Facciamo l’ipotesi

Ora ce lo dice pure Elon Musk; l’Italia, come altri Paesi benestanti, si sta spopolando. Novità assoluta: in pratica, scopriamo che i poveri fanno più figli dei ricchi, e che in questo, le nazioni non fanno eccezione rispetto alle singole famiglie. Non vorrei azzardare di dare un dispiacere al capo di Tesla, ma credo chiamassero i primi “proletari” proprio per quel motivo lì; perché la prole era l’unica ricchezza che avevano e perché, di prole, generalmente ne avevano di più dei signori e degli appartenenti ai ceti più abbienti.

Ma lasciamo perdere le scoperte del tour operator spaziale e concentriamoci sui fatti che quella verità mette in luce: appunto, gli Stati più ricchi, mediamente, vedono da tempo non crescere, o decisamente diminuire, la propria popolazione. Tutto questo, ovviamente, nei territori periferici è amplificato da altre ragioni di spopolamento. Al contempo, però, la popolazione mondiale continua a crescere. Quando sono nato, sulla Terra eravamo in 4 miliardi, grosso modo. Oggi, in 7. Quando è nato mio nonno, un paio, e quando è nato il suo, di nonno, poco più di uno. Ora, sento ripetersi, in questa parte di mondo, i lamenti per i territori che si spopolano. Ecco, facciamo l’ipotesi che, in uno di questi territori spopolati, un gruppo di esseri umani decida di installarvisi, ripopolandolo e dando a esso nuova vita. Supponiamo che una borgata alpina o un paesino d’Appennino vedano crescere la propria popolazione, con bambini per le piazze e in scuole riaperte, uomini e donne al lavoro, anche per sistemare il territorio, con opere di regimazione delle acque piovane, riqualificazione di strade e canali, manutenzione dei boschi, e una moschea o un tempio sikh sempre ben frequentati. Cosa direbbero, i cantori del lutto per le case abbandonate?

Una provocazione, la mia? Sì e no. Perché, se è difficile che quel ripopolamento, in quei termini, accada in un paesino di montagna, potrebbe accadere (e in parte accade) in un quartiere popolare di una città già industriale e oggi alla ricerca di una nuova identità e dimensione produttiva. E ci accorgiamo quanto duro sia il respingimento di questa prospettiva, come durissimo fu l’attacco culturale e politico all’esperimento di Riace.

La realtà è sempre complessa, certo. Però, il dubbio che dietro quel continuo e costante piangere per i mali dello spopolamento si nasconda, nei fatti, la paura per un “ridimensionamento” di quella che è sentita (immaginata?) essere la propria etnia, ancor di più per un trend discendente in uno scenario di crescita della popolazione mondiale, è fortemente radicato nel mio pensiero, e spesso incontro ragioni di sostegno a esso anche dialogando con persone, a prima impressione, del tutto estranee a logiche suprematiste o razziali.   

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