Non di solo governo vive la Politica

           Sempre più spesso, sento parlare di “forza politica di governo”, di primato della governabilità sulla rappresentanza, di governance dei sistemi come punto d’approdo dell’azione politica e istituzionale di un partito e di quanti ne fanno parte.
          Devo dire che è affascinante per un uomo politico parlare delle sue performance amministrative, ed è sicuramente anche seducente nei confronti dell’elettorato. Ricordo i manifesti dei Ds nella mia regione alle ultime consultazioni elettorali con sopra scritto il motto “La Basilicata che sa governare”. Il governo sembra quindi essere divenuto l’ultimo e l’unico scopo dell’azione politica, specialmente per i partiti del centro sinistra. Ricordate i manifesti di Prodi? “La serietà al governo”.
            Ora, il governo e la capacità amministrativa sono importanti, non c’è dubbio. E chi si candida ad amministrare ed a governare tanto vale che sappia fare il lavoro che intende svolgere: se poi lo sa fare anche bene ed i fatti gli danno ragione, beh, ha buoni motivi per propagandare e promuovere quella sua capacità.
            Non mi sognerei mai di mettere in discussione ciò. Non sono un Rossi o Turigliatto (ma chi l’avrebbe mai detto che quei due potessero diventare archetipo di qualcosa) pronto a sacrificare il bene comune ed il senso di responsabilità verso le istituzioni per salvare il candore della mia coscienza, la mia coerenza (giusto perché li ho citati ed ho fatto riferimento al problema della coscienza e della responsabilità aggiungo una citazione di Kant a futura memoria per quanti intendano fare politica con il vincolo della propria coerenza: “la morale è fatta per gli uomini, non gli uomini per la morale”).
            Nonostante ciò, però, sento la necessità di ridimensionare tutta l’attenzione verso la governance e le capacità di governo rispetto a quello che dovrebbe esser il primato della Politica. Infatti il governo sempre più non si sta caratterizzando solo come uno degli aspetti del “fare politica”, fosse pure il principale e più importante. Esso sta diventando “la politica”, sta assumendo un ruolo talmente grande da soppiantare e sostituire tutte le altre caratteristiche ed aspetti della politica. Da uno dei molti è divenuto l’unico argomento dell’azione politica, tanto da essere ormai identificativo della stessa politica, se non quando, addirittura, in un capovolgimento dei ruoli, diventa quest’ultima un aspetto del governo (e non sempre quello che gode di maggior rispetto nell’opinione pubblica).
            Se ci concentriamo troppo e solo sul governo, potremmo perdere di vista la vera funzione della Politica. Sicuramente i campioni della governance sanno bene il “come fare”, sanno gestire i processi complicati, sanno intervenire quando e come serve per la risoluzione dei problemi. Alla fine sono convinto che questi professionisti del governo (io non uso mai i termini professionisti del governo, meno che mai della politica, in senso negativo o sarcastico, volevo precisarlo a scanso di fraintendimenti) sanno anche bene prevedere gli scenari futuri, sono capaci di capire e comprendere subito ogni più piccola variazione conseguente alle scelte, alle loro azioni, alle misure adottate. Questo io lo so, eppure la Politica non è e non si deve ridurre solo a questo.
            La Politica deve essere uno “streben”, uno sforzo, l’amore per un’idea che si vuole mettere in pratica, non solo la prassi con la quale si amministra lo Stato, piuttosto che la Regione od il Comune. L’amministrazione delle risorse, specialmente di quelle pubbliche, è una nobile arte da cui nessuno che intenda far politica può esimersi: ma non si può, sul suo altare, sacrificare tutto ciò che rappresenta la Politica.
            Forse io sarò un inguaribile romantico, ma sempre più spesso mi accade di assistere a interventi lunghissimi in contesti politici dove si parla solo di “gestione delle risorse”, “valorizzazione dell’esistente”, “programmazione comunitaria”, “sinergia”, “fare sistema”, eccetera, eccetera, eccetera. C’è una frase che Diego Cugia fa dire al suo personaggio più famoso, Jack Folla: “Se l’idea di società che abbiamo dentro è un po’ meno ignobile, un po’ più solidale e felice di quella che stiamo scontando attualmente, non è nostro diritto pretenderla, ma è nostro dovere praticarla e attuarla, come se fosse quella e non questa l’Italia in cui viviamo”. Ecco, io credo che questo dovrebbe essere il sentimento guida per tutti coloro che fanno o che vogliono fare politica. Come una sorta di “I Care” di kennedyana memoria. Forse è un po’ irreale (e l’adoperarsi come se si vivesse in una società altra dall’esistente non può non esserlo), forse è poco concreto, ma se questo fosse il sentimento guida della Politica, al di là delle idee specifiche di chi la fa, allora forse questa antica arte, questa propensione inderogabile di alcuni nelle società umane a tutte le latitudini ed in tutte le ere, potrebbe riconquistare quella stima e quel rispetto che oggi sembra aver smarrito.
            Se il governo diventasse l’unica priorità di chi fa della politica il suo mestiere, allora sicuramente avremmo dei professionisti capaci e precisi, quasi chirurgici nell’espletamento del loro mandato; sicuramente avremmo uomini capaci di saper sempre ed in ogni circostanza qual’è il meglio “da fare” ed anche “come farlo”. Ma altrettanto sicuramente questi, e con loro le società di cui sono espressione, perderebbero quello che poi il senso profondo che contraddistingue e divide le diverse idee, che connota e caratterizza la Politica: “perché farlo”.
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