«Tu dimentichi le possibilità offerte da un rilancio dei territori interni in chiave turistica, fuori dalle grandi rotte, ma proprio per questo in grado di poter offrire una prospettiva economica sufficiente a generare reddito per chi ci vive, puntando sulla diversità e l’originalità che in molti ricercano. Esistono già esempi in tal senso, alcuni anche nelle zone in cui vivi tutto l’anno. Perché non potrebbe funzionare pure qui?».
Quello riportato è il testo (con lievi modifiche) di un messaggio WhatsApp inviatomi da un caro amico a commento del mio articolo della scorsa settimana. Però io non dimentico affatto quelle possibilità: è che non credo serviranno a salvare tutti i comuni colpiti dallo spopolamento. Persino dove quelle potenzialità sono state messe a frutto, agli effetti di una drammatica demografia non si è posto argine. Ne parlavo alcuni mesi fa, citando il caso di Marmora, nell’alta Val Maira, dove già da una ventina d’anni, come si legge nel saggio La montagna con altri occhi (cfr. primo volume della collana L’AltraMontagna, scritto da Antonio De Rossi e Laura Mascino, edito da People, 2025), si è riusciti a mettere insieme «contesti ambientali di pregio, valorizzazione delle risorse culturali e storiche, accoglienza e dimensione turistico-sportiva a basso impatto», generando un modello che, sotto quel profilo, ha funzionato e sta funzionando benissimo. Eppure, oggi, a Marmora, un comune che al primo censimento postunitario contava più di mille abitanti, ci sono sì ventidue strutture ricettive per un totale di oltre ventimila presenze l’anno, ma appena cinquantacinque residenti e una sola bambina in età scolare; quantomeno arduo parlare di rinascita del paese grazie al turismo. E quella è la Val Maira, un territorio davvero «di pregio», sotto il profilo ambientale e paesaggistico. I centri condannati allo spopolamento dall’Alpi a Sicilia sono tantissimi; li immaginiamo tutti belli e con panorami mozzafiato, in grado di attirare un sufficiente numero di visitatori?
Lo so, potreste rispondermi, come ha già fatto l’amico dal cui messaggio partivo nella piccola conversazione che poi da lì s’è sviluppata, che si possono migliorare alcuni aspetti, intervenire persino sul tessuto urbanistico e sull’ambiente circostante, per renderlo più gradevole e accogliente, così come si possono creare eventi e contesti per sostenere quella crescita. Ma anche ammettendo che tutto ciò sia sempre possibile e funzioni, ritorneremmo alla domanda che sorge dal “caso Marmora”: vive un paese, tutto un paese, solo di quello?
Infine, che vivere sarebbe, quello di trasformarsi in un villaggio per vacanzieri? Potremmo dirlo “riscatto”, per un territorio e per chi lo abita? Su quali basi solide fonderebbe la propria economia? Su un fenomeno tanto aleatorio: oggi son di moda i “borghi”, e allora tutto bene, domani lo saranno le vacanze all’estero, e quindi getteremo a mare investimenti, sogni e speranze?
Forse disilluso, certo, ma penso che le possibilità di rivitalizzazione concreta di un piccolo centro delle aree interne senza alcuna, reale e solida, “eccellenza” o particolarità unica, siano pari o quasi a quelle di riportarlo alla vita attraverso il rientro di giovani professionisti in smart-working: se n’è parlato come qualcosa di ineluttabile e già incombente, nei giorni della pandemia o subito dopo, mentre oggi, a pochi anni da allora, le case lì continuano a rimanere vuote, con i cartelli “vendesi” a ingiallirsi alle ringhiere, mentre di tutt’altra effervescenza vive il mercato immobiliare delle metropoli che si davan per condannate.
No, non saranno salvati dal turismo, quei luoghi e chi li anima. E credo che una “turistizzazione” imposta non rederebbe loro giustizia, realizzando appieno le pur giuste idee di riscatto e aspirazioni di crescita e affermazione, come non lo fa il solo pensare che l’unica via di affrancamento, per gli uni e per gli altri, risieda nel trasformarsi, absit iniuria verbis, in comunità serventi di ricchi altrove.
Scrivendo quest’ultima frase, mi sono tornate in mente le pagine del libro di Hans Rosling Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo (scritto con Ola Rosling e Anna Rosling Rönnlung, nella traduzione italiana di Roberta Zuppet, Rizzoli, 2018, cit. pagg. 200-201), alle quali lascio la chiusura dell’articolo:
Il 12 maggio 2013 ebbi il grande privilegio di parlare a 500 leader donna di tutto il Continente durante una conferenza dell’Unione africana dal titolo «Il rinascimento africano e il programma per il 2063». Che enorme onore, che emozione. Era la conferenza della mia vita. Durante il mio intervento di trenta minuti nella sala plenaria della bellissima sede dell’organizzazione a Addis Abeba, sintetizzai decenni di ricerche sulle agricoltrici di piccola scala e spiegai a quelle potenti decision maker come sarebbe stato possibile mettere fine alla povertà estrema in Africa nell’arco di vent’anni.
Nkosazana Dlamini-Zuma, la presidentessa dell’Unione africana, sedeva proprio davanti a me e sembrava ascoltare attentamente. Dopo, si avvicinò e mi ringraziò, e le chiesi cosa ne pensasse della presentazione. La risposta mi raggelò.
«Be’,» disse «i grafici erano interessanti e lei è un bravo oratore, ma non è per niente lungimirante.» Il tono gentile rese le parole ancora più scioccanti.
«Cosa?! Pensa che non sia lungimirante?» domandai, offeso e incredulo. «Ma ho detto che la povertà estrema in Africa potrebbe risolversi nel giro di vent’anni.»
Replicò a voce bassa, senza emozioni né gesti. «Oh sì, ha parlato di sradicare la povertà estrema, il che è già un inizio, ma si è fermato lì. Pensa che gli africani si accontenteranno di sbarazzarsi della povertà estrema e di vivere in quella ordinaria?» Mi mise una mano energica sul braccio e mi guardò senza rabbia, ma anche senza sorridere. Vidi una forte volontà di farmi capire i miei errori. «Spera, ha detto alla fine, che i suoi nipoti vengano in Africa come turisti e che viaggino sui nuovi treni ad alta velocità che progettiamo di costruire. Che razza di ragionamento è questo? È sempre la stessa vecchia concezione europea.» Mi guardò dritto negli occhi. «Saranno i miei nipoti a viaggiare sui vostri treni ad alta velocità e a visitare quel curioso hotel di ghiaccio che avete nella Svezia settentrionale. Ci vorrà molto tempo, lo sappiamo. Ci vorranno molte decisioni sagge e grossi investimenti. Ma secondo me, tra cinquant’anni, gli africani saranno turisti graditi in Europa e non profughi indesiderati.» Infine fece un gran sorriso caloroso. «Ma i grafici erano davvero interessanti. Ora andiamo a bere un caffè.»