Più che il cuore può la pancia

A un certo punto, Paolo Mieli, nella puntata di giovedì scorso della sua Passato e Presente, su RaiTre, dedicata all’odissea dei due volte dannati dell’Exodus 1947, il bastimento che salpò dalla Francia per la Palestina, ma venne respinto indietro, fino a far ritornare quei profughi ebrei che vi erano imbarcati di nuovo in un campo di prigionia in Germani, si chiede e chiede alla sua interlocutrice, la storica Anna Foa: «Professoressa, io continuo ad avere i brividi, per il fatto che questi ebrei, in una dimensione così corposa, siano stati riportati in Germania. Non potevano fermarsi in Francia?». E alla risposta della docente che ricorda come loro stessi si rifiutarono di scendere, l’ex direttore del Corriere continua: «Ma quando arrivano in Germania, non potevano dire “vabbè, adesso però la partita è chiusa, abbiamo perso, piuttosto che stare in Germania, andiamo in un altro Paese”?».

La riposta della Foa fa rabbrividire davvero, e ancora di più. Dice: «A questo punto, fu usata anche la forza per farli scendere». È basito Mieli, lo siamo noi. Ma come, verrebbe da dire, su quella nave c’erano degli ebrei scampati alla Shoah, e qualcuno osò impedir loro di scendere, li sballottolò nelle acque del Mediterraneo, fece un blocco navale con la propria marina militare e li rispedì indietro, fino in Francia o in Germania? Se vi ricorda qualcosa, vuol dire che non tutto è perduto (anche se temo che lo sia gran parte). E ancor prima, il conduttore si era già chiesto se un atteggiamento più remissivo, se un non cercare di forzare il blocco li avesse potuti aiutare: «Se loro avessero reagito nella maniera più tradizionale, mostrando il loro volto sofferente, senza fare lotta armata, la vicenda poteva andare diversamente?». Pure qui, il collegamento, vi prego, non lasciatelo sfuggire, tra quei fatti e chi oggi ignora gli ordini ricevuti per approdare nel porto sicuro più vicino.

Quanti altri volti della sofferenza dovevano ancor mostrare gli ebrei, dopo la carneficina nazista? Si racconta che, nel porto di La Spezia, una nave carica di ebrei pronti a salpare alla volta della Palestina sia stata scambiata per un bastimento carico di fascisti in fuga. Alla domanda dei poliziotti saliti a bordo su quanti fossero realmente stati nei campi di concentramento, tutte le braccia sul ponte si alzarono, scoprendo i numeri tatuati sui polsi. Dovevano forse mostrare altro? Devono forse provare di più il loro fuggire dalla disperazione, oggi, quelli che si mettono in mare sapendo di rischiare la vita con in braccio i loro figli?

È che allora come oggi, chissenefrega di chi soffre o ha sofferto. Gli inglesi non potevano accettare quei profughi perché temevano di perdere il protettorato in Palestina (cosa che poi comunque successe) e inimicarsi, contemporaneamente, l’intero mondo arabo, in una fase in cui, a pezzi, stavano perdendo l’intero loro impero (e che in nulla riuscirono a salvare con quella prova di forza contro i battuti della terra). Adesso, una politica stanca in stati nazionali che si vogliono sovrani a dispetto del tempo, pensa di poter trovare in chi fugge dalle afflizioni di un’esistenza più che grama il nemico utile a confermare di non essere del tutto superflui per l’ordine delle cose. Illudendosi che basti questo pugno fermo, che le masse gradiscono perché sempre, per parafrasare il Poeta, più che il cuore può la pancia, a fermare l’inesorabile sorte di chi si aggrappa a tali bassezze perché sono queste il più altro dove la sua morale arriva.

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Cuccioli amorevoli e stranieri da odiare: stesso numero di like

«Poi però le persone sui barconi ce ponno morì. In realtà stanno facendo solo social media marketing. Non so cosa mi faccia più ribrezzo». Mi scrive così una carissima amica a commento di un mio post su Facebook in cui riprendevo un tweet della Meloni nel quale si rammaricava per la crudeltà perpetuata su un cagnolino, lasciato in macchina sotto il sole. «In effetti», scrivevo, «anche quell’altro, quello coi baffetti, era affettuoso con la sua Blondi». Ma sbagliavo il paragone, tutto considerato.

No, non perché la perennemente indignata a uso tv che fu ministra con Berlusconi non abbia alcune cose in comune col primo, quanto perché quello, l’austriaco, il cane l’accarezzava per suo diletto (salvo poi avvelenarlo per testare le pillole al cianuro che avrebbe usato di lì a poco, in quel 30 aprile del ’45). Questa, invece, la romana, per raccattare like sui social. E la cosa funziona. D’altronde, la questione è così assurda (e ripugnante, ha ragione la mia amica) che, additando lo straniero all’odio dei followers o segnalando loro la tenerezza d’amare di teneri cuccioli, si recuperano lo stesso numero di apprezzamenti. E per giunta (e qui l’assurdo giunge al parossismo) dalle medesime persone.

Come diavolo si fa a provare empatia per un animale e, due commenti più sopra e più sotto, auspicare l’annegamento di bambini, donne e uomini disperati? Come si può definire «crudeli» quelli che lasciano un cane al sole e sbavare di soddisfazione se in balia delle onde e del caldo sono lasciati centinaia di persone? Come si può chiedere un’accoglienza affettuosa per una bestiola e negare porti e possibilità di sbarco a degli esseri umani?

Spiegatemi voi, ché io non capisco.

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Il fatto è che volete il campo dei miracoli (o qualcuno da odiare per la sua inesistenza)

Persino una sua collega di governo, la ministra della Difesa Elisabetta Trenta, spiegando di averlo avvisato che i problemi nel Mediterraneo si sarebbero complicati e non risolti sospendendo la missione Sophia, dice, in sostanza, che al capo della Lega tutto interessa, fuorché affrontare seriamente le questioni di cui è chiamato a occuparsi. Ma niente, a voi piace così com’è. Come sempre vi sono piaciuti i capi: non gente che affronta e definisce le cose, ma che le sfrutta per farci rumore e distrarvi.

Qualche giorno fa, un amico mi ha detto che gli italiani sono come i bambini incantati dal pifferaio di Hamelin. Non credo, però, che sia l’immagine giusta per la situazione attuale. Il suono di quel flauto seduceva, qui abbiamo un rumore di tamburo che copre il discorso che andrebbe fatto. E che però tutti sanno qual è. Per esempio, il bluff del cosiddetto capitano è scoperto quanto goffo; tutti lo sanno e lo capiscono. Provate a chiedere a uno solo dei suoi sostenitori quando arriverà la flat tax, se toglieranno mai le accise dalla benzina o come si potranno rispedire a casa tutti i migranti senza titolo a rimanere in Italia e impedire che ne arrivino altri. La risposta, nel più ipocrita dei casi, sarà un sorriso di circostanza e uno sguardo d’intesa a rivelare l’assurdità delle promesse. Eppure, sapendone la vacuità delle parole, ancora si chiede all’amato leader un prodigio. Come nella favola di Baum, quando Oz viene smascherato per quello che è, un cialtrone, e tuttavia, Dorothy e gli altri che l’han messo a nudo dinanzi alle sue menzogne, gli chiedono una magia che li accontenti nei loro desideri.

Vista la predilezione per l’italico genio che pare animare lo Zeitgeist che ci tocca soffrire, è come se Pinocchio non piangesse tanto gli zecchini perduti nella semina mendace, ma incolpasse un passante della non soprannaturalità di quel campo in cui li aveva piantati. Questa mi pare essere la situazione nostra, o almeno della nostra maggioranza: chiediamo con tutte le nostre forze un campo dei miracoli pur sapendo, in coscienza, che non può esistere. E in subordine, domandiamo a chi ce l’ha promesso un qualcuno da odiare per la sua inesistenza.

E non so quale delle due cose sia più triste.

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I rischi di quella voglia diffusa di menare le mani

«Nulla forse illustra la generale disintegrazione della vita politica meglio di questo odio vago di tutto e di tutti, senza un oggetto definito, senza poter addossare la colpa della situazione a qualcuno […]. Esso si rivolgeva dunque in tutte le direzioni, a caso e imprevedibilmente, incapace di risparmiare qualunque cosa sotto il sole». Così rifletteva Hannah Arendt (in Le origini del totalitarismo, Einaudi, 2017, p. 1021) sulle conseguenze della Prima guerra mondiale, a proposito del sentimento che sembrava pervadere chiunque, nella Germania degli anni ’20.

Oggi, che l’anglofonia tutti ci tiene con la sua dolce dittatura, li diciamo haters. Ma credo che siano mossi da sentimenti di identico spessore e simile natura. Come i bianchi poveri nel Furore di Steinbeck, cercano qualcuno contro cui puntare i loro fucili, verso cui indirizzare la propria rabbia. Se trovano chi glielo indica – e in quella società a cui guardava la Arendt sappiamo chi fu e verso quali nemici d’elezione, e come andò a finire –, quasi s’acquietano; non avranno risolto nessuno dei problemi che li assillano, però sapranno che è colpa di qualcun altro, non loro. No, non li sto condannando; sto cercando di comprendere, e di capire come fare a far sì che quel destino non sia segnato, per evitare che l’apprendista stregone di turno o il cinico calcolatore delle urne non sfrutti per sé o si lasci sopraffare dalla boria e dalla brama di volgere a suo vantaggio questa insana voglia di menare le mani che pare averci tutti presi.

E vengono in mente le parole di un altro grande intellettuale tedesco, scritte prima della Grande guerra, a proposito di quella vasta e pervasiva irritazione (chiama così proprio il capitolo in cui ne parla) che agitava i popoli d’Europa, prima che un colpo di tuono (anche questo così nel titolo del capitolo che chiude la sua grandissima e inesauribile opera, per i significati e le implicazioni che continua ad avere, sul carattere delle genti del continente e sulle dinamiche della letteratura) in forma di sparo a Sarajevo non sconvolgesse per lungo tempo l’intero continente.

Thomas Mann, La montagna incantata (ed. Corbaccio, 2011, p. 644): «Cosa aleggiava nell’aria? – Smania di risse. Irritazione con minaccia di crisi. Indicibile impazienza. Tendenza generale a battibecchi velenosi, a scoppi di collera, persino alla zuffa. Litigi accaniti, incontrollati diverbi sbottavano ogni giorno tra individui o interi gruppi, ed era significativo il fatto che i non implicati, invece di essere nauseati dallo stato dei furiosi e di interporsi, partecipavano con simpatia, e mentalmente si lasciavano prendere dal delirio. I loro occhi mandavano lampi aggressivi, le labbra si torcevano con furore. Invidiavano agli scatenati il diritto, l’appiglio di gridare. Una trascinante voglia d’imitarli torturava il corpo e l’anima; e chi non aveva la forza di rifugiarsi nella solitudine era irrimediabilmente tratto nel vortice».

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Davvero state sostenendo che rimanendo umani si faccia un favore alla destra?

Il non detto di tutti questi mesi in cui si sono ripetuti gli scontri fra le Ong e il ministro dell’Interno è stato, in buona sostanza: «basta attaccare Salvini sulla questione dei migranti, gli si fa solamente un favore e così cresce il suo consenso elettorale». Può darsi che sia così, per quanto in me permangano forti dubbi al riguardo, soprattutto per l’esperienza del passato, nel quale il silenzio sulle bestialità non ha mai scalfito il consenso di cui persino i regimi autoritari godevano, nei momenti di maggiore intesa con le popolazioni a loro assoggettate.

Ma pure se le cose stessero davvero in questi termini, che altro dovremmo fare, se non cercare di spiegare ai più le nostre ragioni tenendo fermi i princìpi su cui poggiano? Dismettere la nostra umanità e fregarcene di chi muore in mare nella ricerca di una vita migliore di quella che è costretto a condurre? Fottercene delle decine di migliaia di bambini, donne e uomini che giacciono sul fondo del Mediterraneo, perché, se no, qui da noi, c’è il rischio che si perdano le prossime elezioni? No, nessuna vocazione da «anima bella», anche perché qui, quelli che salvano la vita in mare, le mani sul quel bancone di macelleria che è la storia ce le mettono e come, a rischio di farsi male davvero, di finire arrestati o peggio, additati al pubblico ludibrio ed eletti a nemici del popolo dal barbuto tribuno che ogni suo oppositore addita alla gogna e al dileggio dei suoi fedeli followers.

Tra l’altro, non credo affatto che fare la faccia feroce contro le Ong, ingiungere loro di sottostare ad accordi lesivi della propria capacità di operazione a largo, sospendere quelle missioni che tanti esseri umani avevano dimostrato di saper trarre in salvo impedisca alla destra di crescere nei sondaggi e nelle urne. Tutto ciò è stato fatto nel recentissimo passato, e oggi siamo qui, con Salvini al comando unico del Paese i suoi alleati pronti a farsene complici, pur di rimanere al governo e assisi sui loro seggi.   

E vengo infine all’ultimo aspetto che credo si possa scorgere in ragionamenti come quello che sto facendo. «Ma se la situazione è come la descrivi», mi si potrebbe obiettare, «il tuo discorso rischia di sembrare un’accusa a quanti affollano le file dei sostenitori della destra». In pratica, a qualcuno potrebbe sembrare che io stia dicendo che è anche responsabilità dei singoli elettori se al potere abbiamo la cattiveria fattasi politica, perché sono loro che dimostrano, col voto, di gradire il pugno di ferro contro i disperati, al di là di quello che può succedere, morti in mare e torture nei lager libici comprese (e per alcuni di essi, forse proprio per queste). Se tale è l’impressione che le mie parole vi danno, vuol dire che ho trovato quelle giuste per esprimere ciò che penso.

Sì, se davvero la maggioranza degli italiani sta con Salvini, il problema non è Salvini.

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D’accordo, l’indifferenza è un male. Ma voi l’avete coltivata e ricercata

«Tutti loro», scrive Raffaele La Capria a proposito del protagonista degli Indifferenti di Moravia e dei suoi amici (False partenze, in False partenze / Letteratura e salti mortali / Il sentimento della letteratura, Mondadori, 2011, pp. 21-22), «erano, come Michele, figli ed eredi di una borghesia la cui indifferenza morale aveva permesso e continua a tollerare il fascismo; si sentivano, come Michele, isolati dalla realtà e da se stessi, sempre nell’atto di recitare una parte, velleitari e impotenti a reagire. [Negli Indifferenti], la squallida società che soffocava Michele lo riguardava (e come!) da vicino; ogni giorno ne sentiva la vischiosa presenza, il vuoto dietro la facciata; vederla finalmente additata e respinta, in una maniera tanto più radicale e aggressiva quanto più apparentemente inconsapevole, gli servì a capire una volta per tutte che non si dà verità nella falsa vita e che nella falsa vita affondava le sue radici il fascismo». Sembra scritta per l’oggi

Pure adesso, la falsa vita non dà verità. E pure ora, in questa, affonda le sue radici un qualcosa che non vogliamo definire fascismo solo perché non ci piace evocare i fantasmi. Ma come allora, la colpa degli indifferenti è condivisa con quanti proprio così li hanno voluti. Vedete, per qualche anno, diciamo un quarto di secolo, sono sempre stato molto d’appresso alla vita dei partiti. E tranne in poche occasioni o con personalità eccezionalmente rare, ho sempre assistito a un atteggiamento, da parte degli eletti e dei rappresentanti politici che potremmo definire sotto la voce: «lasciateci lavorare». È, per capirci, l’approccio di chi non vuole si parli al conducente e, facendolo, non se ne metta in discussione l’operato. Alla fine, quelli a cui veniva detto di mettersi un po’ in disparte e non disturbare, l’hanno fatto. Solo che si sono messi in disparte davvero, e più che lasciar lavorare chi fosse titolato a farlo (ma chi mai ha poi voluto impedirglielo?), lo ha lasciato del tutto.

È una colpa? Certo, l’indifferenza lo è. Però non è esclusiva responsabilità di chi la pratica se a ciò si è giunti. E a tutti i livelli, da quello del semplice militante ed elettore, come ho sempre cercato di considerarmi e agire, a quello di quanti potevano dare un contributo importante di idee e soluzioni, e a cui sovente il politico di turno e di professione ha mostrato di mal sopportare non tanto il contenuto delle proprie parole, quanto proprio il fatto che queste ne avessero qualcuno e non fossero, come le sue, tronfie di altisonante vacuità.

Ancora con le parole di Raffaele La Capria (Op. cit., p. 40): «Per affrettare questo processo di trasformazione ritenuto inevitabile, ed in attesa di quel cambiamento della Società che lo avrebbe certamente accompagnato e favorito, Candido fu tentato come molti dei suoi migliori amici affetti dallo stesso problema, di iscriversi al Partito, al Partito per antonomasia: il PCI. Ci si aspettava dopo questo rito che il mondo, la vita e i rapporti con gli altri acquistassero come per miracolo un senso ed una pienezza sconosciuti; che l’uomo, oltre ogni divisione interna e di classe, fosse finalmente restituito alla sua interezza, riconciliato con la natura e con se stesso. Ma la farfalla non riuscì mai a volare come avrebbe voluto perché ben presto anche Candido sarebbe stato intaccato dalla dissociazione tra Opportunità Politica e Verità; una forma di nevrosi tipica dell’intellettuale desideroso d’impegnarsi».   

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Condannati dallo sviluppo

Nei giorni in cui l’intero Paese si scopriva sviluppato senza alcun accenno d’esser progredito, riversando attraverso gli ultimi ritrovati della tecnologia un odio che a definirlo barbarico si farebbe torto a quegli scampoli di civiltà che pure le orde che devastarono il cadente impero lasciavano trasperire nei loro eccessi, schiumando di rabbia contro una quarantina di disperati e chi li aveva salvati dalla morte per naufragio e portati a terra, ancor più perché, e in quanto, donna, ero in una parte di questo per tanti ancor lontano dalle linee dello sviluppo ufficiale. A cercar progresso fra l’ombra dei cerri e le assolate crete, probabilmente.

Dovendo, per ragioni che non sto qui a dire, percorrere in poco tempo tanti chilometri attraverso quasi tutta la regione, non ho potuto non consederare alcuni aspetti. Tra questi, quello di un tessuto produttivo che pare sempre più sfibrarsi e abbandonarsi a una deriva irrimediabile, partendo da livelli che già non erano da potenza industriale. E mi sono tornate in mente alcune cose di una gioventù passata. Quand’ero poco più che un ragazzino alle prese con le prime passioni della politica, a quelli come me veniva spiegato, da qualche assessore a cui la saggia mano della storia non farà mancare il pietoso dono dell’oblio, che «lo sviluppo di questi luoghi passerà per tre obiettivi: il completamento dell’area Pip intercomunale, la costruzione del complesso polivalente per le scuole superiori e la realizzazione della “Cavonica”, la trasversale per il collegamento rapido con la “Basentana”, la strada più importante del territorio». Bene, che ci crediate o meno, tutte e tre queste cose si sono fatte; è lo sviluppo che ancora si veste da Godot.

Il polivalente c’è, anche se più volte se n’è rimandata l’apertura alle lezioni. La “Cavonica” è finita, sebbene il fondo stradale sia quello che è e percorrendola non s’incontri spesso null’altro che gli emozionanti paesaggi che la circondano. Pure l’area Pip è ultimata, e per fortuna qualche lampione l’hanno spento, che pareva si volesse rivaleggiare con il landscape di Dubai, per le luci e per il deserto. E a proposito di Emirati, persino il petrolio l’abbiamo tirato fuori, a pochi passi dalla mia Stigliano, con ben due centri oli, vari pozzi nei dintorni e una produzione significativa su scala percentuale per l’intera nazione. E lo sviluppo? Aspettiamo che si faccia vivo, come fosse Godot, appunto.

Nel frattempo, da questi luoghi si va via. Ed è difficile dare la colpa a chi arriva da di là del mare, con più disperazione addosso di noi che lasciamo quei luoghi che ci coccolarono nel farci grandi. Anche perché, non è che lì ce ne siano poi molti, di immigrati, intendo. Anzi, si potrebbe dire che non ve ne sia nessuno. Emigrati, invece, tanti e per giunta di lunga storia e di robusta tradizione familiare. Per questo, e per inciso, fa ancor più male sentirne l’astio verso quelli che, con loro, condividono l’identica sorte dell’andirivieni.

Sempre negli stessi giorni, ho cercato la voce “Basilicata” su un’enciclopedia geografia Garzanti degli anni ’70. Nella descrizione dell’assetto antropico della regione, si legge: «Si può affermare, in via paradossale, che l’emigrazione è una delle principali risorse economiche […]. Una sensazione addirittura visiva dell’imponenza di tale fenomeno si ha nei paesi più poveri della campagna: mancano quasi del tutto gli uomini validi e abbondano le donne, i vecchi, i bambini. Decine di migliaia di famiglie vivono con le rimesse degli emigrati».

È ancora così? Ovviamente no: i bambini sono ormai pochissimi, e le rimesse è da tempo che non ce le si può più permettere.

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Prego, bevi con noi

Mi gira via WhatsApp l’immagine della pagina di un libro un amico, con la didascalia, laconica: «Un commento?». La risposta, immediata, è stata: «Favorisca». La spiegazione di questa, fra un po’. Nella pagina inviatami si leggeva: «Penate a un incontro di questo tipo, esperienza reale recente: un professionista indiano, direttore di una produzione cinematografica a Mumbai, arriva in Italia per verificare alcune location della Basilicata per un prossimo film. Finito il lavoro, ci confessa il suo stato d’animo confuso. “Mi ricorda l’India”, ci dice con passione, “è tutto molto complicato dal punto di vista burocratico, nessuno arriva mai in tempo agli appuntamenti, il sistema stradale è al collasso ed è pieno di poveri. Odore di casa!”. Ma, differenza non da poco, “in India lavoriamo dodici ore al giorno: qui bevono il vino pure a pranzo”».

La citazione è dal libro di Lorenzo Marsili, La tua patria è il mondo intero (Laterza, 2019, pag. 64), che già conoscevo quando mi è arrivato il messaggio, quindi anche quelle parole. Leggendole la prima volta, ho pensato più o meno quello che ho risposto, d’acchito, al mio amico. Se quel professionista di cui racconta l’autore avesse detto a quelli di cui parlava le cose che lì sono riportate, essi, ne sono quasi certo, gli avrebbero detto: «Tras, fatt n’ b’ccuir». Per due ragioni. La prima, il tono delle parole, al di là dell’impressione stereotipante, è di sostanziale riconoscimento fra parlanti: e questo è sempre molto apprezzato, da dove vengo io. La seconda risiede in fondo in un insegnamento che, lungi dal venire dalle rive del Gange a corredo di mode passeggere, è invece conficcato nelle pietre stesse gli scarni torrenti di quella terra, e che si potrebbe così riassumere: fermati, dove corri? Non sarà la pausa che ti prendi ora a condannarti, né il rinunciarvi a salvarti; accadrà quello che deve accadere e farai ciò che andrà fatto. Nel frattempo, prendi quel poco che hai e dagli un senso.

Chiamatela come volete: rinuncia, rassegnazione, visione fatalistica delle cose del mondo (che poi non è una definizione tanto lontana dalla realtà, ma questa è un’altra storia). A me piace pensarla «misura». Perché è nella smodatezza d’un certo stile di vita che potrei definire “atlantico”, e che tutto ha contagiato, specialmente là dov’è stato o si va facendo “impero”, pure in quell’India che la spiritualità dovrebbe informare, che trovo la spiegazione per ogni affanno inutile che sembriamo cercare di assecondare ogni giorno.

Al contrario, è in quello scandaloso (per chi della competizione nell’avere ha fatto ragione della propria vita, s’intende) approccio che oserei chiamare “mediterraneo” all’ambiente e all’esistenza che vedo la possibile cura per mali ormai globali. Nella misura nel vivere, certo, che permette di assaporare le cose per quelle che sono, anche se poche, nelle soste che si hanno e che si è in grado di apprezzare, persino quando qualcuno immaginasse proprio queste quale causa delle difficoltà.

Perché è negli attimi che viviamo il senso del tempo che abbiamo.

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Stiamo invecchiando. E male

Nell’ultimo rapporto Istat, la fotografia dell’Italia che emerge è quella di un Paese in deciso calo demografico. Rispetto all’anno precedente, infatti, i residenti nel territorio nazionale sono calati di ben 400 mila unità. Cosa ancora più preoccupante, per le sorti della vita umana fra l’Alpi e Sicilia, è il dato che vuole la popolazione invecchiare progressivamente: da una parte, sempre meno bambini, dall’altra, un numero di anziani che man mano aumenta nella sua incidenza percentuale sull’intera composizione sociale.

Con buona pace degli allarmi sui «milioni di immigrati clandestini» che si sarebbero riversati nel nostro Paese negli scorsi anni, ogni giorno siamo di meno. E ogni giorno, appunto, invecchiamo. E male. Perché, a giudicare da certi comportamenti e parole che si sentono in giro, siamo sempre più simili a quei personaggi scorbutici che popolavano la nostra infanzia e che, puntualmente, ci intimavano di andare «a giocare da un’altra parte», infastiditi dalla nostra stessa presenza, più che dal rumore che potevamo fare. Così mi sembra accada oggi: nelle chiacchiere al bar o in fila alle poste come nei commenti sui social o nelle voci dal pubblico dei talk show, c’è un burbero rimbrotto continuo contro tutto ciò che, per sua stessa natura, urla la sua vita e la sua intenzione di stare al mondo per l’età che ha. È un brontolio triste e disperato, se ci fate caso e se ci pensate.

Cosa può spingere a tifare per un energumeno che, cinicamente e per squallide ragioni elettorali, ricatta mezz’Europa tenendo in ostaggio persino i bambini su delle navi in mare aperto e negando loro la possibilità di toccare terra, quasi fosse il fio da scontare per esser scampati al naufragio; cosa può far riempire il discorso pubblico dell’astio verso quegli uomini che arrivano «tutti palestrati», accusati di ciò solo perché giovani e in forze di corpo sufficienti a non farli perire prima; cosa può far negare l’accoglienza su un suolo patrio che si va svuotando di vagiti e risa d’infanzia a donne incinte o con neonati in braccio, se non la mesta rinuncia a immergersi nella vita così com’è data, che spesso soffrono i vecchi che han vissuto male, per cattiveria, i loro giorni passati?

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Dove ci porteranno i millenial?

Scriveva Massimo Gaggi sul Corriere del 14 giugno scorso: «Le imprese si sono chieste perché un gruppo sociale, che diceva di voler consumare “esperienze” più che beni materiali, invece spende di meno per spettacoli, cultura, viaggi. Perché, spiega la Fed, questa generazione, che per l’88% vive in aree urbane e non ha i capitali per comprare casa, spende molto di più in affitti, deve affrontare costi crescenti per le cure mediche e, soprattutto, si è caricata sulle spalle un debito studentesco di 1.500 miliardi di dollari. È la generazione meglio istruita della storia (36% di laureati tra le donne, 29% tra i maschi), ma a caro prezzo. Con la difficoltà di trovare lavori ben retribuiti e la prospettiva di rimborsare per 10 o 20 anni un debito universitario grosso come un mutuo-casa, i millenial sono costretti a molte rinunce: rimane qualcosa per lo smartphone e poco altro».

Parlava dei venti-trentenni, fino alle soglie dei quaranta ormai, e li guardava dagli Usa; ma il discorso è valido un po’ in tutto l’Occidente ed è interessante. Ancora di più se si fa caso alla penna che lo firma, la stessa che, insieme con Edoardo Narduzzi, oltre tredici anni fa e ben prima della crisi economica globale diede alle stampe un agile pamphlet in cui già si delineava una società sempre più polarizzata tra un alto, poco numeroso e molto ricco, e un basso, popolatissimo e in difficoltà sempre crescenti (Gaggi-Narduzzi, La fine del ceto medio e la nascita della società low cost, Einaudi, 2006). La domanda che però qui mi faccio è un’altra: i colpi di coda del ceto medio sfibrato e spaventato hanno portato a Trump, alla Brexit, ai vari Salvini, eccetera. La generazione dei millenial,(se mai avrà forza e volontà per farlo) a cosa ci condurrà?

Pur non volendo per forza vedere in questa fascia di popolazione delle nazioni più ricche una classe con un potenziale inespresso (cfr. Guy Standing, Precari. La nuova classe esplosiva, Il Mulino, 2012), è comunque utile chiedersi cosa ne sarà di loro. E con loro, di tutti noi. La mia generazione non può nemmeno cantare, con Gaber, d’aver perso, visto che probabilmente ha passato la mano prima di giocare, accontentandosi di quello che ancora riusciva a strappare lungo la candela del mondo precedente che s’andava spegnendo. Su quella che immediatamente la segue, però, ho tante speranze e aspettative.

E mi auguro davvero di cuore che non vadano deluse e perse.

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