Renzi è quello che era

Ora che il leader di Italia Viva minaccia il governo di cui fanno parte senza esser più dello stesso partito, vertici e militanti del Pd scoprono che egli è un corsaro della politica, sempre pronto a cambiar rotta pur di giungere agli unici obiettivi che gli interessano davvero: affermare il suo ruolo e accrescere, quotidianamente alimentandone le ragioni e i motivi, la sua visibilità. Nella critica, quelli del Pd hanno ragione, ma, per citare il Maestrone, «bisogna saper scegliere il tempo,/ non arrivarci per contrarietà».

​Carissimi amici dem, non potete ora fingere di non sapere, e non aver da tempo saputo, come Renzi riesca, e possa, sostenere solo un governo che guidi egli stesso (citofonare, meglio, “taggare”, come si usa in epoca social, Letta per chiarimenti). Se non ricordo male, però, proprio in questa sua natura, voi tutti, l’avete per anni sostenuto. E senza proferire critica alcuna, se non quale puro esercizio di stile, traducendola in voti. Per la circostanza, allora si spiegava a quelli che, nei fatti, si esprimevano, agivano e votavano contro quel fare, che voleva che, col suddetto, si vincesse. Di più, allora lo si sosteneva, come spiegava nel maggio del 2015 un Michele Serra che oggi si scopre «gonzo» per averlo fatto, e si rimaneva nel partito che guidava, dandogli così la forza necessaria a fare quello che voleva, «per fare numero, per cercare di vincere (ogni tanto) oppure di perdere un po’ meno (quasi sempre)», perché si preferiva rassegnarsi «in compagnia» che ribellarsi «da soli». Adesso, qui siamo: e se va bene ogni cambio di opinione, per quanto apparentemente tardivo, ciò che non è accettabile è la colpevolizzazione dell’uno nel tentativo di autoassoluzione dei molti.

Perché, insomma, io me le ricordo tutte le foto (letteralmente) e le immagini dei giorni della vittoria. Non contava su cosa e come: si era vincenti, perché seduti accanto al vincitore. Chi osava mettere in luce le ombre, veniva redarguito. Quanti, nel farsi governo in tutto il governabile di quello stesso modo che ora contestano coloro che lo supportavano, se ne allontanarono? Quanti lo fecero nel crescendo, all’apice di quei successi?

E quanti, invece, dopo, doviziosamente spiegandone, ora per allora, limiti ed errori?

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Ancora sul credito: è positivo o negativo concederne tanto?

Solamente ieri ho letto l’articolo di Tito Boeri in cui, su Repubblica di lunedì, stigmatizzava il fatto che le banche concedessero prestiti per lo più ai “garantiti”, escludendo, di fatto, i più giovani. Che è un problema, non voglio negarlo. Sempre su quel giornale, il giorno successivo all’articolo di Boeri, Rosaria Amato dava conto di come i mutui per gli under 35 si fossero dimezzati, nel paragone col 2006, e come fossero parimenti crollate le richieste stesse avanzate dai più giovani; quasi, era il pensiero, che essi si censurassero prim’ancora di recarsi allo sportello. Ma è davvero un male, che le banche non diano loro credito?

Mi spiego meglio. Che i giovani abbiano maggiori difficoltà di accesso a mutui e finanziamenti è un problema, certo, così come lo è il fatto che alcune regole non tengano conto di quanto, davvero e in prospettiva, il richiedente potenzialmente potrebbe sostenere, come spiegava bene Boeri. Ma non credo che la soluzione giusta sia allentare i cordoni delle banche nel concederglieli. In questo, sono d’accordo con il direttore dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, che, ancora su Repubblica di martedì, spiegava in un’intervista a Vittoria Puledda: «Certo che esiste un problema. Ma non è creato dalle banche, è del Paese: che non cresce, non crea lavoro, non dà occupazione ai giovani. La limitata erogazione di credito agli under 35 è una conseguenza. Bisogna rilanciare l’economia». Sintesi precisa. Credete che le banche non sarebbero contente di erogare più mutui ai giovani, magari con rate da un quarto, al massimo un terzo del loro reddito, così da fidelizzarli anche per il futuro? E al contrario di quanto accade, se queste concedessero mutui con importi da pagare mensilmente pari alla metà o più del reddito dei richiedenti, farebbero a questi ultimi un favore o un male?

A inizio settimana, ci siamo tutti impegnati (pure questo spazio) a esprimere valutazioni su quanto stava accadendo in Finlandia, dove, contemporaneamente a una maggiore diffusione degli strumenti di pagamento digitali, si sta diffondendo una crescita degli indebitamenti delle famiglie, sostenuta molto dalla facilità di accesso al credito e dai bassi tassi d’interesse. E non pochi sono stati quelli che, in un certo qual modo, hanno biasimato la leggerezza con cui si andava verso quelle forme di credito al consumo o dilazione del pagamento che poi, in fin dei conti, altro non facevano che impiccare i sottoscrittori a quote da rimborsare in scadenze difficilmente sostenibili.

E qui, torno all’articolo della Amato già ripreso più sopra. In quello, l’amministratore delegato di Ubi Banca è drastico, ma non nel torto: «Se mi arriva una coppia giovane con un reddito di 2.000 euro e un mutuo che sarebbe di 1.000 euro, come mangiano? […] La banca è buona o cattiva a dire di no? Non ti indebitare se non ce la fai, i “subprime” sono questo. Basta con la retorica stupida in questo Paese, è diseducativo». Giusto. Perché delle due, l’una. O le banche sono criminali nel concedere credito a tutti, attraverso il revolving, i subprime e altri sistemi, oppure sono impropriamente moraliste quando negano tali finanziamenti chiedendosi se il potenziale debitore sia, al momento delle future riscossioni, sufficientemente solvibile e capace di far fronte ai suoi impegni, e allora, vai con mutui e carte di credito a tutti, e pazienza se molti, con questi, ungono la corda a cui si appenderanno per il collo.    

Vi potreste chiedere, a questo punto, come la pensi io. Non sono un esperto di tali cose, però, per antica tradizione cafona, dubito sempre dei soldi che arrivano da altri a sostenere progetti non loro, come i contadini di Fontamara dinanzi alle apparentemente illimitate disponibilità dell’Impresario: «Non ci fu più un solo affare importante nel quale egli non la spuntasse. Da dove prendeva tutti quei soldi? Insospettiti, i vecchi proprietari arrivarono fino al punto di denunziarlo ai carabinieri come fabbricante di biglietti falsi. Ma i biglietti non risultarono falsi. Si scoprì piuttosto che dietro l’Impresario c’era una banca che gli forniva il denaro di cui aveva bisogno. Anche a Fontamara si riseppe quella scoperta e per un pezzo si parlò di quel fatto nuovo e bizzarro che nessuno, neppure il general Baldissera, riusciva a capire. Fu quello anzi il primo di una serie di fatti nuovi per noi incomprensibili. Un po’ per nostra esperienza e più per sentito dire, noi sapevamo che una banca può servire per conservare i soldi, oppure per spedirli dall’America in Italia, oppure per cambiarli nella moneta di un altro paese. Ma che c’entrava la banca con gli affari? Come poteva interessarsi una banca nell’allevamento dei porci, nella costruzione di case, nella conceria delle pelli, nella fabbrica di mattoni? Molti fatti strani seguirono a quell’inizio» (I. Simone, Fontamara, Mondadori, 2000, p. 40).

Diciamo così: temo i molti fatti strani che a un prestito potrebbero seguire.

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No, si sono indebitati da soli, spendendo somme che non potevano permettersi

«Finlandia, contante addio: ma con le carte di credito esplodono i debiti dei cittadini». Titola così la redazione economica del Corriere della Sera. La notizia è ghiotta, almeno dal punto di vista del sensazionalismo mediatico. In pratica, i finlandesi non usano più banconote e monete, a tutto vantaggio di forme di pagamento digitale, e cresce il loro indebitamento. Per molti, le due cose sono connesse. Eppure, mi permetto di eccepire.

Non credo, infatti, che i finlandesi oggi siano più indebitati perché, come scrive il Corriere nell’articolo che citavo, «l’uso crescente di carte di credito e di pagamenti attraverso app […] portano a un minore utilizzo del contante ma anche a un minore controllo delle proprie spese». Per quale motivo? Il finlandese medio, come l’italiano medio o il ghanese medio, sa bene che la carta di credito è collegata al suo conto, come lo è quella di debito, l’app o qualsiasi altra forma di pagamento “smart” . Se lassù, sulle rive del Baltico e dei mille laghi, si stanno indebitando non è perché i pagamenti siano più facili e veloci; è perché spendono soldi che non hanno, volendo cose che non possono permettersi.

«Ecco», sembrano dire i tanti corifei, nostrani e non, della sempiterna canzone del complotto, «per questo vogliono farci pagare con carta: per indebitarci». «Ma che diavolo dici?», risponderebbe il saggio, «la scelta è sempre nelle tue mani. Se spendi, è perché lo vuoi fare, non perché il contactless ti evita la fila alle casse». E sebbene io non sia un particolare sostenitore delle forme di pagamento digitali e sia anzi addirittura moderatamente convinto che l’ossessione per la limitazione all’uso del contante rappresenti un’inutile caccia alle streghe, darei ragione a quel saggio.

Se in Finlandia crescesse l’indebitamento delle famiglie per mettere insieme il pranzo con la cena, allora il discorso sarebbe diverso. Ma qui, per stessa ammissione di quelli che hanno condotto l’indagine, la Banca di Finlandia, e che ora pensano a corsi di educazione finanziaria, sono i consumi non necessari ad aver fatto lievitare quei debiti e soprattutto la facilità e l’appetibilità dei prestiti sul mercato.

Per dirla diversamente, si sono indebitati non perché hanno pagato col bancomat invece che usando le banconote la spesa al supermercato, ma perché l’Euribor basso li ha invogliati a fare un mutuo casa più grande, e forse gliene bastava uno più piccolo, o il credito al consumo ha dato loro le somme che servivano per cambiare l’auto, lo smartphone, o fare le vacanze che probabilmente non potevano permettersi.  

In altre parole, sono stati poco sobri nelle spese, non accorti nel valutare le loro disponibilità, hanno dimostrato – se mai volessimo applicare all’economia domestica le categorie che da quelle latitudini ci hanno per anni spiegato essere ineludibili nel parlare di Stati e finanze pubbliche – scarso rigore nella gestione dei bilanci personali e familiari.

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Ok, parole sbagliate; ma rimarrà il problema dei minatori disoccupati

Dico subito che accusare, come ha fatto Josep Borrell, i giovani dei Fridays for Future di soffrire di una sorta di «sindrome Greta», quasi a stigmatizzarne l’impegno volendoci vedere solo una forma imitativa e superficiale, è sbagliato. Il loro impegno, al contrario, è generoso e serio, per un problema che sarà sempre più centrale nelle vite di tutti noi, per prime le loro, data l’età e la semplice circostanza che l’avvenire li riguarda di più di quanto possa riguardare i vecchi.

Però, quando l’Alto rappresentante UE per gli affari esteri si interroga (e interroga loro) su quanto i giovani per il clima siano consci dei costi sociali delle loro richieste, tutti i torti non li ha. Dice infatti Borrell: «Va bene protestare contro il cambiamento climatico, fino a quando non ti viene chiesto di pagare per questo. Mi chiedo se i giovani manifestanti nelle strade di Berlino per chiedere misure contro il cambiamento climatico siano consapevoli dei costi di queste misure e se vogliano ridurre i loro standard di vita per compensare i minatori polacchi, perché se siamo seriamente contro il cambiamento climatico perderanno il posto di lavoro e li dovremo compensare». Per queste affermazioni, la Commissione si è dissociata e lui si è scusato. Ne prendo atto. Ma il problema dei minatori si presenterà; che faremo, allora?

E si presenterà il problema di altri lavoratori e cittadini, i quali non potranno più svolgere le attività che svolgono e che, di conseguenza, non potranno che vivere contando su sussidi o altre forme di aiuto, nell’attesa di una riconversione del sistema produttivo che non si sa bene come e quando avverrà. Può essere urticante il modo in cui Borrell ha esposto la questione, ma che essa ci sia e che con questa ci si debbano fare i conti è vero. Ed è probabile che, come diceva sempre l’Alto rappresentante, per rendere possibili quei sussidi, si sarà costretti a ridurre, per tutti, gli standard di vita: accesso ai consumi, servizi, possibilità.

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Anche la malattia prendete a pretesto per il vostro razzismo

«Abbiamo imparato poco di nuovo sulla malattia, ma molte cose vecchie su noi stessi». La frase è di un medico, Frederick Tilney, e la pronunciò commentando l’epidemia di poliomielite che colpì New York nel 1916. Ed è perfetta, calzante e assolutamente precisa ancora adesso, a oltre un secolo da allora: anche qui e ora, il contagio, l’epidemia, reale o potenziale che sia, è solo un pretesto per tirare fuori il solito, vecchio razzismo. Pure in questo, il ventennio e gli spiriti che l’animarono, come intuì Giustino Fortunato fin dal loro primo manifestarsi, altro non furono se non «rivelazione» d’un carattere nazionale perennemente presente.

Due ragazzi di ritorno dal lavoro aggrediti sotto casa, un gruppo di turisti ingiuriati durante una passeggiata, una cantante lirica insultata nella città dove vive da anni, e potremmo continuare con l’elenco. La loro “colpa”? Esser cinesi, nient’altro. E questo è razzismo. C’entra la paura del contagio, la psicosi per infodemia sul coronavirus? Dubito. In quegli stessi giorni, tv e giornali ci hanno parlato di casi di contagio avvenuti in Germania e Francia, e di un inglese che, da solo, ha infettato una decina di persone in giro per l’Europa; avete notizia di angherie ed esclusioni come quelle fatte subire agli orientali perpetuate nei confronti di tedeschi, francesi o britannici? E ancora, mentre si maltrattavano gli asiatici, un giovane è stato preso a pugni perché nero, e scritte antisemite sono comparse davanti alle scuole, o direttamente a casa di cittadini d’origine ebraica. Come lo chiamate tutto questo?  

No, non c’entra il coronavirus se per molti la malattia non è in Cina, ma nei cinesi. Come non c’entra l’immigrazione, se si odiano le persone di colore in quanto tali, o le manovre dei banchieri di Wall Street, se riesplode l’odio per gli ebrei. Tutti questi sono pretesti, e spesso addirittura inventati, per tirare fuori, in chi già ne ha abbastanza, il peggio di sé.  

Tutto è perduto? No, nemmeno stavolta: sarà un lavoro lungo da fare, e sarà difficile, dopo anni di demolizione di ogni argine alla barbarie eretto per costituire la necessaria diga sotto cui far crescere il viver civile. E non si dovrà lasciar tacere e nascosto il buon senso per paura del senso comune, come ai tempi della peste ricordata dal Manzoni. Un esempio che mi piace citare di questa giusta attenzione alle cose e alle parole l’ha offerto, pochi giorni fa, La Stampa, nell’edizione torinese di martedì 11 febbraio.

Ritornando su un proprio articolo scritto a seguito di uno dei troppi casi di antisemitismo che nell’ultimo periodo hanno interessato la città, la redazione locale ha voluto scusarsi per le parole usate. Si legge nell’editoriale intitolato, appunto, L’ora delle scuse: «Sull’edizione di ieri della “Stampa”, a pagina 12, raccontando la terribile vicenda della scritta della vergogna lasciata sulla porta di Marcello Segre abbiamo commesso un errore grave, reso ancora più grave dalla storia del nostro giornale e dal grande impegno mostrato contro ogni forma di discriminazione e di odio razziale. Nell’articolo abbiamo usato l’espressione “Suo padre era di origini ebraiche, sua madre italiana” una frase che non solo non dovrebbe finire sui giornali ma che non dovrebbe mai essere scritta e neppure pensata. Sarebbe stato più corretto dire “suo padre era ebreo e sua madre no”, o forse, ancora meglio, “suo padre era ebreo”. Sono errori di fronte ai quali l’unica strada possibile è chiedere scusa a tutti i lettori e in particolare alla comunità ebraica. Le parole contano e pronunciarle con leggerezza a volte crea alibi a chi distorce il senso e la storia e arriva, non certo per gioco, a lasciare scritte come quella che Marcello Segre ha scoperto domenica mattina sulla sua porta. Il compito di un giornale è usare parole precise e di verità. Questa volta non lo abbiamo fatto e chiediamo scusa».

Un lavoro lungo, che parte proprio dalle parole che usiamo e che sentiamo usare.

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Il rischio d’esser fraintesi

Salvini andrà a processo per l’ipotesi di reato di sequestro di persona relativamente al caso della nave Gregoretti, imbarcazione della Guardia Costiera italiana a cui fu impedito di attraccare in porto con i suoi 131 passeggeri a bordo salvati da un naufragio. La giustizia, come si dice in questi casi, faccia il suo corso e si lascino i giudici giudicare. Su questo spazio non si parla frequentemente di questioni legali o giudiziarie e non lo farò nemmeno stavolta. Si parla spesso, qui e invece, di politica, ed è di quella che anche adesso voglio parlare. Persino a rischio d’esser frainteso.

Perché, chiariamoci, a me, che Salvini vada sotto processo o meno, interessa poco. Mi preoccupa che sia stato ministro e che possa ritornare a esserlo, questo sì, e che abbia perpetuato, e possa ancora farlo in futuro, atti umanamente e moralmente inaccettabili, come lasciare in balìa delle onde bambini, donne e uomini disperati, solo per uno squallido calcolo elettoralistico, e che i provvedimenti crudeli che ha proposto e fatto votare al parlamento siano ancora tutti lì. Sui fatti, se i magistrati hanno chiesto l’autorizzazione per procedere nei suoi confronti avranno avuto le loro buone ragioni: opportuno, quindi, che sia stata concessa. Quello che non capisco, e temo non solo io, è perché adesso sarebbe diverso da prima. Perché, cioè, la medesima aula che negò il processo per Salvini in relazione ai fatti della nave Diciotti un anno fa, lo abbia concesso ora, e viceversa. Non era forse pure questo un presunto reato della stessa natura di quello contestato in relazione alla Gregoretti? Nemmeno nella natura di navigli di Stato le due imbarcazioni differiscono, perché due diverse risposte? Cos’è cambiato? Il rischio, a proposito di fraintendimenti, è che si legga nel mutato orientamento di giudizio dei senatori semplicemente la conseguenza della mutata situazione del senatore in questione, prima parte della maggioranza e ora no. Di più: considerato che a esser diverso, in fondo, è stato il voto di un solo partito, per giunta quello di maggioranza relativa, lo scenario potrebbe risultare ancora più antipatico.

No, non sto dicendo che Salvini andava tutelato dall’azione della magistratura; come ho scritto, ’sti cazzi (scusate la ricercatezza) delle sue sorti. Sto dicendo, però, che non può funzionare il sistema per cui, per un’identica ipotesi di reato (una stessa persona, in questo caso, o persone diverse, non cambia la sostanza del ragionamento) si possa essere assolti o condannati solo perché una volta parte della maggioranza e l’altra dell’opposizione.

Perché, per quanto cerchi di capire fino in fondo le differenze fra un caso e l’altro che abbiano potuto spingere i senatori grillini a votare ora in un modo, allora all’opposto (gli altri parlamentari, grosso modo, han votato similmente in entrambi), l’unico che tutte le volte mi torna in mente è che prima lui era loro amico, adesso non più.

E non è un bello scenario, quello che se ne deduce.  

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Se il ponte di Johnson finisse per unire due Stati dell’UE

Per rilanciare i sentimenti unionisti (nel senso inglese) in Irlanda del Nord e Scozia, Boris Johnson sta pensando di riprendere il progetto di costruzione di un ponte fra Gran Bretagna e Irlanda, che, per ragioni geografiche ancor prima che per decisione governativa, non potrebbe non essere costruito tra il Kintyre e l’Ulster, magari nella suggestiva Torr Head, o poco più a sud.

Al di là delle difficoltà tecniche e dell’aspetto chiaramente “distrattivo” del suo annuncio, la questione del ponte è curiosa. Soprattutto adesso, quando il governo scozzese chiede un altro referendum sull’indipendenza e l’unionista Sinn Féin (unionista, qui, nel senso irlandese, s’intende) potrebbe trovarsi a far parte di tutti gli esecutivi sull’isola d’Irlanda, a Dublino come a Belfast. E siccome entrambe le realtà, quella irlandese e quella scozzese, hanno forti sentimenti unionisti (ma nel senso, stavolta, europeo), Boris lo spettinato potrebbe trovarsi a finanziare e realizzare un ponte che unisca, lì nel nord, due Stati della sua odiata UE; non sorriderne, a quel punto, potrebbe risultare difficile.

Ora, siccome credo che il ponte nel Mare d’Irlanda abbia le stesse possibilità di proiettare l’ombra delle sue arcate quanta ne attribuisco a quello sullo Stretto di Messina, il problema, in concreto o nella finzione che ho appena immaginato, non si porrà. Rimane comunque il fatto che ha mosso la dichiarazione del leader inglese: Londra ha paura dei sentimenti disgregativi che animano diverse parti dell’UK.

Ed è un fatto con cui, di qua e di là dalla Manica, dovremo farci tutti i conti.

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Siete sicuri che siano decisioni realmente “popolari”?

«Il presidente Obama è apparso sulla scena proprio quando molti membri della mia comunità cominciavano a credere che la meritocrazia americana non fosse fatta per loro. Sappiamo di non essere all’altezza. Lo vediamo tutti i giorni: nei necrologi dei teenager che omettono vistosamente la causa di morte (leggendo tra le righe si capisce che è un’overdose), negli sbandati con cui vediamo le nostre figlie sprecare il proprio tempo. Barack Obama fa risaltare le nostre insicurezze più profonde. È un buon padre mentre molti di noi non lo sono. Indossa abiti adeguati alla sua posizione mentre noi indossiamo la tuta, se siamo così fortunati da avere un lavoro. Sua moglie ci dice che non dovremmo dare da mangiare ai nostri figli certe cose, e noi la odiamo per questo: non perché pensiamo che abbia torto, ma perché sappiamo che ha ragione» (J. D. Vance, Elegia Americana, Garzanti, 2017, pp. 188-189).

Queste parole, J. D. Vance le scriveva e pubblicava prima che Trump diventasse presidente (Hillbilly elegy. A memoir of a family and cultur in crisis, titolo originale dell’opera, esce negli Usa alla fine di giugno del 2016), e a voler leggere bene tutta la sua opera, si sarebbe visto in filigrana il risultato delle presidenziali nell’allora imminente novembre. Ora, anche simbolicamente, il tycoon mantiene le aspettative: è di poche settimane fa, infatti, la notizia che il Dipartimento per l’agricoltura degli Stati Uniti ha nei fatti smontato uno dei vessilli della battaglia contro la cattiva alimentazione dei ragazzi condotta da Michelle Obama, riportando così, nei menù scolastici, hamburger, patatine e magari bibite gassate e zuccherate. Parafrasando Vance, sapevano e sanno che lei è nel giusto, ma non vogliono sentirselo dire, e preferiscono chi dà loro ragione.

È triste, e per due motivi. Il primo, perché una battaglia politica combattuta sulla salute delle coronarie delle giovani generazioni è pessima in sé. Il secondo, è che quella scelta alimentare è spietatamente classista. I figli dei ricchi, a casa saranno curati, e avranno un’alimentazione migliore e più sana. Quelli dei poveri, se pure a scuola mangeranno male, non avranno altri modi per mangiare pietanze e piatti più sani ed equilibrati.

Se la complessità non fosse stata bandita dal discorso pubblico, si potrebbe andare in quelle stesse scuole a chiedere continui incontri con i genitori, e spiegare loro che non c’è nessun intento discriminatorio nel dire che a casa alcuni ragazzi mangiano male. Al contrario, è proprio pensando i menù scolastici in modo più sano che si può dare a quegli stessi studenti meno fortunati qualcosa di meglio, almeno in qualche pasto a settimana.

Così come, sempre se il pensiero complesso fosse contemplato, si potrebbe spiegare alle famiglie che vietare i compiti a casa e dopo le lezioni, cosa che alcuni politici nostrani emuli del trumpismo di potere avrebbero voluto fare, non è certo un favore fatto ai più poveri. Tutt’altro; studiando meno, i figli dei meno abbienti apprenderanno di meno, ché spesso per questi solo attraverso i testi e i percorsi scolastici passa la conoscenza. Per i figli dei ricchi, invece, ci saranno sempre altri libri a casa, altre esperienze da fare, corsi da seguire e altre cose da sapere in modi diversi.

Di nuovo: chi penalizzano di più, queste scelte che paiono “popolari”?

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Il rischio è un governo degli ottimati

​Ascoltando, venerdì sera, uno storico bravo e già per una legislatura assiso a Palazzo Madama che presentava il suo libro, mi è toccato sentire la trita solfa sulla necessità delle competenze per fare politica, condita da stucchevoli osservazioni sul non farsi operare da chi non è medico, sistemare l’auto da un tale a digiuno di conoscenze meccaniche, eccetera, eccetera, eccetera.

Non che non fossero, e non siano, enunciati in linea di principio condivisibili, intendiamoci. È che, mentre per il chirurgo o l’elettrauto l’accertamento delle competenze è chiaro e univoco, un po’ meno lo è per il personale politico. Di quali competenze stiamo infatti parlando? Perché un docente universitario mai transitato per un consiglio comunale può fare il senatore, una giovane avvocatessa civilista scrivere la riforma della Costituzione, un dirigente d’azienda diventare ministro dalla sera alla mattina, mentre se un bibitaro d’uno stadio metropolitano, un provinciale operatore di call center, una precaria di borgata, un pastore abruzzese, un bracciante lucano o una casalinga di Voghera o Treviso diventano assessori, sindaci o parlamentari, se ne chiede il conto delle capacità? Non vi pare un po’ parziale – e interessata – come lettura?

Me lo chiedo sinceramente. Perché, in fin dei conti, potrei anche essere d’accordo con quanti sostengono di voler quelle verifiche delle capacità, viste le prove fin qui date dai parvenu delle istituzioni e politici eccessivamente naïf. Ma a parte il fatto che non ricordo da tempo esecutivi di fuoriclasse (di sicuro per miei limiti di memoria, non certo per mancanza di protagonisti, s’intende), la questione è di e sul principio.

Per fare un esempio: non aver mai avuto alcuna esperienza amministrativa, esclude di fatto dall’elettorato passivo una gran fetta di popolazione? E perché un professionista o un intellettuale a digiuno di politica sarebbero accettabili nei ruoli più alti dello Stato e delle istituzioni, del governo o della rappresentanza, mentre il fornaio o il disoccupato no? Non si rischia, così, di dar ragione a chi vorrebbe quelle funzioni rappresentative ed esecutive appannaggio esclusivo di moderni ottimati?

E non è forse ciò il contrario pratico della democrazia?

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Pure il silenzio dei colti contribuì a generare il mostro

Nelle prime pagine del suo libro di memorie scritto nel corso degli anni novanta e pubblicato nel 2000, Vittorio Foa scrive: «Alla presentazione di La parola ebreo di Rosetta Loy dico a Giulio Einaudi che ho dei nodi da sciogliere e subito mi chiede di scriverci un libro. Sto pubblicando le mie lettere e quindi i nodi sono rinviati. Ecco un nodo che è amaro. Dall’arrivo delle truppe alleate, nel 1943, al 1948 l’Italia liberata dal fascismo si è affollata di illustri antifascisti che si distinsero, appunto come antifascisti, nel teatro della cultura italiana. Erano cattolici, liberali, azionisti, comunisti (molti). A parte Benedetto Croce e i pochi reduci dall’esilio e dalle carceri, non uno di quegli illustri antifascisti aveva detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella che è stata un’immonda violenza. I nomi che mi vengono subito in mente sono quelli della mia parte politica, taciturni come tutti gli altri. Mi riesce difficile rinunciare a questo discorso anche se non so bene perché diavolo lo faccio. Forse non sto cercando una condanna morale ma solo il riconoscimento di un fatto» (V. Foa, Passaggi, Einaudi, 2000, pp. 4-5; il paragrafo è datato 1998).

Quando dev’essergli pesato, al solitamente restio a parlare di questi argomenti Foa, ricordare come, mentre lui subiva il carcere e tutta la sua famiglia e l’intera comunità d’origine le persecuzioni delle leggi razziali, prima, e dello sterminio, poi, altri non levarono contro quella violenza la loro voce. E dice, giustamente, che ciò che lo ferisce di più fu il silenzio dei colti quando l’alba di quella barbarie già manifestava il suo farsi, al tempo in cui gli ebrei venivano espulsi dalla vita civile e sociale, politica e culturale della nazione. Anche per quel silenzio nacque il mostro che mangiò milioni di vite, uomini, donne, bambini. Ma perché quei dotti tacquero? E quanti, da quelle esclusioni, addirittura trassero vantaggio? Perché non dissero nulla, non urlarono la loro contrarietà con tutta la forza e in ogni modo? Forse, vien da pensare, perché contrari, in fondo, non lo erano poi del tutto.

Mi sono scontrato altre volte con questi pensieri. Ne ricordo qui una in particolare, successa con un amico con cui al tempo avevo un continuo scambio di opinioni sul tema dell’adesione al Fascismo delle classi dirigenti italiane. Premetto subito che lui, il mio amico, era ed è uno bravo: professore allora associato, oggi ordinario, nato e cresciuto in una casa piena di libri, parla due lingue oltre la nostra, ha qualche pubblicazione riconosciuta e apprezzata alle spalle ed è erede, per famiglia e cultura, di quella borghesia progressista che tanto ha formato la coscienza di questo Paese. E aggiungo che io sono onorato di potermi spesso confrontare con lui. A volte, però, com’è ovvio che capiti nello svolgersi della dialettica, abbiamo posizioni inconciliabili. Fra queste, la questione dei docenti universitari che prestarono giuramento al Fascismo è probabilmente la più significativa.

La vicenda è nota: nel ’31, il Ministro per l’educazione nazionale del governo Mussolini, Balbino Giuliano, s’inventò un voto formale di adesione al regime fascista a cui tutti i docenti degli atenei italiani avrebbero dovuto prestarsi. Degli oltre 1.200 titolari di cattedra, meno di una ventina si rifiutarono di adempiervi, dovendo così lasciare il posto che ricoprivano. Bene: secondo me, questo è il miglior esempio di conformismo che l’élite culturale e intellettuale abbia mai dato nella storia nazionale, e s’inserisce nel silenzio inspiegabile di cui parlava Foa. A parere del mio amico, al contrario, sulla scorta dell’insegnamento togliattiano, e per dirla con le parole di Concetto Marchesi, aderendo a quell’atto in maniera puramente formale, i professori poterono rimanere nelle università e svolgere «un’opera estremamente utile […] per la causa dell’antifascismo».

Da qui la distanza fra noi due. Al mio amico ho spesso opposto che, in fin dei conti, dal punto di vista da cui osservo io le questioni, la ritorsione in caso d’inadempienza non sarebbe stata tale da giustificare l’abnegazione ai propri valori e ideali nei confronti di una dittatura che, nel momento in cui chiedeva quell’atto di fedeltà formale, aveva già dispiegato il pieno senso di sé. Lui, invece, mi ha sempre risposto obiettando che non era così facile, per i docenti come per tutti gli italiani di allora, non aderire al Pnf in quegli anni. E al mio ricordargli le moltitudini contadine e bracciantili che si sottrassero a tale presunto obbligo, egli rispondeva che, per loro, per contadini e braccianti, «era più facile».

Che ne so, magari è davvero così. D’altronde, lui è professore, come lo erano quelli che prestarono giuramento al regime, io no. E nemmeno Foa, che infatti, si chiedeva da solo perché si fosse infilato in un discorso come quello che andava facendo in quelle sue memorie. Mi chiedo solo se qualcuno di loro, di quegli intellettuali, abbia sentito nel profondo l’esigenza di fare un discorso schietto e vero, sincero e fortemente autocritico come quello che Adolf Arndt pronunciò durante i lavori del Bundestag nel marzo del 1965.

Il deputato Spd, in sede di discussione parlamentare per l’estensione dei termini di prescrizione per omicidio (20 anni, nella legislazione tedesca della Rft di allora), a pochi mesi dall’applicazione di tale eccezione persino per i crimini nazisti, d’ufficio datati alla fine del Terzo Reich, l’8 maggio 1945, disse in quell’occasione: «Anch’io mi dichiaro colpevole. Perché, vedete, non sono sceso in strada a protestare quando ho visto che gli ebrei venivano portati via. Non mi sono appuntato la stella gialla e non ho detto: Anch’io. […] Non posso dire di aver fatto abbastanza. […] Nessuno può dire: Non ero ancora nato, questa eredità non mi riguarda» (in Géraldine Schwarz, I senza memoria. Storia di una famiglia europea, Einaudi, 2019, p. 122).

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