Ma chi l’ha sentito, questo senso di colpa che denunciate?

«Il declino dell’Occidente è uno spettro che ci angoscia da tempo. Ora, però, succede qualcosa di nuovo: è in corso la nostra autodistruzione. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica, non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale. […] In molte scuole americane, ai bambini bianchi si insegna che sono portatori della tara genetica del razzismo […]. Nelle maggiori università domina una censura feroce contro chi non aderisce al pensiero politically correct, si allunga la lista di personalità (anche progressiste) che vengono zittite, cacciate, licenziate. Solo le minoranze etniche e sessuali hanno diritti da far valere; e nessun dovere. L’ambientalismo estremo, trasformato nella religione neopagana del nostro tempo, demonizza il progresso economico e predica un futuro di sacrifici dolorosi oppure l’Apocalisse imminente».

Raramente i primi paragrafi dell’introduzione di un autore al suo stesso libro mi hanno convinto a rimettere la copia presa in mano sugli scaffali della libreria; con il nuovo lavoro di Federico Rampini (Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Mondadori, 2022), devo ammettere, mi è capitato. Chiariamoci: il mio non è un giudizio di valore sull’opera, che non ho letto e non posso esprimere, né solamente la cattiva impressione, che pure c’è, data dall’eco spengleriana del titolo di questa. È invece un sentimento di noia, di già sentito e di vacuità del pensiero ascoltato che mi ha assalito nel leggere le poche frasi sopra riportate. Rampini, ma quando, verrebbe da chiedere, si manifesta quel sentimento di autoflagellazione occidentale di cui parli? E in quali misure? Dove? Era per far penitenza che s’inginocchiò l’agente Derek Chauvin sul collo di George Floyd? Stavano urlando il rifiuto ai propri doveri, i bambini che piangevano disperati, separati dai loro genitori al confine texano con il Messico per la sola colpa d’essere nati al di sotto del Rio Grande? Ed era per il sentimento di contrizione dei bianchi occidentali, che gli agenti di guardia li schernivano con battute sulle qualità canore di quel pianto? È per colpevolizzarsi che l’Europa bianca lascia morire i bambini nel mare a sud, o nella neve al suo confine orientale intere famiglie di africani e asiatici, ed è pronta ad accogliere i profughi dall’Ucraina solo a patto di far bene attenzione che fra i biondi non passino anche i neri? Dove e quando si manifesta questo senso di colpa? E non è proprio invece nel malcelato intento di far valere un primato nativista, che spesso vengono rigettate le proposte di accoglienza, eguaglianza e ripartizione delle ricchezze per le genti della Terra?

Sì, gli eccessi, a volte ben oltre il limite del ridicolo, della cancel culture sono evidenti in molti campi, ma prenderli a pretesto e a sostegno della tesi opposta, che nelle ipotesi migliori è una forma di fardello kimplinghiano, è quantomeno scorretto. Al contrario di Rampini e di tanti come lui, che riempiono il dibattito pubblico con l’insopportabile vittimismo dei vincenti, credo che «i nostri valori» per cui valga la pena battersi e morire non siano quelli che allungano il privilegio che per secoli è stato occidentale, delle élites, certo, nondimeno delle masse, se confrontate a quelle di altre longitudini e diverse latitudini, e che chiede d’essere abbandonato, per una condivisione e relazione comprensivamente più equa, ma proprio quello che sostiene un’idea di mondo meno conflittuale, più pacifico, diplomatico e rispettoso dell’altro e delle sue esigenze e necessità.

E che può portare a qualche rinuncia, certo, ma che è giusto fare per condividere quel che c’è.

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