Dopotutto, cosa chiediamo, se non pace?

Filopolitica è stata ferma per un po’. Non so esattamente perché; diciamo che era una pausa per riordinare alcune idee, per organizzare meglio i pensieri, per seguire altri progetti. Nel frattempo, in soli due mesi, il mondo, come a volte accade in alcuni frangenti della storia, ha accelerato, e oggi non è quasi più quello che era a gennaio. Sto pensando alle pagine di un libro che ho molto amato, La montagna incantata, di Thomas Mann: un microcosmo rinchiuso in un sanatorio, per curarsi da malattie respiratorie, con queste quale unico limite immaginato alla piena realizzazione della libertà e tanto tempo per parlar di cose frivole, contare i petali dei fiori e trascorrer tempo sui balconi. Poi, un colpo di tuono a oriente, e la guerra arriva a mettere le sue priorità davanti a tutto il resto, cancellando d’un tratto pensieri e abitudini precedenti, anche quelli che avevano a che fare con la malattia. Analogie? Forse. Speriamo non fino in fondo.

Aerei carichi di bombe, missili, carri armati, e tutti i loro frutti: morte, distruzione, lutti, dolore, uomini, donne e bambini in fuga, bambini, donne e uomini freddati durante quelle fughe, nelle loro case, nei posti che credevano sicuri, dove cercavano riparo, calore, pane. Domani sarà un mese che la guerra si è riaccesa in Europa. E sì, nelle democrazie libere si discute, anche sui motivi e le ragioni (considerarli insieme non significa comprenderli entrambi, tantomeno condividerli; precisazione dell’ovvio, questa, che fino a poco fa sarebbe stato superfluo fare, ma oggi no, e pure questo è un segno dei tempi tristi), ed è giusto che sia così, fa parte del mondo e dei modi che diciamo di voler difendere, quando, doverosamente, ci opponiamo agli autoritarismi. E poi la conta degli errori, l’osservazione (anche questa pleonastica) che nessuna potenza è perfetta, che tutti hanno qualcosa o molto per cui chiedere scusa, eccetera, eccetera, eccetera. Però, e veniamo al qui e ora, non è l’Ucraina a bombardare il territorio russo, non è il suo esercito ad aver invaso la Russia. E non sono stati gli Usa, la Nato, tantomeno l’Ue. È Putin, il suo regime ad aver avviato questa guerra (in maniera odiosa e ipocrita, chiamandola «operazione speciale»), schiacciando sotto i cingoli dei carrarmati un Paese molto più piccolo del proprio, che difficilmente poteva rappresentare una credibile minaccia. E della guerra in corso, e dell’orrore che come tutte le altre si porta dietro e che leggiamo, vediamo e ascoltiamo in questi giorni accadere a Mariupol’, Chernihiv, Odessa, Kiev e in altre città colpite da terra, dal cielo e dal mare, la responsabilità è di chi l’ha iniziata senza essere stato provocato, e che la sta conducendo dall’alto della sua schiacciante superiorità militare, minacciando di rendere quest’ultima ancora più tremenda, con l’uso di armi e mezzi indicibili fino a qualche tempo fa.

Le soluzioni possibili e le azioni prospettate, fanno tutte ugualmente paura, e nessuna pare essere portatrice, nell’immediato, di quella pace (pure solo dell’assenza di guerra) necessaria al vivere degli uomini. Le sanzioni sono giuste, ovviamente, e si potrebbero incrementare con un po’ di coraggio e qualche sacrificio in più da parte di tutti quelli che condividono la necessità di condannare l’operato di Putin. L’invio di armi pone degli interrogativi a molte coscienze, e non si possono cancellare con fastidio, o assoggettarli all’idea manichea per cui, o si è convintamente interventisti sul piano militare, o si è complici e sodali del nemico (di oggi, e a cui, ieri, si vendevano armi per miliardi, e del quale, ancora, si riempiono le casse per le commesse di gas e petrolio, e non per volontà o spinta di quei dubbiosi).  

Come scrivevo sopra, è Mosca che sta bombardando Kiev, è l’esercito russo l’invasore e quello ucraino a difendersi, non si possono avere dubbi su chi sia la vittima, il popolo ucraino, e chi il colpevole, l’esercito russo e il suo comandante in capo, di questo conflitto scatenato con una violenza e una disparità inaudite. Io sto con i più deboli, con gli aggrediti, non ho dubbi. Al contempo, non posso smettere d’interrogarmi su quale possa essere la strategia migliore per aiutarli e far finire questa carneficina, di chiedermi se mandare e aggiungere ancora armi a uno scontro già troppo armato sia l’unica via possibile per la pace.

E di continuare a immaginare, persino sognare, per quanto possa apparire ingenuo o folle, un mondo senza patrie e nazioni, «nothing to kill or die for». In fondo, con parole dalla stessa sorgente di quelle di prima e che in tanti abbiamo cantato contro tutte le guerre, e che alcuni cantano ancora: «all we are saying is give peace a chance».  

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