Vent’anni fa, o giù di lì, quasi fosse Eskimo, uscì un libro di Massimo Gaggi ed Edoardo Narduzzi che iniziava con queste parole: «Nuovi ricchi che spuntano ovunque e ostentano la loro opulenza, improvvise povertà anche tra i lavoratori (in genere quelli privi di specializzazione) e i pensionati, progressivo assottigliamento dei ceti medi che perdono reddito e sicurezze: la società italiana è nella tempesta». Il saggio si chiamava La fine del ceto medio (sottotitolo «e la nascita della società low cost», Einaudi, 2006, cit. pag. VII), ed era un’analisi che partiva dall’economia per guardare alla politica (particolarmente interessante l’ultimo capitolo – Governare il mondo senza ceti medi. Una sfida per la democrazia – alla luce degli avvenimenti successivi), e prendendo in considerazione questa parte di mondo che chiamiamo Occidente.
Nel rapporto presentato lo scorso anno dal Censis ed elaborato in collaborazione con il Cida, la Confederazione dei dirigenti e delle alte professionalità, si leggeva che questo ceto medio non è proprio scomparso, per quanto si è ridotto notevolmente, rispetto agli anni in cui la borghesia, anche piccola, si definiva tale e pensava a tramandare ai figli un modello di vita sicuro per il loro futuro (Morte di un commesso viaggiatore di Artur Miller, in questo, è fotografia precisa), ma si definisce oggi su altri parametri: il 92% di coloro che si identificano come “ceto medio”, appunto, lo fa in base al «livello culturale», più del 79% che si definisce tale per condizione economica (era possibile più di una risposta, nel questionario contenuto nel rapporto citato).
E non è solo una questione di percezione individuale del proprio essere; è anche quello che si è per gli altri. Rubando le definizioni dall’esistenzialismo sartriano, secondo quello che si legge nell’approfondimento Censis-Cida, non è tanto l’essere-in-sé a definire l’odierno ceto medio, come poteva essere in passato, in cui le categorie reddituali rivestivano l’aspetto principale, ma l’essere-per-sé, il come ci si considera, a farlo. E il come si agisce nel rapporto e nel confronto con l’altro, che potremmo, sempre con la terminologia dall’Essere e il nulla, definire pure qui essere-per-altri.
Infatti, non solo per sé stessi, quella percentuale, si identifica nel ceto medio, ma anche per quanti li guardano da fuori, soprattutto se non sentendosene parte. Ci si ritiene, quini, appartenenti a una condizione che avremmo detto borghese per la propria cultura, i titoli di studio, i viaggi e le letture, ma pure così si identificano e si è identificati dagli altri, particolarmente nei casi in cui, come dicevo, alla categoria a cui si guarda non si appartiene. Fino alle punte ilari del parossismo, in cui si viene definiti “radical chic”, cioè ben oltre la piccola borghesia, per il solo non rassegnarsi agli indici di lettura a cui le statistiche inchiodano da anni il Paese.
Andando avanti, un altro dato, infine, è da leggere con sguardo preoccupato. Il 74% di coloro che si identificano “ceto medio” ritiene che, «per competenze, bagaglio culturale, titolo di studio», dovrebbe guadagnare «molto di più». Hanno ragione, ovvio; i salari, in Italia, sono indecentemente bassi. Ma l’angoscia che mi dà la lettura di questa percentuale è dovuta a una diversa considerazione. Non vorrei che tale opinione non fosse tanto legata al fattore salariale puramente inteso, quanto al confronto tra la propria situazione reddituale e quella di altre categorie, magari con «competenze, bagaglio culturale, titolo di studio» più bassi. In questo caso, il parallelo con un passato periodo della storia italiana non posso evitarlo.
Gaetano Salvemini, nelle sue lezioni ad Harvard (raccolte a cura di Roberto Vivarelli in suo Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard, Milano, 1966), rintracciava nella borghesia impiegatizia e intellettuale all’inizio degli anni ’20 del secolo scorso un «vivo sentimento di invidia e di odio per le classi lavoratrici». In quei testi (ivi. cap. 10, Lo sciopero generale dell’aprile 1919, pp. 118-119), il politico di Molfetta riportava un articolo del Corriere della Sera, in cui si poteva leggere: «Oggi sono molti gli ingegneri professionisti od anche dirigenti di officine, moltissimi i professionisti, i funzionari pubblici, gli alti magistrati, presidenti di tribunali e di corti, professori ordinari di università, consiglieri di stato, i quali non sanno credere ai loro occhi. Vedono dei capi tecnici chiedere paghe, le quali […] sono di 1000, 1250, 1625 e 2000 lire il mese […]. Che cosa dovremmo chiedere noi, si domandano tutti quegli alti magistrati, quei professori universitari, i quali hanno passato nello studio i più begli anni della vita per giungere sì e no verso i 35-40 anni a 600 lire di stipendio al mese ed i più anziani alle 1000 lire? La mortificazione nei ceti intellettuali è generale. I padri di famiglia si domandano se essi non hanno torto di far seguire ai loro figli corsi di studio lunghi 12 o 14 anni, dopo le scuole elementari; e se non sarebbe meglio di mandarli senz’altro in una officina».
Alla fine, che il 51% degli intervistati ritenga che i propri figli dovrebbero andare fuori dai confini nazionali per mettere a frutto e realizzare al meglio il potenziale della loro formazione scolastica e post-universitaria, su cui gli stessi genitori hanno investito decisamente di più di quanto si facesse negli anni addietro, quando sul futuro si scommetteva perché lo si riteneva certo e stabile, non è del tutto una cattiva notizia, visti gli sviluppi che quel sentimento di rivalsa ebbe la volta precedente.
E poi, se è di cultura che parliamo, perché darle confini?
Pingback: Un’altra via non la conosco | Filopolitica