Per quanto non sappia dar forma migliore a questo pensiero

Non capendo molto di cinema, Natalia Aspesi non è tra le firme che più leggo, sui giornali. Quest’estate, tuttavia, m’è capitato di appassionarmi alla lettura di un suo articolo che, ovviamente, non parlava di pellicole. Partendo dalla sua dichiarazione di fiducia nei metodi della democrazia e delle società organizzate su modelli rappresentativi, che è pure la mia, spiegava perché non solo è sicura dei vaccini, ma anche del numero di dosi che le viene indicato, appunto, da quelle istituzioni di cui si fida. E io sono d’accordo con lei; altrimenti, vale tutto e niente allo stesso tempo.

Ma la parte che più mi ha colpito, nel suo articolo, era la conclusione del ragionamento sui movimenti che a quelle somministrazioni proprio si oppongono. Scriveva infatti, da brava commentatrice che non si limita alla notizia in sé e cerca di andare oltre: «il mio sospetto è che molti degli urlanti il vaccino l’hanno fatto e la loro furia è solo una posizione politica, oppure un grido di generica disperazione. In un mondo che crolla, in una società che si immiserisce culturalmente ed economicamente, la paura, il senso di estraneità al futuro, il nulla che sappiamo, l’improvvisa esclusione di chi non è nativo digitale, il lavoro, quando c’è, diventato schiavitù. Rifiutare le regole per una possibile fine della pandemia, opporsi a quella che pare essere la soluzione più percorribile per miliardi di umani (il Covid sino ad oggi [l’articolo è del 13 agosto scorso, nda] ne ha ammazzato 4.314.196) è la sola libertà, il solo modo di ribellarsi che resta a troppi». Un sospetto che è anche mio.

Dati ed elaborazioni più approfonditi e puntuali, a supporto di questa impressione, non ne ho, né ne ho letti. Però, forte è la sensazione che sia in quel senso che almeno buona parte delle proteste di cui si sente vada letta. Poi rimangano sul piatto tutti gli altri lati della questione: la paura di molti del vaccino, le comprensibili ansie, le eccezioni su una norma fatta di corsa, persino il netto rifiuto figlio della contrarietà, in una fetta di quel popolo, ad alcune forme di modernità in nome di una non meglio precisata via naturale all’esistenza umana. Tutto vero.

Eppure, quel pensiero mi rimane. Per quanto non sappia dare a esso forma migliore.

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La logica del Move-In la condivido

«Non dici nulla su questa storia del MoveIn? A me sembra solo un modo per farci pagare un altro balzello». Così un amico, a proposito del programma delle regioni Lombardia e Piemonte, chiamato Move-In appunto, per consentire, con dei limiti, alle auto più vecchie di continuare a circolare, a patto di rispettare precise soglie di chilometraggio.

Rispondo a quella domanda citandone una che avevo posto in un articolo del novembre 2020. Mi chiedevo allora: «davvero costringere il proprietario di un’auto comprata una decina d’anni fa, e con la quale, magari, percorre 2-3.000 chilometri l’anno, a cambiarla per una nuova è meno inquinante che lasciargliela usare quel poco che fa?». Bene, il Move-In va proprio in questa logica. Avrà dei limiti, delle pecche, delle mancanze, potrà sicuramente esser migliorato e si sarebbe certamente potuto far meglio, ma rimane il fatto che la sua ratio è quella che sottintendeva la mia domanda: dare la possibilità alle auto vecchie, che però vengono poco usate, di continuare a circolare, proprio perché quei blocchi alla circolazione non rappresentino un’eccessiva penalizzazione per tutti coloro che non possono sostituirle e perché non si spingano a cambiare l’auto coloro che, per il poco uso che ne fanno, non ne avrebbero motivo e, facendolo, contribuirebbero solamente a incrementare le necessità di produzione e smaltimento altrimenti evitabili.

E sì, è un balzello. Come è una limitazione avere un tetto massimo di percorrenze, o dover evitare di circolare con un determinato tipo di automobile in alcune ore del giorno o periodi dell’anno. Però, e parlo in generale, per le auto, per i costi della bolletta, per i consumi eccetera, eccetera, eccetera, “a gratis”, senza rinunce e senza difficoltà, difficilmente conteniamo i danni e possiamo affrontare, tutti, ciascuno nel suo piccolo, ognuno facendone una parte, quella che, come giustamente s’impongono di fare i giornalisti del Guardian, è ora che cominciamo a chiamare con il suo nome: crisi climatica, non cambiamento.

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Sulla mia patria non tramonta mai il sole

Eccoci di nuovo qua, dopo la lunga pausa estiva che questo spazio si è concessa, nel primo giorno d’autunno. Parlare di sole che non tramonta nella stagione in cui s’accorcia il tempo in cui ci è dato vederlo può esser solo principio di nostalgia. Ma è una riflessione che esula dal periodo, credetemi, e che va prendendo forma nel mio modo di guardare il mondo da diversi anni ormai: cos’è questa patria di cui tanti parlano? Quale luogo dovrei elevare a ciò? E perché uno e non l’altro?

Una domanda che non nasce solo dal fatto che, con tutti i connotati che a quel concetto son dati, non saprei di preciso quale così chiamare. Gli avi delle mie genti ne scoprivano una su lidi d’Atlantico, in cui trovar pane e dollari per crescere i figli, mentre i loro padri ne avevano un’altra che oggi non c’è più. Alcuni nati dove son nato io difesero quella italiana sulle Alpi orientali, probabilmente perché i loro figli fossero spregiativamente chiamati «terroni» dagli abitanti di quei posti. Nel secondo dopoguerra furono panorami tedeschi, elvetici o valloni a offrirne una, e mio figlio ha respirato la sua prima aria e mosso i suoi primi passi lontano da dove viviamo almeno quanto lo era la Nuova Castiglia dal palazzo di quel Carlo V d’Asburgo con le cui parole tramandate il titolo di questo post gioca. Perché, se dovessi sposare un’idea di patria, dovrei anche darle i confini che avete deciso? Perché dovrebbe essere il primo pezzo di terra su cui, per un semplice caso, s’è posato il mio sguardo? E perché non potrebbe essere quello che ho più ammirato o in cui, a cent’anni da qui, quello stesso sguardo si spegnerà?

La terra, poi. È una suggestione forte, per l’anima mia, che fu di tradizione contadina. Ma il cuore, che ancora è cafone, sa quanto la terra sia di chi la possiede; gli stessi pronti a dirla retoricamente «nostra», ogni volta che per questa ci sia da morire ammazzati, e sempre lesti a ribadirla loro, se si dovesse mai discutere di dividerla.

Per una lingua che si può imparare o dimenticare? Per una cultura che si può apprendere almeno come respingere? Per cosa le mie gambe dovrebbero rinunciare alla loro dimensione e funzione e farsi radici, per ancorarsi e star ferme. Tradendo così, forse davvero e nel modo peggiore, la loro natura, il loro essere al mondo per poterlo percorrere, il rispetto che devono alla tradizione più profonda degli esseri umani; quella d’essersi alzati in piedi, appunto, per camminare e andare.

Solo una suggestione, infine, però quanto sarebbe bello se ognuno di noi, per disposizione individuale e come personale afflato, proprio superando quel concetto di patria o dando a esso i confini del globo intero, riuscisse a determinare le condizioni per una sorta di cosmopolitismo dal basso, vivo nella coscienza di ciascuno, pieno di quella pienezza che può nascere dalla considerazione di essere al mondo, semplicemente, per viverlo in ogni parte si desideri farlo, perché è sul mondo intero che si è nati, non su una parte di esso che qualcuno ha pensato e pensa diversa e divisa da un’altra.

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Come un’ombra fra i rami

A tratti corre la mia ombra
sui rami poco distanti,
nelle piccole radure
che forse danno il nome

a questi luoghi. Sento
i miti e le oscure paure
farmi ancora compagnia,
come mai li avessi lasciati.

Al contempo, mi chiama
altra vita in luoghi diversi,
come il vento porta con sé

le sementi di piante leggere.
E così si divide l’esser mio,
fra il già stato e il suo sarà.

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D’un tratto, tutto divenne straordinario

Era caldo, quel giorno,
ma quasi non sentivo
il sudore che scorreva
sulla mia fronte agitata.

Negli occhi, non bruciava
il sale di quell’acqua, 
aperti com’erano, a guardare
la meraviglia che s’avverava.

Eri con noi, da lì per sempre,
e lungo una strada assolata
all’altro capo del mondo 

nel volgere di un battito 
delle tue ciglia siamo qui,
all’oggi che rendi eterno.

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E in questa considerazione, mi taccio per un po’

Un articolo dell’agenzia stampa Yonhap, ripreso dall’edizione online del Korea Times dello scorso 18 giugno, racconta una storia che sembra paradossale, ma non credo lo sia poi tanto: «Kim Hyun-seop buys a lottery ticket once in a while, hoping to get on the fast track to his dream: buying a decent home in Seoul. The 40-year-old office worker commutes from an apartment in Ilsan in northern Gyeonggi Province to the Gangnam district in southern Seoul, which takes about 1 1/2 hours by intercity bus. “I want to move from my apartment, where I live on ‘jeonse,’ (un sistema d’affitto in cui, invece che un canone mensile, l’affittuario paga un’unica grossa somma, quale cauzione e pigione contemporaneamente, ndr) to reduce my commute, but I can’t find an affordable place in Seoul,” the father of two children told Yonhap News. “I feel like apartment prices in Seoul have gone beyond my reach in recent years.” […] Kim is one of many Koreans who buy lottery tickets in the hopes of home ownership, a symbol of middle-class financial security, as the runaway property prices have made it hard for an ordinary household to buy a place in the capital city with only their savings. […] “The odds of winning a lottery and the right to buy the apartment are similar for me in that they are both near zero,” Kim said».

Seoul è il posto del mondo dove ho vissuto la più grande emozione della mia vita; di certo, però, non posso dire di conoscerla a fondo. So dov’è Gangnam, dove il signor Kim dell’articolo lavora, ma ignoro come sia la Islan in cui vive. Ho visto una città dinamica, certo, però non posso immaginare che sia tutto sfavillante come le luci di Gangnam, appunto. Nelle settimane in cui l’ho vissuta, mi sono capitati all’occhio un paio di vicoli che, nella loro geografia, raccontavano una storia decisamente più sofferta dei maestosi daero con le vetrine lussuose e dei laterali gil pieni di locali alla moda. Prima che arrivasse Parasite a dirlo a tutti, credo che nessuno non riuscisse a immaginare che quell’esplosione di ricchezza fosse piena di stridenti e forti contraddizioni. E non vale solo per le città in pieno sviluppo dell’Asia orientale. Anche le già ricche città d’Occidente, nelle loro ultime trasformazioni, disegnano scenari come quello, in cui è più facile vincere alla lotteria, che non avere la possibilità di comprare una casa decente per sé e per la propria famiglia.

Sul New Yorker del primo giugno dello scorso anno, Nathan Heller, in un bel reportage dalla città del Golden Gate Bridge e delle persone gentili con i fiori nei capelli, per cantarla con Scott McKenzie, sulle condizioni dei senzatetto (fenomeno crescente in California non più che da altre parti negli Usa, da New York alle Hawaii, passando per Washington D.C., ma lì «simply more visible»), scriveva di come, da uno studio dell’Università del New Hampshire e del sito di ricerche immobiliari Zillow, emergesse «that homelessness numbers started climbing when median rent exceeded twenty-two per cent of median income, and shot up when it reached thirty-two per cent. In San Francisco, despite its high salaries, the median rent-to-income figure rose above thirty-nine per cent. A professional can earn what even a decade ago would have appare a princely wage and still feel a cold updraft from the gap below. That’s alarming, beacause San Francisco, Seattle, Boston, and New York are non outliers when it comes to economic trends; they’re leading indicators».

Precisamente quello che voglio dire: quelle città non sono anomalie. Al contrario, sono i principali indicatori delle tendenze economiche in atto. Vale per Seoul nel racconto di Kim come per la San Francisco dei lavori creativi, e strapagati, delle multinazionali della Silicon Valley; la città si apprezza. Non nel senso, o non solamente in questo, del giudizio kantianamente inteso, ma proprio in quello espresso dall’economia e suoi valori immobiliari: diventa cara, e, progressivamente, con quella dinamica e quei parametri dello studio citato da Heller e le sensazioni provate da Kim, caccia quanti, con le loro risorse e redditi, non riescano a starle al passo.

E succede negli Usa, in Asia e in Europa, più o meno nello stesso modo. Un annetto fa, leggevo che nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino, i residenti hanno protestato contro l’apertura di un campus di Google, proprio per il timore degli effetti gentrificatorii (prima o poi, però, un termine migliore bisognerà trovarlo) che questo avrebbe potuto comportare. E sempre a Berlino, dal contiguo quartiere di Friedrichshain, è partito un movimento che chiede l’esproprio nei confronti dei gruppi immobiliari con più di tremila appartamenti per destinarli a fini sociali e all’affitto a canoni calmierati (nelle prime proteste, è apparso un cartello con su scritto «Faire Mieten für Alle», affitto equo per tutti, durante una manifestazione sulla Karl-Marx-Allee; riempie il cuore, devo ammetterlo).

Non va meglio in Italia, se pensiamo alle difficoltà che può avere una famiglia a Roma o a Milano, dove il prezzo medio per l’affitto arriva anche ai 20-25 € al metro quadrato, 1.200-1.500 € al mese per un appartamento di 60 m²; provateci, a formare una famiglia e crescere dei figli con un contesto come quello di una grande area urbana, non avendo un appartamento di proprietà e dovendo pagare solo per la casa più di quello che è oggi lo stipendio medio nel nostro Paese. Perché una famiglia, una vita, la costruisci sotto un tetto, o non la costruisci.

Altre cose, sfiducia nel domani, apatia sociale e civile, persino rabbia, sono conseguenze. Certo, ora sarei tentato di cercare un esempio in qualche altro sistema economico, alternativo a quello del capitalismo spinto che da anni stiamo vivendo, e che l’ultimo periodo ci ha detti in tanti pronti a ridiscuterlo dalle fondamenta (cosa che chi scrive, in verità, sostiene da ben prima che un virus decidesse che fosse ora per il suo spillover, ma non è il caso di parlarne). E in un certo senso, dovrei. Poi, però, penso alla Seoul con cui ho aperto questo post, e al suo fiume, l’Han, che bagna anche l’Islan di Kim e prosegue, verso il Mar Giallo, fino a segnare, nel suo ultimo tratto, il confine tra la Corea del Sud e quella del Nord. E allora penso che se Kim fosse nato 50km più a nord, probabilmente non avrebbe avuto nemmeno la possibilità di comprarlo, quel biglietto della lotteria.

E in questa considerazione, mi taccio per un po’. Buona estate.

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Da Vermicino al Mottarone; è davvero necessario mostrare tutto?

Nei giorni scorsi, siamo stati invasi dal ricordo per l’anniversario dei quarant’anni dalla disgrazia capitata al piccolo Alfredino, a Vermicino, nei pressi della capitale. Chi non la ricorda, fra quelli che c’erano e tra quanti son venuti dopo? Fu ed è un dolore infinito, per lui e la sua famiglia. Divenne tragedia nazionale, la prima in diretta tv. Abbiamo anche letto, poi, su molte testate critiche a quella spettacolarizzazione degli eventi duri, come quello d’inizio estate del 1981, appunto. L’abbiamo letto, certo: e una settimana dopo, gli stessi organi d’informazione diffondevano il video dell’incidente del Mottarone. Così, i parenti delle vittime e l’unico sopravvissuto, potranno risentire il dolore su internet, ogni volta che lo vorranno. Perché è per questo che l’hanno fatto, giusto?

Ha scritto bene, a proposito della diffusione del video ripreso dalle telecamere di sicurezza della funivia sul Lago Maggiore (depositato quale atto d’indagine e, come tale, portato a conoscenza degli indagati, non certo per essere diffuso a reti e mezzi unificati), sul suo profilo twitter Mario Calabresi: «Un tempo, grazie al cielo, non esistevano telecamere ad ogni angolo di strada e così non sono cresciuto con un’immagine fissa negli occhi. Penso allo strazio di chi rivivrà in continuo l’ultimo attimo di vita di una persona amata». Ai direttori di testata, ai redattori e ai giornalisti, e persino a chi, materialmente, ha caricato il video su quelle pagine o avviato la sua trasmissione, faccio una domanda: è davvero necessario mostrare tutto? Cosa aggiunge, alla conoscenza collettiva dell’accaduto, in un caso del genere, il poterlo vedere mentre accadeva? Non intercetta, invece, macabre pulsioni già abbondantemente diffuse, e a cui purtroppo non c’è bisogno di fornire ulteriori occasioni? Se fosse stato un vostro caro, a perire in quella disgrazia, avreste voluto saper pubblicati e continuamente disponibili tutti i fotogrammi degli ultimi istanti della sua vita?

Perché è questa, in fondo, la domanda che mi farei. Qui non si tratta di mostrare un evento, per quanto duro, perché è necessario sapere che sia accaduto. Questo può valere per le immagini dei morti in mare, come valse per la Shoah e vale per le guerre e per gli infiniti orrori di cui gli uomini sono capaci. Qui, l’accaduto è chiaro e non negato; poterne osservare i dettagli nel suo svolgersi non aggiunge nulla alla necessità di portare il pubblico a conoscenza dei fatti, ma serve solo a fare numeri di visualizzazioni.

A questo sono ridotti, il giornalismo e la libera informazione?  

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No, amici dem, Giorgia Meloni non è meglio di Matteo Renzi

A proposito di sondaggi, ieri mi ha molto colpito un articolo sull’edizione online di Repubblica, a firma di Giovanna Vitale, lei stessa impressionata dai dati che stava raccontando. Scrive la giornalista, in avvio del suo pezzo: «C’è un dato a dir poco sorprendente nelle pieghe del sondaggio YouTrend commissionato dal gruppo dem di palazzo Madama, su cui la settimana scorsa i senatori si sono accapigliati. Racconta che, non ci fosse Matto Salvini a salvagli l’onore, il politico più detestato dagli elettori del Pd sarebbe Matteo Renzi. Sì, avete capito bene, l’ex segretario-premier che in quanto ad affidabilità scivola per la prima volta dietro a Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia che dovrebbe essere la bestia nera del popolo democratico e invece risulta più apprezzata dell’ex Rottamatore». Posso essere sincero fin in fondo: è sconcertante, certo, ma non sorprendente, questo atteggiamento. Purtroppo.

Dico purtroppo, ma è un sentimento che, di quella comunità, conosco e riconosco. Sono tanti, lì, pronti più a odiare chi li ha delusi, traditi, ingannati o semplicemente non ha tenuto fede agli impegni presi, o pur solo a quelli che altri avevano immaginato che dovesse onorare, che a combattere gli avversari, giudicandoli per quel che sono, valgono e fanno. Lo stravolgimento, poi, arriva al punto che, usciti da quella comunità dopo esservi appartenuti, non si è più, per tanti, degni di considerazione, e si scivola, quindi, nel gradimento al di sotto degli avversari. Così, i tanti che applaudivano Renzi, tributandogli i successi elettorali che ha avuto e che tutti, tutti loro hanno sostenuto e festeggiato, ora lo dannano, addirittura, in ipotesi, preferendogli la leader di Fratelli d’Italia. Qui, però, superano anche quelli che, come me, Renzi lo hanno osteggiato quando loro lo sostenevano: no, cari elettori del Pd citati in quel sondaggio, per quanto non vi piaccia più, o non ci sia mai piaciuto, rimane il fatto che Giorgia Meloni (valutata da sinistra, ma pure dal centro) non può essere preferibile a Matteo Renzi. Non si perda la lucidità di giudizio fino a questo punto, vi prego.

Una prova a sostegno di questa valutazione? Bene, ci provo. Renzi è stato a capo del governo per quasi tre anni. Alcune cose le abbiamo criticate, e molto. O meglio, quando io le criticavo, voi mi prendevate a randellate sulle gengive, ma questa è un’altra storia. Comunque, dicevo, ha guidato il paese per un periodo decisamente lungo, se confrontato con la durata media dei governi nostrani. Molto di quello che ha fatto avremmo preferito che non fosse fatto, o fosse fatto diversamente; ci sta. Ora, però, immaginate che per quei circa trentaquattro mesi, a guidare l’Italia, ci fosse stata Giorgia Meloni, con tutto quello, e con tutti quelli, che ciò avrebbe comportato.

Pensateci (pensiamoci): magari, non sarebbero stati solamente dettagli di stile.    

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Già, e se fosse quello?

Alla fine del suo editoriale sulla crescita, almeno nei sondaggi e per ora, dei movimenti e delle forze politiche di destra in Italia, Norma Rangeri, sul Manifesto di ieri, s’interrogava e interrogava i suoi lettori pure sull’incapacità, a sinistra, di agganciare l’elettorato e le sue impressioni e valutazioni. «C’è da chiedersi», scriveva, «perché chi si batte per i diritti di tutti, per il lavoro, per la solidarietà, per una società più libera, per un ambiente più sano, per evitare qualsiasi forma di sfruttamento e di prevaricazione, non riesca a ottenere un sostegno popolare più ampio. L’informazione (e dunque l’ignoranza), la comunicazione (e dunque la deriva dell’uomo solo al comando), sono e restano una sorta di specchio deformante. Ma è obbligatoria una riflessione su quest’area depressa da personalismi, ideologismi, rancori, divisioni che agli occhi di chi guarda appaiono spesso sterili, se non proprio ridicoli. Chiedo: e se fosse proprio questa frammentazione-frantumazione a determinare una percentuale di consensi da zero virgola?». Già, e se fosse davvero quello, il problema?

Non ho soluzioni, e non starò qui a indicare i responsabili, tantomeno a denunciare presunti colpevoli. È un fatto, però, che a sinistra si stenti a uscire dalle percentuali a cui da qualche anno (un paio di lustri, se guardiamo a ciò che c’è oltre il Pd) si è inchiodati. E possiamo anche chiudere il dibattito nelle nostre coscienze dicendo «il paese è irrimediabilmente di destra», ma non faremmo un buon servizio, di certo non alla sinistra, probabilmente nemmeno al paese e credo neppure alla verità. Perché quella definizione della nazione autoassolutoria per noi, un paio d’anni fa avremmo potuto incollarla tranquillamente ad altri contesti, come ad esempio gli Usa. Eppure, oggi è Biden a sedere alla massiccia scrivania dell’Oval Office, non più Trump. E per quanto i paralleli siano sempre difficili e le similitudini non di rado sbagliate, qualche cosa, dall’esperienza degli altri, potremmo anche impararla, non credete?

Cosa sto dicendo di fare? Per chi mi avete preso; non ho strade da indicare a nessuno, e spesso mi contraddico percorrendo persino la mia in solitaria. Però, qualche ipotesi si potrebbe fare. Per dire: davvero il Pd non vede che il suo mito dell’autosufficienza non porta i risultati che un americanismo, quello sì, improprio aveva promesso? E realmente la sinistra alla sua sinistra non coglie il senso di tutti i risultati magri che raccoglie?

Domande, come sempre, tante; risposte, ovviamente, nessuna.

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Di fronte a tutto questo, noi che facciamo?

«Ci hanno gridato la croce addosso i padroni / per tutto che accade e anche per le frane / che vanno scivolando sulle argille. / Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti / nelle piazze per essere comprati / la sera è il ritorno nelle file / scortati dagli uomini a cavallo, / e sono i nostri compagni la notte / coricati all’addiaccio con le pecore. / Neppure dovremmo ammassarci a cantare, / neppure leggerci i fogli stampati / dove sta scritto bene di noi!» (Rocco Scotellaro, Noi che facciamo, in Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004). Lo so, parla di tanti anni fa; ma sembra, ed è, attuale ancora oggi.

A un presidio di lavoratori in protesta davanti alla loro azienda nel Lodigiano, ci sono stati degli scontri, con bastoni e taser, le pistole elettriche. I sindacati parlano di aggressione organizzata, e in effetti, un taser non lo porti appresso per caso. Ricchi ereditieri che nulla han fatto per meritarsi la fortuna di nascere con un patrimonio enorme e un’azienda florida, chiedono ai ragazzi di mettersi in gioco, rinunciando ai sussidi. Albergatori che si lamentano preventivamente se qualcuno, prima di andare a lavorare da loro, dovesse chiedere lumi su stipendio e orario. E poi, cos’altro? L’accusa ai genitori dei voler far studiare, magari fino a diventar dottori, i propri figli, invece di mandarli a sudarsi un salario subito e senza troppe pretese? Che roba, contessa! Ma su tutto, la mia domanda è un’altra: noi, di sinistra, dico, che facciamo? Siamo affianco a quei lavoratori (per carità, a un metro l’uno dall’altro e con le mascherine pure all’aperto, che altrimenti già vi sento urlare «negazionista!» dai balconi, come in una pubblicità del profumo degli anni novanta) e a quelle richieste, o facciamo solo tweet, status e post? Ci basta questo o possiamo pensare che (se condividiamo quelle istanze, sia ribadito per chiarezza) si possa fare qualcosa di più, tipo dire, con tutta la fermezza di cui siamo capaci, che sui diritti sociali non si transige, e che, se proprio, sono i più ricchi a dover rinunciare a qualcosa, che comunque, quasi sempre, sarebbe il più del superfluo?

L’attacco concentrico, di parole e bastonate, che arriva dalle notizie che si leggono è veramente un salto nel passato di molti anni. Tocca argomenti che pensavamo messi al sicuro, come quello per cui, se si lavora, si debba esser pagati il giusto, che detto diversamente significa che ogni «lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». E se la reazione fa passi così spinti e così duri, i progressisti cosa aspettano a rilanciare con altrettanta durezza e forza?

Noi, che aspettiamo?

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