Se l’operaio vota a destra

Di recente, ho ritrovato la questione in un bell’articolo dell’ottimo Paolo Griseri (La Stampa, venerdì 26 agosto 2022). Una faccenda, dicevo, non nuova, come nello stesso pezzo citato veniva ricordato: quella, intendo, di una classe operaia spostata a destra, che nelle elezioni scopre una predilezione per la Lega di Salvini, prima, e prim’ancora per quella di Bossi, o per la Meloni, oggi. Che poi è quello che è successo nel Nord-Est inglese, con i collegi storicamente Labour passati a Johnson, o nella Rust Belt statunitense, scopertasi trumpiana.

La spiegazione del fenomeno sottesa in molte analisi sui fatti come quelli sopra riportati, però, non mi convince del tutto: in sostanza, la tesi di quelle è che l’operaio guardi a destra perché la sinistra lo ha abbandonato. Sarebbe semplice chiedere cosa, per quell’operaio, ha fatto la destra per meritarsi le sue attenzioni, ma non lo farò. Quello che qui cerco di domandarmi è se, in fondo, quegli atteggiamenti (che io non so quanto numerosi, ovviamente), non siano l’espressione di un conservatorismo di base, dell’idea, cioè, che votando di là si proteggano meglio i propri averi, sottoposti all’assalto della mondializzazione e dell’arrivo di competitori potenzialmente più aggressivi, perché praticamente più poveri e disperati. In quello scenario, l’immagine di una destra che chiude i confini e difende la nazione-mamma e tutti i suoi figli (di sangue?), unica via per la garanzia di benessere per il ceto medio, ha ampi spazi di azione. Certo, si potrebbe accettare la critica a una sinistra lontana, non tanto nei fatti concreti, quanto nella mancanza di capacità di spiegare che la difesa di quel benessere la organizzi meglio facendo classe con gli ultimi, non in contrapposizione a loro, ma non è questo il ragionamento delle analisi a cui mi riferivo. Lì, la colpa data alla sinistra è quella di guardare a temi differenti e interessi diversi (migranti, nuove economie, diritti civili), che non esclusivamente ai salari e alle pensioni dei “nostri”, inteso proprio come quelli del nostro stesso colore e accento. Se è così, e se quella risposta elettorale è realmente come la si immagina, dare le colpe alla sinistra è facile, ma non è corretto e non spiega tutto.

Pur con tutti i limiti di questa parte politica, infatti, rimane inevasa la domanda principale: perché si vota la destra, leghista, trumpiana o post-fascista che sia? Essere delusi da Tizio, significa non votare più per lui; ma se si vota per Caio, allora è anche il messaggio di Caio che si condivide. In sintesi, vogliono il blocco navale contro i migranti, quei potenziali elettori nelle fabbriche? Hanno sogni di autarchia, fra le presse e le verniciature? Pensano, davvero, che se non vanno più in pensione a poco più di cinquant’anni è tutta colpa della Cina, dei finanzieri amici delle Ong, del grande complotto per il great replacement e del sempre presente e oscuro sodalizio demo-pluto-giudaico-massonico?

Sì, lo so, troppo sarcasmo; ma rimane il fatto che temo di sapere il perché di quei voti.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.