Poi, però, bisogna pur crescere. E chiedere la verità

«In guerra non c’è tempo per discutere, bisogna agire. Serrare le file, lasciare da parte le divergenze e combattere uniti. Per il resto ci sarà tempo dopo. Che siamo in guerra ci è stato ripetuto infinite volte in questi mesi così impegnativi. In Italia, in Europa, nel mondo tutti i più importanti leader politici sono ricorsi a questo linguaggio per giustificare decisioni e provvedimenti. Poi la guerra finisce e si torna a costruire. E oggi? È finita la guerra, va avanti? Cosa dobbiamo fare allora, uscire, stare in casa, cosa?».

Così Mauro Bonazzi, in un suo corsivo per l’edizione del Corriere della Sera di ieri, martedì 26 maggio. Trattati come bambini, ci vede il professore di Storia della Filosofia antica. E ha ragione. Stai a casa, copriti bene e lavati le mani; e basta? Cos’altro è questo, se non quanto si dice a un bambino? A un adulto si dovrebbe spiegare quali siano i suoi doveri e quali i suoi diritti; cioè, cosa si pretenda da lui, cosa possa aspettarsi dagli altri. Vi sembra essere questo il caso? A me no, e mi dispiace. Più che uno slogan, #stateacasa sta diventando un alibi. E la spasmodica denuncia dei comportamenti individuali che metterebbero a rischio la salute pubblica, ha sempre più i tratti della ricerca di un capro da allontanare e affidare al deserto per l’espiazione delle colpe collettive.

Per miei limiti, di Bonazzi ho letto solo Atene, la città inquieta (Einaudi, 2017), fortunatamente per me, quel buon saggio fa al caso di cui voglio parlare qui. Della Grecia antica, ci dice in quel libro l’autore dell’articolo che ho citato all’inizio, sulla scorta di una lunga teoria di studio che va da Platone a Nietzsche, non esiste un solo, unico e unitario volto; c’è quello dei filosofi, che cercano la razionalità del mondo e della società, e quello della tradizione, di Omero, del teatro, della tragedia, soprattutto, con la visione della realtà nella sua natura ambigua, che poco spazio lascia a chi cerca, nel manifestarsi di questa, indicazioni sul cosa sia giusto fare o pretende di trarre da ciò regole di comportamento assolutamente valide.

Ecco, allora, che quel messaggio iniziale si rivolge a tutti noi, singolarmente intesi e come comunità. Perché è nella coscienza di quella duplice faccia del problema del tempo che si vive e del come a esso ci si approccia, cercandone la razionalità ben consci delle ambiguità esistenti, che si manifesta, per esemplificare con la metafora della crescita usata dallo storico della filosofia, il diventare adulti, così come nel rifiuto di quella complessità risiede la ricerca di quel senso di sicurezza che sempre danno le immagini conosciute, smussate e proiettate sul fondo di una caverna da cui non usciamo per evitare la fatica di doverle verificare.

Ovviamente, solo una delle due ipotesi conviene al governante che non sa (o non vuole, poco importa e non fa differenza) spiegare le risposte che sa dare alle domande e ai problemi che il mondo pone davanti, e spinge perché gli uomini rimangano bambini, impauriti da quello che c’è fuori, spaventati da racconti terribili di dimensioni senza sfumature, in cui i buoni lottano sempre e solo conto il male e rassicurati dal sapere che questo, alla fine e se ci si comporta bene, magicamente è sempre sconfitto.

È così ovunque e deve esser così per forza? Ancora dall’articolo di Bonazzi: «Curiosamente, soltanto un leader mondiale non ha mai fatto uso delle metafore belliche: Angela Merkel. Forse perché in Germania queste immagini rimandano a un passato ancora troppo problematico; forse per via del suo carattere così controllato e schivo, poco propenso alla ricerca di frasi ad effetto. Fatto sta che Angela Merkel non ha mai evocato scenari di guerra: ha cercato di evitare troppe metafore, e quando le ha usate ha parlato di “ghiaccio sottile” o “corsa sulla lunga distanza”. Ha dato una prospettiva temporale quando gli altri si trinceravano nel qui e ora. Si è rivolta all’intelligenza delle persone, non alle loro emozioni. Sarà un caso se la Germania sta facendo meglio di molti altri Paesi? Di certo sta mostrando che anche le parole contano, soprattutto in politica».

Già, la Germania; e quella particolare attenzione alla Grecia classica, verrebbe da aggiungere.

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E quando gli ricapita?

Sinceramente, a me la battaglia che alcuni amministratori hanno ingaggiato contro la cosiddetta “movida” mette un po’ tristezza. Non perché io sia un habitué dei locali da aperitivo serale o cocktail del dopocena (sono un uomo di mezz’età con famiglia e non metto nemmeno il ghiaccio nello scotch, per non mischiare, figuriamoci se sarei in grado di bere, mescolati nello stesso bicchiere, vermouth, bitter e gin, magari con cannuccia e fetta d’arancia), ma per le motivazioni umane dalle quali prendono abbrivio spesso molte di quelle loro uscite.

Pensateci un attimo, pur tacendo, per carità antica, sugli anonimi sindaci di paesini sperduti, in cui l’assembramento è un concetto ignoto persino il giorno della festa del santo patrono, ma che possono ora urlare da balconi social contro gli imperterriti del tressette e le indomite del mercato, nella speranza del tweet di celebrità nella trasmissione satirica del venerdì sera: quando gli ricapita, a uno come Boccia, di poter far preoccupare qualcuno minacciando qualcosa? Al contrario, ora può solamente lasciar intendere che non è certa la riapertura della possibilità di movimento fra le regioni, è in tanti si spaventano, pensando alle loro libertà individuali compresse o alla depressione dei propri interessi economici. E a un De Luca che minaccia la chiusura di ogni parco pubblico tra il golfo di Gaeta e il vallo di Diano, quando gli potrà succedere di nuovo di non esser sepolto da un pernacchio di defilippiana tradizione? E a uno Zaia, quando, torvo sul suo prominente profilo, promette di revocare la liceità dello spritz nelle calli e fra i colli, di non cozzare contro il più classico, e motivato, sbarlefo in perfetto stile da bacaro veneziano?

Invece, oggi, le loro parole sono seguite con attenzione e premura, persino timore. E ritengo che l’ego che le anima sia non poco suscettibile alla seduzione della sensazione di immaginarsi potenti, più che altro, di sentirsi presi sul serio, nel bene e nel male. Certo, l’abuso di questa situazione potrebbe generare reazioni di rivalsa elettorale o di abbandono da parte di quanti, da quella presunzione e volontà di apparire, sono danneggiati o semplicemente infastiditi, ma ai nostri prodi, per il momento, non pare interessare.

E non è poi detto che gli andrà male.

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Patriottico? Abolirei i confini e non amo la divisione in nazioni; fate voi

Probabilmente è dovuta al fatto che non saprei a quale guardare, la circostanza per cui mi scalda poco l’idea di patria. Il mio bisnonno, che nacque già italiano al contrario di suo padre fatto tale solo in età adulta, ne scoprì una tra l’Hudson e l’East River, e tante mie genti l’han trovata fra valli svizzere o foreste germaniche. Un altro avo con migliaia di conterranei difese quella col tricolore sulle cime delle Carniche e delle Giulie, per dare ai propri figli e nipoti la possibilità d’esser chiamati «terroni» nelle piane sottostanti ai loro versanti meridionali. Io stesso sono nato a un migliaio di chilometri dai cieli sotto cui vivo e mio figlio a dieci volte tanto, e non è un modo di dire.

Sarà forse per questo, dicevo, che quando sento o leggo il sostantivo «patria», e tutti gli aggettivi e avverbi affini, sono il sospetto e il dubbio i primi sentimenti che affiorano. O magari potrebbe essere per antica coscienza cafona, visto ogni volta che un discorso è iniziato con l’appello e il richiamo a quei valori, è finito con quelli della mia schiatta a fronteggiarsi in armi, e a uccidersi vicendevolmente, lungo spaccature create da altri. Gli stessi, sia detto per inciso, pronti a dire «nostra», di tutti comunemente affratellati, la terra insieme calpestata, quando c’è da difenderla o accrescerla con lance e fucili, ma lesti a ribadirla loro, se mai qualcuno parlasse di dividerla e darne a tutti di che vivere. Di certo, non è per pulsione elitaria che m’affranco dal quel sentire che spesso si fa tifo e non di rado sopraffazione; semplicemente, le distinzioni che vedo e faccio nel mondo non passano per dei confini segnati sulla carta per divisioni dell’umanità in base a una lingua o a una fede.

La conseguenza, è una decisa freddezza pure per il concetto di Stato nazionale, che su quei limiti territoriali e di quelle disgregazioni fra gli uomini sostanzialmente si fonda e si nutre. E persino, arrischierei sfidando la modestia, una sorta di cosmopolitismo più sentito da generazioni migranti che non illuminato da letture pesanti, perfettamente sintetizzato in quei versi pregevoli dell’amato, e anch’egli cafone, Scotellaro (La mia bella patria [1949], da È fatto giorno, Parte seconda 1949-1952, La casa, ora in R. Scotellaro, Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004, p. 114):

«Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
Il mio seme lontano».

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Non va espiata religiosamente, ma scientificamente curata

È una malattia, non un castigo. E non avrei mai immaginato di scrivere un post come questo, in tempi normali. Ma normali, questi tempi, non lo sembrano affatto, se si deve leggere lo scatenarsi dei governanti contro i giovani che, scellerati, si permettono di uscire di casa, dopo più di due mesi di questa quarantena strana anch’essa, che ha tenuto isolati e rinchiusi i sani e i guariti, oltre che i malati e i contagiati.

Una condanna, quella verso i ragazzi e la loro “movida”, che ha i tratti del giudizio morale, sostenuto, arrischierei a dire con astio, da un fervore quasi religioso contro la libertà cautamente riconquistata. È come se, nell’approcciassi alla pandemia, non si seguissero le linee scientifiche per la cura, ma si cedesse alla richiesta di una sua espiazione, appunto, religiosamente intesa. E superstiziosamente, aggiungo. Perché non può esser altro che per superstizione, se si immagina di poter tranquillamente stare, per 8 ore, in dieci, cento, mille al chiuso di una fabbrica, di un ufficio o di un supermercato, e poi si vedono gli untori nei quattro amici seduti da una mezz’oretta a quel dannato e dannante tavolino del bar.

Addirittura, nella veste paternalista e sacerdotale, chi governa la res publica pensa a spot per educare, più che a interventi per contrastare la diffusione del virus sul piano medico e sanitario. Dove sono gli screening per capire il reale stato della diffusione del morbo, che pure erano stati ipotizzati? Dove i tamponi o le analisi sierologiche, sempre che vi mettiate d’accordo sul quanto e quali servano davvero? Dove l’incremento strutturale del numero dei posti letto negli ospedali, dovesse davvero verificarsi la paventata «seconda ondata» della pandemia?

Invece, è come se l’unica responsabilità per le morti sia di quelli che, oggi, escono di casa. Dite che c’entra anche il fatto che per anni si sono tagliate le spese sanitarie, se in Italia a fronte di oltre 220 mila casi di contagio si siano registrate più di trentamila morti, mentre in Germania, con 180 mila contagi, 8.200, e senza le chiusure che abbiamo avuto qui? Sarà per caso collegato al fatto che lì, fra il Reno e il Brandeburgo, come ricordava il New York Times quasi due mesi fa, i letti in terapia intensiva che a gennaio erano 28.000, 34 ogni 100.000 mila abitanti, in confronto agli allora nostri 12, siano stati da quel momento incrementati fino ad arrivare, all’inizio di aprile, a 40.000, proprio in relazione all’allarme lanciato a inizio anno sui rischi pandemici del Covid 19? E non potrebbe persino esserci una relazione fra la nostra capacità di reazione differente rispetto a quella tedesca, ma pure a quella della Corea del Sud, paese che per ricchezza nominale e pro-capite non ci precede, e percorsi, diciamo così, non ottimali, quando non addirittura, per sentenze passate in giudicato, criminali, di gestione del comparto sanitario dall’Alpi a Sicilia?

Ecco, per capirci, ci basterebbe sapere in giro abbastanza ispettori a far rispettare le poche regole stabilite per le imprese, come pure qualcuno – Chiara Gribaudo, del Pd, perché è giusto fare i nomi, quando si fanno i complimenti – dalle file della stessa maggioranza di governo aveva proposto, prima di divenir bersaglio degli insulti della solita teppaglia in servizio permanente effettivo, sguinzagliata dal lancio di rametto dell’addestratore di turno, e salvo scoprire ora, a quasi un mese da quel suggerimento, che si è ben lungi dall’obiettivo.

Diversamente, vi è il rischio che qualcuno possa cominciare a pensare che «#stateacasa», più che un hashtag, fosse un alibi.

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Delle due, l’una: o possiamo uscire, o si chiuda quanto riaperto

Dei presidenti di Regione che si fan chiamare governatori immaginandosi sceriffi e minacciando chiusure qualora i cittadini non facessero i bravi, non parlo, nemmeno male, perché lo fanno già abbondantemente loro stessi, persino non bene. È degli altri che vorrei scrivere. Di quelli che, alla fine, a quei governanti tributano applausi e consensi in generale e quando stigmatizzano il comportamento collettivo, salvo poi criticarli nel momento in cui quel giudizio negativo ricade sul proprio particolare, o che protestano contro chiunque chiedendo le norme più stingenti possibili, e poi si lamentano degli effetti che queste, pure nella versione più blanda, producono.

Li vediamo ogni giorno, quelli a cui mi riferisco. Urlano a tutti di non uscire, danno dell’untore e del potenziale assassino a quanti, ritenendo le chiusure un po’ eccessive, eccepiscano sulle misure di contenimento, e poi, con la foto del profilo incorniciata a minacciare l’eterno «stai a casa, il virus ti ascolta», postano video di ristoratori economicamente stremati dagli effetti del lockdown. E ancora, ruggiscono per l’attentato alla salubrità dei patri suoli, siano essi nazionali o di quartiere, se si parla di aprire i confini e permettere la mobilità fra Regioni e Stati, ma li leggi disperarsi per le sorti del settore turistico. Si dicono solidali con baristi e negozianti, però denunciano il comportamento rischioso di chi esca per andare a far shopping o il crimine commesso da chi addenti un croissant e beva un caffè senza mascherina.

E potremmo continuare con gli esempi. Però, a loro e quanti come loro la pensano, indipendentemente da dove si trovino assisi nella catena dei decisori e degli esecutori, chiedo di fare chiarezza. Se si può uscire liberamente, allora si va dove si vuole, pur con tutte le accortezze. Altrimenti, si chiuda quanto riaperto e se ne traggano le conseguenze.

Tutte quelle che ne discendono, anche le economiche.

Risposta a possibili domande: sto parlando di soldi? No: della vita delle persone che con quelli ci campano.

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Basta un attimo e ci si accorge di quanto sia duro, il medioevo vagheggiato

«Around 183 million people in 47 countries, including North Korea, are facing the possibility of severe food insecurity as border closures and disruptions in global supply chains have restricted their access to farming products, a U.N. food agency said. […] “While the COVID-19 pandemic is devastating lives, public health systems, livelihoods and economies across the world, populations living in food crisis contexts and those whose resilience has been eroded by previous crises are particularly exposed to its effects,” the report said. “ Globally, the COVID-19 pandemic is already directly affecting food systems through impacts on food supply and demand, and indirectly through decreases in purchasing power, the capacity to produce and distribute food, and the intensification of care tasks, all of which will have differentiated impacts and will more strongly affect the poor and vulnerable,” it added».

Così il Korea Times, a proposito del rapporto della Fao e di altre agenzie Onu sui rischi per le popolazioni più povere conseguenti ai risvolti economici delle misure prese per arginare il diffondersi della malattia. Non può, il quotidiano di Seoul, non guardare a quello che accade al di là del ponte del non ritorno, ma ci dice, nel farlo, che sono 47 le nazioni in cui circa 183 milioni di persone rischiano di soffrire la fame perché, chiudendo confini e bloccando gli scambi, si sono ridotti anche i canali di approvvigionamento di cibo. In pratica, non so quanto volendo, ma quella testata e il report a cui attinge, ci dicono che la sospensione della modernità commerciale e industriale si paga in sofferenze umane, che sono sempre, e per prime, quelle dei più deboli, degli ultimi.

Il mondo autarchico con tutti chiusi nei propri limiti (addirittura domestici, nel parossismo paradossale a cui ci ha spinti il coronavirus, con i sani che si isolano in casa per paura della malattia) e dove nulla arriva da di là dalle frontiere, è per forza un mondo meno ricco, materialmente, oltre che umanamente.

E se fra le dispense piene e i frigoriferi mai vuoti possiamo cullarci degli aspetti romantici della quarantena, trascorsa a legger novelle e preparare torte e manicaretti, la realtà, come ammoniva uno striscione in spagnolo opportunamente affisso durante i giorni in cui a molti – e pure a chi scrive, devo confessarlo – appariva non tanto brutta la prospettiva di una sospensione dalle fatiche della quotidianità, ci ricorda che il poter cogliere gli aspetti migliori delle privazioni è sempre e soltanto «privilegio de clase».

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Sovrano è lo Stato che i soldi li ha

C’era un articolo, sull’edizione online del Corriere della Sera lo scorso 11 maggio, che nel titolo conteneva, da solo, la migliore risposta, spiegazione e chiarimento a quanti, un giorno sì e l’altro pure, invocano l’uscita dall’euro quale via per riprendersi la perduta sovranità monetaria e risolvere, sic et simpliciter, tutti i mali finanziari ed economici del Paese: «Argentina sull’orlo del nono default».

In quelle lapidarie sei sole parole, una replica puntigliosa e ripetuta a quanti immaginano di poter, per effetto immediato e liberatorio dell’abbandono dell’uso della valuta comune europea, stampare moneta in offset e risollevare le sorti di una nazione tenuta a freno dai perfidi banchieri di Francoforte e altrimenti libera e forte, in grado di sopravanzare qualunque altra. Ebbene, credo sia un po’ più complicato di così. Infatti, sempre sperando che l’Argentina non arrivi a quel nono, il fatto di aver già sbattuto contro altri otto default dovrebbe esser chiaro monito di come, una moneta esclusivamente propria e una banca centrale senza vincoli comunitari, non mettano al riparo da scenari seriamente preoccupanti. Al contrario, il caso di altri Stati che hanno l’euro con le stesse regole che valgono per l’Italia e non soffrono le difficoltà del sistema italiano, dovrebbe rendere esplicito come il problema non nasca tutto e solamente nell’aggancio a quella valuta.

Volendo riassumere con la parafrasi di quel giurista che non metterei mai fra i miei intellettuali di riferimento, su questioni di soldi, sovrano è lo Stato che li ha, quei soldi, intendo. La Germania non è più forte perché le regole le stanno meglio sul suo vestito produttivo e istituzionale; lo è perché la sua economia reale lo è. Di contro, le debolezze argentine non sono superabili con la possibilità di emettere altro denaro, ma attraverso una robusta cura ricostituente del tessuto economico che sostiene i biglietti con su scritto «Banco Central de la Republica Argentina».

Non basta una valuta nominalmente “sovrana” e un paio di stampanti nuove per piegare il mondo.

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Dall’incoscienza al terrore; e una sana, aurea mediocritas?

Dal racconto di Cesare Zapperi, per il Corriere della Sera di venerdì scorso: «L’hanno già definita la “guerra del metro”. Per le Regioni, dopo quella per l’anticipo a lunedì 18 maggio della aperture di bar e ristoranti, ora si è aperto il confronto sulle distanze da tenere nei locali e in spiaggia. Luca Zaia ha posto la questione con una domanda retorica: “Davvero possiamo pensare che i turisti in spiaggia, sotto il sole, debbano stare a 5 metri di distanza, mentre gli operai, al chiuso di una fabbrica, possano stare a un metro?”».

Per carità, lui è Zaia, quello dei topi mangiati vivi e del virus sicuramente di laboratorio perché progressivamente più debole. Però, la domanda rimane: se, nell’ottica delle misure di contenimento del contagio, si può stare 8 ore al chiuso di una fabbrica, magari con l’aria condizionata, a un metro di distanza l’uno dall’altro, perché per una mattinata all’aperto in spiaggia, cullati dalla brezza marina, bisogna allontanarsi almeno di 5 dal vicino più prossimo? La risposta «perché in fabbrica è necessario andarci, in spiaggia no», non vale. Perché, per chi campa di turismo balneare, è necessario che ci si vada e, soprattutto, perché stiamo parlando di misure di contenimento del contagio, non di morale. E il virus si muove al di là del bene e del male.

Certo, mi si potrebbe dire che in fabbrica gli accessi sono tracciati, in spiaggia no. Bene: e chi vieta di tracciarli, facendo pagare solo con carta l’ingresso ai lidi, magari con un pagamento simbolico di un centesimo quello alle spiagge libere. E inoltre, tracciati cosa, gli operai della fabbrica? Ci sono posti come l’Ilva di Taranto, con 15.000 dipendenti che, nel caso di contagio, svilupperebbero (se li svilupperebbero) i sintomi una, due settimane dopo l’evento. Nel frattempo, avrebbero girato per negozi, strade, bar, piazze, ristoranti, centri commerciali, spiagge… non li tracceresti manco in Corea.

Infine, la ricerca del punto “zero contagi” rischia di diventare un’ossessione che definirei asiatica, un misto di ritiro ascetico e kaizen, ma senza la dimensione interiore. Se quest’ultima ci fosse e fosse ascoltata, ci direbbe, tra le altre cose, pure che è inutile fare del Covid il babau per grandi e piccini dei tempi moderni. Se quasi tutti dicono che ci dobbiamo convivere, allora dobbiamo convivere anche con il contagio. Lo zero, in quest’ottica, non esiste, se il virus non viene debellato. E nella storia dell’umanità, un solo virus, forse, abbiamo debellato. Gli altri sono tutti qui, fra di noi e contro di noi.

Per questo, l’incoscienza è stupida, ma il terrore è esagerato, e non è sano. Sana, invece, sarebbe un’aurea mediocritas fra la leggerezza e la paura, che faccia stare attenti, senza l’affanno di dover evitare persino l’inevitabile. Perché si vive solo nella pienezza di chiari e scuri i giorni che ci son dati, sapendo che, naturalmente, ogni alba, e la nostra fra queste, andrà al tramonto, per quanti accorgimenti possiamo prendere.

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E un linguaggio offeso si fece parola offensiva

Scriveva Calvino: «Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvi? Credo che la mia prima spinta venda da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere».

E continuava: «Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze». Per poi spiegare: «Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio» (Italo Calvino, Lezioni americane, Esattezza, 1993, Ed. Mondadori 2019, pag. 60).

Non ho molto altro da aggiungere, alle parole del grande scrittore, nemmeno in questa stagione in cui una quasi «epidemia pestilenziale» l’abbiamo davvero. E se questa non ha colpito specificatamente quella facoltà a cui Calvino si riferiva, perché, come si legge nelle sue stesse parole, già acciaccata e ferita da tempo, di sicuro non ha contribuito a darci il destro per la ricerca di una soluzione ai suoi mali. Così, adesso, questo linguaggio offeso, si fa parola offensiva, usata per urlare contro lo straniero, il presunto untore, la ragazza di vent’anni rapita mentre cercava, come poteva, di portare un sorriso in più, in un mondo che troppo piange.

«And that’s all I have to say, about that».

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Un astio che non ha senso

Silvia Romano è tornata a casa. È una bella notizia. Dovremmo esser contenti per lei e per la sua famiglia e basta. Invece, in questo nostro Paese triste che si racconta allegro, non è così. Non è mai così. Anche in questo caso, persino di fronte alla liberazione di una ragazza di 25 anni rapita per essere andata ad aiutare chi stava peggio di lei e tenuta prigioniera da criminali terroristi per quasi due anni, siamo riusciti a esprimere il peggio di noi, con commenti e accuse che superano di molto il limiti della decenza, pure in una nazione, la nostra, abituata al male. Perché?

Non so di preciso per quale motivo proprio non riusciamo a essere felici per la felicità di altri, del nostro prossimo. Eppure, in tanti, quasi tutti, si dicono cristiani; dovrebbero, semplicemente e con convinzione, sentire quell’afflato. Non è così e, ripeto, non ne capisco le ragioni. Ma c’è una spiegazione del fenomeno che proprio non accetto: quella che vuole i rancorosi tali perché, e solamente perché, sofferenti nel sistema economico-sociale dato (cosa di cui in parte parlo nel post dell’altro ieri, che cito per non ripetermi). E anche qui, non è così. E non tanto perché è troppo semplice l’estremizzazione del concetto materialistico che vuole tutte le coscienze frutto esclusivamente del relativo «essere sociale», ma proprio perché quest’ultimo, l’essere sociale, non è così pessimo da determinare in quel modo la coscienza di chi vi rientra. Insomma, se non tutti, tanti di quelli che riversano odio dove e come possono contro una cooperante rapita, il medico di una Ong, un sacerdote che ricordi, continuamente, come il Cristo insegnasse l’accoglienza, a vestire gli infreddoliti e a nutrire gli affamati, non stanno materialmente male. Hanno magari una bella casa, un’auto nuova, un lavoro che dà, per loro e per le loro famiglie, di che vivere dignitosamente, quando non nell’agio, però, al cospetto dell’elemosina data al senzatetto, s’inalberano e diventano spietati.   

Per qualunque ragione si manifestino, sono davvero stancanti le miserie che ci tocca commentare ogni maledetta giornata. Non riusciamo a star bene, come popolo, e nemmeno di questo capisco il perché. O forse lo so, e non voglio dirmelo. Perché ammettere che stiamo bene solo possiamo esserlo come individui e non anche come comunità, perché, nella triste visuale che abbiamo, le due cose debbono per forza essere in contrasto fra loro, è un po’ dire che le peggiori linee tracciate da quel Banfield a cui nel mio articolo citato s’accennava, nelle sue descrizioni, non valevano solo per una piccola enclave in un tempo perduto, ma sono l’immagine del Paese in un arco più lungo.

Dopotutto, è lo stesso Paese che ha un debito pubblico mostruoso e un patrimonio familiare medio (in rapporto al reddito per le stesse famiglie disponibile) fra i più alti al mondo.

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