Ora, però, mi confondete non poco

Devo ammettere, in tutta sincerità, che la narrazione di un Putin novello Hitler, potenzialmente intenzionato a ricercare il dominio sul mondo intero, altro che la pace (e il fatto che per pace e mondo, in russo, si usi la stessa parola, «Мир», credo complichi orrendamente la questione) e ben oltre il Donbass e la Crimea, non mi convince fino in fondo. Certo, è un autocrate che sarebbe meglio non ci fosse, ma lo è sempre stato, da quando, insediatosi al Cremlino curiosamente nominato successore dallo stesso Elstin che non lo vedeva di buon occhio, rese ancor più cruenta la guerra russa in Cecenia, si scatenò contro la Georgia, bombardò la Siria, iniziò a trattare la dissidenza interna come sappiamo, e altre “carinerie” tipiche del personaggio. Eppure, sapendo tutto questo, con quello stesso autocrate si sono stretti accordi commerciali importanti, non solamente per comprare gas e petrolio, ma per vendergli di tutto, armi comprese.   

Adesso, le parole di Biden ci preoccupano; perché? Cos’ha detto il presidente Usa che non ripetano tutte le manifestazioni di piazza che, condannando (come io stesso faccio) l’invasione russa dell’Ucraina, chiedono un sostegno concreto, reale ed efficace alla resistenza condotta dal governo di Kiev? Non lo associano, forse, al dittatore nazista, i cartelli lì esposti? Non diciamo tutti (me compreso) che è criminale quanto sta facendo l’esercito di Mosca, e di conseguenza il suo comandante in capo? Non è una carneficina, quella che avviene sulle strade e tra le case di Mariupol’, Chernihiv, Odessa, colpite con una potenza di fuoco imparagonabilmente maggiore della loro capacità di difesa? E se è così, non sono carnefici quelli che la compiono, chi l’ha ordinata? E se l’inquilino della Casa Bianca, alla fine del suo discorso da Varsavia, da tutti noi, nei giorni dell’orrore della guerra in Europa, intesa quale avamposto del mondo libero sulle tenebre autocratiche e aggressive, quasi sussurra il suo «per l’amor del cielo, quest’uomo non può restare al potere», non si fa carico, in quelle parole, di tutte le nostre angosce più tetre e, diciamocelo con franchezza, migliori speranze? O qualcuno pensa che, finito il conflitto, si possa tornare a trattare con la Russia guidata da Putin come se nulla fosse accaduto, quasi che quello che diciamo essere poco meno dell’inizio della terza guerra mondiale si potesse relegare a incidente di percorso, pronto a esser messo da parte per poter continuare i nostri business as usual?

E voglio andare avanti, dato che oggi tutti sembrano voler chiarire che nessuno è interessato a far cadere Putin; davvero? E a cosa servono le sanzioni, se non a destabilizzare il governo russo, colpendolo nell’economia e auspicando, così, che la popolazione possa rivedere il proprio consenso al presidente in carica? Non mirano ad allontanarlo dalla sua cerchia più ristretta, immaginando che essi cerchino in fretta una via per la sua destituzione, i sequestri di beni e capitali ai vari oligarchi russi amici di Putin? Non è in quel senso che si muovono i tentativi di isolare, nel contesto internazionale, la Russia e il suo governo?

Certo, non si pensa, perché non si può fare, a un regime change su modelli sudamericani, ma è una circostanza che potremmo dare per acquisita, il fatto che nessun leader occidentale immagina possibile riprendere a vedere nel Cremlino con l’attuale assetto di potere un interlocutore affidabile. Anzi, direi un interlocutore e basta, considerato quanto gli stessi capi di stato e di governo hanno detto fino a ieri.

Per questo, le prese di distanza delle ultime ore, mi confondono abbastanza.

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