Ma magari, Mastella

«Nella retorica politichese, soprattutto tra i nuovi leader dell’antipolitica e del populismo, Clemente Mastella viene additato come simbolo del trasformismo, dell’opportunismo e del poltronismo, insomma dei peggiori vizi della classe politica. Ma lui è molto meglio di loro. […] Prendiamo la caduta del governo. Conte prima ha detto che spettava a Draghi decidere, e nel giorno del giudizio si è chiuso nelle stanze parlamentari rimanendo in silenzio. Idem Salvini, che non ha neppure preso la parola in Senato per spiegare la linea del partito che guida: l’ha fatto fare a Candiani. […] Il comportamento di Mastella, nei giorni della caduta del governo Prodi, fu opposto. […] In sostanza, Mastella si dimise da ministro, spiegò al paese in Senato le ragioni del suo dissenso ed espresse il voto contrario assumendosi fino in fondo la responsabilità della fine del governo. Il contrario di Conte e Salvini, che guidano partiti ben più grandi dell’Udeur. Quando usiamo il nome di Mastella o l’aggettivo “democristiano” per indicare la malapolitica, l’ambiguità e l’opportunismo, dovremmo renderci conto che la situazione attuale è ben peggiore. Rispetto a partiti e leader odierni, la Dc era una cosa seria e Mastella uno statista».

Così il giornalista del Foglio Luciano Capone, sul suo profilo Twitter. E sinceramente, parola per parola, è quello che penso anche io. Il buon Clemente, la politica sapeva farla con le regole di serietà minima che questa richiede. Non sono mai stato un suo sostenitore, men che meno elettore, però è un fatto: determinò la fine del secondo governo Prodi senza nascondersi, assumendosene la responsabilità e spiegando, chiaramente e in prima persona, cosa faceva e perché. Ascoltateli voi, oggi, se ci riuscite, i Conte e i Salvini: il governo sembra essere caduto senza che nessuno si sia ritirato dalla maggioranza; né prima i cinquestelle, non votando la fiducia a un esecutivo di cui erano parte (a proposito: Patuanelli è ancora ministro?), né dopo Lega e Forza Italia, dicendosi indisponibili a qualsiasi maggioranza come quella di cui, nel momento in cui parlavano e tuttora, erano e sono protagonisti (perché, se non erro, insieme ai ministri grillini, ci sono ancora leghisti e azzurri).

Insomma, si ride, e molto, rileggendo i cinici e perfidi ritratti che degli uomini politici della cosiddetta “prima Repubblica” tracciavano le sagaci penne dei Fortebraccio e altri. Però credo che oggi le stesse tacerebbero, nel considerare la materia con la quale doversi confrontare. E ancor più triste è il confronto fra gli attuali interpreti della Repubblica istituzionalizzata nelle camere e al governo e gli appena predecessori della presunta “seconda”; non perché questi ultimi fossero di risma superiore a chi li precedette, ma proprio per l’esatta contraria considerazione: se negli anni del berlusconismo trionfante dovemmo scontare la pena di considerar ministri e parlamentari quelli che avemmo, immaginare di doverli persino rimpiangere, riempie il cuore di lacrime amare, né può il riso (che pure con abbondanza di comportamenti e parole gli odierni inducono) addolcirne senso e gusto.

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