La scuola a distanza e la «sconnessione sociale»

Scrive Barbara Stefanelli nel suo editoriale per 7 – Corriere della Sera del 12 marzo scorso: «Secondo logica economica e principi etici, un Paese attento alle proprie risorse avrebbe chiuso le scuole per ultime e le avrebbe riaperte per prime. Perché questo investimento, e solo questo, è in grado di moltiplicare il valore iniziale oltre ogni curva prevedibile. In Italia è andata più o meno al contrario, l’educazione è finita in fondo alla scala nazionale delle priorità: come fosse bene di lusso e non patrimonio essenziale, come fosse un accessorio e non il pane quotidiano. Nella sua inchiesta sulle città europee Le Monde ha tracciato tra Napoli, record di istituti chiusi, e Stoccolma, record di aperture, la massima distanza ideale nel continente. Lungo questa linea d’ombra viene il sospetto che l’Italia, Paese con bassi indici di occupazione femminile, abbia fatto un calcolo seminascosto sul lavoro delle madri: donne disoccupate, mai occupate, in part-time o con lavori a perdere avrebbero sostenuto silenziose il peso degli squilibri da Didattica a distanza. Di nuovo una trappola per quella metà di Paese che finirà – nonostante proclami e promesse – ai margini della ripartenza».

Nel suo articolo, la Stefanelli propone anche di utilizzare lo strumento dei test Invalsi per verificare quanto, ed eventualmente cosa, si sia perso in questi mesi di Dad e lamenta pure come, nel dibattito sull’istruzione da remoto, ci si sia «preoccupati molto dell’efficienza nella trasmissione dei contenuti, intesa come consegna tecnologica a domicilio delle nozioni, e pochissimo dell’apprendimento reale. Più questione di larghezza di banda che di profondità dei saperi». Sul primo di questi due punti, ho risposto in un altro articolo e non riprenderò qui le mie idee; sul secondo, concordo totalmente con l’autrice del commento. Perché io non so se davvero, e quanto, le scuole abbiano influito nelle dinamiche della trasmissione dei contagi; ma so che ci sono regioni dove le scuole sono state chiuse a marzo dello scorso anno e riaperte solo ad ottobre, richiuse a novembre, riaperte a gennaio e ora chiuse di nuovo: due o tre mesi nel corso degli ultimi dodici, eppure, gli indici di contagio sono quelli che sono. Colpa delle scuole, persino con quei periodi di sospensione delle attività in presenza?

Può essere, io, ripeto, non lo so. Ma vedo i danni di quella che sempre la Stefanelli chiama «sconnessione sociale», il fatto che questa può influire, e molto, sullo sviluppo della razionalità e del pensiero critico, che si forma proprio nel continuo confronto con le idee degli altri e con le loro opinioni, non solamente mandando giù – e solo quando questo avviene, peraltro – nozioni e informazioni. E so che senza lo sviluppo di quelle qualità, il rischio di diventare prossime e future vittime di interessati spacciatori di semplificazioni, teorie del complotto, negazionismi e forme miracolistiche della conoscenza è più alto.

E credo che non sia un rischio che possiamo permetterci di affrontare oltre.

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