La fiducia si, però i dodici comandamenti…

Salve a tutti,
            ho esitato a parlare di questo argomento nei giorni scorsi perché, da buon meridionale, sono un “po’ scaramantico”. Ora la fiducia al Senato, striminzita come da copione, è arrivata (e alla Camera non ci dovrebbero essere problemi), quindi possiamo, come da copione, tornare ad essere critici verso lo stesso Governo che abbiamo votato e per il cui reincarico abbiamo incrociato le dita.
            Si, siamo fatti così noi popolo della sinistra: votiamo sempre e solo a sinistra, ma non siamo mai tanto fidelizzati da accettare tutto ciò che chi vince ci propina. Anzi, se possiamo ci pentiamo quasi subito della fiducia accordata, quando, addirittura, non votiamo giusto e solo perché “i nostri non mi piacciono, ma quelli mai”. Iperciritici come sempre, sulla graticola mettiamo chiunque, anche quelli che poi, se gli altri li attaccano, siamo pronti a difendere fino all’ultimo.
            Fin qui il preambolo. Ora i fatti. Io ho votato questo Governo, questa coalizione, ho sperato nel voto di fiducia di ieri sera e confido e spero che Prodi possa rimanere in carica fino al 2011. Tanto considerato, però, non posso non notare le tante discrepanze e storture. Abbiamo fatto una campagna elettorale, parlo per me e per gli elettori ed i militanti della sinistra, improntata, ad esempio, al primato della scuola pubblica su quella privata, affermando dai palchi che mai avremmo permesso che un solo soldo pubblico finisse nelle casse degli istituti di formazione privati, e poi, il giorno dopo, si è nominato ministro dell’Istruzione il teodem Fioroni e si è iniziato a parlare di parificazione fra scuola pubblica ed istituti scolastici privati senza fini di lucro.
            Abbiamo sempre criticato la lottizzazione Cencelli, abbiamo gridato a più voci sul ritorno della “serietà al Governo” e sulla necessità di una moralizzazione della politica, ed appena giunti a Palazzo Chigi abbiamo dovuto assistere alla moltiplicazione infinita dei Ministeri, alla replica dei sottosegretariati, fino a dover sopportare lo scandalo di un Governo che nel mentre il suo presidente chiedeva la fiducia, i suoi ministri e sottosegretari stavano in piedi perché non bastavano le sedie al centro dell’emiciclo di Palazzo Madama.
            Fin qui, passi, la politica è anche questo, purtroppo.
            Ma i dodici comandamenti proprio no. No perché non sono il motivo per cui Prodi ed i suoi hanno ricevuto il mandato dagli elettori. Ricordate quel libro “Per il bene dell’Italia”? Quel volume di 281 pagine che raccoglieva il programma dell’Unione per il Governo nel quinquennio 2006-2011 del Paese? Ricordate le battute sulla sua lunghezza? Ricordate i sorrisi di quanti videro in tutte quelle pagine il preludio delle difficoltà che Prodi avrebbe dovuto affrontare, a partire proprio dalla composizione dell’esecutivo? Lo ricordate ancora? Be’, qualcuno a Palazzo Chigi, invece, comincia a dimenticarsene.
            I dodici punti che Prodi ha redatto dopo la crisi di Governo sono una sterzata al centro che forse nemmeno io avrei accettato di votare, nonostante l’alternativa avrebbe potuto essere Berlusconi. Anche perché, quei dodici punti, li avrebbe potuti scrivere anche Fini.
            E poi, Prodi ha forse dimenticato che il programma di Governo sarebbe meglio proporlo ai cittadini al momento del voto e non alle segreterie di Partito per risolvere un empasse momentanea? Se è così anche per il professore bolognese (che poi, giusto per dire, quelle minacce del tipo “se non accettate questi punti, mi dimetto anche da onorevole”, poteva pure risparmiarsele) allora il Programma è e rimane quello delle 281 pagine sulle quali il popolo italiano si è espresso. Nelle quali si parla di diritti dei conviventi, e non con i bizantinismi politico/dialettici ascoltati in Senato, ma soprattutto nelle quali si parla di lavoro, lavoratori precari e tutte quelle tematiche del popolo della sinistra, di quegli “imbecilli” che fanno vincere le elezioni e votano nella speranza che tutto non si risolva nella discussione sulle titolarità e sulle funzioni del portavoce.
            Al di là delle forzature di merito che quei dodici punti sembrano tentare alla Costituzione accentrando forse un po’ troppe funzioni e poteri, anche solo formali, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ne apportano una di senso e di sostanza: l’Italia, ci ricorda la nostra carta fondamentale, è una Repubblica fondata sul lavoro; i dodici comandamenti prodiani, invece, se ne guardano bene dal parlarne.
            Lavoro, lavoratrici e lavoratori non sono solo ricordi di un “Quarto stato” ingiallito appeso sui muri di una delle tante Camere del Lavoro italiane. Sono il sale, il tessuto, la forza, il passato, il presente ed il futuro di questa nostra Italia: in una parola, sono il Paese.
            Ecco perché sono contento della fiducia ottenuta al Senato, ma mi rimane l’amaro in bocca per quei dodici punti, per quella serie sterile di regole e dettami che a stento si riconoscono come frutto di una politica e di un’azione di governo “di sinistra”.
            Fatta salva, ovviamente, l’attenzione per il riconoscimento dei diritti e del lavoro del portavoce unico del presidente del consiglio dei ministri.
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