La verifica della tesi sul “Conte-bis”

Carlo De Benedetti non è di certo fra i miei pensatori di riferimento. Potrei anche aggiungere, se questo avesse senso per il discorso che sto per fare, che da tempo, ben prima che lui vendesse, avevo smesso di leggere Repubblica e di certo ci sono poche possibilità che io corra in edicola a comprare Domani, per quanto faccia i miei migliori auguri di buona riuscita all’iniziativa e abbia accolto con piacere la nascita di un nuovo giornale. Detto ciò, quando l’ingegnere-editore dice, come ha fatto martedì scorso durante la trasmissione Otto e mezzo, su La7, che la tesi per cui il “Conte-bis” avrebbe arginato la destra sovranista, e per questo fu voluto e sostenuto dal Pd, sarà nei fatti verificata domenica e lunedì prossimi, non sbaglia e io concordo con lui.

Da un anno a questa parte, a qualunque obiezione circa le decisioni del Governo, la risposta che viene data dai suoi sostenitori è: «vorresti che vincessero Salvini e la Meloni? Proprio per fermarli è nato il governo M5S-Pd». Che è, appunto, una tesi in attesa di verifica (alla quale, in modo stucchevole e per fortuna proveniente solo da piccole frange di cheerleaders e hooligans, se ne è aggiunta un’altra da febbraio in poi, «sarai mica un negazionista?», che mette la sordina a qualsiasi possibile critica politica in ragione della crisi sanitaria, e che sarebbe tralasciabile, se non fosse orribilmente fastidiosa). Fra due, tre giorni, un primo test, per quanto parziale, lo avremo. E no, non sto parlando del referendum, ma delle regionali: si voterà in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto. Oggi, delle sei regioni a Statuto ordinario, due sono governate dal centro-destra, Liguria e Veneto, le altre quattro dal centro-sinistra. In Valle d’Aosta, dove non c’è l’elezione diretta del presidente, il consiglio uscente è composto in maggioranza da esponenti dei partiti autonomisti e della Lega, con solo quattro consiglieri grillini e nessuno del Pd. Dopo lunedì, vedremo quali saranno i nuovi equilibri e se davvero la crescita delle destre si sarà arrestata per effetto delle azioni dell’esecutivo giallo-rosso.   

Io, ovviamente, mi auguro che i sostenitori della tesi di cui poco prima abbiano ragione, e che quindi, martedì mattina, ci sveglieremo con il centro-destra ancora in minoranza nella maggior parte dei consigli che col prossimo voto saranno rinnovati. Se così non fosse, se addirittura feudi come le Marche, in cui il centro-sinistra governa dalla fine della cosiddetta “prima Repubblica”, o persino la Toscana, in cui a destra non si è mai toccato il boccino da che è stata istituita l’amministrazione regionale, dovessero non veder confermate le coalizioni e i partiti uscenti, qualche domanda sull’effettiva efficacia della formula trovata dopo i fasti per il leghista infausti del Papete bisognerà pure farsela, non credete?

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Non è andata per tutti bene

Belli davvero, pur nella loro drammaticità, i giorni con l’appuntamento alle sei del pomeriggio sul balcone, gli arcobaleni disegnati dai bambini alle ringhiere con su scritto andrà tutto bene (e che a me piacevano e piacciono molto di più delle bandiere nazionali, che sempre mi fan tristezza per la loro parzialità), il sentimento di fiducia nei momenti più neri, delle ambulanze e dei bollettini della Protezione civile, diramati in diretta in quello stesso orario in cui, forse pure per non sentirli più, si usciva in terrazzo a cantare.   

La pandemia è ancora in corso, il virus non è sparito e non è andata bene per tutti. Al di là della ritualità costruita per sfuggire la «crisi della presenza» che ci attanagliava a seguito della perdita delle certezze e delle abitudini, rimangono sul campo le cicatrici. Quelle di chi dalla malattia è stato colpito e finito, quelle dei suoi cari, quelle di chi ha lottato e lotta ancora per arginarla, certo. Ma pure quelle di chi sta pagando, e intendo dire proprio in solido, la riorganizzazione del mondo che si è determinata e si sta determinando. Perché è bello difendere lo smart working, con quel suo nome così cool e un’idea che rimanda a professioni digitalizzate e digitalizzabili, fatte grazie alla disponibilità e all’uso delle sofisticate tecnologie di comunicazione, già. Però, di contro, ci sono i bar e i ristoranti che in quegli impiegati avevano la loro clientela e che sono ora in sofferenza per il venirne meno, i centri delle città che rimangono vuoti, come i loro negozi, i valori immobiliari che crollano, le transazioni che si riducono. Ci sono i dipendenti di quegli esercizi commerciali e di quelle agenzie di servizio, spesso con contratti a tempo che difficilmente saranno rinnovati alla scadenza, se il giro economico dei propri datori di lavoro si riduce. E allora, non è più tanto attraente, a guardarla di là, la nuova organizzazione del lavoro dei colletti bianchi.

Vale anche per la didattica a distanza, che, volendo ignorarne i limiti educativi, ha pure tolto a quegli esercizi economici gli insegnanti e gli studenti per diversi mesi, settimane oltre la fine del lockdown e la loro riapertura. Leggevo qualche giorno fa un interessante articolo di Enrico Verga per Econopoly, blog ospitato sulle pagine del Sole 24 Ore, a proposito della congiuntura economica e occupazionale negativa che si starebbe preparando per il prossimo autunno, a partire dagli Usa e direttamente discendente dalla crisi dei consumi che, con il “tutti a casa” disposto per fronteggiare l’epidemia, necessariamente doveva prodursi, e mi chiedevo: quanto larghe sono le nostre spalle?

No, non sto dicendo che è stato sbagliato disporre le restrizioni attuate, né che da adesso dobbiamo fare come se nulla fosse e fosse stato. Però, chiedersi anche chi produrrà il denaro che è venuto a mancare e che ancora, quotidianamente, viene a mancare, per pagare le tasse necessarie a sostenere il lodevole sforzo sanitario messo in campo, per adeguare la scuola alle necessità di cui c’è sempre più bisogno, per far girare un sistema che si vorrebbe, e qualcuno già pensa a come costruirlo, parzialmente o addirittura totalmente in telelavoro, sarebbe quantomeno opportuno e, azzarderei, ormai urgente.

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«When you ain’t got nothing, you got nothing to lose»

Quest’estate, ho letto una bella e approfondita analisi fatta da Alessandro Carrera per Doppiozero. Pezzo interessante e ricco di spunti, su quella che è la situazione degli Stati Uniti nella stagione del coronavirus e su come gli americani si stiano rapportando con i problemi e gli effetti della pandemia in corso. La suggestione che ha spinto a questo mio commento, però, è stata quasi casuale, arrivata alle fine dell’articolo, quando ho letto che l’autore ha pubblicato per lo stesso sito un e-book su Bob Dylan.

Carrera scrive, parlando dello statunitense medio alle prese con il covid: «La classe operaia in America non ha più nessuna fiducia nel futuro, sa di essere stata esclusa dal sogno americano anche se continua a sognarlo (“Lo chiamano sogno americano,” diceva il comico George Carlin, “perché bisogna proprio essere ben addormentati per poterci credere”), dunque vive nel presente, e nel godimento, qualunque godimento, che il presente può offrire. La classe medio-superiore, la borghesia, risparmia, fa progetti, pensa alla carriera, alla casa, all’università in cui mandare i figli. Sa trattenere, anche per tutta la vita, la ricerca del piacere. La classe operaia non ha più voglia di vivere così perché sa che non serve a nulla. Non ha più voglia di avere fiducia in qualunque progetto sociale che alla fine li lascerà da parte perché non sono abbastanza smagati, abbastanza istruiti, abbastanza consapevoli del mondo in cui vivono. E dunque prendono quello che c’è, e subito. Se hanno voglia di mangiare schifezze le mangiano, se hanno voglia di ubriacarsi si ubriacano, se hanno voglia di sesso lo fanno. Perché non dovrebbero? Che sicurezze hanno nella vita? Domani possono perdere tutto, il lavoro, l’assicurazione sanitaria, la casa, la famiglia. Che cosa gli succede di meglio se non lo fanno? Non puoi andare a fargli la morale, a spiegare che devono essere razionali, prendere precauzioni, informarsi, credere alla “scienza” o a chi ha una laurea in tasca. Sono disposti a credere a tutto tranne che alla scienza, perché la scienza (quando l’ho detto ai miei studenti sono rimasti sorpresi) ha sempre torto. La scienza non è l’informazione che ricevi oggi e che domani sarà superata da un’altra informazione. La scienza è un processo, non un fatto e nemmeno un dato. Ma questi sono discorsi da laureato e non gli è mai venuto niente di bene, a loro, da chi aveva una laurea in tasca, come è tristemente vero che per loro non cambierà molto a novembre (se ci arriviamo), non importa chi vincerà le prossime elezioni (se ci saranno)». Parole che tolgono il fiato, a ragionarci sopra.

La classe operaia americana era la regina fra i suoi pari nel mondo. In fondo, il mito che spingeva le masse stanche, povere e infreddolite, per dirla con le parole di Emma Lazarus, ad attraversare mari e terre per raggiungere l’America era proprio quel sogno che lo stesso Carrera dà per finito: non l’arricchimento alla Trump, per capirci, ma una vita tranquilla, un lavoro dignitoso e sufficiente a veder crescere i propri figli, nipoti e così a seguire. Un sogno di futuro, appunto, che pare davvero non esistere più, tutta schiacciata, l’esistenza di quella classe media che fu operaria, su un presente disperato e rancoroso.

Quasi fosse davvero la signorina di buona famiglia cantata da Dylan alle prese con i rivolgimenti della sorte, questa classe che fu invidiata da tutti (e con tutti altezzosa, va purtroppo ricordato) ora si trova a non aver più nulla da perdere perché sente di non possedere nulla, o che quanto ha è così caduco che non può esserne sicura per il domani, e tanto vale spenderlo e viverlo subito. E tutti i rischi, sanitari compresi, passano in secondo piano, se quello che vivi lo senti quale l’ultimo giorno che ti è dato di vivere come vorresti che la tua vita fosse.   

«How does it feel, how does it feel?/ To be on your own, with no direction home/ A complete unknown, like a rolling stone».

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Da un capo all’altro del mondo

«E mi ricordo chi voleva/ al potere la fantasia./ Erano giorni di grandi sogni sai,/ erano vere anche le utopie./ Ma non ricordo se chi c’era/ aveva queste, queste facce qui;/ non mi dire che è proprio così,/ non mi dire che son quelli lì». Si chiama …Stupendo, puntini compresi, è del 1993 ed è di Vasco Rossi, che non è il mio cantante preferito, ma qualche pezzo l’ascolto volentieri.

Proviamo con qualcosa di più letterario? Bene. «Finito lo sciopero, quando le lezioni ripresero sotto il controllo della polizia, i primi a presentarsi in aula furono gli studenti che avevano capeggiato la rivolta. Come se niente fosse accaduto, venivano in classe, prendevano appunti e rispondevano all’appello. Il che era a dir poco strano, considerato che la dichiarazione di sciopero era ancora valida in quanto nessuno ne aveva dichiarato la revoca. […] E dire che quando era stato proclamato lo sciopero gli stessi signori avevano fatto solo discorsi esaltati e tracotanti, attaccando e mettendo alla berlina gli studenti che erano contrari allo sciopero (o che manifestavano dei dubbi). Io andai da loro e chiesi perché venivano a lezione invece di proseguire lo sciopero. Non risposero- […] Gente meschina che alzava o abbassava la voce a seconda di come girava il vento». Sono le parole di Tōru, il protagonista di Norwegian Wood, di Murakami. Più avanti, lo stesso autore fa dire a Midori con maggior cinismo: «questi sono solo una massa di mistificatori. Si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l’ammirazione delle ragazze appena entrate all’università, […] quando arrivano al quarto anno si tagliano i capelli, trovano un bell’impiego alla Mitsubishi, alla TBS o alla banca Fuji […]. Altro che “Distruzione della cooperazione università-industria!” C’è da piangere dalle risate».

Da un capo all’altro del mondo, più o meno negli stessi anni, (Norwegian Wood è dell’87, Gli spari sopra, l’album che contiene la canzone citata, come detto è del ’93), autori grosso modo coetanei, (Murakami è del ’49, Rossi del ’52), esprimevano, in sostanza, lo stesso sentimento di sfiducia per chi era «andato per età, qualcuno perché già dottore/ e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera…» (per usare le parole del Maestrone, classe 1940, più vecchio di loro di un decennio e più, in strofe da Canzone delle osterie di fuori porta, anch’essa del decennio che precede il primo di quei lavori ricordati). Sentimento che da quegli anni è come se non se ne fosse mai andato.

E no, non sto dando la colpa a quanti salirono sulle barricate con l’eskimo per poi, con la stessa rapidità, indossare giacche in grisaglia su cravatte di seta. Probabilmente ne hanno di più quelli che, sempre per dirla con Guccini, commisero il peccato di «creder speciale una storia normale». E forse è proprio la coscienza di quella specie di colpa, e la paura di poterne commettere ancora di pari, a tener oggi molti lontani dalle facili seduzioni, certo, come dalle possibili ragioni per spendere i giorni del proprio impegno, purtroppo.   

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Washington, hai un problema

«There are nearly seven hundred thousand police officers in the United States, about two for every thousand people, a rate that is lower than the European average. The difference is guns. Police in Finland fired six bullets in all of 2013; in an encounter on a single day in the year 2015, in Pasco, Washington, three policemen fired seventeen bullets when they shot and killed an unarmed thirty-five-year-old orchard worker from Mexico».

Il brano citato sopra è tratto da un articolo di Jill Lepore, docente di storia ad Harvard, pubblicato sul numero del New Yorker dello scorso 20 luglio. E dà un po’ la misura estremizzate delle differenze. La polizia finlandese, nell’esempio ricordato, ha esploso in tutto sei colpi in un anno; in una cittadina del Wisconsin, per venire a tempi più recenti, un solo poliziotto, ha sparato sette volte alla schiena di un uomo disarmato, Jakob Blake, mandandolo in ospedale gravemente ferito. E a Salt Lake City, in Utah, altri poliziotti hanno fatto fuoco, colpito e ferito gravemente Linden Cameron, un tredicenne, autistico, disarmato e in un evidente momento di difficoltà psicologica.  Sempre sul magazine newyorkese, il 3 agosto, e ancora a proposito delle differenze fra polizie europee e statunitense, William Finnegan scriveva: «In some Western European countries, police academies are as selective as a good American college. Recruits in Germany study for a minimum of three years, with professors who are experts in their fields. Officers in the U.S. often start work with as little as eleven weeks of training, mostly in firearms and survival». Se hai agenti che sanno solo sparare, è probabile che lo facciano con più frequenza che da altre parti. E questo, per gli Usa, è un problema non di poco conto.

Un problema che oggi Washington non sembra voler prendere in considerazione, soprattutto da quando a guidarla c’è un tizio che dei modi sbrigativi e decisamente irruenti nella risoluzione delle questioni ha fatto metro e misura di tutte le cose degli uomini. Certo, la società americana non è così facilmente paragonabile con quella europea, e un sospetto che tenta di aprire la propria auto lì fa venire molta più paura a un agente per la possibilità che abbia un’arma nel cruscotto di quanta ne può fare qui. Ma da questo a colpi esplosi contro un ragazzino indifeso, come era Linden Cameron in casa sua, ne passa.

Ecco perché torno alle parole di Finnegan, soprattutto in considerazione di quel differente contesto sociale. Se in Germania formano per tre anni i poliziotti prima di mandarli in strada, e su diverse materie, è mai possibile che una società così complicata come quella statunitense si affidi a meno di tre mesi di corso, praticamente solo su come si usano le armi e le mani? Ripeto: se insegni agli uomini destinati a tutelare l’ordine per le strade solamente come si spara e si picchia, rischi che poi solo questo ritengano possibile fare, difronte alle situazioni che possono trovarsi quotidianamente ad affrontare.

Con i risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi.

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Fermiamo e isoliamo chi semina e coltiva quel veleno

Fu Martin Luther King jr a insegnarci che le nostre vite iniziano a finire quando cominciamo a tacere sulle cose che contano. E aveva ragione. Tremendamente ragione. Per questo, per quanto già se ne sia parlato, è giusto ancora e ancora cercare di dire qualcosa e provare a capire e aiutare a comprendere quello che sta succedendo, partendo da quanto, tristemente, è già successo. A Colleferro, vicino Roma, è stato ucciso un ragazzo di 21 anni, Willy Monteiro Duarte, picchiato a sangue e lasciato agonizzante a terra da altri quattro ragazzi, con troppa forza per le loro insensate volontà.

La perdita di Willy è una tragedia immensa per questo Paese, oltre a essere un dolore infinito per la sua famiglia e per chi, conoscendolo, gli ha voluto bene. Il fatto che a determinarla, a causarla in quel modo orribile siano stati altri giovani aggiunge ulteriore mestizia al grande sconforto che non possiamo non provare. Di più: molti dei commenti che intorno alla vicenda si sono letti e si continuano a leggere danno la misura di quanto siano perdutamente andate larghe fasce della nostra società. Spero non irreparabilmente, ma è un dato su cui è necessario e urgente iniziare a confrontarsi, prima che sia troppo tardi, prima di piangere ancora troppe vite per troppa ingiustizia, per soprusi e violenze.

C’entra la logica del branco, un certo mito del maschio dominante, una sub-cultura fascista eterna e c’entra il razzismo; c’entrano tutte queste cose, e altre ancora. Perché se queste sono endemiche allo stato di latenza, va tenuto presente che si manifestano di più ed esplodono in particolari contesti della storia di questo Paese. Non ho soluzioni adesso e non ne immagino di facilmente attuabili in un domani prossimo; nondimeno temo quello che può succedere, se le condizioni di quei contesti si dovessero presentare con maggiore forza, cosa che potrebbe verificarsi a breve, qualora lo stato difficile dell’economia non si risollevasse e le sue ricadute e immediate conseguenze su determinati strati sociali inasprirebbero quei sentimenti di odio e cieca voglia di rivalsa che possono facilmente cedere alla seduzione di individuare un nemico a portata di rancore, per scaricargli addosso la rabbia per tutte le difficoltà patite.

E soprattutto se alcuni pericolosi e interessati stregoni su questa eventualità continueranno a scommettere i loro destini politici, aizzando e tenendo sempre vivo e acceso quel furore irrazionale, incuranti delle conseguenze diffuse di questo agire, cinicamente devoti esclusivamente al tornaconto a cui mirano e spietatamente efficienti e indefessi in questo lavoro di semina e coltivazione d’un veleno potenzialmente letale per tutti.

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L’umanità ha sempre vissuto con la coscienza della morte

Da cosa nasce l’ansia paralizzante di fronte a un virus e al possibile contagio? Quando abbiamo deciso che le malattie erano state abolite per decreto? Che la morte per noi non sarebbe arrivata, se non al tempo giusto e comodamente distesi sul nostro letto? Viaggiando in aereo posso contrarre la Sars-CoV-2? Verissimo. Può anche precipitare l’aereo. Posso contrarre il coronavirus andando a far spesa? Può capitare; pure di essere investito. A scuola posso infettarmi? Ovviamente; persino andando a passeggio, a ballare, al ristorante, in biblioteca, al mercato, in ospedale, in fabbrica, in ufficio, al bar… E posso contagiare altri o essere da loro contagiato. Tutto vero; e quindi? Per paura di morire rinunciamo a vivere? E fino a quando? Al vaccino che non sappiamo se e quando arriverà? Cerchiamo i responsabili a prescindere, per dar loro la colpa se le cose non dovessero andare come avevamo pensato che andassero? Non credo funzioni.

Ma soprattutto: quale dovrebbe essere la quota di rischio imprevedibile che siamo disposti ad accettare? Anche sotto le bombe ci si sposa, pure durante la peste si sta insieme, persino nella peggiore delle carestie si mettono al mondo dei figli; l’umanità si adatta ai tempi che trova, non smette di viverli finché non sono come li ha immaginati. E in questi e con questi cerca e stipula il necessario compromesso tra quello che vuole, che deve fare e ciò che può perdere. Considerando la vita in un approccio generale, che tenga dentro il bello e il brutto, il buono e il male. C’è invece oggi una dominante cultura parcellizzata, settoriale, che spinge a considerare ogni cosa sotto un unico aspetto. Pure il dato pandemico è letto solo sotto un profilo medico-statistico; quindi, si vedono solo i rimedi  che la medicina spiega, sostenuta dalle ragioni statistiche. E, da quel punto di vista, ciò che si dice è vero. Però una visione generale sa e insegna che non basta una sola dimensione per spiegare l’umanità, e che se una giusta misura tra quello che la scienza indica e quanto la vita chiede non viene indicata da chi ha il compito di farlo, il singolo la cerca e la trova da solo.

Per esempio, il Governo s’è scelto ultimamente come consulente un tale che puntava seriamente all’obiettivo «contagi zero». Ma come è possibile, se non cancellando tutto quello che facciamo? Ed è davvero quello ciò che dobbiamo fare, o invece bilanciare tutte le questioni in campo? L’intelligenza generale che dovrebbe ambire a quella visione complessiva a cui accennavo, dovrebbe contenere o almeno cercare quelle risposte complessive, e indicarle. L’ignoranza generale, al pari di quella intelligenza, in questo si muove con l’identico passo su cui si muoverebbe l’altra, se non per sapere acquisito, per esperienza patita. Sente che esistono rischi e li accetta, come parte della vita che ha, come, appunto, elementi costitutivi dei tempi che gli son toccati.

Nel mezzo, tra l’intelligenza generale ormai andata e l’ignoranza generale da tempo sparita, la prima arresasi per mancata ambizione e la seconda fuggita per malintesa vergogna, abbiamo fatto un deserto.  E, spaventati dal doverlo attraversare per colpa nostra, l’abbiamo chiamato «modernità».

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Conviverci, ma senza inutili isterie

L’eventualità che sia un effetto della mia echo-chamber è da tenere in seria considerazione. Nondimeno, sono stupito dalla frequenza con cui, aprendo i social nelle ultime settimane, io sia stato invaso da notizie sulla chiusura di una ventina di scuole in Francia o di un centinaio di istituti in Germania, di una a Roma come di intere classi costrette a casa a Trento e Crema. In tutti le circostanze in cui questo è avvenuto, ovviamente, è accaduto a pochi giorni dalla riapertura e per aver riscontrato casi di contagio fra docenti o alunni. Il tono dei commenti che accompagnano spesso le condivisioni degli articoli a riguardo, va da sé, è preoccupato. E lo sono anch’io, certo. Però mi chiedo: e quindi?

Cioè, a parte considerazioni statistiche sul numero delle scuole nei paesi presi in esame che hanno riaperto le scuole da molto più tempo di noi (dove abbiamo iniziato solo con i corsi di recupero, l’attività delle materne al Nord e quella di qualche istituzione privata), e che ridimensionano fortemente l’impatto di quelle chiusure considerato in percentuale (non conosco i numeri precisi, ma se l’Italia ha circa 50.000 istituti scolastici, immagino che Francia e Germania ne abbiano almeno altrettanti, se non di più), perché ci si sorprende? Non era e non è forse quello che ci siamo detti e ci diciamo? Apriamo, vigiliamo e, se nel caso, isoliamo i casi trovati, chiaramente chiudendo temporaneamente le classi o le scuole coinvolte? 

Il virus, checché ne dicano negazionisti e scriteriati d’ogni sorta, non è sparito; non sta determinando la pressione ospedaliera della scorsa primavera, ma c’è ancora e ci dovremo convivere a lungo. Nonostante questo, anzi, proprio per questa considerazione sulla necessaria convivenza, le scuole dobbiamo riaprirle come già abbiamo iniziato a fare, e non possiamo non farlo, sapendo tutti, alunni, docenti e famiglie, che può succedere, ed è altamente probabile che accada, quello che sta avvenendo Oltralpe e non solo. 

Vorrete mica tenerle ancora chiuse? Rimandarne l’inizio a non si sa quando? Alla cura definitiva? Al vaccino? A un lontanissimo giorno di “contagi zero” da più di quattro settimane consecutive? Ripeto, il virus esiste, è reale e non è scomparso; ma se tocca convivere con questo problema per qualche e tempo (sperando che sia il più breve possibile, va da sé), lo dobbiamo fare, in sicurezza, è chiaro, ma anche nel massimo della coscienza di una pandemia ancora in corso, senza ansie, senza eccessive paure e senza inutili isterie.

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Un’offerta senza domanda

«La nostra offerta non corrisponde più a una domanda», dichiarava sconsolatamente Pierre Nora, il direttore della rivista Le Debat da pochi giorni chiusa, nell’articolo di Anaïs Ginori in cui se ne riportava la notizia per Repubblica, lo scorso primo settembre. Sconsolato, ma preciso: se offri la possibilità di un dibattito deve esserci qualcuno pronto a dibattere, a confrontarsi, a sostenere le contraddizioni che, naturalmente, quello scambio porta con sé e determina.

Le Debat, quindi, in quanto rivista e nel suo significato letterale, non interessa più a nessuno. Nora e i suoi collaboratori ne hanno semplicemente preso atto. Tristemente. Perché il dibattito parte, per forza, da posizioni non omogenee. Il punto, però, è che oggi quelle o non ci sono, o sono così radicalmente e acriticamente sostenute da respingere ogni forma di mediazione. Se non ci sono, perché tutti la pensano allo stesso modo, che senso ha dibattere? E se sono indisponibili a mettersi in discussione, come è possibile farlo? A che serve, quindi, una rivista come quella o qualsiasi altro spazio di discussione che non sia arrogantemente apodittico come un post su un social? A poco o nulla, appunto, per mancanza di interessati. E quindi, chiude.

È un mesto articolo, questo che vado scrivendo e che si avvia a concludersi, ma è su un punto di riflessione che svolgo da tempo, anche per il ruolo, incommensurabilmente minore della rivista di Nora, che il blog che lo ospita svolge. E devo dire che non ho risposte certe, sul motivo per cui continuo a farlo, sapendo, come dice il direttore della rivista da poco chiusa, che pure questa offerta non corrisponde a nessuna domanda, se non l’ambizione, modestamente presuntuosa, di dover tener fede a un impegno che maestri del passato ci hanno lasciato quale generosa loro eredità e necessaria nostra promessa (Nicola Chiaromonte, La Stampa, 10 aprile 1969): «è ai pochi, capaci di riflessione, in fin dei conti, che è affidato non già il potere, ma la responsabilità dell’esistenza civile».

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Se «è lecito» pensare che Trump usi la pandemia a fini politici, rischia d’esserlo anche per altri

Scrive il sempre bravo Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, a proposito della notizia dell’invito alle amministrazioni locali dei vari Stati dell’Unione rivolto dalla direzione del Centers for Disease Control and Prevention (ente federale che si occupa, per l’appunto, di controllo e prevenzione delle malattie e che è parte del Dipartimento della Salute statunitense) a prepararsi per somministrare eventualmente un vaccino contro il Covid-19 entro il prossimo primo di novembre, che «sul piano politico ogni sospetto che l’accelerazione serva a mandare anche un messaggio agli elettori è lecito». Sarà pure lecito, ma è pericoloso nutrirlo e alimentarlo. Anche per quelli che, rispetto a Trump, si muovono e agiscono in modo nettamente differente.

Chiarendo meglio il suo pensiero, Gaggi aggiunge: «fin qui, nonostante la retorica trionfalistica del presidente, la gestione governativa della pandemia è stata disastrosa secondo i critici più severi, assai lacunosa secondo i commentatori più moderati. Col coronavirus che ha ripreso a diffondersi in estate […] e l’emergere di nuovi focolai […], Trump ha abbandonato ogni strategia di contenimento via lockdown: ora ripone tutte le sue speranze nel vaccino […]. È, quindi, verosimile che ci sia pressione per un “avanti tutta” sui vaccini. E un leader che punta molto sulla comunicazione ed è abituato a dare una sua personalissima interpretazione della realtà sarà sicuramente tentato di fare un annuncio in stile mission accomplished prima del voto». Prendo per buoni i ragionamenti della firma del Corriere. E allora però mi chiedo: se «è lecito» pensare che Trump usi le notizie sulla pandemia per fini elettorali, perché non lo è pensarlo di altri a guida di diverse istituzioni? Non autorizza, quel dubbio sul capo di quella che pomposamente abbiamo sempre definito «la più grande democrazia dell’Occidente», altrettanti dubbi su altri dirigenti di importanti istituzioni o esponenti di governo, cioè di usare la pandemia e le misure di risposta ad essa per scopi politici? Non è della stessa natura del dubbio su un possibile interesse nascosto nelle azioni dell’attuale amministrazione Usa in campo sanitario, in fondo, quello che alimenta il retropensiero di tanti che diffidano delle scelte prese da altri governi e mettono in discussione l’obiettività del loro essere necessarie e inevitabili?

Qui non si sta difendendo Trump (per quanto non sia lui l’unico a parlare di un vaccino prima della fine dell’anno o la sua amministrazione la sola a prepararsi ad acquisire e somministrare per l’autunno un vaccino), né dicendo che altri governi, a partire da quelli europei, hanno fatto qualcosa di sbagliato; non è questo il punto. Sto dicendo, però, che se, per dirla ancora con le parole di Gaggi, «è lecito» pensare che l’ente di prevenzione e controllo delle malattie di un paese democratico possa essere manipolato, nelle sue scelte che dovrebbero rispondere solo alle esigenze della scienza e della medicina, per fini politici, allora c’è il rischio che qualcuno pensi che sia possibile che ciò accada sempre, qualunque sia la decisione assunta, al di là del merito della stessa.

Ed è uno scenario francamente preoccupante, che gli stessi che si peritano di combattere, quando si tratta di dar aspra battaglia contro cospirazionisti e complottisti di ogni risma e sorta, per peculiare eterogenesi dei fini, data la scivolosità viscosa della materia in trattazione, rischiano indirettamente di alimentare.

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