Dei corpi sofferenti, parlatemi, non di idee e valori

«I potenti che in tempo di guerra brandiscono una superiorità morale brandendo i loro valori si espongono a facili ironie e, soprattutto, non favoriscono la pace. Alzano barriere, armano i confini, creano incomunicabilità e ostilità. Alimentano il fanatismo, il conformismo, i “partiti unici” e comprimono le intelligenze. Si rialzano le frontiere. Si allontanano le speranze in un futuro in cui i nostri figli possano sentirsi membri d’una famiglia umana non divisa da vecchi e nuovi nazionalismi, possano viaggiare liberamente, possano stringere amicizie e coltivare amori con chi e come vogliono. Questa crisi, qualunque ne sia la fine, quando e se se ne verrà fuori, lascerà una scia di odio, di risentimenti, di desideri di rivincita, di altre violenze. Già ora si stanno distruggendo in un colpo solo i tanti fili economici, culturali, politici, giuridici e sociali che nei decenni sono stati faticosamente intessuti principalmente in Europa. Poiché, poi, la crisi dà fiato ai nazionalisti, consolida oligarchie, avvantaggia demagoghi e produttori di armi d’ogni tipo, è probabile che, al di là della propaganda e degli sdegni esibiti, vi sia chi ne trae vantaggio».

Così Gustavo Zagrebelsky, in un intervento su Repubblica di mercoledì scorso, 13 aprile, disegna lo scenario di possibile arretramento nelle relazioni complessive e globali tra gli uomini a cui potremmo andare incontro, e forse stiamo andando, portando alle estreme conseguenze le posizioni che tutti stiamo assumendo, accelerate dall’inasprirsi degli scontri in atto. E aggiunge, il presidente emerito della Corte costituzionale: «Con questa regressione dovremo fare i conti. Smascherando l’uso dei valori che stanno in cielo, guardando i morti e le sofferenze che stanno in terra. Qui, non là, sta la verità. Accogliendo profughi senza distinzioni. Intessendo e potenziando relazioni, non interrompendole. Salvaguardando la dignità e l’universalità della cultura. Fornendo, nell’immediato, gli aiuti necessari a chi ne ha bisogno per vivere, sopravvivere e difendersi. La guerra c’è, e ci sono gli aggressori e gli aggrediti. Questa è l’unica certezza su cui non sono consentiti dubbi. Ma, una cosa è aiutare le vittime promuovendo la pace; altra cosa è attizzare cattive passioni. Dunque non aizzare i fanatici dell’Occidente, i nazionalisti, i sovranisti che oggi hanno l’occasione di mostrarsi come i suoi più efficaci difensori. Aiutare, ma contrastare le idee aggressive che prefigurano un futuro altrettanto o, forse, peggiore e, comunque, allontanano la prospettiva di un’intesa che metta fine alla guerra. Sobrietà e spirito critico, non per negare l’evidenza, ma per evitare il peggio».

Già lo sento risuonare, il corno del nazionalismo, in mille sfaccettature e rivoli (non da ultimo, nella scelta di fissare la giornata dedicata al corpo degli Alpini al ricordo di uno scontro di ritirata in una campagna di aggressione condotta dall’asse nazifascista, precedendo di un sol giorno nel calendario la data di quel segno nella memoria fissato dalla liberazione di Auschwitz, che due anni dopo la battaglia di Nikolajewka si ebbe anche perché proprio su quel fronte, le forze di cui quegli Alpini facevano parte, furono sconfitte), e già vedo strascichi insopportabili (fra questi, la vignetta del noto disegnatore che accentua la curvatura del naso e allunga le orecchie del presidente Zelensky, come si faceva per dipingere l’ebreo del complotto nelle stagioni più tristi della storia d’Europa), velati (la corsa immediata di alcuni giornali a pubblicare la foto del battaglione yakuta indiziato da voci non confermate d’esser il responsabile dell’orrenda strage di Bucha, fin troppo funzionale alla narrazione per immagini di bionde donne in fuga, insidiate dal mongolo invasore, o uno, considerata la turcofonia degli additati), persino ridicoli (come altro definire le censure postume, immagino per l’accusa di “putinismo” ante-litteram, estese addirittura ai classici russi del pensiero, delle letteratura e della musica), che stringerebbero lo stomaco, se questo non fosse stretto già nel dolore, reale, per quei fatti sulla terra di cui parlava Zagrebelsky, per i bambini, le donne e gli uomini disperati che soffrono davvero o addirittura giacciono per sempre, senza che valori e idee s’incarichino di enfatizzarne nel racconto le sofferenze che, in concreto, ignorano perché, eteree, non possono conoscerle per mancanza della possibilità stessa dell’esperienza materiale.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, società, storia e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.