Una lunga teoria di esempi che sostiene l’indifferenza

«Intanto le altre componenti del “partito armato” avrebbero reagito alla sconfitta, elaborando una contrapposizione teorica postuma e fittizia tra i corpi “visibili” cattivi – Br e Stato – dediti rispettivamente ala lotta armata e alla sua repressione e i cosiddetti “invisibili”: i giovani buoni, innocenti e libertari del movimento del 1977, i quali sarebbero rimasti schiacciati da uno scontro tra apparati contrapposti che non li avrebbe minimamente riguardati. Una bella favola, buona per addormentarsi negli anni Ottanta senza troppi rimorsi, per poi risvegliarsi, nel decennio successivo, improvvisamente dall’altra parte: indifferenti, qualunquisti, inquieti, annoiati, di destra o, al massimo, ecologisti, gran gourmet dello slow food, pensionati baby da diciannove anni, sei mesi e un giorno e poi lavoratori in nero (antiquari, librai, piccoli editori, commercianti di tessuti indiani e bonghi africani, gestori di vinerie o ristorantini con le torte fatte in casa) […] Come se nulla fosse mai accaduto e si fosse trattato solo di un lungo sogno in cui la nostalgia e la tenerezza per la giovinezza perduta avessero progressivamente preso il sopravvento sui cattivi ricordi, quegli spari alla cieca nascosti nel gruppo quando la celere caricava, gli assalti alle armerie, le auto bruciate, l’ammirazione sincera e appassionata per le gesta delle Br, la mancanza di coraggio nel seguirle, quella sprangata di troppo, un po’ per odio contro il fascista, un po’ per emendare la propria paura di andare sino in fondo e per davvero. Da apocalittici a integrati, nel corso di una lunga notte, ma sempre arrabbiati e insoddisfatti».

Il brano di sopra è dal Memoriale della Repubblica: gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano di Miguel Gotor (Einaudi, 2011, pp. 348-349). Il catalogo che disegna nella caratterizzazione dei personaggi che evoca si confà a diverse situazioni, e sinceramente non saprei dire se e a quali e quante di queste lo stesso autore volesse far riferimento. Il punto che m’interessa è però un altro: quello in cui spiega come, in una sola lunga notte, tanti siano transitati dai toni dell’apocalisse contro il sistema ai modi dell’integrazione in esso. Non voglio e non sto dicendo in alcun modo che quel processo di “normalizzazione” sia stato sbagliato o esecrabile; mi chiedo, invece, se non sia lo spettacolo che anche questo offre ad alimentare un senso diffuso di sfiducia e persino di risentimento. Cioè, se il vedersi ripetere tante e tante volte, in guise differenti e modi nuovi, d’importanza diversa e con misure spesso non confrontabili, eppure assoggettabili all’interno della stessa categoria di semplificazione, di percorsi simili non abbia una qualche influenza sul formarsi di quel sentimento di disinteresse e apatia, e sul contraltare a questo costituito dal rancore, che misuriamo costantemente in crescita nelle nostre società moderne.

Risposte pronte non ne ho. Eppure, qualche dubbio mi conforta in questa tesi. Promettendo la rivoluzione permanente, assicurando radicalità alternativa, finanche semplicemente ironizzando sulle istituzioni da schiudere come barattoli di conserve, si possono generare importanti aspettative. Se poi il seguito a queste è la pratica della restaurazione, la pragmatica delle alleanze e la praticata istituzionalizzazione, il rischio di farsi quelle promesse monito della loro stessa inconcludenza è alto. Un po’ meno di questo, ma sempre importante e presente, è quello che l’intera classe di quei promettenti venga iscritta al medesimo registro degli inconcludenti e ingannevoli, da cui stare lontani.

E se questo non si riverberi su ogni angolo di quel mondo della politica di cui pure, fra mille eccezioni e innumerevoli sfaccettature e articolazioni, esse sono espressione. In sostanza, mi chiedo se non sia doppio è profondo il danno che quelle pompose menzogne fanno: nell’esser seguite, per gli errori che facendolo si commettono e le brutture, persino violente, a cui conducono; nel vederle continuamente non credute dagli stessi propinatori, veloci a metterle da parte per trarne vantaggio, almeno quanto lesti e convinti erano stati nell’abbracciarle e professarle.

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