Nell’immagine di quel bimbo in braccio, tutta la menzogna del nostro «merito»

La foto del neonato in braccio all’uomo della Guardia Civíl, da questi appena strappato al mare e tenuto per non perdersi un salvagente per lui evidentemente troppo grande, ha colpito tanti. Ed è purtroppo già passata, insieme all’emozione, nel nostro dimenticatoio, come altre, troppe altre, prima. Perché questo ormai siamo: indignazione in un tweet, e null’altro. Anzi, chiacchiere e indignazione. E foto come quella, infine, le mettiamo via anche perché le nostre chiacchiere vane svelano.

Ceuta è Spagna. In terra d’Africa. A un muro di distanza dal Marocco. Quel bambino è nato al di là di quel muro. Meglio: dalla parte sbagliata di quel muro. In quei pochi chilometri, metri, sta il senso di un’altra chiacchiera di cui ci piace, appunto, chiacchierare, e che sulla tutina bagnata del neonato in acqua s’infrange irrimediabilmente: la mitologia del «merito». Per parafrasare le parole di quella lettera da Barbiana, noi diciamo che il successo arride a chi lo merita. Allora, diciamo che il successo, di per sé stesso, rifugge le case dei poveri e i loro paesi. Ma non credo che il successo faccia di questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siamo noi. Noi, che ci siamo inventati persino un metro per misurare nelle sfortune degli altri quel tanto di presunta giustizia che serve a tacitare le nostre coscienze.

Quel bambino è ramingo prim’ancora di nascere, e come lui milioni di altri: ditemi il suo e i loro demeriti, se volete convincermi del merito di qualcun altro. Non m’interessa conoscere quanti e quali titoli possa qualcuno esporre sul proprio muro; se per i dannati della terra prima che la stessa possano calpestare non mi mostrate la ragione di una sicura sconfitta, è inutile che mi elenchiate quelle di chi centra tutte le vittorie che si pone quali obiettivo.

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