E pagarli meglio?

La solfa, perché di questo si tratta, la conosciamo bene: «non hanno voglia di lavorare». Quante volte l’avete sentita? Tantissime, lo so. Solitamente, va in accoppiata con un’altra, tipo: «ai miei tempi…». Che spesso sono anche i miei, essendo ormai io un signore di mezz’età, e già quand’ero giovane, la sentivo ripetere, e prim’ancora, m’assicurano, era uguale. Così come quella dell’imprenditore, o sedicente tale: «io sì che ho fatto sacrifici, per arrivare dove sono». Ok, sentita pure questa.

Il fatto, ci racconta Rosaria Amato su Repubblica, questa volta riguarda camerieri, cuochi e barman; pure lì, le ragioni che vedono per la carenza di personale i soliti “solfisti” sono quelle usuali, con l’aggiunta del reddito di cittadinanza che complica la loro logica, rendendola contraddittoria. Infatti, se «preferiscono andare all’estero» è causa di diniego delle offerte lavorative nostrane, chiaramente cozza in ciò il presunto “bighellonaggio” indotto dalla misura di sostegno; se non hanno voglia a Treviso o a Caserta, perché dovrebbe venirgliene a Ibiza o Berlino, mi chiedo. Eppure, lontano dalla competenza dei tycoon nostrani emuli di Briatore, con decisa modestia la penso un po’ come Gianluigi Alessio, direttore amministrativo dell’Istituto Alberghiero Amerigo Vespucci di Roma, delle cui parole dà conto l’articolo a cui accennavo: «Se le aziende ci chiedono ragazzi formati noi li segnaliamo, però se io ti mando un professionista e fai un contratto da 300 euro al mese non viene più, ecco perché se ne vanno all’estero». Per dire, per esempio.

Ed è storia vecchia, e per chi viene da dove vengo io, anche da sempre nota. Ricordo, anni fa, davanti al bar del paese in cui son nato, un ricco possidente terriero (no, non è definizione desueta; lui lo era davvero, nella posizione e nelle pose), lamentarsi di come non si trovassero lavoratori (non dico dicesse «braccianti», ma non è lontano, invero, da quanto credo pensasse), se non dovendo ricorrere a migranti, perché, la tesi così finiva, i locali preferivano andar a far gli operai in Veneto o in Germania. Gli astanti, benestanti e annuenti, condivano di aneddoti il suo racconto. Conoscendone uno, di quegli aneddoti, curiosamente legato all’azienda del primo, chiesi se, con nomi e cognomi, fosse giusto, a parer suo, pagare netti 20 € al giorno, poco più di 500 al mese.

Gli astanti annuirono un po’ meno, commisurando quel salario ai loro redditi. Lui farfugliò qualcosa in merito a contratti di settore, spese, tasse, e continuate voi l’elenco, che se pur non c’eravate, l’avrete di certo capito e sentito. Quelli che erano con me, o eran già partiti, per quell’estero o nord di cui si diceva, o l’avrebbero fatto di lì a poco.

Con sparse amarezze e ben pochi rimpianti.

Questa voce è stata pubblicata in economia - articoli, libertà di espressione, società e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.