Bravo Gianni, bravi tutti. Però basta, e bastava, fare altrimenti

«Sarà sgradevole dirlo, ma quel partito, il mio, oggi è fortissimo nel Palazzo e debole nel Paese. […] Da quindici anni noi non vinciamo nelle urne […]. Una volta, nel 2013, abbiamo pareggiato. La volta dopo, nel 2018, abbiamo incassato la sconfitta peggiore della storia. Prima, nel 2008, al debutto del nuovo partito si era perso non di molto. In sintesi, l’ultimo successo, anche allora di misura, risale al 2006 e alla seconda discesa in campo di Romano Prodi. Quindici anni non sono pochi, segnano un ciclo. Con un però (a sinistra c’è sempre un però). Che di questi quindici anni traversati senza un successo chiaro nelle urne, noi ne abbiamo vissuti oltre undici al governo. […] Siamo andati a governare con Monti per sottrarre l’Italia alla bancarotta. Poi con Di Maio per liberare l’Italia dall’incubo sovranista. Oggi con Draghi per salvare l’Italia dalla pandemia. Nel mezzo la parentesi di Enrico Letta e il triennio renziano. A dirla nella maniera più semplice, lo stare al governo – in sé, per un partito, traguardo fondamentale – è divenuta l’arte di una classe dirigente sempre più identificata con quella dimensione e sempre più lontana dal bisogno di darne una motivazione solida».

Così Gianni Cuperlo, in un post sul suo profilo Facebook, riprendendo le sue parole alla direzione del Pd. Riflessione precisa e corretta, che v’invito a leggere per intero. E riflessione che arriva da un dirigente politico di lungo corso e ottima formazione, non banale, quindi, tantomeno scontata. E però (perché, come Cuperlo spiega bene, «a sinistra c’è sempre un però») qualcosa non torna. Non sul senso di quello che dice, che condivido fin quasi nelle virgole (quasi, Gianni; sembri Moravia con la punteggiatura degli Indifferenti), e di cui io stesso ho scritto spesso, fin dall’inizio di quel quindicennio di cui lui parla, ma nel paragone fra quel che sostiene con il ragionamento e quanto ha sostenuto con i voti. Mai farò a Cuperlo il torto di citare l’Eskimo di Guccini sui tempi delle scelte e le disposizioni di contrarietà; tuttavia, non posso non ricordare che di quegli oltre undici anni, per quasi dieci, lui, con il suo consenso e sostegno, è stato fra i protagonisti e gli artefici. E allora, mi chiedo: perché mai un voto avverso, perché mai la manifestazione della diversità di opinione portata fino alle necessarie conseguenze, perché mai il dissenso praticato concretamente, mentre, al contrario, spesso si è stati fra quelli che censuravano, e contrastavano, i dissidenti?

Non l’ho mai votato e sono uscito dal Pd quando con lui quel partito vinceva – e governava tutto il governabile, all’apice di una stagione di governo celebrata con le slide delle regioni in rosso, ben prima che questo significasse ciò a cui oggi rimanda l’uso dei colori diversificati per i differenti territori –, ma almeno a Renzi non si può non riconoscere la saldezza del proposito di seguire le idee che ha, per quanto queste le si possa giudicare, o lo siano effettivamente, esclusivamente egoistiche. Vuole mandare a casa Letta? Lo fa. Vuole cancellare dall’azione politica del Pd tutte le battaglie culturali e ideali degli anni precedenti? Lo fa. Vuole rimuovere Conte e sostituirlo con un altro, magari Draghi? Lo fa. Gli altri dicono di non volerlo, ma lo fanno, dicendo dopo, e ancora, che non avrebbero voluto farlo.

Ora Cuperlo è fuori dal Parlamento, e quindi ha ragione nel perseguire l’opera che intende compiere, quella di essere una voce che riflette sulle cose della politica. Ma quando si è trattato di farli nascere, quei governi che enumera, dov’era, cos’ha fatto? Non vedeva, allora, che il Pd che entrava al governo era lo stesso che non aveva vinto nelle urne? Non notava, in quel momento, la contraddizione tra il non essere maggioranza nel Paese e lo stare saldamente in maggioranza nel Palazzo, e tutto quello che ciò comportava e avrebbe comportato? E se sì, perché non l’ha impedito, o almeno non ha evitato di aggiungere anche il proprio voto a quanto si andava costruendo?

Però, in fondo, nemmeno io posso esprimere un giudizio, dire qualcosa su qualcun altro in questo senso. E non perché abbia mai dato la fiducia o sia stato fra i protagonisti della costruzione di quelle maggioranze che hanno realizzato e sostenuto gli esecutivi di cui parlava Cuperlo, ma proprio perché, come lui oggi, non mi sono mai trovato nella situazione di dover scegliere se farlo o meno.

Ed è una differenza di cui cerco sempre di tener conto.

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