«It’s about all the unseen shit»

È davvero bello, e interessante, il reportage da Minneapolis che ha fatto Luke Mogelson sul New Yorker dello scorso 22 giugno, dopo la morte di George Floyd – fermato e ucciso da un agente di polizia chiamato per un presunto spaccio di una banconota falsa da 20 $, di questo parliamo – e i fatti che ne sono seguiti. Duro e forte fin dal titolo, The Uprising, che già la dice lunga su quello che lì, nel Minnesota, è accaduto. «Rivolta», come altro chiamarla? Ma spinta, sostenuta e animata da cosa? E perché? Anche per rispondere a queste domande, mi servo dell’articolo di Mogelson.

La firma del magazine newyorkese ci dice che tra la Trentottesima strada e Chicago avenue, nella zona sud di Minneapolis, si sono da anni concentrate le famiglie afro-americane, dopo che, agli inizi del XX secolo, delle vere e proprie alleanze anti-neri hanno impedito (quando non letteralmente proibito) loro di acquistare o affittare case in altre zone. In quel pezzo di città, ognuno di quelli con cui il giornalista ha parlato, «viewed the police as an alien force of costant menace and harassment». Se la polizia è vista da un’intera comunità in quel modo, something is rotten. L’elenco degli abusi e delle brutalità di agenti e ufficiali di Minneapolis contro la popolazione di colore è lungo e triste. Ma ancor più triste e emblematico è quello che ancora Mogelson ci racconta, dopo averci detto di quei soprusi e crimdini: «The only Minneapolis officier in recent memory to have been sentenced to jail for killing someone is Mohamed Noor, a black man, who shot Justine Damond, a white woman».

Per questo, the uprising. Come spiega in due frasi Simone Hunter, una ragazza intervistata in quell’articolo, fra i primi a dar corso alle proteste, picchiata e respinta dalla polizia durante le manifestazioni, ma sempre in strada a urlare le proprie ragioni,col linguaggio duro degli adolescenti, reso più aggressivo dal vissuto personale, e meglio di quanto anni di indagini e analisi possano fare: «It’s not just about George Floyd. It’s about all the unseen shit, where we don’t have the video».

Nell’estate del ’65, Lyndon B. Johnson firmò il Voting Right Act, per rendere davvero efficace il suffragio universale anche in quei luoghi dove ai neri, di fatto, era impedito di votare. Cinque giorni dopo quella firma, esplosero gli scontri tra la comunità nera di Watts, in Illinois, e la polizia. L’allora presidente si chiese (e incaricò di trovare le risposte alle sue domande una commissione d’inchiesta nazionale presieduta proprio dal governatore dell’Illinois): «What happened? Why did it happen? What can be done to prevent it from happening again and again?». L’attuale inquilino della Casa Bianca credo sia incapace di farsi domande, per non dire di cercare risposte. Ma spero che qualcuno, pure, se non soprattutto, fra chi si candida a sostituirlo, interrogativi come quelli di Johnson se li ponga. E credo anche che, per rispondervi come si deve, senza retorica e lontano da soluzioni perfette solo sulla carta, chiedere a persone come Simone Hunter possa esser interessante e foriero di possibili risultati positivi: cos’è accaduto? Perché è successo? Cosa si può fare perché non capiti ancora e ancora?

E con questo, sono duemila e uno gli articoli pubblicati su Filopolitica. Un periodo di vacanza, al blog e al suo autore, non può che giovare. Buona estate, e a presto.

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Decidessero almeno il colore dei cartelli

I giornali di queste ultime settimane danno notizia di scontri all’interno della maggioranza, rischi di rallentamenti e paralisi nell’azione governativa, che già, a essere onesti, non dà l’idea di correre di suo, passi avanti e passi indietro, di lato, a destra, a sinistra, changer; più che un confronto, pare una quadriglia. E pure l’immagine del premier sembra essersi un po’ appannata, con l’arrivo di numeri meno cupi dal fronte virale.

L’uomo che, nei giorni più tristi degli ultimi decenni, faceva tremare il Paese al solo annuncio di diretta video serale, o notturna, al contempo persuadendo (seducendo, dicevano alcuni; sfruttando dinamiche da sindrome di Stoccolma, commentavano i cinici) tutti a dargli fiducia sulla bontà della sua azione, ora non convince più così tanto. Certo, anche un minus habens può dire «state a casa», soprattutto se ciò è da intendersi senza se e senza ma; è quando però si tratta di decidere come uscire dopo e dalla tempesta che i nodi vengono al pettine (ovviamente, né la scelta della locuzione latina, né il riferimento implicito alla sistemazione dei capelli muovono da giudizi o considerazioni sulla figura del presidente del Consiglio o sulla sua, peraltro, sempre impeccabile chioma; l’una e l’altra, infatti, non ispirano in me alcun commento). Ma è proprio quella la domanda: ora, che facciamo?

E lì, ne sentono di tutti i colori. «Usiamo i soldi del Mes», «Giammai! Sono sterco del diavolo», «Riapriamo le scuole», «No, col plexiglass!» (che dev’essere un improperio, credo), «Diamo i soldi a chi servono, particolarmente ai poveri», «Quali poveri? Non ce ne sono più; la povertà è stata abolita!». E provengono tutti, quei colori, dall’interno della stessa maggioranza di governo, che dovrebbe indicare la strada da seguire, mentre fa confusione già sui cartelli da utilizzare per segnarla.

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Di quell’infanzia parlavo

Al mio post del 17 giugno, ricevo un messaggio di critica piccata, con tanto di link a un articolo di qualche anno fa in cui si diceva quanto, anche nel caso degli Usa, a distruggere l’economia, sperperare le risorse della nazione e lasciare una situazione difficile per le generazioni successive, fossero stati i nati fra il ’45 e il ’64, mentre la mia fosse solo trita retorica da «boomer» pronto a dare del “bamboccione” a chiunque sia arrivato più tardi al mondo e abbia avuto meno possibilità di lui. Ora, a parte che sono nato ben dopo la “congiuntura” e anche persino dello “shock petrolifero”, altro che boom, io non intendevo affatto dare dell’infantile viziato a qualcuno, men che meno a chi, da anni, si barcamena per far quadrare i propri conti. Dicevo solamente che, quell’accusa di aver egoisticamente mangiato tutto, per riprendere le parole del film da cui partivo, lanciata dalla mia generazione alle precedenti, è alquanto ingenerosa, visto che, essendo di quelli i figli, se hanno mangiato, noi eravamo a tavola con loro.

Poi, però, ho fatto un’ulteriore riflessione. Se alcuni della mia generazione la pensano più come la Cortellesi nella pellicola che come me, non è tanto e solo per storia, ma pure, se non particolarmente, per geografia. Mi ha aiutato in questo il messaggio di un amico, nato grosso modo quando sono nato io, e che ricordava sua «nonna vedova, con figlia piccola, che fatica a trovare casa a Milano, perche “non affittiamo ai terroni”», chiedendosi infine: «ha vissuto così bene mia madre?». Già, e c’è di più. C’è quello che scriveva Domenico Rea in un articolo sul Corriere della Sera del 2 marzo 1957 (ripreso nel numero di venerdì corso nella meritoria rubrica d’archivio del magazine 7 della testata milanese). Ricordando una sua precedente visita a Matera, nel ’52, lo scrittore e giornalista napoletano raccontava: «Stavo appunto visitando una misera stanza dove vivevano in dodici persone quando fui afferrato da una vecchia che disse: “La casa della comare è una reggia in confronto alla mia. Di che si lamenta? Ha dieci figli, dieci lupi che la proteggono. Venite a vedere la mia”. Dovetti seguirla e giunto alla sua casa mi fece entrare in una grotta a forma di parallelepipedo, che il tetto non si scorgeva e finiva in un buio indefinito. Poteva essere lunga tre metri, larga, forse, due, alta, dico a caso, per darvi un’idea, trenta metri. C’era dentro la figlia, seduta. Un bambino come un verme le stava ai piedi. Un altro, in grembo. Quello ai suoi piedi aveva un gestire e i lenti movimenti di un bruco ancora spoglio, come i vermicini che escono dai frutti marci. L’altro giocava con la mammella avvizzita della madre. E quella donna aveva vent’anni, non quaranta come io avevo stimato dalla prima occhiata. Aveva la faccia di una castagna secca e le due orecchie erano due bucce pendule. Guardava incantata me e la madre». 1952; figli del boom anche quei bambini.

Figli del boom i pargoli dagli emigranti in Svizzera, nascosti in casa senza poter mai uscire e costretti al silenzio, o separati per mesi dai genitori, perché le autorità elvetiche non volevano i bambini dei lavoratori italiani per non dover un giorno fare i conti con eventuali richieste di cittadinanza. Figli del boom i tanti bimbi calabresi, siciliani o napoletani che vedevano il disprezzo negli occhi dei genitori dei loro coetanei e persino in quelli dei loro insegnanti, mentre con le loro famiglie condividevano spazi bui e umidi di scantinati e soffitte nelle metropoli del nord Italia che si aprivano alla modernità. Figli del boom quelli che andavano a far la spesa con il libretto dei debiti, che non avevano il bagno in casa e l’acqua corrente, figuriamoci quella calda, che portavano vestiti sempre troppo leggeri, scarpe mai adeguate, che mangiavano poco e ogni volta lo stesso pane e quasi nulla più, e che sento vivere ancora nei ricordi dei miei genitori e dei loro amici.

È a quell’infanzia che pensavo, quando scrivevo di non esser «per nulla convinto che la vita delle generazioni che hanno preceduto la mia sia stata davvero così tanto più confortevole della nostra», soprattutto quando una simile tesi non fa i conti con le differenze che all’interno di un Paese o, ancor di più, fra le persone nate in uno stesso periodo, possono esserci, e sapendo cosa è stato esser bambini, per i nati dove sono nato io un trentennio prima.

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I soliti tedeschi? Sì, ma non solamente

Scrive Danilo Taino nel suo editoriale sul Corriere della Sera di ieri: «Il coronavirus ha messo in evidenza la fragilità dell’Europa – ha detto Angela Merkel davanti al Parlamento tedesco che discuteva del Consiglio europeo sul Recovery Fund. Quello che la cancelliera tedesca non ha detto e non poteva dire per opportunità è che in questa fragilità c’è un Paese che fa eccezione e che questo è la Germania. La quale si avvia a uscire dalla prima fase della pandemia decisamente meglio della Francia, dell’Italia, della Spagna e anche della Gran Bretagna post Brexit».

Esattamente. E non è fato, come una certa vocazione al melodramma potrebbe indurre a ritenere, è politica, prim’ancora che organizzazione. Ancora Taino: «Berlino non ha solo contenuto meglio il virus e limitato il numero dei decessi, non sta solo sostenendo più efficacemente l’economia: ha anche assunto il ruolo di leadership quando Merkel ha aperto la strada al Recovery Fund della Commissione Ue. […] Nonostante il recente focolaio nel Nord Reno Vestfalia, nella gestione della crisi sanitaria ha mostrato di possedere una governance come pochi altri Paesi. Ha ritrovano una certa stabilità politica, con i cristiano-democratici di Merkel tornati forti nei sondaggi. Ha dimostrato, se ce n’era bisogno, che il suo modello di zero deficit e di debito pubblico sotto controllo è decisivo per avere spazi di bilancio anticiclici nei momenti di crisi. Sta consolidando la sua egemonia nei Paesi del Nord Europa, i quali accetteranno in qualche modo il Recovery Fund; in quelli dell’Est, che saranno tenuti vicini attraverso il bilancio 2021-2027 della Ue; in quelli mediterranei grazie agli aiuti europei a loro destinati e al fatto che le catene di produzione del valore, all’interno delle quali l’Italia ha un ruolo importante, tendono sempre più ad avere il cuore in Germania. Inoltre, l’asse con Parigi si è consolidato. Non solo. Tra i maggiori Paesi del mondo, la Germania è probabilmente quello che uscirà meno peggio dalla crisi […]. Una forte reputazione globale della Germania si riverbererà sui rapporti di potere nella Ue».

Non si tratta di simpatie o antipatie: qui, i sentimenti, contano relativamente poco. Si tratta di politica (e delle donne e degli uomini che la fanno). Potrà non piacerci, ma è un fatto. Oggi che arriva il cattivo tempo, loro possono rilanciare, in virtù delle scelte fatte ieri. Qui sta la differenza; loro han fatto politica, pensano agli scenari che si sarebbero potuti determinare. Qua si è fatta campagna elettorale, pensando a come trovare un po’ di consenso, a destra e sinistra. E sì, le differenze storiche ci sono, fra i due Paesi, e sono importanti. Però, il nostro vittimismo non aiuta, anzi.

Anche perché, quando sono stati loro quelli a doversi risollevare, l’hanno fatto meglio e prima.

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La coperta del numero

«Delle arti alcune sono dimostrabili, altre indimostrabili; dimostrabili quelle la cui creazione è in potere dell’artista stesso che, nella dimostrazione, non fa che ricavare le conseguenze della propria operazione. La ragione di ciò è la seguente: la scienza di ciascun oggetto deriva da una preliminare cognizione delle cause e della generazione e costruzione del medesimo; per conseguenza, se la cause sono note vi è luogo per una dimostrazione, ma non se le cause siano da investigare. Perciò la geometria è dimostrabile, in quanto le linee e le figure di cui ragioniamo sono tracciate e descritte da noi stessi e la filosofia civile è dimostrabile perché noi stessi costruiamo gli Stati. Ma poiché non conosciamo la costruzione dei corpi naturali ma la ricerchiamo dagli effetti, non c’è dimostrazione di quali sono le cause che noi cerchiamo, ma solo di quali possono essere».

Ho citato Hobbes (da Sei lezioni ai professori di matematica, 1656, VII, 183,), ma avrei potuto chiamare a sostegno Vico o altri. E non per opporre una visione costruttivista agli analisti del tempo presente, ma semplicemente per dire che, spesso, chiamiamo evidenza scientifica quello a cui ci aggrappiamo come a verità di fede. Quando proprio non ci riusciamo, abbracciamo una coperta di numeri e, con quella, cerchiamo di proteggerci dalla resistenza della realtà ai nostri schemi. Cosa intendo? Guardate all’approccio che hanno molti nei confronti della tragedia pandemica: si cerca di spiegarla e capirla esclusivamente con modelli matematici e statistici. Su questi, alcuni fondano la certezza di seconde ondate in autunno. Seconda ondata, sia chiaro, che potrebbe esserci. Oppure no, con buona pace dei modelli utilizzati per prevederla.

Non credo debba chiarire che non sto facendo alcuna professione di scetticismo nei confronti del pericolo contagio, però non posso smettere di guardare al fatto da altre angolazioni. Il virus potrebbe sparire domani, così come ieri è comparso e come è accaduto in altri casi (vedi quello da cui questo mutua il nome); sto dicendo che andrà così? No, io non lo so. Ma non lo sanno con assoluta certezza nemmeno quelli che assicurano di sapere quando e quante ondate ci saranno e chi le porterà.  

E non sto nemmeno dicendo «apriamo tutto, si contagi chi può e vivano i migliori», perché questa visione nazista dell’Übermensch non mi è mai appartenuta (e mai è nemmeno appartenuta a chi quel concetto dell’Übermensch  pensò, dato che lo voleva “oltre”, non “sopra”, e tanto da non contrapporlo mai a un “Unter”. E quando gli capitò di usare questo secondo prefisso, fu nel descrivere la fertile mitopoiesi delle civiltà politeiste. La citazione è solo quale aiuto a spiegarmi: «L’invenzione di dèi, eroi e superuomini di ogni genere, oltre che di parauomini e subuomini, di nani, fate, centauri, satiri, demoni e diavoli, fu l’inestimabile propedeutica alla giustificazione dell’egoismo e dell’autocrazia del singolo» – F. W. Nietzsche, La gaia scienza, 1882, libro terzo, aforisma 143). Ritornando a quanto dicevo prima, cerco di stare al mondo nel tempo e nei modi che ho davanti, senza cinismo né sconsideratezza, ma lontano da ansie e paure da fine dei giorni.

A dirla tutta, proprio rispetto alla situazione che stiamo vivendo, se una voglia di dominio e perfezione esiste, semmai la scorgo in chi non accetta che la malattia faccia parte delle possibilità dell’esistenza, e per questo cerca di eradicarla ancor prima e di più che curarla. Questo virus esiste, è un fatto, e si teme la seconda ondata perché lo dicono modelli statistici e matematici, che però sono un’approssimazione alla realtà, non la realtà. Domani, invece, potrebbe sparire, come dicevo, o mutare in modo da non esser più letale, come altre volte è accaduto, e potrebbe arrivarne un altro, non previsto come non lo era questo fino all’inizio dell’anno. Che faremo allora? Accetteremo che lo stare al mondo sia imperfetto e caduco, o cercheremo disperatamente di dominare gli eventi che non riusciamo a determinare?    

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Un americano medio, a Roma, starebbe meglio

Gli Stati Uniti d’America sono un grande Paese. Un sogno, da sempre. Più nel mito che nella realtà. E anche questo da sempre. «Non Roma o Napoli, ma New York sarebbe la vera capitale dei contadini di Lucania, se mai questi uomini senza Stato potessero averne una. E lo è, nel solo modo possibile per loro, in un modo mitologico. Per la sua doppia natura, come luogo di lavoro essa è indifferente: ci si vive come si vivrebbe altrove, come bestie legate a un carro, e non importa in che strade lo si debba tirare; come paradiso, Gerusalemme celeste, oh! allora, quella non si può toccare, si può soltanto contemplarla, di là dal mare, senza mescolar vizi». Così scriveva Carlo Levi, nel Cristo si è fermato a Eboli, e un po’ forse è ancora così oggi.

Leggo dal Corriere della Sera di ieri un brano di un articolo di Carlo Rovelli: «in America c’è molta più disparità economica che in Italia. La ricchezza è ancora più concentrata nelle mani di pochi di quanto non lo sia in Italia. In America la ricchezza c’è, ma arriva alla maggioranza degli americani molto meno di quanto arrivi in Italia. C’è più ricchezza nell’insieme, ma l’italiano “medio” è più ricco dell’americano “medio”. Ovvero, la maggioranza degli italiani è più ricca della maggioranza degli americani. E non di poco». No, non di poco, infatti, se, come ricorda lo stesso Rovelli, «la ricchezza media statistica [ovvero la ricchezza totale del Paese matematicamente divisa per il numero di abitanti] degli americani è più alta di quella degli italiani: oltre una volta e mezza quella italiana. Ma la ricchezza mediana [nel senso di quella di chi si trova a metà fra i ricchi e i poveri] degli americani è molto più bassa di quella degli italiani: la ricchezza mediana degli italiani è quasi una volta e mezza quella americana».   

E per chiarire quello che intende dirci, l’autore dell’articolo lo fa cercando di spiegare quello che, viaggiando negli States, spesso salta all’occhio: «il Paese nel suo insieme è ovviamente ricco e potente, ma quando si guarda la gente per strada, non c’è dubbio che sembrino in generale tutti più poveri degli italiani. Tanti quartieri americani, sia cittadini che rurali, sono decrepiti; tanta gente ha l’aria miserabile; fuori dalle sacche di splendore, è spesso tutto molto più spoglio e logoro che in Italia. Anche le case benestanti sembrano sempre un po’ baracche rispetto a qualunque casa italiana. Ho vissuto per anni negli Stati Uniti, senza mai trovare una finestra che avesse una qualità paragonabile alle finestre di una qualunque casa italiana. È un apparente paradosso che molti visitatori italiani notano in America. Ma non è un vero paradosso, è il fatto concreto che la ricchezza è concentrata nelle mani di molto pochi. Non è che gli americani sembrino più poveri perché abbiano gusti diversi, si vestano male, o non badino alla casa: è proprio vero che in generale sono più poveri degli italiani».

E così, quando poi arriva una pandemia, più che i numeri del contagio, negli effetti che questa ha e produce fra le diverse nazioni colpite, pare di leggere il funzionamento dei relativi sistemi economici, sociali e sanitari, da cui emergono decise conferme e, non di rado, qualche interessante e formativa eccezione.  

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Dalla concorrenza alla persecuzione

Oggi non scriverò nulla. Voglio però leggere con voi alcune pagine di un libro che ho tanto amato e che, su questo spazio, mi è già capitato di citare. Si tratta del Tratto del ribelle, di Ernst Jünger, di cui, di seguito, riporto un lungo estratto (pp. 37-39, dell’edizione Adelphi del 1990, nella bella traduzione di F. Bovoli). Credo che la voglia che mi ha spinto a rileggere e condividerle qui abbia a che fare con la stagione che stiamo vivendo, e anche un po’ col conformismo che, persino in questa e nel tempo strano che ci sta toccando in sorte, non pare volerci abbandonare, e continua a caratterizzare il nostro modo di agire e di rapportarci con gli altri. E se può apparire in contrasto con quanto spesso sostengo, a me sembra che il conflitto sia solo superficiale, in quanto quasi in nulla, un atteggiamento o l’altro, differiscono davvero nel profondo, dato che entrambi puntano al dominio sul proprio simile. Dopo tutto, «è male fermarsi, difficile contentarsi di un solo modo di vedere, privarsi della contraddizione, che è forse la più sottile di tutte le forze dello spirito» (Albert Camus, Il mito di Sisifo, in Opere, Bompiani, 2000, p. 258). Ma ho già scritto troppo, meglio lasciar parlare il vecchio Ernst.

«La concorrenza, come dice il suo nome, è simile a una gara di corsa in cui il premio spetta ai più abili. Quando essa viene a mancare, c’è il rischio di vivere di rendita a carico dello Stato, mentre la gara tra Stati continua, la concorrenza continua nella politica estera. In questa breccia si inserisce il Terrore. Sappiamo che a provocarlo sono altre circostanze: ma qui ci troviamo di fronte a uno dei motivi che concorrono a perpetuarlo. E così ora sarà la paura a imprimere la spinta che prima nasceva dalla corsa. Il livello della gara dipendeva dalla pressione. Ora dipende dal vuoto. Là è il vincente a imporre il suo ritmo, qui i più disgraziati».


«Di conseguenza, nel secondo caso, lo Stato si vede costretto a sottoporre costantemente una parte dei cittadini a trattamenti atroci. La vita è diventata grigia ma sembrerà più tollerabile se a un passo da noi scorgiamo la tenebra, il nero più assoluto. Qui, e non in campo economico, covano i pericoli delle grandi pianificazioni».

«La scelta delle fasce di popolazione da perseguitare è sempre arbitraria; ma comunque si tratterà di minoranze, di “diversi”, vuoi per natura voi per artificio. Va da sé che chiunque si distingua per doti ereditarie da un lato e per talento dall’altro non si sottrae a questo rischio. La stessa atmosfera si comunica al trattamento dei vinti in guerra: accusati indiscriminatamente di colpevolezza, essi sono affamati nei campi di prigionia, costretti al lavoro forzato, sottoposti allo sterminio in vasti territori, mentre, per coloro che sfuggono alla morte, la deportazione è sempre in agguato».

«In questa situazione, è comprensibile che l’uomo preferisca caricarsi dei fardelli più gravosi piuttosto che essere annoverato tra i “diversi”. L’automatismo sembra sbriciolare come per gioco quel che rimane della libera volontà, e la persecuzione è ovunque, fitta e ubiqua come un elemento. Ad alcuni privilegiati si apre forse la via della fuga che di solito riserva una sorte peggiore. La resistenza sembra dare vigore ai potenti, offre loro l’occasione che aspettavano per intervenire. Di fronte a ciò rimane un’ultima speranza: che il processo si esaurisca da sé come un vulcano che lancia i suoi ultimi spruzzi. Nel frattempo chi si sente in tal modo assediato deve preoccuparsi di due cose soltanto: fare il proprio dovere e non discostarsi dalla norma. Gli effetti di ciò si estenderanno alle zone di sicurezza, dove gli uomini vengono colti da un panico apocalittico».

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Un’Europa a guida tedesca, e non solo per un semestre? Magari

«Che ne sarà degli Stati nazionali nell’Europa unita? Gli Stati-nazione hanno contribuito alla costruzione sovranazionale con i sacrifici, non poco dolorosi per la convergenza delle monete e di bilanci. Quel che c’è di Europa è opera degli Stati nazionali contro il particolarismo degli interessi costituiti. È possibile che d’ora innanzi emergano processi nuovi. Per alcuni problemi gli Stati nazionali continueranno a lavorare per una autorità più capace di difendere i loro interessi dinamici, per altre materie gli Stati-nazione risulteranno un utile strumento di interessi che sarebbero compromessi da una autorità superiore. I pescatori francesi, gli allevatori italiani, i sindacati tedeschi, i banchieri della City di Londra potrebbero mobilitare i loro Stati nazionali, attraverso le elezioni, per opporsi alla legge superiore. È possibile un conflitto fra un neo corporativismo degli Stati nazionali e una linea sovranazionale. Se i privilegi cetuali e castali, e insieme con essi anche le tradizioni culturali, trovassero negli Stati-nazione il loro veicolo il conflitto sociale diverrebbe duro» (V. Foa, Passaggi, Einaudi, 2000, pp. 136-137; il paragrafo è datato 1998).

Ho ripescato nei miei ricordi, prima, e nelle pagine delle sue memorie, poi,  questo brano di Vittorio Foa, quando ho letto alcuni stralci del discorso della Merkel al Bundestag, a pochi giorni dall’assunzione da parte della Germania della presidenza di turno dell’Unione europea. Ha parlato di orgoglio, gratitudine per un progetto che ha ancora dell’incredibile, e soprattutto della «promessa democratica di uguaglianza» che quel disegno rappresenta, che «non è semplicemente un’eredità storica regalata che possediamo ma qualcosa che dobbiamo formare, gestire e migliorare tutti insieme», per dare forma e forza a una «Europa resistente», nell’epoca storica in cui l’Ue è chiamata ad affrontare «la più grande sfida della sua storia». Ha parlato di patrimonio ereditato dal lavoro dei padri, di sfide attuali e scenari futuri, la Mutti d’Europa; ha parlato da leader, probabilmente l’unico esistente oggi, dal Baltico all’Egeo.

E non si è nascosta le difficoltà e le cose ancora da fare, quando ha ricordato come siano «bastate poche settimane di stallo dell’economia per rimettere in discussione tutte le nostre conquiste. Il diritto alla libertà degli europei, che davamo per scontato, è stato ristretto. Un prezzo molto alto che ha pesato su chi ha preso le decisioni, me compresa», né le sfide tutte aperte davanti, a partire dalla Brexit, «che certo noi non abbiamo desiderato», e che «comporta che ora siamo guidati con ancora più forza dalla certezza che solo come comunità possiamo continuare a fare vivere i nostri valori e affermarli in tutto il mondo».

Angela Merkel non ha dimenticato le critiche a una certa debolezza avuta nel difendere un progetto che «soffre perché noi europeisti per troppo tempo abbiamo considerato ovvia la nostra Unione e troppo raramente abbiamo detto di cosa siamo orgogliosi. E perché abbiamo permesso ai nostri avversari di parlare dell’Europa invece di costruirla, accettando passivamente le loro idee», e, senza ingenuità, ha chiarito come la risposta economica alla crisi che stiamo vivendo deve avere un forte respiro politico, perché «le forze anti-democratiche e i movimenti autoritari aspettano la crisi economica per abusarne politicamente» e «alimentare le paure sociali diffondendo insicurezza. Per questo dobbiamo impegnarci per lo sviluppo sostenibile di tutte le regioni dell’Europa. Per avere uno strumento politico contro i populisti».

Ascolto ancora una volta quelle parole, pur con tutte le difficoltà che ho con quella lingua, e mi viene voglia di rispondere a quanti temono a ogni sua dichiarazione o proposta l’instaurarsi di un’egemonia germanica o addirittura il formarsi di un’Europa a guida tedesca con una parola che arriva da un altro pilastro, il più antico e nobile, di quest’edificio culturale che il continente su cui viviamo, e nel senso proprio dell’originario classico: magari.

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Però, nemmeno a me piace questo stare tutti rinchiusi nelle proprie case

Al sindaco di Milano deve proprio servigli un nuovo esperto di comunicazione. Dopo il video sulla ripartenza lanciato alla vigilia del lockdown assoluto e totale, le tristi immagini di sé che legge sé stesso e le frasi minacciose nei confronti di altre Regioni che ponevano argini alla riapertura dei confini ai lombardi, per paura di esplosioni locali di pandemie importate, (moti, quelli dell’inquilino di Palazzo Marino, tutti comprensibili sul piano umano, quanto non giustificabili sul terreno politico), l’altro giorno gli è scappata di nuovo un’infelice battuta: quella, riferita a quanti sono da mesi in telelavoro, sulla necessità di un ritorno al lavoro vero e proprio, quasi alludendo, nemmeno velatamente, che quanto fatto finora non lo sia.

Ora, però, al netto dell’improvvida uscita, un po’, anche stavolta, Sala lo capisco. E devo premettere che a me lui non piace, e non piaceva nemmeno quando, sull’onda dell’euforia per l’Expo, lo si festeggiava in lungo e in largo. E non lo sto difendendo, perché non credo abbia bisogno delle mie tutele. Inoltre, appartengo proprio alla categoria di lavoratori che, con le sue parole, metteva nel mirino di un indiretto biasimo. Eppure, devo convenire col sentimento che mi pare di scorgere in quello che ha detto: questa vita di socialità a distanza, in cui si dovrebbe stare tutti chiusi nei propri confini domestici, dove mettere il naso fuori, non dico di casa, ma dalla mascherina, è quasi reato, è una cosa che quanto prima finisce, meglio è. Perché è già durata troppo. Sempre senza tener conto che vi sono interi settori commerciali e produttivi che precisamente l’assenza fisica di quei lavori stanno pagando in solido, va detto che, molto più di altre, una città come Milano, di cui Sala è pur sempre il primo cittadino, vive nel contrario di quanto si è stati costretti a fare in questi mesi, vive dell’incontro e dello scambio, del movimento e del contatto.     

Curiosa, invece, mi è parsa la circostanza che ha voluto lo stesso ceto medio intellettuale (ma anche il “proletariato” di quel genere) che, tra lo Spritz dell’happy hour e il White Lady dell’afrer-dinner, spiegava quando fosse cool la Milano di Sala, il primo settore da cui, alle sue affermazioni sullo smart working, siano giunte le critiche e le censure più piccate e, in un certo senso, risentite.

Strano, no?

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Quelli per cui costa caro, l’apprezzamento della città

Scrive sul numero del primo giugno del New Yorker Nathan Heller, in un bel reportage dalla città del Golden Gate Bridge e delle persone gentili con i fiori nei capelli, per cantarla con Scott McKenzie, sulle condizioni dei senzatetto (fenomeno crescente in California non più che da altre parti negli Usa, da New York alle Hawaii, passando per Washington D.C., ma lì «simply more visible»), che, da uno studio dell’Università del New Hampshire e del sito di ricerche immobiliari Zillow, emerge «that homelessness numbers started climbing when median rent exceeded twenty-two per cent of median income, and shot up when it reached thirty-two per cent. In San Francisco, despite its high salaries, the median rent-to-income figure rose above thirty-nine per cent. A professional can earn what even a decade ago would have appare a princely wage and still feel a cold updraft from the gap below. That’s alarming, beacause San Francisco, Seattle, Boston, and New York are non outliers when it comes to economic trends; they’re leading indicators».

Esattamente: quelle città non sono anomalie, ma i principali indicatori delle tendenze economiche in atto. La San Francisco dei lavori creativi, e strapagati, delle multinazionali della Silicon Valley, si apprezza; non nel senso, o non solamente in quello, del giudizio kantianamente inteso, ma proprio in quello espresso dall’economia e suoi valori immobiliari. Diventa cara, e, progressivamente, con quella dinamica e quei parametri dello studio citato da Heller, caccia quanti che, con le loro risorse e redditi, non riescano a starle al passo. E succede negli Usa, come in Europa. Pochi mesi fa, leggevo che nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino, i residenti hanno protestato contro l’apertura di un campus di Google, proprio per il timore degli effetti gentrificatorii (prima o poi, però, un termine migliore bisognerà trovarlo) che questo avrebbe potuto comportare. E sempre a Berlino, dal contiguo quartiere di Friedrichshain, è partito un movimento che chiede l’esproprio nei confronti dei gruppi immobiliari con più di tremila appartamenti per destinarli a fini sociali e all’affitto a canoni calmierati (nelle prime proteste, è apparso un cartello con su scritto «Faire Mieten für Alle», affitto equo per tutti, durante una manifestazione sulla Karl-Marx-Allee; riempie il cuore).

Non va meglio in Italia, se pensiamo alle difficoltà che può avere una famiglia a Roma o a Milano, dove il prezzo medio per l’affitto – fonte: Immobiliare.it, mese di maggio 2020 – arriva anche ai 20-25 € al metro quadrato, 1.200-1.500 € al mese per un appartamento di 60 m²; provateci, a formare una famiglia e crescere dei figli con un contesto come quello di una grande area urbana, non avendo un appartamento di proprietà e dovendo pagare solo per la casa più di quello che è oggi lo stipendio medio nel nostro Paese. Perché una famiglia, una vita, la costruisci sotto un tetto, o non la costruisci.

Altre cose, sfiducia nel domani, apatia sociale e civile, persino rabbia, sono conseguenze.

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