Quello che osano le rondini

«Chi non andava in Francia non era mica gente, oh per carità, chi non andava in Francia non era pregiato. ‘Ndasìu ram e reis [Ci andavano rami e ramaglie, NdA], uomini e donne e bambini». Parola di Michele Giuseppe Luchese, nato a Roccasparvera, Cuneo, nel 1885, raccontate, ormai vecchio, nel 1970, a Nuto Revelli per il suo Mondo dei vinti (Einaudi, 1977, vol. I, pag. 72). Racconta di una miseria antica, in cui si andava oltre confine a piedi, a cercar lavoro, da quelle province che poi hanno conosciuto il benessere, e forse han dimenticato quello che furono i loro avi, non riconoscendone le sorti negli occhi di chi oggi patisce delle stesse sconfitte.

Sabato, risalendo in bici la valle Grana, non lontano dai luoghi del racconto di Luchese a Revelli, sono stato molto fortunato, scorgendo un’aquila volteggiare dalle creste sopra Castelmagno fino al limitare del bosco. Nobile, altera, con possenti ali e dal volo sicuro, l’aquila reale è un dono straordinario per gli occhi. Decisamente più modesti, nel pomeriggio, il cinguettio e il volo compulso delle rondini m’han tenuto compagnia, mentre leggevo in balcone. Imparagonabili, l’una alle altre. Eppure, con le sue grandi ali, l’aquila non azzarda voli più in là di qualche chilometro dal suo nido; le piccole propaggini piumate che a freccia si staccano dall’esile corpo della rondine, invece, due volte ogni anno, la portano oltre il Mediterraneo e il Sahara, per viaggi anche di dieci, undicimila chilometri. In fondo, la fortuna del corpo e del posto che l’aquila ha, la rondine deve guadagnarsela migrando, da un capo all’altro del mondo. In alto fra le cime, s’arrischia il rapace; la piccola passeriforme, che Linneo volle «rustica» nella sua classificazione, osa quello che, se ne avesse contezza, farebbe probabilmente tremar le vene degli artigli alla maestosa regale.   

Cosa voglio raccontare, con questa storia? È facile immaginarlo, ovviamente. Come il rapace, quale merito abbiamo noi, per le fortune di cui ci troviamo a poter godere, nel giro del nostro piccolo volteggio? E quali colpe deve scontare chi, come il piccolo migratore alato, per trovar di che sopravvivere, deve sobbarcarsi infiniti e ripetuti viaggi, rischiando tutto quel ha da rischiare, incontrando persino il nostro sospetto, quando non proprio disprezzo, le volte che riesce a non soccombere?

Soprattutto, cos’hanno insegnato a noi, le storie dei tempi di Luchese?

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, società, storia e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

1 risposta a Quello che osano le rondini

  1. Pingback: Dove l’erba trema | Filopolitica

I commenti sono chiusi.