Dove l’erba trema

«Sei ideologico in tutto: pure in un’opera che racconta l’epopea di una terra e del suo legame tra questa e le sue genti, riesci a trovare passi per giustificare la tua visione “ottimista” dei fenomeni migratori». È un commento in privato arrivatomi da un amico, a proposito del mio post dello scorso 7 giugno su Filopolitica.

Nel ringraziarlo, devo però correggerlo. In due punti. Il primo è che le testimonianze raccolte da Nuto Revelli sono piene di racconti di emigrazione, e, in molti di questi, i protagonisti danno di quella loro esperienza una valutazione positiva, sotto il profilo pratico; in sostanza, si andava via perché a casa la vita era agra, e ci si trovava non di rado a guadagnare di più e quanto bastava per vivere dignitosamente. Il secondo è che, appunto, riguardo alle storie di emigrazione che racconto e ai loro risvolti, il mio approccio è sostanzialmente pratico, tutt’altro che ideologico. Senza l’approdo nell’Upper Bay del mio bisnonno e di tanti come lui, il paese in cui sono nato e le famiglie che lo formavano e lo costituiscono sarebbero stati decisamente più poveri. Senza le fabbriche e il lavoro in Svizzera e Germania nel secondo dopoguerra, pure. Senza la possibilità di andarmene io stesso a cercare un impiego altrove, anche.

Di più: è talmente tanto pragmatico, in quel senso, il mio punto di vista, che spesso valuto intere stagioni politiche e storiche da come, e quanto, quel fenomeno lo hanno reso possibile e agevolato, sapendo che, al contrario, limitarlo è servito quasi esclusivamente a consentire ai padroni in patria di ricattare di più e meglio quanti, per quelle misure, perdevano la possibilità di andarsene. Con altre parole dalla testimonianza di Michele Giuseppe Luchese che riprendevo nel post citato: «Giolitti era un grande uomo, rispettato all’interno e all’esterno, con un passaporto da quattro soldi la gente andava tutto dove voleva» (Nuto Revelli, Il Mondo dei vinti, Einaudi, 1977, vol. I, pag. 73). Come per Luchese, anche per me la grandezza d’un politico la si misura pure nella possibilità data ai suoi concittadini di poter andare “a cercar fortuna” dovunque vogliano.

Già sento, perché l’ho già altre volte sentita, la reprimenda sui patri doveri, magari sollecitata dagli animi eccitati dalle vittorie di giovanotti con la maglietta azzurra: «ma così dicendo, dove lo mettiamo l’amore per la propria terra?». Giusto. Solo che, negli anni che ho vissuto, ho imparato che la terra è di chi la possiede. Gli stessi pronti a dirla pomposamente «nostra», qualora si tratti di difenderla, in armi o meno, da altri padroni, ma sempre lesti a ribadirla loro, se mai qualcuno parli di dividerla o di goderne tutti insieme.

Non è qui il luogo per approfondirlo, ma credo che ci sia un filo conduttore comune tra lavori apparentemente distanti, come quello di Revelli e Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, non foss’altro per quello che muove l’idea del primo dei due, temporalmente parlando. Presentando il piano dell’opera all’editore Laterza (per il quale uscì nel ’54), in un breve scritto introduttivo dal titolo Per un libro su “I contadini e la loro cultura” (ripreso da Manlio Rossi Doria nella pagina 8 della sua prefazione all’edizione citata), Scotellaro scrive: «la cultura italiana sconosce la storia autonoma dei contadini, il loro più intimo comportamento culturale e religioso, colto nel suo formarsi o modificarsi presso il singolo protagonista. Chi volesse, pertanto, assumere il singolo contadino come protagonista della sua storia, dovrebbe impostare la ricerca secondo la via più diretta dell’intervista e del racconto autobiografico». E allora, sperando che non facciate a me il torto di ricordarmi quanto sia dolorosamente contraddittoria quella liberazione dalla schiavitù per la paura di non potersi fare ancora «un bicchiere contento», e che è paura di non aver compagni al desco, non di allestire questo in altri luoghi, vi lascio con i versi del poeta e politico lucano (Rocco Scotellaro, La mia bella patria [1949], da È fatto giornoParte seconda 1949-1952La casa, ora in R. Scotellaro, Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004, p. 114):

«Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
Il mio seme lontano».

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