Se la scelta di Cottarelli divenisse paradigma

«Ho grande stima di Elly Schlein e non credo sbagli a spostare il Pd verso sinistra. La scelta alle primarie è stata netta e i sondaggi la premiano. Un Pd più a sinistra può trasmettere un messaggio più chiaro agli elettori, cosa essenziale per un partito politico. Ciò detto, mi trovo ora a disagio su diversi temi. Una questione chiave è il ruolo che il “merito” debba avere nella società. […] A livello più specifico, di recente ci sono stati diversi casi in cui non ho condiviso le posizioni prese dal Pd, per esempio su aspetti del Jobs Act, sull’aumento delle accise sui carburanti, sul freno al Superbonus e sul compenso aggiuntivo per insegnanti che vivono in aree dove il costo della vita è alto, come suggerito da Valditara. Ho posizioni diverse da Elly Schlein anche sui termovalorizzatori, sull’utero in affitto e in parte anche sul nucleare. Qualcuno dice che, date queste differenze, dovrei cambiare gruppo parlamentare. Non sarebbe giusto, anche perché sono stato eletto col proporzionale e quindi senza una scelta diretta sul mio nome da parte degli elettori. Il primo dei non eletti mi sostituirà senza perdite di seggi per il Pd. Mi sembra la scelta più corretta».

Quelle sopra, sono parole tratte dalla lettera di Cottarelli a Repubblica, in cui spiega la sua decisione di lasciare il Pd e dimettersi da senatore in quel partito eletto. Non m’interessano i motivi che lo hanno spinto a quella decisione, ma il modo in cui la attua, dimettendosi da parlamentare, perché, spiega, eletto senza una diretta scelta degli elettori sulla sua persona. Rispettabile punto di vista, però foriero di diverse implicazioni. La sua risoluzione, infatti, a mio parere spiazza rispetto a molte altre di segno opposto che sono state effettuate da diversi esponenti di differenti gruppi politici. Cioè, se prendiamo per buona e corretta la sua valutazione, ci dovremmo poi chiedere se tutti coloro che sono eletti in liste che non consentono di indicare una preferenza diretta, possano successivamente cambiare gruppo parlamentare di appartenenza, se in dissenso con quello di elezione. E se fosse così, inoltre, dovremmo farci anche qualche domanda su quali confini rimarrebbero negli effetti pratici al principio di indipendenza del parlamentare da ogni vincolo di mandato. Non sto parlando della scelta personale di Cottarelli; mi interrogo su cosa questa potrebbe significare in un’ottica più generale, se davvero venisse presa a modello e paradigma per il corretto agire di ogni eletto in situazioni simili.

Domande forse superflue, immaginato lo scarso seguito di imitatori che la decisione dell’economista potrebbe avere nella realtà del parlamento nostrano. Però di sicuro un tema di riflessione, viste le esibite pulsioni teoriche (nei fatti, poi, poco si dimostrarono sentite, principalmente da coloro che più le avevano sostenute) che, qualche tempo fa, in partiti che furono maggioranza relativa, animavano un dibattito a tratti serrato, tanto da coinvolgere, nella discussione, altri esponenti del mondo politico e istituzionale, oltre a numerosi esperti, professori, commentatori.  

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La grande invenzione

Myung-bo arrossì. «Lo capisco. Davvero, amico mio. Tuttavia, con la tua intelligenza e la tua istruzione sicuramente capirai che con questo contributo ti sei guadagnato un posto nella Storia. Non è così?».

«Ah, la Storia! Ah ah!». Sung-soo fece una risata vuota, sbuffando volute di fumo. «D’accordo, Myung-bo, parliamo della Storia, allora. Ricordi anche tu la storia di Koguryo? Per settecento anni, a cominciare dal I secolo, quel bellicoso regno dei nostri antenati governò non solo sull’intera parte settentrionale della penisola di Corea, ma su fino al territorio del Primotskij, Vladivostok, e alla Manciuria. Poi, dopo il suo declino, Balhae dominò per altri trecento anni in quegli stessi territori. Ora, ciononostante, quelle terre appartengono alla Russia e alla Cina, e chi vi abita? Russi e cinesi. E che ne è stato dei coreani che hanno vissuto lì per mille anni? Sono stati spazzati via, o si sono spostati a sud, oppure hanno contratto matrimoni misti con russi e cinesi. Ma i pochi coreani autentici che rimangono, i discendenti di Koguryo, piangono forse la perdita del loro Paese d’origine? No, non provano nessuna nostalgia né patriottismo per la penisola coreana. Negli ultimi mille anni, la loro identità è stata completamente annacquata.

«Il concetto di nazione è un mero costrutto. Serve per sostenere la nostra realtà, ci serve ai fini del governo eccetera, ma non è né ovvio né naturale, e diventa ancor più privo di senso se lo consideri all’interno del contesto storico. Lungo tutta la storia dell’umanità, le nazioni sono state distrutte, assorbite in altre, sono rinate o sono state dimenticate, e questo non fa nessuna differenza per il benessere dei posteri. Che si tratti di Koguryo, dell’impero romano o dell’antica Persia, non cambia niente. Noi siamo stati annessi al Giappone nove anni fa, e questo è un fatto. Se non cambia niente, tra mille anni non ci sarà una ‘Corea’ o un ‘popolo coreano’. Ma allora alla gente non importerà un fico secco che il loro Paese, un tempo, mille anni prima, era indipendente».

Juhea Kim, “Come tigri nella neve”, Editrice Nord, 2022, traduzione di Emanuela Damiani, pag. 114

Le parole che avete letto sopra sono tratte da un romanzo, e i due protagonisti del dialogo si trovano nella Corea occupata dai giapponesi, sul finire del secondo decennio del Novecento. Wilson ha già tenuto il proprio discorso al Congresso americano sul principio dell’autodeterminazione dei popoli, che in Asia avrà diversi estimatori, seriamente convinti, come uno dei due protagonisti dice all’altro, di potersi rivolgere all’America per far valere quel diritto, certi di ascolto (e poi, spesso delusi. Come ricorda Eckart Conze, nel suo 1919. La grande illusione – Rizzoli, 2019, pag. 204: «Rappresentativa di questo sviluppo è la storia del già citato Nguyen Ai Quoc – “Nguyen il patriota” –, che nel giugno del 1919, si racconta, tentò di consegnare a Wilson una petizione intitolata Le richieste del popolo di Annam. Secondo alcuni resoconti, Nguyen aveva persino preso in prestito un frac per l’occasione. Ma il suo tentativo non ebbe successo: non ci fu alcun incontro tra lui e il presidente americano, che forse non ricevette mai la petizione del futuro leader vietnamita. Deluso da Wilson, Nguyen si sarebbe poi rivolto a Marx, Lenin e al bolscevismo. “È stato il patriottismo e non il comunismo a farmi credere in Lenin” avrebbe scritto qualche tempo dopo, quando già aveva preso il nome di Ho Chi Minh»). Di nazione parlano anche nel dialogo citato. Ebbene, io la penso come Sung-soo: «Il concetto di nazione è un mero costrutto. Serve per sostenere la nostra realtà, ci serve ai fini del governo eccetera, ma non è né ovvio né naturale, e diventa ancor più privo di senso se lo consideri all’interno del contesto storico».

E lo so anch’io che oggi, un po’ come razione alla globalizzazione, molto perché alcune parti politiche, reazionarie anch’esse, su quei sentimenti costruiscono capitali di consenso e posizioni istituzionali, il mito della nazione, con le derive dei nazionalismi, vive una fase di grande spolvero. Eppure, nondimeno lo ritengo, cosa che appunto sono i miti, inventato per giustificare situazioni e rapporti di potere. Per «sostenere la nostra realtà», come si dice in quello scambio di battute nel romanzo della Kim.

Non diverse, se ci pensate, sono le sortite sulle ragioni etniche da parte di alcuni politici e intellettuali (absit iniura verbis) odierni e passati. Cosa sono queste etnie, se non delle invenzioni del momento, per il momento e nel momento – o poco più – in cui vengono pronunciate? Dove sono finite quelle distinzioni che i nostri prodi cognati avrebbero giurato di difendere e distinguere, se fossero vissuti qualche secolo fa? Dove i Latini, i Capenati, gli Enotri, i Sabini, i Piceni? E ancora i Goti, gli Alamanni, gli Avari, i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, i Saraceni? E nel mondo intero, quanti altri con la stessa importanza e identica sorte?

Andati nell’unico concetto che persiste alle etichette che, di volta in volta, gli si tenta di incollare addosso: l’essere umano.

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Il diritto alla ricerca di un avvenire altrove

«A non molta distanza da qui, sulle coste di Calabria, si è verificato un evento tragico. I profughi afgani hanno fatto tornare anzitutto in mente quanto il nostro Paese ha fatto nel momento in cui i talebani occupavano Kabul per portare in Italia non soltanto i nostri militari in missione lì, ma tutti i cittadini afghani che avevano collaborato con la nostra missione. Non ne abbiamo lasciato nessuno, li abbiamo tutti accolti. Ecco, questo ci fa tornare alla mente le immagini televisive della grande folla all’aeroporto di Kabul che imploravano un passaggio in aereo per recarsi altrove. Ci fa quindi comprendere il perché intere famiglie, persone che non vedono futuro, cercano di lasciare, con sofferenza — come sempre avviene — la propria terra per cercare un avvenire altrove, per avere possibilità di un futuro altrove».

Così il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, parlando a braccio all’Università di Potenza, lo scorso lunedì 6 marzo. Parole perfette. Per definire i fatti di Cutro, certo. Ma in generale, per parlare di tutto quello che accade da sempre nella storia dell’umanità: le persone, si muovono. Ed è muovendosi, camminando, riempiendo il mondo, che fanno la propria storia, la storia di tutti. È nelle parole della Genesi, con quel divino «riempite la terra»; lo è ancor di più, ed è di ciò che parla il Presidente, quando a spingere via da dove si è venuti alla luce sono condizioni inaccettabili e cruente. E sì, sanno della pericolosità dei viaggi, ma conoscono anche il resto, quello che hanno vissuto e vivono dove sono nati e cresciuti, che chi commenta le loro scelte spesso ignora. Racconta nella sua storia di emigrante Nasenet Alme Wildmikael ad Alexis Okeowo, per il New Yorker del 16 gennaio di quest’anno: «I knew that it was difficult to go from Sudan to Libya, especially if you are a woman […]. I knew that people were dying in the sea to reach Europe. I knew everything. But I made the decision». Perché? Per quell’avvenire altrove di cui parlava Mattarella, per quel diritto a poterci sperare che nessuna legge può sopprimere, per quella necessità di vivere, perché «quando sei nato non puoi più nasconderti».

Piccoli uomini assordati dalla paura di perdere quello che immaginano esser loro, parlano di cose che non conoscono, e spiegano ad altri, che soffrono pene enormi per la sola colpa d’esser venuti al mondo in un luogo e non in un altro, cosa dovrebbero fare e come. Più d’ogni parola sbagliata, sul dramma di Cutro e sui mille altri che si son succeduti, si succedono e succederanno, a farmi male è l’usualità con cui sono accolti, la rassegnazione distaccata di chi li commenta quali eventi normali, figli del caso o del fato, della sorte dei malcapitati, quasi ignorando che quel che accade è spesso il frutto del bisogno che alcuni hanno in virtù della garanzia al superfluo a cui altri non hanno voluto, e non vogliono, rinunciare.

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Come lo schiudersi d’un fiore

Gesti di vita e libertà dove un tempo fu Persia,
urlano al mondo intero contro l’oppressione
e in una ciocca di capelli di netto tagliata
,
si scopre e denuncia la resa di uomini violenti.

Ogni giorno si svolge la lotta per la dignità,
in ogni luogo, angolo del mondo avviene
,
ed è pur dove non l’avvertiamo, troppo vicino
,
per occhi dalle idee spinti a cercarla lontano.

Per quella, vorrei esser anch’io meglio capace,
più attento a quanto accade, alle tante offese
a volte grandi, o sì piccole da sembrare nulla,

di poca importanza, eppure capaci di colpire,
ferire, offendere nell’usuale loro ripetersi.
E si schiude oggi un fiore per tutto questo.

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E se fosse il confronto a spaventare?

«E che vuo’ fa’? Domani è la vigilia, oggi ci dobbiamo mantenere leggeri, perché poi vengono tutti questi giorni di festa, si deve mangiare assai. Conce’, fai nu poco di brodo vegetale, che tu lo fai così bene, con tutte quelle verdure, la radica gialla, o’ sedan, la cipolla; ché a me m’ piac’. Eh, un poco di brodo vegetale, e c’ min trecento grammi ‘e tubett», dice Luca Cupiello a Concetta. «A me, i tubetti non mi piacciono», s’intromette il figlio Tommasino. «Tu te ne devi andare. Abbiamo deciso che te ne devi andare? Sono tubetti che non ti riguardano», lo zittisce immediatamente il padre.

​Ora, anch’io, me ne sono andato, e quindi, per citare la commedia di Eduardo, quello che accade nel Pd non sono più tubetti che mi riguardino, e in questo post non parlerò delle scelte politiche di quel partito. L’elezione a segretaria di Elly Schlein, comunque la si voglia leggere, è però una ventata di novità e in questo momento, a quel partito e a tutto lo schieramento che, non giriamoci intorno, a esso guarda e dalle sue azioni in un certo senso dipende, non può che fare bene. A mio giudizio, il titolo è buono; vedremo lo svolgimento. Detto questo, molti commenti che ho ascoltato e letto mi hanno lasciato l’amaro in bocca, quando non addirittura un vero senso di disgusto. Parlo di quelli orribili e odiosi, come sempre sono i toni antisemiti e razzisti, legati alle origini della sua famiglia. Parlo di quelli sui suoi orientamenti sessuali, che non capisco perché dovrebbero riguardare il pubblico, che qui si dimostra sempre troppo omofobo, con ancor più cattiveria quando l’oggetto del loro sguardo è femminile. Ma parlo anche di tutto il resto. Che sia italiana, americana e svizzera, sembra dare fastidio. Che parli come lingua madre più di un idioma, pare non essere tollerato. Che abbia studiato e vissuto di e per quello che ha appreso, assomiglia a una colpa, nelle parole che molti usano per descriverla. Quasi che fosse il semplice confronto, tra il proprio essere e saper fare o dire e la sua figura, il problema, la radice di una paura che, in quei commenti, si esorcizza, puntando a colpire basso là dove non si sa ragionare alto.

Insomma, io me li figuro, tutti gli spaventati da una come Elly Schlein: lei arriva qui, a trent’anni e poco più, dopo aver girato il mondo, mentre loro diventano ansiosi anche solo all’idea di doversi spostare fuori provincia, se non per un viaggio tutt’organizzato, parla correttamente due o tre lingue, quando già ricordarsi dove va l’accento o a cosa serva il congiuntivo nella loro li affanna, ha studiato e continua a farlo, e loro non leggono nemmeno un libro all’anno. Vien quasi giù un velo di tristezza.

Poi, certo, a chiederglielo, ti diranno che non condividono nulla della sua visione politica, se son di destra, o che non sono quelli di cui parla i temi importanti, se si dicono di sinistra. E i temi a cui alludono questi ultimi sono quelli dell’emigrazione, dei diritti civili, dell’ambiente, quasi che non fosse importante, per la sinistra, parlare di chi è davvero all’ultimo gradino della scala di ogni società, di quanti vedono per loro negata la realizzazione dei principi che poniamo a fondamento delle nostre civiltà, di quale mondo, e in che stato, lasceremo a chi dopo di noi verrà. Ma Elly Schlein non parla solo di questo: ha parlato di giustizia sociale, di lavoro, di salario minimo, di lotta al precariato, di redistribuzione della ricchezza, di tassare i grandi patrimoni, di immettere nel mercato delle locazioni a canone calmierato parte del patrimonio sfitto e di tante altre cose che, gli stessi suoi critici, non esiterebbero a definire «di sinistra tradizionale».

Su questi argomenti, però, non l’han sentita. Perché non vogliono ascoltarla. Perché a loro basta cercare di colpirla e incasellarla con giudizi immediati e in un certo senso, per chi li esprime, rassicuranti. Perché è precisamente il confronto con chi differisce dai loro standard a spaventarli, a incuter loro paura, per cercare di comprenderlo, di doversi mettere in discussione e magari cambiare qualche punto di vista. O peggio, scoprire quel “diverso” migliore del proprio “normale”.

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Il problema è il concetto stesso di nazione

Scrive Karima Moual in un appassionato corsivo sulla Stampa di lunedì scorso: «tra tutte le urla contro Paola c’è un titolo che più di tutti racconta una sfida persa dall’Italia ma anche da noi seconda generazione che abbiamo in questi anni creduto di potercela fare. È quello di Libero (di venerdì 10 febbraio, N.d.R.): “Noi le diamo la maglia azzurra, la Egonu ci dà dei razzisti”. In questa frase c’è tutto il fallimento del significato della parola integrazione che è un percorso da fare in due. Lo straniero e la comunità che lo accoglie. È una frase così razzista, paternalista e classista che servirebbe maggior spazio per scardinarla. […] La verità che dobbiamo dirci è che oggi l’Italia non è ancora pronta ad accogliere la mia italianità, come quella di tanti altri cittadini che continuano a essere percepiti e raccontati come immigrati per sempre. La nostra storia di crescita e integrazione è un affronto troppo alto ed è per questo che quando denunciamo da dentro il razzismo o facciamo critiche appassionate sul futuro di quello che consideriamo il nostro Paese, ci guardano come marziani o addirittura ingrati. Il concetto di “ingratitudine” è quello che maggiormente viene utilizzato per attaccare chi, figlio di immigrati, osa farsi avanti con una critica, quale che sia. Sembra che la condizione di cittadino immigrato o figlio di immigrato (con cittadinanza italiana) debba escludere qualsiasi critica, denuncia o lamento, perché “è già tanto che l’Italia ci ha accolti”. Ora, se non è razzismo questo, che cosa è?».

Esatto: se non è razzismo, cos’è? L’idea che alcuni siano più italiani di altri, solo perché rispondono a precisi requisiti fisici, culturali e di origine, è razzista. Io sono italiano come Paola Egonu, come Karima Moual, come Ermal Meta, come Mario Ballotelli, come Degnand Wilfried Gnonto, come Teresa Lin, come Marco Wong, e come i tanti cittadini italiani con storie personali e familiari diverse dalla mia che in Italia nascono e vivono, e con cui condivido la parola “nazionalità”. Altrimenti, quell’altra parola, “cittadinanza”, non ha più significato. Scrivere, come ha fatto Libero nel titolo sopra citato a proposito di Paola Egonu, «Noi le diamo la maglia azzurra», significa che c’è un «noi» che precede lei per diritti e potestà, e che le conferisce un qualcosa che è sempre sotto giudizio di quello stesso «noi», di cui lei, in fin dei conti, non potrà mai farne totalmente parte. Semplicemente perché, per qualche caratteristica sua o dei suoi avi, sarà “diversa”. Questo è razzismo: vedere quali pieni titolari del diritto di nazionalità solo gli appartenenti a un gruppo razzialmente omogeneo, e scorgere negli altri motivi per considerarli cittadini in minore. E sì, hanno ragione Karima Moual e Paola Egonu, quando spiegano che in Italia il razzismo c’è e non è un fenomeno marginale, pur se non tutti gli italiani possono essere definiti razzisti. Ma capisco i milioni di “filippi facci” che si stupiscono, e un po’ s’offendono, per quelle parole: in Italia, puoi vivere una vita intera senza accorgerti di quanto sia razzista. Se sei bianco, ricco e del Nord.

Già, perché me lo hanno spiegato sempre i titoli di Libero e giornali sodali, e me lo hanno insegnato, fin da bambino, gli inni alla lava del Vesuvio e dell’Etna che si leggevano sui pilastri dei cavalcavia padani, il tifo per i terremoti urlato negli stadi contro i meridionali, i cartelli visti da mia madre ai piedi degli stabili, in cui si specificava bene a chi, in quelle case, non si sarebbe mai affittato: io, per questi, sono terrone. Una forma solo quantitativamente diversa della loro discriminazione (e fa ancora più male vedere simile discriminazione perpetuata oggi su quelli arrivati dopo, da chi ieri ne è stato vittima).         

Ed è infine anche per questo che comprendo il senso di sfiducia e quasi resa che passa nelle parole finali dell’articolo di Karima Moual con cui ho iniziato. Oltre queste, però, individuo nel concetto stesso di nazione – di cui la nazionalità è solo conseguenza istituzionale e il nazionalismo il suo peggiore e malsano frutto – l’errore e il problema di fondo di molto di quello che vediamo accaderci intorno.  

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Il sugo della mia storia

Il traduttore aggregato alla commissione di valutazione delle domande per ottenere in diritto alla permanenza negli Stati Uniti, chiede a tre migranti italiani di raccontare tutta la loro storia e le vicissitudini occorse loro nei mesi trascorsi in America e anche prima, a cominciare dal viaggio intrapreso per attraversare l’Atlantico.

Traduttore/commissario: «Intanto […], come ti sei pagato il viaggio?».

Migrante: «Me lo pagò Nicola Salicini, l’agente di immigrazione che venne al mio paese, a Corleone».

Traduttore/commissario: «E ti ha fatto firmare una carta?».

Migrante: «Sissignore, mia moglie e io, insieme. Sulla casa, il terreno, la vigna; tutto. Per 250 franchi».

Traduttore/commissario: «Ti ha fatto pagare il viaggio 250 franchi? Ma se ne costa appena 115. Ma si può sapere perché vi fate truffare in questa maniera?».

Migrante: «Eh, eh, perché. Perché, chi ha studiato, le cose prima le sa, e poi le fa. Noialtri, invece, poveri ignoranti, prima le facciamo, e poi le capiamo».

Il dialogo riportato sopra è tratto da un episodio di Appena sbarcati, vecchia fiction Rai sulle condizioni degli emigrati italiani nel Nuovo Mondo (le sequenze che lo contengono, sono ora visibili su RaiPlay, Storie di Migranti – L’arrivo in America, breve quanto completo documentario su quegli anni di fine Ottocento, inizio Novecento). E credo sia esattamente il senso di tutto quello che, pure in forza di esperienze non diverse da quella lì raccontata, da un certo punto in poi, alla mia schiatta è stato insegnato. Capitò così che i figli e i nipoti dei contadini analfabeti delle tante Gagliano divennero insegnanti, avvocati, ingegneri, dottori, anche solo diplomati alla scuola dell’obbligo: imparando a sapere le cose, prima di farle. Almeno per evitare i raggiri di qualche agente di immigrazione capitato per lucro in paese, o di altri figuri e signori della sua forza e motivazione.

Potrei dire, parafrasando il Manzoni, che in quelle poche parole ritrovate per caso in un film a episodi di tanto tempo fa, sta il sugo della mia storia. Anzi, a proposito dei Promessi sposi, nelle pagine dell’opera magistrale del Manzoni c’era già quel messaggio, e proprio nei paragrafi in cui lo stesso autore propone «il sugo», il senso di tutte le vicende narrate.     

Il XXXVIII capitolo del romanzo, infatti, si chiude con Renzo che ripercorre in controluce le sue vicende, cercando in esse un significato più profondo e morale, raccontando poi di quello che da esse aveva imparato. Nel presentarne i ragionamenti, l’autore ci racconta pure che: «Prima che finisse l’anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d’adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese, affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro».

Già: se non per altro, per non soccombere a quella e alle altre birberie del mondo degli uomini.

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Perché il tornio sì, ma il Visual Basic no?

Si avvicina la fine dell’anno, ed è forse per le giornate più corte che la mente è spinta riflessioni dai contorni meno definiti, più sfumati. E allora, le evidenze in bianco e nero hanno meno senso, articolandosi, come le esistenze di chi è costretto al mondo del reale, nei mille toni del grigio, o tra i colori di un’infinita tavolozza, se vi piace di più.

Ragionavo così con un amico, che mi diceva di quanto a lui sembrasse troppo triste e schiavo della tecnica, il mondo di oggi, contrapposto al precedente, più libero da tale costrizione e, in sintesi, più vero e «umano». Soprattutto, mi spiegava quanto non trovasse giusto che l’universo dei computer comunque intesi sia dominante su molti aspetti, crei gap incolmabili, renda, quelli in grado di usarli, lavoratori più completi e capaci di trovare sbocchi e occasioni nuove nelle loro vite, di quanti, invece, dalla conoscenza dell’uso di questi strumenti sono lontani. Addirittura, aggiungeva, si rischia che, in generale, i cittadini usi ai device informatici abbiano una vita più facile e possano godere appieno e meglio persino dei loro diritti, nonché possano riuscire a far fruttare al meglio il loro tempo, le risorse che hanno, le proprie conoscenze. Vero. Ma chiedevo a lui: non è sempre stato così? I cittadini capaci di leggere e scrivere, rispetto ai miei avi analfabeti, non avevano anche allora una vita più facile e potevano godere appieno dei loro diritti, facendo fruttare al meglio il loro tempo, le risorse che avevano, le proprie conoscenze? E il lavoratore formato all’utilizzo di un particolare strumento o tecnica produttiva, non poteva contare, pure in passato, su chances maggiori rispetto a chi, inesperto e crudo, si affacciava al mondo con le sue nude mani? Perché le possibilità e le occasioni in più che ci sembravano normali e giuste, per l’operaio preparato all’uso del tornio, già a controllo numerico, a dispetto del disoccupato incapace di usarlo, ci scandalizzano oggi, quando il giovane in grado di programmare in Visual Basic scombina e soppianta l’economia dei più anziani, che si trovano fuori dai giochi e magari dal mercato?

Ovviamente, so che i temi di risposta a questi interrogativi potrebbero essere molteplici. E probabilmente, alcuni di questi riuscirei a condividerli io stesso. Rimane però il fatto che, quale situazione di principio, non v’è differenza tra quel tempo in cui il colto riusciva a trovar la via comoda alla sua esistenza, mentre quella del cafone sempre era condannata al massimo a una speranza bracciantile, e l’attuale, dove chi sa destreggiarsi nel mondo che c’è, con tutte le sue complessità, e non di meno complicazioni, avanza e progredisce, mentre altri restano al palo, perché non abili nell’uso degli strumenti che la modernità pone davanti. Così come poca ne scorgo fra l’epoca in cui l’operaio artigiano che aveva avuto la sorte di specializzarsi faceva valere il suo sapere nel lavoro, garantendo a sé e ai suoi cari una vita dignitosa, se non agiata, ma il mezzadro pure quella sua famiglia era invece costretto a contrattarsi col padrone, sognando di trovar spazio anche lui nella fabbrica dalle tredici mensilità, non sapendo come fare e comunque, nel caso a lui capitasse, potendo riuscire sempre e costantemente meno di quelli più capaci, restii persino a fargli posto.

Che dire? Buone feste e felice anno nuovo.

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Per quanto grande sia

«Come invertire la rotta?», chiede Roberto Fiori per l’edizione cuneese della Stampa del 24 ottobre 2022 all’imprenditore del vino e del cibo langarolo Bruno Ceretto, a proposito degli alti numeri di un turismo nelle colline albesi sempre più presente e che rischia, a parere di molti, di snaturare i paesi coinvolti. La risposta di Ceretto, che nella precedente lamentava l’eccessivo affollamento di presenze nei centri di Alba, Barolo o La Morra, gonfi «di visitatori che cercano tajarin e vini a 3 euro», è senza spazi per il dubbio: «Badando meno ai numeri e puntando tutto sulla qualità. La scorsa settimana un aereo privato partito da Hong Kong ha portato sei facoltosi gourmet a cenare da Enrico Crippa, nel nostro ristorante in Piazza Duomo, e a trascorrere qualche giorno nell’Albese. Tra cene e shopping di vini e tartufi, alla fine hanno saldato un conto di quasi 70 mila euro. Se questo è il livello raggiunto, dobbiamo essere coerenti e non perdere tempo con polenta e salsiccia». Insomma, i turisti vanno bene, purché non siano quelli poveri.

Un atteggiamento, quello che si scorge nelle parole dell’imprenditore piemontese, non nuovo e non isolato. Capita spesso di ascoltare reprimende contro lo snaturamento a cui i luoghi sarebbero sottoposti per effetto del turismo. E ovviamente, non di tutto il turismo, ma di quello di massa, numeroso, dei turisti più poveri, appunto. Un sentire che ho intercettato anche nelle parole di uno che, sulla scala del posizionamento ideologico, si immaginerebbe all’altro capo rispetto a Ceretto. Al Tg3 delle due e venti di sabato 26 novembre scorso, Mario Tozzi, parlando (peraltro puntualmente e con una buona dose di giuste idee e opportune analisi, sia detto per inciso) del terribile disastro che ha colpito Casamicciola e altri zone di Ischia, ha ricordato come si dovrebbe intervenire per «rinaturalizzare» quel territorio, «cioè riportare l’isola a quel paradiso che ci veniva raccontato dai viaggiatori mitteleuropei quando scendevano giù e facevano il Grand Tour». E credo che quello “scendere giù”, per quei viaggiatori del XVIII secolo fosse da intendersi altresì in senso sociale, dal loro raffinato mondo alle miserie, a tratti eccitanti e romanticamente meravigliose, dei luoghi in cui le masse menavano le loro grame vite.

Verrebbe agevole qui rispondere come Gaber – che pure ebbe poi in antipatia «la cultura per le masse» e il turismo diffuso e a questa collegato – al Ragazzo della via Gluck, quanto rischierebbe il tutto di scivolare nella banalizzazione. Perché sì, è ovvio che il consumo di suolo o il turismo invasivo sono più insistenti quando si mettono in gioco i grandi numeri. E i grandi numeri, per loro natura, sono presenti dove a determinarli sono le masse, e quindi, i poveri. Però è letteralmente antipatico, per l’orecchio mio, almeno, sentire il riverbero, in parole come quelle citate, più o meno velato, con intenzione o non volendo, del fatto che, si parli di attività ludiche o tragedie, il problema vada ricercato nella voglia dei meno abbienti di star più comodi, di avere anche loro qualche svago o quelle occasioni che ai ricchi non sono mai state negate.  

Il paradiso ischitano dei grandi turisti, lo era pure per chi strappava l’esistenza a quei costoni scoscesi, in dieci in una stanza e un piatto unico sulla tavola, sempre lo stesso, mai a sufficienza pieno? I tanti visitatori che ora stravolgono, in peggio, la vita di quanti vivono nei centri dei piccoli borghi o delle grandi città d’arte, fanno altrettanto con le casse di quanti, altrimenti, non saprebbero a chi vendere i propri servizi e prodotti, o in quale altra filiera trovar lavoro? E loro stessi, perché non dovrebbero avere il diritto di godere delle bellezze che riempirono e riempiono gli occhi di altri ospiti, o come questi trovar agio e confort nella dimora che abitualmente abitano? Perché sono tanti? Perché non sono così eleganti?

Sì, lo so: approfondire è inutile. Come so anche che, per dirla coll’avvelenato Maestrone, «per quanto grande sia», la schiatta di quelli che meno hanno e hanno avuto, si è ancora tra i primi ad aver letto due libri, ad esser cresciuti in case riscaldate e con l’acqua corrente, a essersi potuti permettere le gite, le vacanze, persino le visite ai musei e ai monumenti. Cogliendo appieno il disappunto degli altri che quelle cose le han da sempre avute.  

E dando a quel disappunto l’opportuno peso, s’intende.

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Abbiamo pensato abbastanza, a quelli che oggi scopriamo distanti?

Ne parlavo con più di un amico nei giorni scorsi: è curioso (per non dire sconfortante in alcuni, non secondari, aspetti) scoprire che i partiti che erano contrari a tutte le misure che hanno permesso, comunque si voglia intendere la gestione della pandemia da Covid-19, un alto numero di vite, siano i più premiati dal consenso popolare. E non si parlava solamente del nostro Paese, ma anche di altri, come l’Inghilterra, dove la gestione è stata a tratti scandalosa, e dove, di questo, non si parla affatto, degli Usa, in cui Trump e i più agguerriti conservatori, visceralmente contro qualsiasi restrizione, persino quella più di buon senso, sono dati in vantaggio alle prossime elezioni di mid-term, o addirittura il Brasile, in cui Bolsonaro che negava l’evidenza, non attuando quelle minime precauzioni che avrebbero potuto determinare un diverso effetto nella conta delle vittime, non è più presidente, certo e finalmente, ma sostanzialmente ha pareggiato, nello scontro elettorale con Lula.

E quindi, mi chiedo: quanti voti sono andati a chi criticava aspramente chiusure e limitazioni, proprio per l’atteggiamento eccessivamente intransigente (e come tale esibito) nell’approvazione – non di rado acritica e indisponibile al dubbio – verso queste stesse misure? Quanti sono stati allontanati o convinti a non avvicinarsi dal tifo per il drone a caccia dei patiti della tintarella, per le forze dell’ordine lanciate all’inseguimento di runner solitari, per gli elicotteri alla ricerca degli impuniti della grigliata sui tetti pasquali, per i controlli stringenti e i controllori strillanti, per i sindaci che si autocelebravano sui social nella denuncia degli indomiti del tressette, per i presidenti di Regione vittime del proprio personaggio che inveivano in monologhi rauchi contro gli habitué della passeggiata un po’ in sovrappeso e in là con gli anni, per ministri e questurini che invocavano, non tanto velatamente, la segnalazione all’autorità costituita da parte dei vicini e dei cittadini per bene verso chi invitava un parente in più a casa o quanti si fossero intrattenuti in più d’uno in strada (il colore, nel racconto, l’ho messo; i fatti, quelli no, non li ho inventati, e nell’internet potete facilmente ritrovarli), e ancora stigmatizzando chi, a nostro parere, non fosse ligio a tutte le misure che gli scienziati proponevano e i governanti recepivano? E tutto ciò, mentre per grosse parti della popolazione, per quelle stesse decisioni assunte, il reddito calava e le difficoltà si acuivano.

Qui, in questo post, non si discute della bontà sanitaria e per il contenimento del contagio delle scelte prese, ma dell’approccio che verso queste si è troppo spesso avuto “da sinistra”. Chiudere le scuole, per esempio, ha danneggiato maggiormente i più deboli; lo abbiamo detto abbastanza, noi che proprio a quei deboli avremmo dovuto guardare? Le meraviglie dello smart working hanno favorito persino la gestione famigliare, per i ceti medi riflessivi; e per tutti gli altri, l’alternativa alla chiusura e al calo delle entrate economiche, in che forme e in quali tempi si è avuta?

Ricordo uno striscione in spagnolo, appeso a un balcone nei primi mesi della pandemia: «La romantización de la cuarentena es un privilegio de clase». Abbiamo riflettuto abbastanza, su tutto quello che queste parole potevano significare, ne abbiamo discusso con gli interessati, abbiamo provato, senza pregiudizi, ad ascoltarli, o abbiamo dato del fiancheggiatore del negazionismo – come pure a chi scrive è capitato d’esser accusato, sebben non è di quel che è accaduto a me che voglia parlare – a chiunque provasse a suggerirci di tentar di far nostro per qualche istante un diverso e altro punto di vista?

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