Un po’ di politica, per favore

Scrive a conclusione del suo commento sulla Stampa del primo giugno scorso Massimo Cacciari, dopo aver ragionato intorno al tema dell’azione dei tecnici al governo e dei limiti di una politica che a questa necessità ha portato: «Laddove i fini tacciono è cosa buona e giusta che parli il Tecnico. Il problema sta nel fatto che non si tratta per nulla di una provvida divisione del lavoro; lo sarebbe se il Politico fosse in grado di discutere anche tecnicamente su come realizzare, attraverso quale percorso, con quali mezzi, i propri fini. Il silenzio del Politico non fa grande il Tecnico, semplicemente lo rende in determinate situazioni il solo attore in scena. Ma un attore, alla fine, impotente. È illusione che esso possa sostituire l’agire politico, la sua potenza non rappresenta che la decadenza di quest’ultimo. Altrove, nei Paesi che decideranno il destino del nostro mondo, si è formata una simbiosi tra potenze politiche, tecniche, economiche, in forme del tutto estranee alla nostra idea di democrazia. E tuttavia è la strada obbligata. Il grande tema delle forze politiche e sindacali europee dovrebbe diventare proprio questo, su questo si gioca la loro stessa sopravvivenza: saper indicare un nuovo orizzonte di valori sui quali sia possibile costruire se non un’alleanza, almeno una efficacia dialettica con le grandi potenze tecniche, economiche, finanziarie della nostra epoca. Sarebbe bello vi fossero ancora congressi di partito dove discuterne».

Sembra di sentirlo, il professore, borbottare: «un po’ di politica, per favore». Certo, scherzo. Però, immagino che la sintesi in battuta che ho provato non sia tanto lontana da quella a cui Cacciari pensa e da ciò vuol dire attraverso quel suo contributo. In fondo, il governo dei tecnici è l’epifania di una debolezza totalmente politica. No, non quella dei numeri parlamentari, che attiene alla politica politicante; quella della politica effettiva, che muove dalle idee e persegue una visione, quei fini di cui diceva il filosofo nel suo commento. La stessa debolezza che permette a uno stesso presidente del consiglio di farlo consecutivamente con due maggioranze diverse e, a parole, opposte, e a queste di ricombinarsi in un’alleanza unica con un altro presidente. Il tutto, nel giro di un annetto o poco più. Per fare cosa? Non lo sanno, politicamente. Allora, arriva o torna il Tecnico. E non a fare il lavoro del Politico, come spiega anche Cacciari, ma per fare il proprio mestiere: dosare, secondo la ragione che la tecnica consente, le risorse che ci sono nelle regole date per ottenere il miglior risultato possibile, a saldi invariati. In fondo, non è quello che tutti chiediamo?

E qui sta la parte condivisa del problema. Io non sono fra gli integrati entusiasti a prescindere della presunta competenza al governo, né m’iscrivo tra gli apocalittici della fine delle libertà democratiche per il fatto che un governo appoggiato dal parlamento sia stato sostituito da un altro egualmente, persino numericamente di più, sostenuto. Da tempo, però, non chiediamo altro alla politica che di farsi amministratrice della cosa pubblica, in un verso, e rappresentare delle nostre istanze, addirittura sentimenti, dall’altro. Abbiamo smesso di cercare in questa un’ideologia di riferimento, capace di indicare gli obiettivi e, appunto, i fini verso cui tendere nell’azione collettiva. E quindi, ci basta l’amministratore, che, se va bene, fa quadrare i conti, e il rappresentante che canta la nostra stessa melodia, o urla il nostro, spesso solo avvertito, medesimo disagio.

Il resto, non interessa a nessuno.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.