Le ragioni dell’economia e l’ipocrisia sulla guerra

L’idea per cui riempire di armi un conflitto già troppo armato fosse l’unico e il necessario modo per far finire meglio e presto un conflitto già troppo armato, non mi ha mai trovato tra i suoi strenui sostenitori, parlando per eufemismi. Tanto premesso, le sanzioni contro l’aggressore, nel caso della guerra russo-ucraina oggi e in tutti gli altri, di ieri e di domani, invece le ritengo giuste e opportune, quand’anche il minimo di civiltà che si possa esprimere nelle relazioni internazionali.

Ovviamente, quelle sanzioni hanno delle conseguenze. Si sapeva ciò fin dall’inizio. Insomma, in un sistema in cui un battito d’ali di un subprime in Oklahoma genera una tempesta finanziaria alla Borsa di Tokyo, quelle misure di limitazione di accesso ai mercati, soprattutto se applicate a uno dei maggiori produttori di materie prime, avrebbero di sicuro avuto ricadute negative sull’intero assetto economico mondiale. Compreso, va da sé, quello dei sanzionatori. E inoltre, se quello stesso Paese è tra i primi estrattori e venditori di gas, era ovvio fin dall’inizio che con quel gas, e nel momento in cui più servisse, avrebbe minacciato quanti si opponevano a quella che loro chiamano «operazione militare speciale» (ci sarebbe poi anche da considerare il fatto che gli acquirenti sono interessati a comprare del gas, da un produttore o da un altro, i venditori a dare quel gas, il solo che possiedono). Nonostante ciò, non vedo altre strade alle sanzioni economiche contro la Russia, se davvero si vuol condannare e provare a contrastare la guerra d’invasione che, a freddo, il suo governo ha pianificato e messo in atto.

Adesso, però, è curioso sentire dalle voci di quanti davano del «putinista» a tutti quelli che, per ragioni umane e umanitarie, chiedevano la fine delle ostilità anche contemplando una parziale resa degli ucraini, pur di salvare le vite che inevitabilmente l’allungarsi del conflitto avrebbe comportato, chiedere la stessa cosa, ma solo per scongiurare gli aumenti nella propria bolletta. A legger le loro parole, sembrerebbe di capire che darebbero ora, quelli che gonfiavano il petto nelle lodi al coraggio resistenziale di quel popolo, non solo mano libera a Putin in Ucraina, ma pure da altre parti, se solo questi promettesse un cospicuo sconto per il metano alla spina.  

Personalmente, davo per scontato che quelle restrizioni non sarebbero state senza conseguenze pure per chi le imponeva, ma se erano e sono giuste, come io pensavo allora e ancora credo, andavano imposte e vanno mantenute. Qualsiasi azione, in guerra, ha conseguenze per tutti, e la solidarietà verso un popolo attaccato non poteva darsi senza costi per i solidali. Tutto ciò lo penso dall’inizio; altrimenti, è solo lacrima d’un attimo per i dolori dell’altro, senza far nulla che possa minimamente intaccare i livelli di confort a cui siamo abituati.

Ed è però da ricercarsi nell’ipocrisia di chi voleva ieri la resistenza estrema del popolo attaccato e si diceva disponibile a tutto il necessario, pur di sostenerla e vederla trionfare, e adesso eccepisce per mere ragioni economiche, il motivo profondo per cui, quando sento vibrare nelle corde del discorso pubblico e collettivo i toni della retorica delle patrie, degli eroismi, delle bandiere e delle nazioni, sempre dubito e mai sono convinto.

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Al tempo delle preferenze

Quanti saranno, il prossimo 25 settembre, quelli che non si recheranno alle urne? Da ormai troppo tempo, quella percentuale sale e non accenna a diminuire. Sembra un dato consolidato, un po’ in tutte le democrazie occidentali, ma in nessuna di questa, però, pare esserci la volontà di affrontarlo, o almeno di riconoscerlo seriamente quale problema. L’Italia, in questo, non fa eccezioni, anche se qui l’incremento di quel fenomeno ha sviluppi decisamente più veloci che da altre parti (pure perché, va detto, si partiva da livelli di partecipazione decisamente alti).

Certo, a votare ci andrò, e voterò per la coalizione di centro sinistra. La questione di cui voglio parlare in questo post non è questa, ovviamente. Però, pur notando che la disaffezione coglie anche livelli di elezione differenti, dove esistono sistemi di individuazione diretta dei candidati e rapporti stretti fra questi e i territori, non si può, ad esempio, pensare che l’inserimento delle preferenze per le liste plurinominali, forse, avrebbe invogliato qualcuno di più ad andare ai seggi. Supponiamo, infatti, che io stimi tantissimo un candidato posizionato in seconda o quarta posizione in quella che, oggi, è una lista bloccata; potendo sceglierlo direttamente dall’elenco, probabilmente avrei avuto una ragione in più per votare. Così non è. E non è così, parrebbe di capire, perché quelli che c’erano in Parlamento, e che quindi erano chiamati a scegliere il sistema di voto, non hanno voluto che così fosse. E il fatto che, in maggioranza, questi siano gli stessi che adesso si ritrovano nei posti alti di quelle medesime liste, non fa che portare argomenti al ragionamento di quanti spiegano (pure) con quel sistema il loro disinteresse alla contesa elettorale.

Sic stantibus rebus, all’ultimo degli elettori potrebbe sembrare che, esprimendo il proprio consenso, più che individuare e preferire il deputato o il senatore a lui, al suo territorio, persino alle sue istanze di parte, più vicino, voti per quelli più influenti nelle rispettive segreterie di partito. In sostanza, sempre a quell’ipotetico cittadino, più che per eleggere i propri rappresentanti, potrebbe apparire di recarsi al voto per promuovere una serie di funzionari di partito, a cui offrire l’occasione per un impiego decisamente importante (e retribuito al pari di quell’importanza, com’è giusto che sia, lasciando al populismo la polemica sul soldo).

E si potrebbe chiedere, tra sé il nostro campione, se mai quel suo così preferito politico perderà mai un momento del prezioso suo tempo a ringraziare. Almeno, rischia di giungere quel ragionamento, un tempo c’era quella buona creanza che una demagogia funzionale ai nuovi assetti del potere ha poi preso a chiamare “clientelismo”.

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Se l’operaio vota a destra

Di recente, ho ritrovato la questione in un bell’articolo dell’ottimo Paolo Griseri (La Stampa, venerdì 26 agosto 2022). Una faccenda, dicevo, non nuova, come nello stesso pezzo citato veniva ricordato: quella, intendo, di una classe operaia spostata a destra, che nelle elezioni scopre una predilezione per la Lega di Salvini, prima, e prim’ancora per quella di Bossi, o per la Meloni, oggi. Che poi è quello che è successo nel Nord-Est inglese, con i collegi storicamente Labour passati a Johnson, o nella Rust Belt statunitense, scopertasi trumpiana.

La spiegazione del fenomeno sottesa in molte analisi sui fatti come quelli sopra riportati, però, non mi convince del tutto: in sostanza, la tesi di quelle è che l’operaio guardi a destra perché la sinistra lo ha abbandonato. Sarebbe semplice chiedere cosa, per quell’operaio, ha fatto la destra per meritarsi le sue attenzioni, ma non lo farò. Quello che qui cerco di domandarmi è se, in fondo, quegli atteggiamenti (che io non so quanto numerosi, ovviamente), non siano l’espressione di un conservatorismo di base, dell’idea, cioè, che votando di là si proteggano meglio i propri averi, sottoposti all’assalto della mondializzazione e dell’arrivo di competitori potenzialmente più aggressivi, perché praticamente più poveri e disperati. In quello scenario, l’immagine di una destra che chiude i confini e difende la nazione-mamma e tutti i suoi figli (di sangue?), unica via per la garanzia di benessere per il ceto medio, ha ampi spazi di azione. Certo, si potrebbe accettare la critica a una sinistra lontana, non tanto nei fatti concreti, quanto nella mancanza di capacità di spiegare che la difesa di quel benessere la organizzi meglio facendo classe con gli ultimi, non in contrapposizione a loro, ma non è questo il ragionamento delle analisi a cui mi riferivo. Lì, la colpa data alla sinistra è quella di guardare a temi differenti e interessi diversi (migranti, nuove economie, diritti civili), che non esclusivamente ai salari e alle pensioni dei “nostri”, inteso proprio come quelli del nostro stesso colore e accento. Se è così, e se quella risposta elettorale è realmente come la si immagina, dare le colpe alla sinistra è facile, ma non è corretto e non spiega tutto.

Pur con tutti i limiti di questa parte politica, infatti, rimane inevasa la domanda principale: perché si vota la destra, leghista, trumpiana o post-fascista che sia? Essere delusi da Tizio, significa non votare più per lui; ma se si vota per Caio, allora è anche il messaggio di Caio che si condivide. In sintesi, vogliono il blocco navale contro i migranti, quei potenziali elettori nelle fabbriche? Hanno sogni di autarchia, fra le presse e le verniciature? Pensano, davvero, che se non vanno più in pensione a poco più di cinquant’anni è tutta colpa della Cina, dei finanzieri amici delle Ong, del grande complotto per il great replacement e del sempre presente e oscuro sodalizio demo-pluto-giudaico-massonico?

Sì, lo so, troppo sarcasmo; ma rimane il fatto che temo di sapere il perché di quei voti.

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Ma magari, Mastella

«Nella retorica politichese, soprattutto tra i nuovi leader dell’antipolitica e del populismo, Clemente Mastella viene additato come simbolo del trasformismo, dell’opportunismo e del poltronismo, insomma dei peggiori vizi della classe politica. Ma lui è molto meglio di loro. […] Prendiamo la caduta del governo. Conte prima ha detto che spettava a Draghi decidere, e nel giorno del giudizio si è chiuso nelle stanze parlamentari rimanendo in silenzio. Idem Salvini, che non ha neppure preso la parola in Senato per spiegare la linea del partito che guida: l’ha fatto fare a Candiani. […] Il comportamento di Mastella, nei giorni della caduta del governo Prodi, fu opposto. […] In sostanza, Mastella si dimise da ministro, spiegò al paese in Senato le ragioni del suo dissenso ed espresse il voto contrario assumendosi fino in fondo la responsabilità della fine del governo. Il contrario di Conte e Salvini, che guidano partiti ben più grandi dell’Udeur. Quando usiamo il nome di Mastella o l’aggettivo “democristiano” per indicare la malapolitica, l’ambiguità e l’opportunismo, dovremmo renderci conto che la situazione attuale è ben peggiore. Rispetto a partiti e leader odierni, la Dc era una cosa seria e Mastella uno statista».

Così il giornalista del Foglio Luciano Capone, sul suo profilo Twitter. E sinceramente, parola per parola, è quello che penso anche io. Il buon Clemente, la politica sapeva farla con le regole di serietà minima che questa richiede. Non sono mai stato un suo sostenitore, men che meno elettore, però è un fatto: determinò la fine del secondo governo Prodi senza nascondersi, assumendosene la responsabilità e spiegando, chiaramente e in prima persona, cosa faceva e perché. Ascoltateli voi, oggi, se ci riuscite, i Conte e i Salvini: il governo sembra essere caduto senza che nessuno si sia ritirato dalla maggioranza; né prima i cinquestelle, non votando la fiducia a un esecutivo di cui erano parte (a proposito: Patuanelli è ancora ministro?), né dopo Lega e Forza Italia, dicendosi indisponibili a qualsiasi maggioranza come quella di cui, nel momento in cui parlavano e tuttora, erano e sono protagonisti (perché, se non erro, insieme ai ministri grillini, ci sono ancora leghisti e azzurri).

Insomma, si ride, e molto, rileggendo i cinici e perfidi ritratti che degli uomini politici della cosiddetta “prima Repubblica” tracciavano le sagaci penne dei Fortebraccio e altri. Però credo che oggi le stesse tacerebbero, nel considerare la materia con la quale doversi confrontare. E ancor più triste è il confronto fra gli attuali interpreti della Repubblica istituzionalizzata nelle camere e al governo e gli appena predecessori della presunta “seconda”; non perché questi ultimi fossero di risma superiore a chi li precedette, ma proprio per l’esatta contraria considerazione: se negli anni del berlusconismo trionfante dovemmo scontare la pena di considerar ministri e parlamentari quelli che avemmo, immaginare di doverli persino rimpiangere, riempie il cuore di lacrime amare, né può il riso (che pure con abbondanza di comportamenti e parole gli odierni inducono) addolcirne senso e gusto.

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Il nostro fragile Pinocchio

Pochi giorni fa, il 26 giugno scorso, ci ha lasciati Raffaele La Capria. Non una morte improvvisa, quasi centenario, oramai, e da tempo lontano dalla, diciamo così, vita pubblica. Per chi scrive, in ogni caso, una perdita grossa. Questo blog non ha molto usato le parole dello scrittore partenopeo; il suo autore, al contrario, di quelle spesso si è nutrito, e con quelle ha contribuito a costruire il proprio essere. Per questo, oggi non voglio fare un elogio dello scomparso, non ne ho voglia e non ne sarei capace. Però, voglio ricordarlo con alcune delle parole che su questo spazio ho già usato e concludendo, come allora, con lo stesso auspicio di riflessione, per Filopolitica e per me. A presto.

«“E va bene, leggiamolo così allora. Cosa vuol dire che Pinocchio è un burattino che non riesce a diventare un uomo?”
“Vuol dire che non è capace di crescere. E crescere non significa essere responsabile delle proprie azioni, mettere giudizio, come si dice, cioè saperle giudicare? Pinocchio non ne è capace, come ho detto.”
“Certo, non ne è capace; ci prova, poi ricade sempre nelle stesse abitudini.”
“E non ti sembra questo un tratto molto italiano? Non c’è in fondo ad ognuno di noi un Pinocchietto irresponsabile che non vuole maturare e che non sa giudicarsi?”
“Come si manifesta questa irresponsabilità?”
“Lo vediamo tutti i giorni. Nel disordine della nostra vita pubblica, nel nostro scarso senso civico, nella nostra ‘cattiva educazione’. Quella tendenza ad anteporre sempre quello che ci conviene, il proprio ‘particulare’, al bene comune è appunto la nostra immaturità. E poi c’è anche una immaturità politica, che si accompagna all’altra: quella per cui siamo sempre talmente schierati da una parte da non riuscire mai a comprendere le ragioni, e perfino l’esistenza, dell’altra parte.”
“Infatti, ho notato che uno dei difetti principali per cui Pinocchio non riesce a diventare un uomo, è che dà sempre la colpa agli altri delle proprie malefatte.”
“Questo avviene anche da noi, in politica. Mai c’è stato uno che riconoscesse di aver sbagliato, che ammettesse la propria colpa fino in fondo.”».

Parlava in quel modo di Pinocchio, l’intellettuale partenopeo (in una conversazione, ora in Il Sentimento della letteraturaFalse partenze con Letteratura e salti mortali e Il sentimento della letteratura, Mondadori, 2011, pp. 231-237, dal titolo Pinocchio, l’italianissmo), e ci parla ancora di quanto questo burattino sia «l’unico vero personaggio della letteratura italiana», quello che «possiede tutti i tratti principali della nostra stirpe. L’indole, il modo di essere e di manifestarsi, i vizi e le virtù. Tutti i tratti del carattere italiano, non uno soltanto. E li rappresenta bene». Le bugie, che tutti dicono, «ma solo noi crediamo sinceramente che siano la verità»; i cinque zecchini d’oro, avuti da Mangiafuoco e con cui vorrebbe comprare una nuova giacca al suo babbo, ma che pianta, su suggerimento del Gatto e della Volpe, nel “Campo dei Miracoli” per «diventare ricco con poca fatica e da un momento all’altro»; le faine ladre di polli, che propongono al Pinocchio da guardia una gallina a settimana per non abbaiare, come facevano col cane Melampo, per una pratica «considerata naturale. Teorizzata. Eletta a sistema»; il Grillo Parlante, «la nostra coscienza che mettiamo sempre a tacere e forse abbiamo ucciso, come Pinocchio ha forse ucciso il Grillo»; la Fatina Azzurra, «una mamma sempre disposta a perdonare»; i Carabinieri, «che si lasciano scappare sotto il naso Pinocchio, che è loro prigioniero»; i Giudici, «come quello che, rovesciando tutta la logica della giustizia, condanna Pinocchio perché è stato derubato»; e Mangiafuoco, ché «quando ci sono i burattini esce sempre un burattinaio, e i burattini come Pinocchio rischiano di fare una brutta fine».

Come la legge Raffaele La Capria, quella storia parla ancora dell’oggi. In particolare, in quel quadro, nulla si troverebbe fuori posto, se lo si volesse usare come schema per leggere la modernità a queste coordinate. E se questa non fosse pure la patria del Leopardi, che due anni prima che il Collodi nascesse e con oltre mezzo secolo d’anticipo sul Pinocchio, scriveva il suo Discorso sopra lo stato presente del costume degl’italiani, potrebbe parer strano che un ritratto letterario fatto centocinquanta, duecento anni prima, calzi perfettamente al profilo attuale delle genti di qua.

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Facciamo l’ipotesi

Ora ce lo dice pure Elon Musk; l’Italia, come altri Paesi benestanti, si sta spopolando. Novità assoluta: in pratica, scopriamo che i poveri fanno più figli dei ricchi, e che in questo, le nazioni non fanno eccezione rispetto alle singole famiglie. Non vorrei azzardare di dare un dispiacere al capo di Tesla, ma credo chiamassero i primi “proletari” proprio per quel motivo lì; perché la prole era l’unica ricchezza che avevano e perché, di prole, generalmente ne avevano di più dei signori e degli appartenenti ai ceti più abbienti.

Ma lasciamo perdere le scoperte del tour operator spaziale e concentriamoci sui fatti che quella verità mette in luce: appunto, gli Stati più ricchi, mediamente, vedono da tempo non crescere, o decisamente diminuire, la propria popolazione. Tutto questo, ovviamente, nei territori periferici è amplificato da altre ragioni di spopolamento. Al contempo, però, la popolazione mondiale continua a crescere. Quando sono nato, sulla Terra eravamo in 4 miliardi, grosso modo. Oggi, in 7. Quando è nato mio nonno, un paio, e quando è nato il suo, di nonno, poco più di uno. Ora, sento ripetersi, in questa parte di mondo, i lamenti per i territori che si spopolano. Ecco, facciamo l’ipotesi che, in uno di questi territori spopolati, un gruppo di esseri umani decida di installarvisi, ripopolandolo e dando a esso nuova vita. Supponiamo che una borgata alpina o un paesino d’Appennino vedano crescere la propria popolazione, con bambini per le piazze e in scuole riaperte, uomini e donne al lavoro, anche per sistemare il territorio, con opere di regimazione delle acque piovane, riqualificazione di strade e canali, manutenzione dei boschi, e una moschea o un tempio sikh sempre ben frequentati. Cosa direbbero, i cantori del lutto per le case abbandonate?

Una provocazione, la mia? Sì e no. Perché, se è difficile che quel ripopolamento, in quei termini, accada in un paesino di montagna, potrebbe accadere (e in parte accade) in un quartiere popolare di una città già industriale e oggi alla ricerca di una nuova identità e dimensione produttiva. E ci accorgiamo quanto duro sia il respingimento di questa prospettiva, come durissimo fu l’attacco culturale e politico all’esperimento di Riace.

La realtà è sempre complessa, certo. Però, il dubbio che dietro quel continuo e costante piangere per i mali dello spopolamento si nasconda, nei fatti, la paura per un “ridimensionamento” di quella che è sentita (immaginata?) essere la propria etnia, ancor di più per un trend discendente in uno scenario di crescita della popolazione mondiale, è fortemente radicato nel mio pensiero, e spesso incontro ragioni di sostegno a esso anche dialogando con persone, a prima impressione, del tutto estranee a logiche suprematiste o razziali.   

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Voting with their feet, pochi dei critici occidentali dell’Occidente sceglierebbero altro

Scrive Severgnini, nel suo corsivo per il Corriere di domenica primo maggio, a proposito dei tanti che, vivendo in Paesi democratici occidentali, si lasciano convincere dalla narrazione di alcuni autocrati e dittatori che presentano il proprio potere, persino nelle forme più violente, quale lotta di liberazione dalle prevaricazioni del colonialismo dell’Occidente: «È vero, le nostre democrazie non sono perfette. Ma volete la prova che qui si vive meglio che là? Moltissimi russi si trasferirebbero domani a Roma, Berlino, Londra, San Francisco, Melbourne. Quanti occidentali sono disposti a traferirsi a Mosca, oggi? Quasi nessuno. Magari quelli che sventolano le bandierine russe sui profili social? Ma figuriamoci».

Credo colga un fatto innegabile: se i critici occidentali dell’Occidente fossero chiamati a scegliere, votando con i propri piedi, nell’immagine di Tiebout, in quale parte del mondo vivere, in pochi sceglierebbero gli Stati di cui sostengono, a parole, le ragioni, contro le nazioni in cui vivono ora. Ricordo che, qualche anno fa, per motivi, diciamo così, familiari, non certo per le mie conoscenze geopolitiche, un amico (di sinistra alternativa, se vi piacciono queste definizioni) mi chiese se, a parer mio, fosse davvero così come lo raccontano sui media occidentali, il vivere in Corea del Nord. Io, che al massimo sono stato da turista sul lato sud della DMZ, risposi che, nel dettaglio, ovviamente non potevo saperlo. Però, avevo notizia di molti tentativi di attraversamento in direzione sud dell’ultimo tratto del fiume Han, pochi, invece, in direzione contraria. Un po’ come accadeva per muri e cortine in Europa, per dire, saltati in fuga da est verso ovest, quasi mai all’inverso. Poi, certo, anche a Seoul, i fuggiti dai Kim incontrano le loro non poche difficoltà, soprattutto per quell’ambiente aggressivamente competitivo che è la società sudcoreana, e qualcuno di loro potrebbe pure rimpiangere la sua vita al nord, se non materialmente, per motivi sentimentali o di abitudine al mondo in cui si è per anni vissuto, come ben racconta Il prigioniero coreano, struggente pellicola del 2016 di Kim Ki-duk.

Non è però da escludere che a quella fascinazione per modelli, in fondo, sconosciuti dagli stessi affascinati, concorrano, più che le virtù di questi, i vizi che s’incolpano in quelli in cui si vive. S’incolpano, si badi, non perché tali davvero, ma perché così percepiti; se fossero insopportabili, come sempre accade agli uomini quando le condizioni diventano incompatibili con le proprie necessità o anche solamente idee di vita, più che incolparle, proverebbero a sovvertirle, al limite, ad abbandonarle ai propri destini, appunto votando con i piedi come si suggeriva e come fanno masse enormi di persone in tutto il mondo, in ogni epoca.

Ancora Severgnini, nel fondo citato all’inizio: «Come si spiegano, allora, certi atteggiamenti? Ingenuità? Chissà. Ignoranza? Anche. Masochismo? Forse. La spiegazione più probabile? L’odio di alcuni occidentali verso l’Occidente nasconde un’insoddisfazione profonda verso la propria vita. Rabbia, frustrazione e delusione vanno sfogate, in qualche modo: devono trovare un capro espiatorio. Peccato che l’Occidente libero e democratico sia il capro sbagliato».

Magari si voleva altro, si sperava, sognava altro, per quanto, quel che si ha, spesso, è oltre quel che serve «ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», come recita la Costituzione. Perché in fondo, a me, tutta questa rabbia da insoddisfazione che, come la firma del Corriere, anch’io incontro in molti discorsi e confronti con conoscenti e sconosciuti, appare non di rado ingiustificata, per l’errata scelta del metro utilizzato nel rilevare la misura della propria esistenza e delle condizioni che per questa ci son date.

Con le parole di Pietro Metastasio, in una lettera al fratello Leopoldo del 2 giugno del 1755: «Mi piace che vi piaccia l’aggiunta d’amico nella mia sottoscrizione a quella di fratello: ma non son contento che vi sorprenda. Avete avuto sufficiente tempo per avvedervene senza la mia dichiarazione, e mi fate gran torto se contate questa circostanza come nuova scoperta. La nostra fortuna non ha voluto ch’io possa darvene prove strepitose: ma a quest’ora è già tempo di riderci di lei. E poi non possiamo a buona equità lagnarcene. Noi siamo ricchi abbastanza se ci serviamo de’ bisogni per misura, e non de’ desideri, coi quali addosso son mendici Crasso e Lucullo» (cfr. P. Metastasio, Lettere, in Tutte le Opere, Mondadori, 1954, vol. III, p. 1119, lettera n. 859).

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Dei corpi sofferenti, parlatemi, non di idee e valori

«I potenti che in tempo di guerra brandiscono una superiorità morale brandendo i loro valori si espongono a facili ironie e, soprattutto, non favoriscono la pace. Alzano barriere, armano i confini, creano incomunicabilità e ostilità. Alimentano il fanatismo, il conformismo, i “partiti unici” e comprimono le intelligenze. Si rialzano le frontiere. Si allontanano le speranze in un futuro in cui i nostri figli possano sentirsi membri d’una famiglia umana non divisa da vecchi e nuovi nazionalismi, possano viaggiare liberamente, possano stringere amicizie e coltivare amori con chi e come vogliono. Questa crisi, qualunque ne sia la fine, quando e se se ne verrà fuori, lascerà una scia di odio, di risentimenti, di desideri di rivincita, di altre violenze. Già ora si stanno distruggendo in un colpo solo i tanti fili economici, culturali, politici, giuridici e sociali che nei decenni sono stati faticosamente intessuti principalmente in Europa. Poiché, poi, la crisi dà fiato ai nazionalisti, consolida oligarchie, avvantaggia demagoghi e produttori di armi d’ogni tipo, è probabile che, al di là della propaganda e degli sdegni esibiti, vi sia chi ne trae vantaggio».

Così Gustavo Zagrebelsky, in un intervento su Repubblica di mercoledì scorso, 13 aprile, disegna lo scenario di possibile arretramento nelle relazioni complessive e globali tra gli uomini a cui potremmo andare incontro, e forse stiamo andando, portando alle estreme conseguenze le posizioni che tutti stiamo assumendo, accelerate dall’inasprirsi degli scontri in atto. E aggiunge, il presidente emerito della Corte costituzionale: «Con questa regressione dovremo fare i conti. Smascherando l’uso dei valori che stanno in cielo, guardando i morti e le sofferenze che stanno in terra. Qui, non là, sta la verità. Accogliendo profughi senza distinzioni. Intessendo e potenziando relazioni, non interrompendole. Salvaguardando la dignità e l’universalità della cultura. Fornendo, nell’immediato, gli aiuti necessari a chi ne ha bisogno per vivere, sopravvivere e difendersi. La guerra c’è, e ci sono gli aggressori e gli aggrediti. Questa è l’unica certezza su cui non sono consentiti dubbi. Ma, una cosa è aiutare le vittime promuovendo la pace; altra cosa è attizzare cattive passioni. Dunque non aizzare i fanatici dell’Occidente, i nazionalisti, i sovranisti che oggi hanno l’occasione di mostrarsi come i suoi più efficaci difensori. Aiutare, ma contrastare le idee aggressive che prefigurano un futuro altrettanto o, forse, peggiore e, comunque, allontanano la prospettiva di un’intesa che metta fine alla guerra. Sobrietà e spirito critico, non per negare l’evidenza, ma per evitare il peggio».

Già lo sento risuonare, il corno del nazionalismo, in mille sfaccettature e rivoli (non da ultimo, nella scelta di fissare la giornata dedicata al corpo degli Alpini al ricordo di uno scontro di ritirata in una campagna di aggressione condotta dall’asse nazifascista, precedendo di un sol giorno nel calendario la data di quel segno nella memoria fissato dalla liberazione di Auschwitz, che due anni dopo la battaglia di Nikolajewka si ebbe anche perché proprio su quel fronte, le forze di cui quegli Alpini facevano parte, furono sconfitte), e già vedo strascichi insopportabili (fra questi, la vignetta del noto disegnatore che accentua la curvatura del naso e allunga le orecchie del presidente Zelensky, come si faceva per dipingere l’ebreo del complotto nelle stagioni più tristi della storia d’Europa), velati (la corsa immediata di alcuni giornali a pubblicare la foto del battaglione yakuta indiziato da voci non confermate d’esser il responsabile dell’orrenda strage di Bucha, fin troppo funzionale alla narrazione per immagini di bionde donne in fuga, insidiate dal mongolo invasore, o uno, considerata la turcofonia degli additati), persino ridicoli (come altro definire le censure postume, immagino per l’accusa di “putinismo” ante-litteram, estese addirittura ai classici russi del pensiero, delle letteratura e della musica), che stringerebbero lo stomaco, se questo non fosse stretto già nel dolore, reale, per quei fatti sulla terra di cui parlava Zagrebelsky, per i bambini, le donne e gli uomini disperati che soffrono davvero o addirittura giacciono per sempre, senza che valori e idee s’incarichino di enfatizzarne nel racconto le sofferenze che, in concreto, ignorano perché, eteree, non possono conoscerle per mancanza della possibilità stessa dell’esperienza materiale.

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Ma chi l’ha sentito, questo senso di colpa che denunciate?

«Il declino dell’Occidente è uno spettro che ci angoscia da tempo. Ora, però, succede qualcosa di nuovo: è in corso la nostra autodistruzione. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica, non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale. […] In molte scuole americane, ai bambini bianchi si insegna che sono portatori della tara genetica del razzismo […]. Nelle maggiori università domina una censura feroce contro chi non aderisce al pensiero politically correct, si allunga la lista di personalità (anche progressiste) che vengono zittite, cacciate, licenziate. Solo le minoranze etniche e sessuali hanno diritti da far valere; e nessun dovere. L’ambientalismo estremo, trasformato nella religione neopagana del nostro tempo, demonizza il progresso economico e predica un futuro di sacrifici dolorosi oppure l’Apocalisse imminente».

Raramente i primi paragrafi dell’introduzione di un autore al suo stesso libro mi hanno convinto a rimettere la copia presa in mano sugli scaffali della libreria; con il nuovo lavoro di Federico Rampini (Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Mondadori, 2022), devo ammettere, mi è capitato. Chiariamoci: il mio non è un giudizio di valore sull’opera, che non ho letto e non posso esprimere, né solamente la cattiva impressione, che pure c’è, data dall’eco spengleriana del titolo di questa. È invece un sentimento di noia, di già sentito e di vacuità del pensiero ascoltato che mi ha assalito nel leggere le poche frasi sopra riportate. Rampini, ma quando, verrebbe da chiedere, si manifesta quel sentimento di autoflagellazione occidentale di cui parli? E in quali misure? Dove? Era per far penitenza che s’inginocchiò l’agente Derek Chauvin sul collo di George Floyd? Stavano urlando il rifiuto ai propri doveri, i bambini che piangevano disperati, separati dai loro genitori al confine texano con il Messico per la sola colpa d’essere nati al di sotto del Rio Grande? Ed era per il sentimento di contrizione dei bianchi occidentali, che gli agenti di guardia li schernivano con battute sulle qualità canore di quel pianto? È per colpevolizzarsi che l’Europa bianca lascia morire i bambini nel mare a sud, o nella neve al suo confine orientale intere famiglie di africani e asiatici, ed è pronta ad accogliere i profughi dall’Ucraina solo a patto di far bene attenzione che fra i biondi non passino anche i neri? Dove e quando si manifesta questo senso di colpa? E non è proprio invece nel malcelato intento di far valere un primato nativista, che spesso vengono rigettate le proposte di accoglienza, eguaglianza e ripartizione delle ricchezze per le genti della Terra?

Sì, gli eccessi, a volte ben oltre il limite del ridicolo, della cancel culture sono evidenti in molti campi, ma prenderli a pretesto e a sostegno della tesi opposta, che nelle ipotesi migliori è una forma di fardello kimplinghiano, è quantomeno scorretto. Al contrario di Rampini e di tanti come lui, che riempiono il dibattito pubblico con l’insopportabile vittimismo dei vincenti, credo che «i nostri valori» per cui valga la pena battersi e morire non siano quelli che allungano il privilegio che per secoli è stato occidentale, delle élites, certo, nondimeno delle masse, se confrontate a quelle di altre longitudini e diverse latitudini, e che chiede d’essere abbandonato, per una condivisione e relazione comprensivamente più equa, ma proprio quello che sostiene un’idea di mondo meno conflittuale, più pacifico, diplomatico e rispettoso dell’altro e delle sue esigenze e necessità.

E che può portare a qualche rinuncia, certo, ma che è giusto fare per condividere quel che c’è.

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Ora, però, mi confondete non poco

Devo ammettere, in tutta sincerità, che la narrazione di un Putin novello Hitler, potenzialmente intenzionato a ricercare il dominio sul mondo intero, altro che la pace (e il fatto che per pace e mondo, in russo, si usi la stessa parola, «Мир», credo complichi orrendamente la questione) e ben oltre il Donbass e la Crimea, non mi convince fino in fondo. Certo, è un autocrate che sarebbe meglio non ci fosse, ma lo è sempre stato, da quando, insediatosi al Cremlino curiosamente nominato successore dallo stesso Elstin che non lo vedeva di buon occhio, rese ancor più cruenta la guerra russa in Cecenia, si scatenò contro la Georgia, bombardò la Siria, iniziò a trattare la dissidenza interna come sappiamo, e altre “carinerie” tipiche del personaggio. Eppure, sapendo tutto questo, con quello stesso autocrate si sono stretti accordi commerciali importanti, non solamente per comprare gas e petrolio, ma per vendergli di tutto, armi comprese.   

Adesso, le parole di Biden ci preoccupano; perché? Cos’ha detto il presidente Usa che non ripetano tutte le manifestazioni di piazza che, condannando (come io stesso faccio) l’invasione russa dell’Ucraina, chiedono un sostegno concreto, reale ed efficace alla resistenza condotta dal governo di Kiev? Non lo associano, forse, al dittatore nazista, i cartelli lì esposti? Non diciamo tutti (me compreso) che è criminale quanto sta facendo l’esercito di Mosca, e di conseguenza il suo comandante in capo? Non è una carneficina, quella che avviene sulle strade e tra le case di Mariupol’, Chernihiv, Odessa, colpite con una potenza di fuoco imparagonabilmente maggiore della loro capacità di difesa? E se è così, non sono carnefici quelli che la compiono, chi l’ha ordinata? E se l’inquilino della Casa Bianca, alla fine del suo discorso da Varsavia, da tutti noi, nei giorni dell’orrore della guerra in Europa, intesa quale avamposto del mondo libero sulle tenebre autocratiche e aggressive, quasi sussurra il suo «per l’amor del cielo, quest’uomo non può restare al potere», non si fa carico, in quelle parole, di tutte le nostre angosce più tetre e, diciamocelo con franchezza, migliori speranze? O qualcuno pensa che, finito il conflitto, si possa tornare a trattare con la Russia guidata da Putin come se nulla fosse accaduto, quasi che quello che diciamo essere poco meno dell’inizio della terza guerra mondiale si potesse relegare a incidente di percorso, pronto a esser messo da parte per poter continuare i nostri business as usual?

E voglio andare avanti, dato che oggi tutti sembrano voler chiarire che nessuno è interessato a far cadere Putin; davvero? E a cosa servono le sanzioni, se non a destabilizzare il governo russo, colpendolo nell’economia e auspicando, così, che la popolazione possa rivedere il proprio consenso al presidente in carica? Non mirano ad allontanarlo dalla sua cerchia più ristretta, immaginando che essi cerchino in fretta una via per la sua destituzione, i sequestri di beni e capitali ai vari oligarchi russi amici di Putin? Non è in quel senso che si muovono i tentativi di isolare, nel contesto internazionale, la Russia e il suo governo?

Certo, non si pensa, perché non si può fare, a un regime change su modelli sudamericani, ma è una circostanza che potremmo dare per acquisita, il fatto che nessun leader occidentale immagina possibile riprendere a vedere nel Cremlino con l’attuale assetto di potere un interlocutore affidabile. Anzi, direi un interlocutore e basta, considerato quanto gli stessi capi di stato e di governo hanno detto fino a ieri.

Per questo, le prese di distanza delle ultime ore, mi confondono abbastanza.

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