel referendum del 2014 la ebbe la promessa che tutta la Gran Bretagna tutta – più isole del Nord e Ulster, off course – sarebbe rimasta all’interno dell’UE), a loro poi non si potrà chiedere di sostenere convintamente la stessa unità del regno. Se è un’imposizione, insomma, alla Scozia potrebbe non andar bene. E la Scozia, in questo (e in altro, va detto), ha ragione.

Come ne ha la Cataloga, o ne avrebbero, se mai lo chiedessero davvero e a maggioranza volessero di esprimersi sulla propria indipendenza, il Sudtirolo o il Galles, le Fiandre o la Corsica. Ma la domanda che, al posto di Smith, mi sento di fare invece io è: cosa dirà Bruxelles? Cioè, che dirà l’Unione europea agli scozzesi? Cosa diranno i suoi leaders nel caso in cui questi davvero decidessero di lasciare l’UK, mandandolo evidentemente in frantumi? Chiuderanno la porta per non disturbare Her Majesty the Queen all’ora del tè? O lasceranno quella «light on» che, in un appassionato intervento al parlamento europeo, lo stesso Alyn Smith chiedeva, con tanto di bandierine scozzese ed europea incrociate nella spilla all’occhiello della sua giacca?

Ecco, per citare il Bardo, that is the question.

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Se nessuno brama per andarci, una ragione deve pur esserci

«Ma secondo te, si sta davvero così male come dicono, in Corea del Nord? O non è tutta e solo propaganda, tipo quella che per anni ci ha disegnato l’Est Europa come un posto buio e ai limiti della vivibilità, mentre oggi scopriamo fenomeni quali la ostalgie da parte di quelli che lì hanno vissuto? Non potrebbe essere il frutto di un racconto interessato, e spinto da Stati Uniti e Corea del Sud?». Potrebbe, per carità; ma ne dubito.

Non so, forse perché a conoscenza dei miei sentimenti per Seul, o perché immaginava che esserci stato dappresso desse qualche conoscenza migliore su quanto accade a nord del 38° parallelo in quella penisola, un mio amico qualche giorno fa al bar mi ha fatto quella domanda. Ora, io di quello che succede a Pyongyang ne so quanto se ne può leggere in giro, e aver visto dai binocoli della DMZ il pennone di Kijŏng-dong non dà molte informazioni a riguardo. Però, un’idea me la sono fatta partendo da una considerazione semplice, direi naturale, per me che di razza migrante son sempre stato: se nessuno smania per attraversare con l’alba a illuminare da destra il “ponte del non ritorno” (che si chiama così perché nemmeno i prigionieri nordcoreani volevano la liberazione, se il prezzo era il ritorno sotto il regime dei Kim), una ragione dovrà pur esserci. Così come per il fatto che spesso, e in tanti, provano a fare il contrario.

È un po’ quello che ho risposto al mio amico, anche ricordandogli ciò che succedeva in questa parte del mondo, all’epoca delle frontiere in filo spinato e del muro berlinese: non ricordo nessuno saltarle a rischio di prendersi una fucilata alle spalle, oltre alla luce del tramonto che avrebbe, nel farlo da qui a lì, allungato l’ombra dell’ipotetico saltatore. Nell’altro verso, invece, solo le pallottole del patto di Varsavia e la fantasia di quanti vi si cimentavano ponevano un limite ai tentativi.  

Poi, per carità, qualche intellettuale occidentale dissidente che preferiva la luce di Alexanderplatz alle ombre del Tiergarten c’era di certo ai tempi di Ulbricht o di Honecker, ma i comuni tedeschi della Ddr non se lo fecero dire due volte, quando l’Ungheria aprì la frontiera con l’Austria, che di là potevano girare a frotte con le loro Trabant per raggiungere quell’Ovest di cui parlavano la lingua.

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