Dal grido al canto

Nel numero del 4 maggio 2026 del The New Yorker, la poetessa indiana Tishani Doshi pubblica una poesia dal titolo significativo: A Theory on the Origin of Language. Non una teoria linguistica in senso stretto, naturalmente, ma un esercizio dell’immaginazione che prova a riportarci là dove tutto sarebbe cominciato.

La scena è semplice. Una notte, un accampamento, un fuoco acceso nel buio. Qualcuno di guardia. E poi una parola che rompe il silenzio. «Tigre! Correte! Attacco!». Forse, suggerisce Doshi, il linguaggio è nato così. Non per descrivere il mondo, ma per segnalarne il pericolo. È questa un’intuizione che colpisce perché contraddice una certa immagine rassicurante che spesso coltiviamo delle origini. Siamo abituati a pensare il linguaggio come ciò che permette agli esseri umani di condividere esperienze, trasmettere conoscenze, esprimere sentimenti. Ma prima ancora di tutto questo vi è una funzione più elementare: sopravvivere.

Anche un bambino, quando emette i suoi primi suoni, non cerca anzitutto di raccontare il mondo. Reclama attenzione, protezione, nutrimento. Esprime un bisogno e insieme una dipendenza. Il linguaggio nasce dentro una relazione materiale con la vita. Forse è per questo che nella poesia compare un verso che sembra racchiuderne l’intero significato: «Language and violence proceeding together».

Linguaggio e violenza procedono insieme. La parola “violenza”, va qui però liberata da ogni immediata connotazione morale. Non si tratta ancora del bene e del male; si tratta della condizione originaria degli esseri viventi. La natura conosce la lotta, il pericolo, la fame, la morte. Conosce la forza.

In questo senso il pensiero corre inevitabilmente a Simone Weil e al suo L’Iliade o il poema della forza. Secondo Weil, il vero protagonista dell’Iliade non è Achille, né Ettore, né Agamennone. È la forza. Quella realtà impersonale che può trasformare un uomo in una cosa, un vincitore in un vinto, un vivente in un cadavere. Il poema omerico racconta un mondo nel quale la forza precede ogni giustificazione morale. Non la celebra, ma la mostra nella sua nuda evidenza.

È interessante che la poesia di Doshi e l’Iliade, così lontani nel tempo e nello spazio, si incontrino proprio qui. Entrambi parlano delle origini: Doshi immagina l’origine del linguaggio; Omero si colloca all’origine di una parte decisiva della tradizione letteraria mediterranea ed europea. Entrambi tornano a un’umanità che non ha ancora dimenticato la propria vulnerabilità.

Nell’accampamento immaginato dalla poetessa indiana e davanti alle mura di Troia si avverte la stessa presenza: il pericolo. Le prime parole della poesia sono allarmi. Le parole dell’Iliade accompagnano battaglie, ferite, morti. In entrambi i casi la parola non nasce in uno spazio pacificato. Nasce accanto alla forza. Eppure la storia non finisce lì.

Nella seconda parte della poesia accade qualcosa di sorprendente. Dopo i richiami al pericolo compaiono parole d’amore, immagini di intimità, espressioni provenienti da lingue diverse per dire l’affetto e il desiderio. Come se il linguaggio, nato per segnalare la minaccia, avesse progressivamente imparato a fare altro: raccontare, ricordare, consolare, cantare.

L’ultimo verso della poesia è quasi una sintesi della vicenda umana: «Now scream. Now sing». Ora urla. Ora canta. Forse è qui che si apre lo spazio della civiltà. Non nell’eliminazione della forza, che continua ad attraversare la storia e la natura, ma nella possibilità di trasformare il grido in qualcosa di diverso. Le stesse parole che servivano a segnalare il predatore diventano poesia. Le stesse voci che annunciavano il pericolo diventano racconto, politica, diritto, amore.

Non abbiamo inventato il linguaggio perché fossimo già morali; lo abbiamo inventato perché eravamo vulnerabili. La morale, la politica, la cultura sono venute dopo. Forse la grande intuizione condivisa da Omero, da Simone Weil e da Tishani Doshi è proprio questa: all’origine non c’è un’età dell’innocenza. C’è la fragilità della vita. E la parola nasce come la risposta più umana che abbiamo trovato a quella fragilità.

Dal grido al canto. Senza mai dimenticare da dove viene il grido.

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Restare ancora

Le scrivanie erano già vuote,
i monitor spenti uno alla volta.
Rimaneva accesa una finestra,
piccola luce sulla facciata buia.

Dietro il vetro scorrevano
le auto del rientro serale.
Distratto, guardò l’orologio,
senza farci davvero caso.

Non c’era nulla da finire,
né qualcosa a trattenerlo.
Eppure restò ancora un poco,

come si rimanda una decisione.
Fuori la città continuava,
senza aver bisogno di lui.

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«I think about it every day»

Lungo tutto il profilo che Peter Slevin dedica a Barack Obama sul New Yorker dell’11-18 maggio 2026 ritorna una domanda: dov’è Obama? Perché non parla di più? Perché non interviene più spesso contro Donald Trump? Perché non usa il prestigio e l’autorevolezza di cui ancora gode per guidare una resistenza pubblica e quotidiana?

La risposta che emerge dall’articolo è nota a chiunque abbia seguito Obama negli anni. La politica, per lui, non è mai stata il gesto risolutivo di un individuo. Non è “l’uomo solo al comando”. Non è il colpo di scena che ribalta improvvisamente il corso degli eventi. È un lavoro lento, collettivo, faticoso. È costruzione di istituzioni, formazione di persone, tessitura di relazioni civiche.

Slevin racconta che Obama continua a pensare la politica come un «long game», un gioco lungo. E quando gli viene chiesto perché non intervenga più spesso contro Trump, la risposta è significativa: «If I spoke out much more often (…) I would quickly diminish my impact». Se parlasse continuamente, spiega, finirebbe per trasformarsi in un commentatore: «Then I’m not a political leader, I’m a commentator».

Confesso che questa visione mi è sempre sembrata quella giusta. In fondo è anche l’idea che anima Filopolitica. Da anni questo spazio prova, con tutti i suoi limiti, a ragionare sui fenomeni politici e sociali senza inseguire l’indignazione del giorno. A interrogarsi sulle cause più che sugli effetti. A cercare le dinamiche profonde che producono gli eventi. Non sempre riuscendoci. Anzi, quasi mai. Ma almeno provandoci.

Perché la tentazione della soluzione semplice è sempre la più forte. Individuare un colpevole, un eroe, una svolta decisiva. Pensare che basti una persona, una dichiarazione, una vittoria elettorale, o una sconfitta, per cambiare il corso della storia. È una tentazione che attraversa ogni campo politico e che raramente aiuta a comprendere ciò che accade davvero.

Eppure c’è una domanda che l’articolo di Slevin lascia aperta e che merita di essere presa sul serio: che cosa succede quando il contesto cambia? Che cosa accade quando coloro che chiedono a Obama di esporsi di più non lo fanno per nostalgia o per affezione personale, ma perché ritengono che l’azione di Trump rappresenti un pericolo esiziale per la democrazia americana? Che cosa accade quando la posta in gioco non sembra più essere una normale alternanza politica, ma la tenuta stessa delle regole del gioco?

In una situazione del genere, è ancora sufficiente richiamarsi alla lentezza, alla costruzione paziente, all’approfondimento, alla condivisione? Oppure arriva un momento in cui quei principi, pur restando giusti, devono confrontarsi con l’urgenza degli eventi?

La forza dell’analisi di Slevin sta anche nel fatto che questa domanda non viene liquidata. Quando l’autore chiede a Obama se si interroghi su cos’altro potrebbe fare, la risposta è disarmante nella sua semplicità: «I think about it every day». Ci penso ogni giorno.

Non parla la voce di chi è convinto di aver trovato la soluzione. Parla la voce di chi continua a interrogarsi sul rapporto tra ciò che ritiene giusto e ciò che la situazione sembra richiedere. E la questione non riguarda soltanto Obama; riguarda tutti coloro che diffidano delle scorciatoie, degli uomini della provvidenza, delle semplificazioni. Riguarda chi pensa che la democrazia sia soprattutto un metodo e non una fede.

Perché il rischio è duplice. Da una parte, c’è il pericolo di abbandonare i propri principi nel nome dell’emergenza; dall’altra, il pericolo opposto: restare fedeli a principi corretti senza accorgersi che il terreno sul quale sono nati sta cambiando sotto i nostri piedi.

Nelle ultime righe dell’articolo, Obama racconta come ai giovani che incontra ripeta spesso quanto la storia abbia conosciuto prove ben più dure di quelle attuali. E aggiunge: «I say that not to pull rank on them but, rather, to pull them out of any kind of hopelessness about the situation». Non lo dice per rivendicare un’autorità morale. Lo dice per sottrarli alla disperazione.

Forse il vero interrogativo non è se Obama dovrebbe parlare di più o di meno. Forse il vero interrogativo è come si difendono le virtù della democrazia lenta quando a minacciarle sono forze che della lentezza, del confronto e della condivisione non riconoscono più il valore.

È una domanda aperta. E probabilmente è proprio il fatto che resti aperta a renderla interessante.

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Appigli

Poco più di nulla, ricordava
di quegli anni trascorsi in fretta.
Le stagioni confuse, i giorni andati
come pagine lasciate all’acqua.

Tornavano a fatica i nomi,
e i luoghi avevano perso contorno.
Interi mesi parevano svaniti
senza lasciare alcuna traccia.

Poi, a tratti, riaffiorava uno sguardo,
fermo dove tutto si muoveva.
Non sapeva cosa dicesse davvero,
né cosa avesse visto in lui.

Eppure vi restava appeso ancora,
come a un ramo sopra il vuoto.
Non per tornare indietro,
per non cadere.

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Niente di nuovo, sul fronte orientale

Oggi è lunedì 8 giugno 2026. Sono passati 1567 giorni dal 24 febbraio 2022, il giorno in cui è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina. “Operazione speciale”, la chiama il capo del Cremlino. Millecinquecentosessantasette giorni sono lo stesso lasso di tempo che intercorre tra il 28 luglio 1914 e l’11 novembre 1918, i “riguardi”, evocando il Sommo Poeta, della Prima guerra mondiale.

A segnare la differenza, ovviamente, sono la scala del conflitto e la sua durezza. Ma anche gli effetti concreti per chi quello stesso conflitto ha iniziato. Tra il ’14 e il ’18 del secolo scorso crollarono quattro imperi, si ridisegnarono i confini di buona parte del continente europeo e si archiviarono definitivamente, in un solo colpo, il Congresso di Vienna e il XIX secolo, lasciando sul campo, va detto, una quantità irrisolta di problemi che non furono ininfluenti nello sviluppo del successivo conflitto che sconvolse il mondo. In un tempo simile, Putin ha sottratto a Kiev poco più di 70.000 kmq, al netto della Crimea, annessa già nel 2014.

Tanto? Grosso modo il 12-13% del territorio internazionalmente riconosciuto all’Ucraina. Per fare un paragone, come se l’Italia vedesse occupati l’intero Nord-Est oppure Calabria e Sicilia. Non poco. Però non va dimenticata la scala temporale e la sproporzione tra le forze in campo: di là dalle steppe, quello che ancora risulta essere il secondo esercito del mondo; al di qua, un Paese di cui, fino a pochi anni fa, molti di noi non sapevano nemmeno che disponesse di forze armate in grado di resistergli. Eppure.

E resistergli anche ora che gli Stati Uniti, da un po’, si sono defilati dal sostegno in prima linea. Rimane l’Unione europea. Qui le ironie delle destre diffuse in tutto il continente si sprecano. Ma anche in questo caso, a onta di ogni possibile eccezione ed evoluzione futura, il commento conclusivo rischia di essere lo stesso usato per il paragrafo precedente. Eppure.

Tutto ciò stupisce perché siamo stati abituati a immaginare quelle forze armate, che si chiamassero Esercito imperiale o Armata Rossa, come imbattibili. E lo sono state, almeno nella resistenza all’invasore, francese o tedesco che fosse. Discorso diverso quando sono state loro a dar l’assalto ad altri; ma questo non è un manuale di storia militare, anche se le parole Finlandia e Afghanistan qualcosa dovrebbero farci tornare alla mente.

Quello che continua a essere sottovalutato è l’importanza delle risorse. Sono le stesse risorse che hanno permesso a quel mito di invincibilità di trovare fondamento, che fossero quelle territoriali o quelle materiali dell’acciaio e dell’elettrificazione. Nessuna guerra lunga si sostiene senza una base economica e industriale adeguata. E senza un apparato solido e potente dal punto di vista produttivo è difficile realizzare una conquista; mantenerla, quasi impossibile.

È lì, a mio avviso, che il regime russo e il suo leader hanno sottovalutato l’Unione europea. Ed è lì che continuano a sottovalutarla anche molti suoi cittadini che alla forza del Volga volgono i loro sogni. Pecunia nervus belli, si dice dall’antichità; era vero allora, lo è ancora, se non di più, oggi.

Poi, chissà, magari aveva ragione Jean Monnet: «L’Europa si farà nelle crisi, e sarà la somma delle soluzioni che daremo a quelle crisi».

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Sospetto

Sul tabellone scorrevano i ritardi,
i nomi delle città già viste.
Seduto tra persone sconosciute,
restò a guardare partire un treno.

La banchina si svuotava piano,
tra valigie e saluti frettolosi.
Qualcuno aveva una direzione,
qualcun altro una ragione.

Pensò alle strade percorse,
a quelle lasciate indietro.
Per un momento gli parve possibile

che il viaggio fosse diventato la meta.
Come se gli anni trascorsi
avessero chiesto qualcosa in cambio.

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Un Paese più piccolo

Per anni il calo demografico italiano è stato raccontato quasi esclusivamente come una questione culturale o morale. Si parlava della crisi della famiglia, dell’individualismo, della precarietà sentimentale, della perdita di fiducia nel futuro. Oggi, invece, la demografia entra stabilmente dentro il linguaggio dell’economia.

Secondo un’indagine presentata dall’ABI, senza interventi strutturali, l’Italia potrebbe arrivare nel 2050 con un PIL inferiore di oltre il 18% rispetto a uno scenario di popolazione stabile. Nel 2080 la perdita potrebbe superare il 30%. Il dato impressiona, ma non dovrebbe sorprendere. Da anni la questione demografica non riguarda più soltanto il numero delle nascite. Riguarda la forma stessa della società italiana: la sua capacità di immaginare il futuro, di distribuire popolazione e lavoro sul territorio, di mantenere in equilibrio welfare, servizi e struttura produttiva.

Nel report dell’ABI c’è un passaggio particolarmente significativo: la popolazione in età lavorativa scenderebbe dall’attuale 67,3% al 58,2% entro il 2050. Contemporaneamente, cento persone attive dovrebbero sostenere quasi 72 persone tra giovani e anziani, contro le 49 di oggi. È qui che il tema demografico smette di essere un problema “settoriale” e diventa un problema di sistema.

Per molto tempo il dibattito pubblico ha trattato la denatalità come un incidente temporaneo dentro una società che continuava comunque a pensarsi in crescita. Oggi sta accadendo qualcosa di diverso: il restringimento demografico sta diventando l’ambiente normale dentro cui il Paese organizza sé stesso.

Il dato più impressionante non è tanto la diminuzione della popolazione, quanto la normalizzazione della diminuzione stessa. Una società che lentamente si abitua a essere più piccola. È questo, a mio parere, il vero punto politico e culturale della questione. Le scuole che chiudono nei piccoli comuni. I paesi che perdono abitanti anno dopo anno. I giovani che si spostano verso poche grandi aree urbane o direttamente all’estero. Le aree interne trasformate in territori intermittenti, vivi solo in alcune stagioni o nei fine settimana. Intere porzioni del Paese che smettono lentamente di essere luoghi in cui costruire una vita stabile.

Non è un caso che molte delle zone più colpite dal calo demografico coincidano con quelle già colpite dalla fragilità economica e dalla dipendenza crescente dal turismo. E un territorio che perde abitanti, lavoro stabile e servizi non si rigenera automaticamente attraverso l’economia turistica. Il turismo può riempire temporaneamente gli spazi. Più difficilmente riesce a ricostruire forme stabili di vita collettiva.

Per questo il report ABI è importante: perché traduce finalmente nel linguaggio economico qualcosa che sociologicamente e territorialmente è già visibile da anni. Il calo demografico non è soltanto meno bambini. È meno forza lavoro, meno contribuenti, meno domanda interna, meno equilibrio territoriale. È una compressione lenta della capacità collettiva di produrre futuro.

E tuttavia c’è un paradosso. Lo stesso sistema economico che oggi denuncia gli effetti della denatalità continua spesso a produrre le condizioni che la alimentano: salari bassi, precarietà abitativa, lavoro instabile, servizi insufficienti, costo crescente della vita urbana. Una società in cui l’accesso alla casa diventa sempre più difficile, dove trovare un lavoro che garantisca, come recita la Costituzione italiana (art. 36), «una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» è per molti un obiettivo sempre più remoto, finisce inevitabilmente per comprimere anche la possibilità di costruire continuità affettive e familiari.

La denatalità, allora, non è soltanto la causa di una futura crisi economica. È anche il sintomo di una crisi già presente. L’ABI individua quattro possibili leve, per superare l’impasse che stiamo vivendo: giovani, donne, laureati e migrazioni regolari. Ma tutte queste leve rinviano, in realtà, a un’unica domanda: che tipo di società vuole essere l’Italia nei prossimi decenni?

Perché una società che rende difficile ai giovani restare, alle donne lavorare stabilmente, ai laureati trovare spazio e agli immigrati integrarsi, non sta semplicemente commettendo errori di politica economica. Sta restringendo progressivamente la propria base futura.

E forse il punto più profondo è proprio questo. La demografia non riguarda soltanto il numero delle persone. Riguarda il rapporto di una società con il tempo. Una società che smette di investire sul lungo periodo finisce anche per smettere di produrre lungo periodo: meno figli, meno progettualità, meno fiducia, meno continuità collettiva. Per questo il dato più impressionante non è che l’Italia perda abitanti.

È che sembri essersi lentamente adattata all’idea di diventare una società più piccola.

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Passi essenziali

Saliva lento. Dal fondo della via,
la fascina piegata sulla spalla.
La nebbia lasciava intorno
solo il necessario a esistere.

Non guardava l’ora,
non pareva averne bisogno.
Camminava come chi conosce
il tempo prima dei minuti.

Le scarpe consumate, il passo fermo,
i gesti ridotti all’essenziale:
niente chiedeva di più
di quanto potesse servire davvero.

Rimase a osservarlo finché sparì,
dietro una porta lasciata socchiusa,
quasi che quel poco bastasse ancora
a tenere insieme il mondo.

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Quando un paese muore

Frise è una borgata del Comune di Monterosso Grana, in un vallone laterale a quello che dà il nome alla terra degli alpeggi del Castelmagno. Arrivarci al tramonto di un giorno di maggio, con l’aria più fresca che già scende dalle cime ancora innevate delle Alpi Cozie e alza nell’aria l’odore del fieno pronto per le falci, è uno spettacolo impagabile. Farlo insieme a persone care, ritrovatesi lì per parlare di aree interne, paesi che si spopolano ed esperienze che provano a resistere, può avvicinarsi alla perfezione.

Immeritatamente, ero lì per raccontare delle sensazioni che, lungo percorsi non troppo dissimili, hanno portato al mio La felicità è quando non succede niente. A seguire, è stato proiettato Avenâl, il bel documentario di Anna Sandrini su Cave del Predil, centro delle Alpi Giulie prosperato per secoli grazie allo sfruttamento della sua miniera di zinco e piombo. Una sorta di “monocoltura industriale”, rimasta in piedi fino al 1991. Nei ricordi di chi lì c’era tornavano storie note: un benessere operaio garantito anche da una gestione pervasiva della miniera e del territorio circostante, con case costruite per i minatori, sale per il dopolavoro, cinema, negozi. Tutto realizzato da e per la miniera. Chiusa questa, chiuso il paese.

Alla fine resta una storia dolorosa, nella quale non riesci bene a capire se la nostalgia dei protagonisti fosse davvero per il lavoro a centinaia di metri sotto terra o piuttosto per la giovinezza che, a oltre trent’anni da quella chiusura, appare oggi come la stagione delle possibilità non realizzate. Ma c’è qualcosa di ulteriore che mi ha colpito, in quel filmato. Cave del Predil era una “company town”: tutto ruotava intorno alla miniera e tutto, paese e comunità compresi, era nella disponibilità di chi la gestiva. Una prospettiva che mi ha sempre inquietato; può anche generare benessere, ma lascia addosso un amaro difficilmente superabile.

Dopo la fine delle attività estrattive, la frazione di Tarvisio che le ospitava è crollata, prima demograficamente e poi economicamente. Si era persino pensato a un rilancio turistico del territorio, panacea che in questa parte di mondo viene proposta in ciascuno delle migliaia di comuni e frazioni che compongono il Paese e che, numericamente più ancora che strategicamente, non può funzionare ovunque.

Ma tornando a casa, da solo, prima di andare a dormire, un pensiero mi ha rapito. Parlando di miniere e spopolamento, che altro non sono che una delle molte facce dell’emigrazione, non ho potuto evitare un collegamento con Marcinelle. Lì, in quella catastrofe — meglio, nella «catastròfa», con l’espressione a metà fra il dialetto e il francese usata dai testimoni dei fatti e ripresa da Paolo Di Stefano nel suo libro — nelle fiamme e sotto la terra del Bois du Cazier si capì perché mai un Paese come l’Italia, senza acciaio né carbone, fosse diventato asse portante della Ceca: aveva carne da scambiare.

«Sapete perché finirono lì sotto i nostri compagni?», chiedeva tempo fa, ricordando quegli eventi, un minatore abruzzese. «Perché la nostra vita valeva meno del carbone», rispondeva da solo allo sguardo impietrito dell’interlocutore.

E allora arriva la domanda scomoda, urticante. Qui, in Europa, miniere, acciaierie e petrolchimici nei quali salute e vita stessa sono a rischio, chiudono anche perché, almeno formalmente, si è deciso che le vite valgono più del carbone, dell’acciaio o della plastica. Naturalmente resta la nostra ipocrisia: continuiamo a volere quei prodotti, e spesso a ottenerli al prezzo delle vite di chi vive lontano da noi. Ma anche in quei luoghi remoti, lentamente, l’approccio europeo arriverà o sta già arrivando, con effetti non troppo differenti.

E allora non so più dire se vedere morire un paese perché una miniera o una fabbrica chiudono sia sempre, automaticamente, un male.

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Le mani

Lei parlava piano,
tenendo il bicchiere tra le dita.
Lui seguiva il movimento delle mani
più delle parole.

La luce restava bassa sul tavolo,
appena oltre i loro volti.
Fu solo un momento, ma pensò
che bastasse restar lì.

Un gesto lieve, involontario,
le dita vicine alle sue.
Niente accadde davvero,
eppure cambiò la prospettiva.

Restarono qualche minuto,
senza cercare altre frasi.
Fuori continuava la notte,
dentro bastava quel poco spazio.

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