Da Vermicino al Mottarone; è davvero necessario mostrare tutto?

Nei giorni scorsi, siamo stati invasi dal ricordo per l’anniversario dei quarant’anni dalla disgrazia capitata al piccolo Alfredino, a Vermicino, nei pressi della capitale. Chi non la ricorda, fra quelli che c’erano e tra quanti son venuti dopo? Fu ed è un dolore infinito, per lui e la sua famiglia. Divenne tragedia nazionale, la prima in diretta tv. Abbiamo anche letto, poi, su molte testate critiche a quella spettacolarizzazione degli eventi duri, come quello d’inizio estate del 1981, appunto. L’abbiamo letto, certo: e una settimana dopo, gli stessi organi d’informazione diffondevano il video dell’incidente del Mottarone. Così, i parenti delle vittime e l’unico sopravvissuto, potranno risentire il dolore su internet, ogni volta che lo vorranno. Perché è per questo che l’hanno fatto, giusto?

Ha scritto bene, a proposito della diffusione del video ripreso dalle telecamere di sicurezza della funivia sul Lago Maggiore (depositato quale atto d’indagine e, come tale, portato a conoscenza degli indagati, non certo per essere diffuso a reti e mezzi unificati), sul suo profilo twitter Mario Calabresi: «Un tempo, grazie al cielo, non esistevano telecamere ad ogni angolo di strada e così non sono cresciuto con un’immagine fissa negli occhi. Penso allo strazio di chi rivivrà in continuo l’ultimo attimo di vita di una persona amata». Ai direttori di testata, ai redattori e ai giornalisti, e persino a chi, materialmente, ha caricato il video su quelle pagine o avviato la sua trasmissione, faccio una domanda: è davvero necessario mostrare tutto? Cosa aggiunge, alla conoscenza collettiva dell’accaduto, in un caso del genere, il poterlo vedere mentre accadeva? Non intercetta, invece, macabre pulsioni già abbondantemente diffuse, e a cui purtroppo non c’è bisogno di fornire ulteriori occasioni? Se fosse stato un vostro caro, a perire in quella disgrazia, avreste voluto saper pubblicati e continuamente disponibili tutti i fotogrammi degli ultimi istanti della sua vita?

Perché è questa, in fondo, la domanda che mi farei. Qui non si tratta di mostrare un evento, per quanto duro, perché è necessario sapere che sia accaduto. Questo può valere per le immagini dei morti in mare, come valse per la Shoah e vale per le guerre e per gli infiniti orrori di cui gli uomini sono capaci. Qui, l’accaduto è chiaro e non negato; poterne osservare i dettagli nel suo svolgersi non aggiunge nulla alla necessità di portare il pubblico a conoscenza dei fatti, ma serve solo a fare numeri di visualizzazioni.

A questo sono ridotti, il giornalismo e la libera informazione?  

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No, amici dem, Giorgia Meloni non è meglio di Matteo Renzi

A proposito di sondaggi, ieri mi ha molto colpito un articolo sull’edizione online di Repubblica, a firma di Giovanna Vitale, lei stessa impressionata dai dati che stava raccontando. Scrive la giornalista, in avvio del suo pezzo: «C’è un dato a dir poco sorprendente nelle pieghe del sondaggio YouTrend commissionato dal gruppo dem di palazzo Madama, su cui la settimana scorsa i senatori si sono accapigliati. Racconta che, non ci fosse Matto Salvini a salvagli l’onore, il politico più detestato dagli elettori del Pd sarebbe Matteo Renzi. Sì, avete capito bene, l’ex segretario-premier che in quanto ad affidabilità scivola per la prima volta dietro a Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia che dovrebbe essere la bestia nera del popolo democratico e invece risulta più apprezzata dell’ex Rottamatore». Posso essere sincero fin in fondo: è sconcertante, certo, ma non sorprendente, questo atteggiamento. Purtroppo.

Dico purtroppo, ma è un sentimento che, di quella comunità, conosco e riconosco. Sono tanti, lì, pronti più a odiare chi li ha delusi, traditi, ingannati o semplicemente non ha tenuto fede agli impegni presi, o pur solo a quelli che altri avevano immaginato che dovesse onorare, che a combattere gli avversari, giudicandoli per quel che sono, valgono e fanno. Lo stravolgimento, poi, arriva al punto che, usciti da quella comunità dopo esservi appartenuti, non si è più, per tanti, degni di considerazione, e si scivola, quindi, nel gradimento al di sotto degli avversari. Così, i tanti che applaudivano Renzi, tributandogli i successi elettorali che ha avuto e che tutti, tutti loro hanno sostenuto e festeggiato, ora lo dannano, addirittura, in ipotesi, preferendogli la leader di Fratelli d’Italia. Qui, però, superano anche quelli che, come me, Renzi lo hanno osteggiato quando loro lo sostenevano: no, cari elettori del Pd citati in quel sondaggio, per quanto non vi piaccia più, o non ci sia mai piaciuto, rimane il fatto che Giorgia Meloni (valutata da sinistra, ma pure dal centro) non può essere preferibile a Matteo Renzi. Non si perda la lucidità di giudizio fino a questo punto, vi prego.

Una prova a sostegno di questa valutazione? Bene, ci provo. Renzi è stato a capo del governo per quasi tre anni. Alcune cose le abbiamo criticate, e molto. O meglio, quando io le criticavo, voi mi prendevate a randellate sulle gengive, ma questa è un’altra storia. Comunque, dicevo, ha guidato il paese per un periodo decisamente lungo, se confrontato con la durata media dei governi nostrani. Molto di quello che ha fatto avremmo preferito che non fosse fatto, o fosse fatto diversamente; ci sta. Ora, però, immaginate che per quei circa trentaquattro mesi, a guidare l’Italia, ci fosse stata Giorgia Meloni, con tutto quello, e con tutti quelli, che ciò avrebbe comportato.

Pensateci (pensiamoci): magari, non sarebbero stati solamente dettagli di stile.    

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Già, e se fosse quello?

Alla fine del suo editoriale sulla crescita, almeno nei sondaggi e per ora, dei movimenti e delle forze politiche di destra in Italia, Norma Rangeri, sul Manifesto di ieri, s’interrogava e interrogava i suoi lettori pure sull’incapacità, a sinistra, di agganciare l’elettorato e le sue impressioni e valutazioni. «C’è da chiedersi», scriveva, «perché chi si batte per i diritti di tutti, per il lavoro, per la solidarietà, per una società più libera, per un ambiente più sano, per evitare qualsiasi forma di sfruttamento e di prevaricazione, non riesca a ottenere un sostegno popolare più ampio. L’informazione (e dunque l’ignoranza), la comunicazione (e dunque la deriva dell’uomo solo al comando), sono e restano una sorta di specchio deformante. Ma è obbligatoria una riflessione su quest’area depressa da personalismi, ideologismi, rancori, divisioni che agli occhi di chi guarda appaiono spesso sterili, se non proprio ridicoli. Chiedo: e se fosse proprio questa frammentazione-frantumazione a determinare una percentuale di consensi da zero virgola?». Già, e se fosse davvero quello, il problema?

Non ho soluzioni, e non starò qui a indicare i responsabili, tantomeno a denunciare presunti colpevoli. È un fatto, però, che a sinistra si stenti a uscire dalle percentuali a cui da qualche anno (un paio di lustri, se guardiamo a ciò che c’è oltre il Pd) si è inchiodati. E possiamo anche chiudere il dibattito nelle nostre coscienze dicendo «il paese è irrimediabilmente di destra», ma non faremmo un buon servizio, di certo non alla sinistra, probabilmente nemmeno al paese e credo neppure alla verità. Perché quella definizione della nazione autoassolutoria per noi, un paio d’anni fa avremmo potuto incollarla tranquillamente ad altri contesti, come ad esempio gli Usa. Eppure, oggi è Biden a sedere alla massiccia scrivania dell’Oval Office, non più Trump. E per quanto i paralleli siano sempre difficili e le similitudini non di rado sbagliate, qualche cosa, dall’esperienza degli altri, potremmo anche impararla, non credete?

Cosa sto dicendo di fare? Per chi mi avete preso; non ho strade da indicare a nessuno, e spesso mi contraddico percorrendo persino la mia in solitaria. Però, qualche ipotesi si potrebbe fare. Per dire: davvero il Pd non vede che il suo mito dell’autosufficienza non porta i risultati che un americanismo, quello sì, improprio aveva promesso? E realmente la sinistra alla sua sinistra non coglie il senso di tutti i risultati magri che raccoglie?

Domande, come sempre, tante; risposte, ovviamente, nessuna.

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Di fronte a tutto questo, noi che facciamo?

«Ci hanno gridato la croce addosso i padroni / per tutto che accade e anche per le frane / che vanno scivolando sulle argille. / Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti / nelle piazze per essere comprati / la sera è il ritorno nelle file / scortati dagli uomini a cavallo, / e sono i nostri compagni la notte / coricati all’addiaccio con le pecore. / Neppure dovremmo ammassarci a cantare, / neppure leggerci i fogli stampati / dove sta scritto bene di noi!» (Rocco Scotellaro, Noi che facciamo, in Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004). Lo so, parla di tanti anni fa; ma sembra, ed è, attuale ancora oggi.

A un presidio di lavoratori in protesta davanti alla loro azienda nel Lodigiano, ci sono stati degli scontri, con bastoni e taser, le pistole elettriche. I sindacati parlano di aggressione organizzata, e in effetti, un taser non lo porti appresso per caso. Ricchi ereditieri che nulla han fatto per meritarsi la fortuna di nascere con un patrimonio enorme e un’azienda florida, chiedono ai ragazzi di mettersi in gioco, rinunciando ai sussidi. Albergatori che si lamentano preventivamente se qualcuno, prima di andare a lavorare da loro, dovesse chiedere lumi su stipendio e orario. E poi, cos’altro? L’accusa ai genitori dei voler far studiare, magari fino a diventar dottori, i propri figli, invece di mandarli a sudarsi un salario subito e senza troppe pretese? Che roba, contessa! Ma su tutto, la mia domanda è un’altra: noi, di sinistra, dico, che facciamo? Siamo affianco a quei lavoratori (per carità, a un metro l’uno dall’altro e con le mascherine pure all’aperto, che altrimenti già vi sento urlare «negazionista!» dai balconi, come in una pubblicità del profumo degli anni novanta) e a quelle richieste, o facciamo solo tweet, status e post? Ci basta questo o possiamo pensare che (se condividiamo quelle istanze, sia ribadito per chiarezza) si possa fare qualcosa di più, tipo dire, con tutta la fermezza di cui siamo capaci, che sui diritti sociali non si transige, e che, se proprio, sono i più ricchi a dover rinunciare a qualcosa, che comunque, quasi sempre, sarebbe il più del superfluo?

L’attacco concentrico, di parole e bastonate, che arriva dalle notizie che si leggono è veramente un salto nel passato di molti anni. Tocca argomenti che pensavamo messi al sicuro, come quello per cui, se si lavora, si debba esser pagati il giusto, che detto diversamente significa che ogni «lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». E se la reazione fa passi così spinti e così duri, i progressisti cosa aspettano a rilanciare con altrettanta durezza e forza?

Noi, che aspettiamo?

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Dove l’erba trema

«Sei ideologico in tutto: pure in un’opera che racconta l’epopea di una terra e del suo legame tra questa e le sue genti, riesci a trovare passi per giustificare la tua visione “ottimista” dei fenomeni migratori». È un commento in privato arrivatomi da un amico, a proposito del mio post dello scorso 7 giugno su Filopolitica.

Nel ringraziarlo, devo però correggerlo. In due punti. Il primo è che le testimonianze raccolte da Nuto Revelli sono piene di racconti di emigrazione, e, in molti di questi, i protagonisti danno di quella loro esperienza una valutazione positiva, sotto il profilo pratico; in sostanza, si andava via perché a casa la vita era agra, e ci si trovava non di rado a guadagnare di più e quanto bastava per vivere dignitosamente. Il secondo è che, appunto, riguardo alle storie di emigrazione che racconto e ai loro risvolti, il mio approccio è sostanzialmente pratico, tutt’altro che ideologico. Senza l’approdo nell’Upper Bay del mio bisnonno e di tanti come lui, il paese in cui sono nato e le famiglie che lo formavano e lo costituiscono sarebbero stati decisamente più poveri. Senza le fabbriche e il lavoro in Svizzera e Germania nel secondo dopoguerra, pure. Senza la possibilità di andarmene io stesso a cercare un impiego altrove, anche.

Di più: è talmente tanto pragmatico, in quel senso, il mio punto di vista, che spesso valuto intere stagioni politiche e storiche da come, e quanto, quel fenomeno lo hanno reso possibile e agevolato, sapendo che, al contrario, limitarlo è servito quasi esclusivamente a consentire ai padroni in patria di ricattare di più e meglio quanti, per quelle misure, perdevano la possibilità di andarsene. Con altre parole dalla testimonianza di Michele Giuseppe Luchese che riprendevo nel post citato: «Giolitti era un grande uomo, rispettato all’interno e all’esterno, con un passaporto da quattro soldi la gente andava tutto dove voleva» (Nuto Revelli, Il Mondo dei vinti, Einaudi, 1977, vol. I, pag. 73). Come per Luchese, anche per me la grandezza d’un politico la si misura pure nella possibilità data ai suoi concittadini di poter andare “a cercar fortuna” dovunque vogliano.

Già sento, perché l’ho già altre volte sentita, la reprimenda sui patri doveri, magari sollecitata dagli animi eccitati dalle vittorie di giovanotti con la maglietta azzurra: «ma così dicendo, dove lo mettiamo l’amore per la propria terra?». Giusto. Solo che, negli anni che ho vissuto, ho imparato che la terra è di chi la possiede. Gli stessi pronti a dirla pomposamente «nostra», qualora si tratti di difenderla, in armi o meno, da altri padroni, ma sempre lesti a ribadirla loro, se mai qualcuno parli di dividerla o di goderne tutti insieme.

Non è qui il luogo per approfondirlo, ma credo che ci sia un filo conduttore comune tra lavori apparentemente distanti, come quello di Revelli e Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, non foss’altro per quello che muove l’idea del primo dei due, temporalmente parlando. Presentando il piano dell’opera all’editore Laterza (per il quale uscì nel ’54), in un breve scritto introduttivo dal titolo Per un libro su “I contadini e la loro cultura” (ripreso da Manlio Rossi Doria nella pagina 8 della sua prefazione all’edizione citata), Scotellaro scrive: «la cultura italiana sconosce la storia autonoma dei contadini, il loro più intimo comportamento culturale e religioso, colto nel suo formarsi o modificarsi presso il singolo protagonista. Chi volesse, pertanto, assumere il singolo contadino come protagonista della sua storia, dovrebbe impostare la ricerca secondo la via più diretta dell’intervista e del racconto autobiografico». E allora, sperando che non facciate a me il torto di ricordarmi quanto sia dolorosamente contraddittoria quella liberazione dalla schiavitù per la paura di non potersi fare ancora «un bicchiere contento», e che è paura di non aver compagni al desco, non di allestire questo in altri luoghi, vi lascio con i versi del poeta e politico lucano (Rocco Scotellaro, La mia bella patria [1949], da È fatto giornoParte seconda 1949-1952La casa, ora in R. Scotellaro, Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004, p. 114):

«Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
Il mio seme lontano».

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E poi, andò a finire come tutti sappiamo

«La dichiarazione di guerra è già stata consegnata… [boati e applausi dalla folla] …agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia [esplosioni di giubilo]. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente… [grida festanti anche in altre città collegate via radio, persino in quelle che poi si scopriranno pienamente resistenti e antifasciste] …, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano [cori e inneggiamenti all’oratore]».

Ieri era il 10 giugno. Nello stesso giorno del 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, a Roma, Mussolini seduceva il popolo italiano con l’annuncio dell’entrata in guerra al fianco della Germania. Seduceva? Non credo sia proprio il termine giusto, almeno a giudicare dai boati e dagli applausi della folla. Diciamo meglio che, in un certo qual senso, assecondava le tendenze di larghi strati del Paese, credo persino maggioritari. Dalla fine dell’estate precedente, la Germania sembrava vincere tutto: aveva già guadagnato molto a oriente e la campagna di Francia, iniziata dall’esercito tedesco un mese prima, era sul punto di portare i nazisti trionfalmente a Parigi (cosa che poi avvenne qualche giorno dopo, il 14 giugno). «Saltiamo sul carro armato di Hitler», avranno pensato i nostri connazionali d’allora, in quell’assolata giornata di tarda primavera. Se un solo uomo, in quelle piazze, avesse gridato il suo pacifismo o non interventismo, probabilmente sarebbe stato linciato quale traditore della patria; appena qualche anno dopo, a trovarne uno di quelli che applaudivano, dall’Alpi a Sicilia, sarebbe stata impresa ardua.

Perché è così che vanno le cose, e non solamente in questa parte di mondo e in quella stagione passata. Se qualcosa o qualcuno sembra vincente, i molti son tutti con lui o per quello. Lo spronano, lo sostengono, rendono a lui possibili le peggiori nefandezze, perpetuate sulla via che conduce all’immaginata vittoria. Poi le cose, magari, come allora e come domani, vanno male, vanno a finire come tutti sappiamo che andarono. E allora, solo lui era il colpevole, solo quel sistema il responsabile. Gli altri, assolvendosi tutti.

Persino, o meglio, per primi quelli che di più e con più forza avevano applaudito.

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Ma perché, volevate pagarli di meno?

Posso dirlo: che noia, questa storia del reddito di cittadinanza. No, non lo strumento di sostegno al reddito per chi non ne percepisce altri; l’idea, e la retorica, per cui questo disincentiverebbe «i giovani» dalla ricerca di un lavoro vero e proprio. Un’idea, e una retorica, che, se volessi definire con le categorie che un tempo segnavano e davano senso e misura al linguaggio politico, chiamerei apertamente reazionarie. Se avete la bontà di seguirmi, proverò a spiegare meglio.

Che i giovani siano «bamboccioni», «mammoni» o troppo «choosy» per darsi alla fatica, l’abbiamo sentito molte volte, e non solo da destra. Che lo strumento di reddito garantito per chi non ne dispone sia il nemico del lavoro, però, è una novità. O meglio, è una novità solo perché prima, uno strumento del genere, non c’era o almeno non in queste dimensioni. Ma la sostanza, se vogliamo andare un po’ più in profondità, non è affatto nuova. Già gli agrari latifondisti si lamentavano dell’emigrazione transoceanica delle masse bracciantili meridionali, ad esempio, e trovavano un gancio nella retorica patria del regime fascista per chiedere una stretta sui flussi in uscita. Perché? Beh, semplice: perché se il mio bisnonno poteva andare a far il manovale a New York per qualche anno e mettere da parte un po’ di soldi necessari a comprarsi una casa e un pezzo di terra, è chiaro che era meno ricattabile dal barone, tantomeno dal suo caporale. E quindi, mi chiedo: visto che il reddito di cittadinanza non arriva a 800 euro al mese, per il ragazzo single di cui si stigmatizzano le scelte, i titolari dei locali, nemmeno di quelli di grido, per i quali, lo sappiamo, si lavora tanto e per tante ore a settimana, davvero non riescono a essere attrattivi, sotto quel punto di vista? In sostanza, davvero vogliono pagar loro un salario inferiore a quella somma, o comunque non competitivo rispetto a essa e alle condizioni offerte?

Infine, anche il fatto che non si trovino camerieri non mi convince del tutto, considerato, appunto, che agli stessi si vuole offrire meno di quella cifra di cui si diceva, dato l’effetto, per così dire, “deterrente” del reddito di cittadinanza denunciato dagli operatori del settore. Le logiche del mercato e del capitalismo che gli stessi cantano imporrebbero che, dinanzi a una carenza nell’offerta, la domanda alzasse il prezzo. Però non credo avvenga se, a rischio di ripetermi, quei 700 e rotti euro disincentivano al punto che a decine di migliaia (ché se «non si trovano camerieri e cuochi» è titolo da prima pagina sui giornali importanti, la scala deve evidentemente essere di questa grandezza) rinunciano a cercare e accettare un “lavoro vero”.

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Un po’ di politica, per favore

Scrive a conclusione del suo commento sulla Stampa del primo giugno scorso Massimo Cacciari, dopo aver ragionato intorno al tema dell’azione dei tecnici al governo e dei limiti di una politica che a questa necessità ha portato: «Laddove i fini tacciono è cosa buona e giusta che parli il Tecnico. Il problema sta nel fatto che non si tratta per nulla di una provvida divisione del lavoro; lo sarebbe se il Politico fosse in grado di discutere anche tecnicamente su come realizzare, attraverso quale percorso, con quali mezzi, i propri fini. Il silenzio del Politico non fa grande il Tecnico, semplicemente lo rende in determinate situazioni il solo attore in scena. Ma un attore, alla fine, impotente. È illusione che esso possa sostituire l’agire politico, la sua potenza non rappresenta che la decadenza di quest’ultimo. Altrove, nei Paesi che decideranno il destino del nostro mondo, si è formata una simbiosi tra potenze politiche, tecniche, economiche, in forme del tutto estranee alla nostra idea di democrazia. E tuttavia è la strada obbligata. Il grande tema delle forze politiche e sindacali europee dovrebbe diventare proprio questo, su questo si gioca la loro stessa sopravvivenza: saper indicare un nuovo orizzonte di valori sui quali sia possibile costruire se non un’alleanza, almeno una efficacia dialettica con le grandi potenze tecniche, economiche, finanziarie della nostra epoca. Sarebbe bello vi fossero ancora congressi di partito dove discuterne».

Sembra di sentirlo, il professore, borbottare: «un po’ di politica, per favore». Certo, scherzo. Però, immagino che la sintesi in battuta che ho provato non sia tanto lontana da quella a cui Cacciari pensa e da ciò vuol dire attraverso quel suo contributo. In fondo, il governo dei tecnici è l’epifania di una debolezza totalmente politica. No, non quella dei numeri parlamentari, che attiene alla politica politicante; quella della politica effettiva, che muove dalle idee e persegue una visione, quei fini di cui diceva il filosofo nel suo commento. La stessa debolezza che permette a uno stesso presidente del consiglio di farlo consecutivamente con due maggioranze diverse e, a parole, opposte, e a queste di ricombinarsi in un’alleanza unica con un altro presidente. Il tutto, nel giro di un annetto o poco più. Per fare cosa? Non lo sanno, politicamente. Allora, arriva o torna il Tecnico. E non a fare il lavoro del Politico, come spiega anche Cacciari, ma per fare il proprio mestiere: dosare, secondo la ragione che la tecnica consente, le risorse che ci sono nelle regole date per ottenere il miglior risultato possibile, a saldi invariati. In fondo, non è quello che tutti chiediamo?

E qui sta la parte condivisa del problema. Io non sono fra gli integrati entusiasti a prescindere della presunta competenza al governo, né m’iscrivo tra gli apocalittici della fine delle libertà democratiche per il fatto che un governo appoggiato dal parlamento sia stato sostituito da un altro egualmente, persino numericamente di più, sostenuto. Da tempo, però, non chiediamo altro alla politica che di farsi amministratrice della cosa pubblica, in un verso, e rappresentare delle nostre istanze, addirittura sentimenti, dall’altro. Abbiamo smesso di cercare in questa un’ideologia di riferimento, capace di indicare gli obiettivi e, appunto, i fini verso cui tendere nell’azione collettiva. E quindi, ci basta l’amministratore, che, se va bene, fa quadrare i conti, e il rappresentante che canta la nostra stessa melodia, o urla il nostro, spesso solo avvertito, medesimo disagio.

Il resto, non interessa a nessuno.

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Nell’immagine di quel bimbo in braccio, tutta la menzogna del nostro «merito»

La foto del neonato in braccio all’uomo della Guardia Civíl, da questi appena strappato al mare e tenuto per non perdersi un salvagente per lui evidentemente troppo grande, ha colpito tanti. Ed è purtroppo già passata, insieme all’emozione, nel nostro dimenticatoio, come altre, troppe altre, prima. Perché questo ormai siamo: indignazione in un tweet, e null’altro. Anzi, chiacchiere e indignazione. E foto come quella, infine, le mettiamo via anche perché le nostre chiacchiere vane svelano.

Ceuta è Spagna. In terra d’Africa. A un muro di distanza dal Marocco. Quel bambino è nato al di là di quel muro. Meglio: dalla parte sbagliata di quel muro. In quei pochi chilometri, metri, sta il senso di un’altra chiacchiera di cui ci piace, appunto, chiacchierare, e che sulla tutina bagnata del neonato in acqua s’infrange irrimediabilmente: la mitologia del «merito». Per parafrasare le parole di quella lettera da Barbiana, noi diciamo che il successo arride a chi lo merita. Allora, diciamo che il successo, di per sé stesso, rifugge le case dei poveri e i loro paesi. Ma non credo che il successo faccia di questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siamo noi. Noi, che ci siamo inventati persino un metro per misurare nelle sfortune degli altri quel tanto di presunta giustizia che serve a tacitare le nostre coscienze.

Quel bambino è ramingo prim’ancora di nascere, e come lui milioni di altri: ditemi il suo e i loro demeriti, se volete convincermi del merito di qualcun altro. Non m’interessa conoscere quanti e quali titoli possa qualcuno esporre sul proprio muro; se per i dannati della terra prima che la stessa possano calpestare non mi mostrate la ragione di una sicura sconfitta, è inutile che mi elenchiate quelle di chi centra tutte le vittorie che si pone quali obiettivo.

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Quello che osano le rondini

«Chi non andava in Francia non era mica gente, oh per carità, chi non andava in Francia non era pregiato. ‘Ndasìu ram e reis [Ci andavano rami e ramaglie, NdA], uomini e donne e bambini». Parola di Michele Giuseppe Luchese, nato a Roccasparvera, Cuneo, nel 1885, raccontate, ormai vecchio, nel 1970, a Nuto Revelli per il suo Mondo dei vinti (Einaudi, 1977, vol. I, pag. 72). Racconta di una miseria antica, in cui si andava oltre confine a piedi, a cercar lavoro, da quelle province che poi hanno conosciuto il benessere, e forse han dimenticato quello che furono i loro avi, non riconoscendone le sorti negli occhi di chi oggi patisce delle stesse sconfitte.

Sabato, risalendo in bici la valle Grana, non lontano dai luoghi del racconto di Luchese a Revelli, sono stato molto fortunato, scorgendo un’aquila volteggiare dalle creste sopra Castelmagno fino al limitare del bosco. Nobile, altera, con possenti ali e dal volo sicuro, l’aquila reale è un dono straordinario per gli occhi. Decisamente più modesti, nel pomeriggio, il cinguettio e il volo compulso delle rondini m’han tenuto compagnia, mentre leggevo in balcone. Imparagonabili, l’una alle altre. Eppure, con le sue grandi ali, l’aquila non azzarda voli più in là di qualche chilometro dal suo nido; le piccole propaggini piumate che a freccia si staccano dall’esile corpo della rondine, invece, due volte ogni anno, la portano oltre il Mediterraneo e il Sahara, per viaggi anche di dieci, undicimila chilometri. In fondo, la fortuna del corpo e del posto che l’aquila ha, la rondine deve guadagnarsela migrando, da un capo all’altro del mondo. In alto fra le cime, s’arrischia il rapace; la piccola passeriforme, che Linneo volle «rustica» nella sua classificazione, osa quello che, se ne avesse contezza, farebbe probabilmente tremar le vene degli artigli alla maestosa regale.   

Cosa voglio raccontare, con questa storia? È facile immaginarlo, ovviamente. Come il rapace, quale merito abbiamo noi, per le fortune di cui ci troviamo a poter godere, nel giro del nostro piccolo volteggio? E quali colpe deve scontare chi, come il piccolo migratore alato, per trovar di che sopravvivere, deve sobbarcarsi infiniti e ripetuti viaggi, rischiando tutto quel ha da rischiare, incontrando persino il nostro sospetto, quando non proprio disprezzo, le volte che riesce a non soccombere?

Soprattutto, cos’hanno insegnato a noi, le storie dei tempi di Luchese?

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