Parma è splendida. In una giornata di inizio maggio, poi, col sole che splende con forza, ma ancora non caldo, può essere magnifica. Due passi con la famiglia e un amico dalle parti della Pilotta sono il suggello finale. Il piacere di stare insieme, un caffè, mio figlio che non si stacca dalle figurine dei Pokémon sui banchetti di una piccola fiera d’antiquariato. E il mio amico che commenta: «Sai quando si dice che una volta si stava meglio, perché con uno stipendio medio, viveva bene un’intera famiglia? C’è gente della nostra età che compra confezioni di quelle carte per 60 euro: immagina tuo padre, a cinquant’anni, che spendeva in edicola 120mila lire in figurine! Tua madre lo avrebbe cacciato di casa, e giustamente». Ridiamo, senza nasconderci un po’ di malinconia.
In effetti, alcune delle cose che spesso con lui ci diciamo, e di cui a volte pure qui scrivo, sono tutte in quella differenza: il ricordo edulcorato e la realtà che effettivamente si è vissuta e si vive. Sulle rielaborazioni della memoria, spesso si costruiscono progetti nostalgici che alla prova dei fatti avrebbero la resistenza del nulla, ma che con i fatti, coloro che vi credono, non intendono provarli mai. Al contrario, usando alcune cose del passato come proiezione, si potrebbe costruire qualcosa di nuovo, non uguale a quel che c’era, ma in grado di usarne al meglio il buono. Solo dicendola, una cosa così, si finisce stritolati tra chi urla la difesa senza modifiche di quel che era e chi ne invoca la completa cancellazione.
Leggevo, poche settimane fa, il bel libro di Federico Campagna, Altrimondi (Einaudi, 2026 – cit. pp. 282-283):
«Il termine “nostalgia”, in effetti, è troppo generico per poter rendere conto della complessità del fenomeno a cui si riferisce. Nessuna nostalgia è mai uguale a un’altra, così come nessuno specifico dolore è mai identico a un altro. È utile, quantomeno, distinguere tra due tipi principali di nostalgia – e in uno di questi, ritroveremo lo spirito mediterraneo che animava i tardi scrittori austro-ungarici.
La nostalgia può prendere la forma di un progetto, o di una proiezione.
Quando assume il carattere di progetto, la nostalgia per un mondo perduto si traduce in un piano d’azione concreta per ristabilirlo nel presente. Il passato deve essere riportato in vita materialmente, anche a costo di mutilare il presente (e i suoi abitanti) di tutte le parti che non si adattano più al suo letto di Procuste. Questo tipo di nostalgia sembra rifiutare i propri aspetti immaginari e individuali, che cerca invece di trasformare in “realtà” tangibile. È, questa, la nostalgia tipica dei reazionari e dei conservatori politici di ogni epoca e nazione.
Quando la nostalgia assume invece i tratti di una proiezione, l’idea che il passato possa essere rimaterializzato nel presente appare non solo superflua, ma addirittura dannosa. Con la scomparsa del suo corpo materiale, il mondo perduto è riuscito finalmente a spogliarsi di quelle iniquità e costrizioni che lo appesantivano quando era ancora storicamente presente. Trasformatosi in un sogno, sciolto dai legami con la realtà concreta, non ha più bisogno di quelle regole e imposizioni che un tempo imbrigliavano i suoi abitanti. È diventato una tela bianca, pronta ad accogliere proiezioni immaginarie più affini alla sensibilità etica di ciascuno.
Così, nella reinvenzione di Joseph Roth, il vecchio impero riuscì a disfarsi delle sue discriminazioni e del suo antisemitismo, diventando un luogo di armonia cosmica. Per Leo Perutz si trasformò invece in un regno in cui le forze magiche della realtà potevano farsi palpabili. Per Lernet-Holenia divenne una galleria di specchi, dove lo spazio si incurvava vertiginosamente e il tempo si sospendeva. Per Werfel e Zweig si ingentilì fino a diventare un esempio virtuoso di vita pacificata e cosmopolitismo scintillante. Nessuno di loro pensò mai di agire concretamente per realizzare le proprie fantasie e rendere l’impero “great again”, come invece accade tipicamente nel caso dei conservatori politici.
Quando la nostalgia assume la forma di una proiezione, la scomparsa del passato non è vissuta come un momento di annientamento ontologico: sebbene il vecchio mondo sia uscito dalla sfera del visibile, non per questo è da considerarsi caduto nell’inesistenza. Il dolore che si prova nel non poter più toccare con mano qualcosa di perduto è senz’altro autentico, ma non è ragione sufficiente per dedurne che ciò che un tempo esisteva sia andato irrimediabilmente perduto. Ciò che chiamiamo “morte” è solo una questione di prospettiva. L’immaginazione è veramente capace di concedere al passato una nuova vita – sebbene immateriale – e l’arte e la letteratura possono bastare come sue manifestazioni materiali nel presente.
Questo tipo di nostalgia è inoltre una lente che rivela i legami analogici di cui si compone il tessuto della realtà. Il potere di una particolare melodia, di un profumo o di un fenomeno atmosferico di sovrapporre l’immaterialità del passato alla sostanza materiale del presente non è un inganno allucinatorio, ma una rivelazione di come le diverse dimensioni dell’esistenza condividano lo stesso status metafisico. La nostalgia dei tardi scrittori austro-ungarici, esuli di un mondo perduto e migranti nel tempo, confermava dunque l’intuizione mediterranea che molti mondi esistano simultaneamente – e che quello socialmente dominante in una data epoca storica non sia in alcun modo più reale degli altri, radicati invece nell’immaterialità del sogno».
Forse è proprio questo che oggi facciamo più fatica ad accettare: che il passato non possa essere né restaurato, né cancellato del tutto. Si preferiscono le semplificazioni. Da una parte, la nostalgia trasformata in programma politico, in tentativo di riportare in vita un mondo che non esiste più, ignorandone volutamente le ombre e le ingiustizie. Dall’altra, l’idea opposta e speculare: che tutto ciò che è stato debba essere archiviato, deriso o dimenticato, come se il presente coincidesse automaticamente con il progresso.
Eppure, quasi sempre, la vita reale si muove altrove. Nei dettagli minimi. In una passeggiata in una città bellissima, in una frase detta ridendo davanti a delle figurine dei Pokémon, nel ricordo di padri che non avrebbero mai speso mezzo stipendio in carte collezionabili, ma che forse avevano altre manie incomprensibili ai loro genitori. Ogni epoca ha le proprie illusioni, le proprie storture e le proprie innocenze.
Forse il punto non è decidere se si stesse meglio o peggio. È capire cosa, di ciò che abbiamo perduto, meriti ancora di accompagnarci. Non come modello da restaurare, ma come traccia. Come intuizione. Come possibilità umana da portare dentro un mondo diverso.
Perché alcuni mondi finiscono davvero. Ma altri continuano a esistere, in forme più leggere e meno visibili: in un odore, in una voce, in certe fotografie ingiallite, o semplicemente nel modo in cui continuiamo a guardarci intorno.