Altrimenti, andrà come la storia insegna

«“Useremo tutti i mezzi per assicurarci che l’economia europea superi questa tempesta”. Al termine del summit in videoconferenza dei capi di Stato e di governo dell’Unione, Ursula von der Leyen lo ripete in tedesco e in francese. Più di un leader, d’altra parte, nel chiuso della conference call lo ha detto: dobbiamo evitare che il coronavirus sia uno choc come quello del 2008, se non peggiore». Così su Repubblica spiega Alberto D’Argenio, in un articolo come sempre informato su quanto si sta decidendo in sede europea per rispondere all’emergenza che già colpisce noi con forza e sta crescendo in Francia, Spagna e Germania, e per cui già si ipotizza di mettere subito sul piatto 25 miliardi di € e derogare a regole e patti di stabilità. Poco, molto, sufficiente? Non ho strumenti e competenze per dirlo, ma capisco la ratio che muove in questa direzione; quella di evitare, dopo le chiusure francesi e tedesche all’esportazione anche di una sola mascherina e l’apertura del governo cinese alla fornitura di migliaia di ventilatori polmonari, che per alcuni, in Europa, l’aiuto a cui guardare diventi quello di un padrone lontano, più che di un compagno vicino.

Dopotutto, la storia è già maestra d’insegnamenti in tal senso. Scrive ad esempio Eckart Conze, ricostruendo i fatti di Versailles e le trattative per l’allora costituenda Società delle Nazioni a proposito della disillusione che in quei mesi subirono in tanti fra i delegati delle nazioni del Sud del mondo, prima fiduciosi nell’accoglimento delle loro legittime aspettative da parte dei campioni, a parole, dell’autodeterminazione dei popoli, gli Stati Uniti e il loro presidente Woodrow Wilson, poi inesorabilmente delusi: «Rappresentativa di questo sviluppo è la storia del già citato Nguyen Ai Quoc (“Nguyen il patriota”), che nel giugno del 1919, si racconta, tentò di consegnare a Wilson una petizione intitolata Le richieste del popolo di Annam. Secondo alcuni resoconti, Nguyen aveva persino preso in prestito un frac per l’occasione. Ma il suo tentativo non ebbe successo: non ci fu alcun incontro tra lui e il presidente americano, che forse non ricevette mai la petizione del futuro leader vietnamita. Deluso da Wilson, Nguyen si sarebbe poi rivolto a Marx, Lenin e al bolscevismo. “È stato il patriottismo e non il comunismo a farmi credere in Lenin” avrebbe scritto qualche tempo dopo, quando già aveva preso il nome di Ho Chi Minh» (E. Conze, 1919. La grande illusione, Rizzoli, 2019, pag. 204).

Non so se, come scrive Pierre Haski, davvero la Cina potrebbe uscire rafforzata dal superamento di questa crisi sanitaria; in tutti i casi, mi auguro per loro che la superino bene, allo steso modo di come me lo auguro per noi. So però che, se da lì arrivano aiuti in materiale sanitario e consulenza per combattere il nemico microscopico, dall’altro colosso mondiale, pronto a restringere i contatti per paura del contagio, arrivano 30.000 uomini in armi, per un’esercitazione che non si capisce bene quale nemico invisibile dovrebbe fronteggiare. E il contrasto è forte, e non può non lasciar tracce, come quando da un lato del mondo si temeva l’arrivo dei cosacchi di Baffone e dall’altro giungevano i dollari dell’European Recovery Program e dell’UNRRA.  

Scenari cupi ho evocato. Meglio sdrammatizzare con un’ironica (e quantomai, credo, per il momento precisa) ballata d’un mio corregionale, molto efficace nel sintetizzare simili sviluppi e altri che vi potrebbero venire in mente. Rocco Papaleo, Basilicata on my mind: «Se Cristo si è fermato ad Eboli/ A colpa di ku è?/ E certo nun è da nostra,/ Nui lu vulimu bene,/ L’avimu preparet/ Na festa granna grann/ Varil i vin e ang’net/ Ca par i Capodann,/ Cristo nun è v’nut/ N’aviss t’avv’sé/ Ng’amu rimasu brutt/ A rrobba s’è iettet./ […] E nui p’ sta quit/ P n’aiuté a r’sist/ Senza r’ dic nind/ N’ammu fattu buddist».

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Inoltre, era tutto vero e quasi come nel provvedimento definitivo

Fuga di notizie, in merito alla diffusione della bozza di decreto? Probabilmente sì. Chi è stato? Non lo so, ma di certo non quelli che l’hanno pubblicata. È stata quella notizia a generare la fuga nord-sud? Può darsi, ma non nelle misure che una certa narrativa vuole accreditare, è che non sono sostanzialmente differenti dai giornali stranieri che si chiedono se gli italiani sapranno seguire le regole, visto che sono sempre un popolo di giuristi creativi e anarchici cialtroni, dicono tra le righe.

​Le notizie sui treni presi d’assalto in seguito alla circolazione della bozza di decreto prima della sua approvazione, a mio parere e usando le parole di Twain, «are greatly exaggerated». Provo a guardare i fatti per quello che sono: la notizia è stata data dai primi tg e siti quando? Intorno alle 20,30? Bene. A tutti hanno raccontato di treni e pullman in direzione sud massicciamente abbordati a Milano. Ma come? La maggior parte dei pullman, a quell’ora, era probabilmente già partita o in procinto di farlo. E pure per i treni, è difficile pensarlo. L’ipotesi, però, sarebbe notevole. Voglio dire, dato che quasi tutti i treni notturni dal capoluogo lombardo verso il Mezzogiorno partono più o meno tra le 21 e le 23, e ammesso che gli interessati abbiano letto la news nel momento stesso in veniva battuta, frotte di cittadini avrebbero, in un tempo variabile fra i 30 e i 120 minuti, sistemato i bagagli, chiuso casa, fatto, o almeno cercato di fare, il biglietto, raggiunto le stazioni di Milano Centrale o Porta Garibaldi da ovunque nella Lombardia si trovassero e preso al volo il treno, con trolley e zaini al seguito. Alla faccia dell’indolente flemma dei terroni, diciamo; questi sono Marines. E per questi comportamenti, dice qualcuno, i giornali non dovevano dare quella notizia. Non sono d’accordo: un giornalista che viene a conoscenza di un fatto, è legittimato a comunicarlo. Certo, può scegliere di non farlo, ma non è tenuto all’autocensura, se la questione riguarda fatti di pubblico interesse, com’è il caso, o se, tra l’altro, quello che scrive è assolutamente vero.

Vedete, non sto difendendo la categoria; sto dicendo che è quello il loro mestiere. E meno male che ancora provano a svolgerlo, pur con tutti i limiti e gli errori. Se quella notizia è stata diffusa per sbaglio, è fra le mani di chi la deteneva prima che arrivasse ai giornali che va cercato il reo. Parlare di «procurato allarme» è una sciocchezza, ed è infondato anche sul piano giuridico: la notizia è vera, ripeto, e la bozza pubblicata prima della riunione del Consiglio dei ministri, sostanzialmente, è uguale al testo che poi lo stesso ha licenziato. Di cosa stiamo parlando?

Inoltre, la relazione, diffusione della notizia-fuga dal Nord, è arbitraria. Quelli che sono andati via, non sono andati via per colpa dei giornali, ma perché l’avevano già deciso o perché il loro senso civico non era così sviluppato da far loro pensare che, spostandosi in quel modo, avrebbero potuto portare con sé il virus e il contagio. Trasferendo un morbo che ha messo in ginocchio in due settimane il sistema sanitario lombardo in regioni che quel sistema non lo avranno nemmeno fra quindici lustri. I treni strapieni, invece, sono una notizia vera; solamente, non sono legati a questa emergenza, ma alla cronicità delle carenze del sistema e delle risorse del trasporto pubblico. Quei treni, sono spesso stracarichi.

Non è colpa dei giornalisti, se difronte a questa emergenza si crede di poter fare i furbi, ingannando forse divieti e controllori, non certo agenti patogeni e infezioni, mentre lo è invece quando si prestano a narrazioni volutamente distorte o caricaturali, amplificandole con le loro penne. Non è colpa di chi comunica, se ti dicono di evitare i luoghi affollati e gli spostamenti non necessari, e tu vai a sciare, in fila per mille a una seggiovia ad Alagna, o a far l’apericena, stipati all’inverosimile sui Navigli. Non è colpa del Governo o dei presidenti di Regione, se noi non riusciamo a dare un senso alle cose, e pur di non rinunciare a quello che vogliamo fare, mettiamo a rischio noi stessi e gli altri.

In tutto questo, però, permettetemi una nota a margine. ​Sono simpatiche le battute sui fuggiti dalla “zona rossa” per ritrovarsi, il giorno dopo, di nuovo in “zona rossa”. È chiaramente una cosa che sarebbe stata meglio non fare, si capisce. Però c’è l’ipotesi, ovviamente non solida come la certezza che in molti hanno e che vuole “l’assalto ai treni” figlio dell’irresistibile voglia di ’nduja e pizzica, che alcuni di quelli andati via nei giorni scorsi da Milano lo abbiano fatto per poter stare con le persone care in questi momenti di incertezza. In fondo, ognuno di noi teme la malattia, la costrizione in casa o la quarantena; immaginate di vivere questa paura da soli. Perché uno studente fuorisede è anche un ragazzo con la famiglia e gli affetti a mille chilometri di distanza, un “pendolare di lungo raggio” pure un marito con un posto letto fra estranei e la moglie dall’altra parte del Paese, e un’insegnante precaria in Lombardia anche una madre con i figli dovuti lasciare alle cure del padre e dei nonni in Calabria o Puglia, e a cui la quarantena all’arrivo nella casa lasciata, forse, non spaventa così tanto, di sicuro meno che doverla fare, o saperla fare dai suoi cari, separati da otto regioni.

Pensateci, e poi rifate pure la battuta sulla ’nduja e la pizzica.

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Mentre noi, con l’amuchina, ce ne lavavamo le mani

Purtroppo, il dolore, anche il più modesto, rende spesso egoisti. Così come lo fa il disagio, che per quanto lieve o inconsistente, se solo lo paragonassimo ad altri, ci fa lamentare e protestare per se stesso, e un ingorgo in tangenziale o una corsa di metropolitana soppressa diventano il centro dei nostri pensieri. Figuriamoci un’epidemia che manda in ospedale migliaia di persone, causa addirittura dei morti e quasi paralizza una parte importante, fondamentale del Paese. Lo so, è umano. Spietatamente umano, aggiungerei.

Mentre noi, infatti, eravamo occupati a preoccuparci di scuole chiuse e regole di igiene, di disinfettanti da acquistare e mascherine introvabili almeno quanto poco utili, temo, a due passi da qui si svolgeva il dramma di bambini, donne e uomini disperati, cacciati per ripicca da un sultano in crisi strategica su un fronte di guerra da lui cercato e respinti da un’Ue che si scopre inconcepibilmente tremebonda dall’alto delle sue ricchezze. E quanto m’ha fatto male la definizione della Von der Leyen sulla «Grecia, scudo d’Europa», nel momento in cui con le mazze dei fascisti d’Alba dorata e i manganelli, i lacrimogeni e le armi della polizia ellenica quello scudo s’ergeva contro quanti non avevano altra colpa che la loro fame, che fuggivano alla morte per bombe, freddo e stenti di una Siria da troppo tempo in fiamme, dove un padre deve vedersi morire una figlia in braccio, nel vano tentativo di scaldarla e nel totale disinteresse del resto del mondo.

E ancora, quanta tristezza nell’assalto a supermercati pieni per non si sa quale paura di carestia, al tempo in cui, per un’invasione di locuste che supera la Bibbia nella sua drammaticità, una carestia reale potrebbe colpire, nell’Africa centro-orientale, qualcosa come 15 milioni di esseri umani, più di quattro milioni dei quali bambini, circa un milione e mezzo con meno di 5 anni. Oppure, come appare sopravvalutata la nostra paura per un’infezione che i dati confermano non essere eccessivamente letale, intanto che la malaria uccide nel mondo ancora circa mezzo milione di persone ogni anno, in Madagascar è tornata la peste nel 2019 e, nel 2018, 113 milioni di persone in 53 nazioni hanno sofferto la fame e per questa, ogni giorno, muoiono in 24.000, un bimbo ogni 5 minuti.

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Il campo seminato di spine su cui ora si cammina scalzi

Dallo scoppio dell’emergenza virale in Italia, lo scorso venerdì 21 febbraio, Filopolitica e io ci siamo messi in quarantena comunicativa: niente articoli su questo spazio, niente post sui social, niente commenti. No, non per paura di contrarre la malattia solamente parlandone, ma per non alimentarne un’altra che, in rete e negli altri media tradizionali, circolava già abbastanza, senza bisogno di ulteriori aiuti alla sua diffusione.

Nemmeno ora, ovviamente, parlerò di malattia, misure di contrasto, possibili sviluppi: non ne ho le competenze e rischierei di aggiungermi inutilmente a quanti già da tempo seguono tutto il contagio minuto per minuto. Alimentandone l’ansia, per giunta. Quello che vorrei osservare, di questo vivere ai tempi del Covid-19, è un altro tipo di fenomeno, tutto e squisitamente antropologico e sociale, con risvolti, e non poteva essere diversamente, politici e finanche diplomatici. Per farlo, partirei da una frase che un amico mi disse tempo fa: «Se semini spine in un campo, non hai alcun rispetto per chi non avrà scarpe buone per attraversarlo. E devi anche augurarti di non restar mai scalzo tu stesso». Penso a quelle parole e guardo a quanto succede, dove chi urlava contro l’altro, accusandolo di ungerlo con la malattia solo per un particolare aspetto o un determinato passaporto, oggi si trova a esser visto quale untore, per accento o provenienza.

E non c’è nulla di comico, nel cinismo del contrappasso. Mi danno il voltastomaco le assimilazioni lodigiano-coronavirus, Italia-contagio, così come me lo davano i cori Napoli-colera degli anni passati o cinese-malattie dei giorni appena precedenti a questi. È squallido il video del pizzaiolo che tossisce sulla pala da forno quanto lo sono le parole di un presidente di Regione che immagina un intero popolo cibarsi di «topi vivi». Sono vergognose le isterie connotate di razzismo contro gli italiani all’estero, come quelle che qui lasciamo sfuggire e circolare nei confronti dei migranti. Per tutto ciò, la frase del mio amico torna attuale: è triste quello che avviene, ancor di più perché quel campo lo abbiamo riempito di spine noi stessi, se non più di tutti, di sicuro fra gli altri.

Per primi no, va ricordato. Le visite mediche forzate e le possibili, successive, quarantene, per i miei avi che sbarcavano a New York erano d’obbligo. E non perché portassero davvero malattie, semplicemente perché avevano appena «dolore e spavento» da viaggiare in terza classe, non certo le 100 o le 1.000 lire per la seconda o la prima. Così, per molti di loro, i primi giorni d’America altro non furono che una branda sull’isolotto artificiale di Ellis Island. Dove peraltro, sia detto per inciso, non in pochi, certamente tanti che lì arrivarono a inizio Novecento partendo da dove sono nato io, scoprirono l’acqua calda uscire da rubinetti nel muro.     

Ma è proprio perché ricordo quei cori da stadio contro i «meridionali colerosi», che ho memoria familiare degli insulti lanciati, in inglese o tedesco, come pietre su visi affannati per la sola colpa d’esser nati in un posto diverso da quello dove, per fame, ci si era dovuti recare, che lotto con più convinzione e forza contro ogni forma di razzismo.

Se sapremo trarre da questo periodo triste l’insegnamento per cui basta un accidente della storia o della natura, per trovarsi sul lato sbagliato del mondo, allora non tutto sarà perduto. Ex malo bonum, predicava quel vescovo d’Ippona: chissà se anche da qui, dalle difficoltà per la malattia, riusciremo a far dono di quella lezione, per cambiare il modo di come guardiamo alle cose del mondo e alle persone che con noi lo rendono vivo.

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Renzi è quello che era

Ora che il leader di Italia Viva minaccia il governo di cui fanno parte senza esser più dello stesso partito, vertici e militanti del Pd scoprono che egli è un corsaro della politica, sempre pronto a cambiar rotta pur di giungere agli unici obiettivi che gli interessano davvero: affermare il suo ruolo e accrescere, quotidianamente alimentandone le ragioni e i motivi, la sua visibilità. Nella critica, quelli del Pd hanno ragione, ma, per citare il Maestrone, «bisogna saper scegliere il tempo,/ non arrivarci per contrarietà».

​Carissimi amici dem, non potete ora fingere di non sapere, e non aver da tempo saputo, come Renzi riesca, e possa, sostenere solo un governo che guidi egli stesso (citofonare, meglio, “taggare”, come si usa in epoca social, Letta per chiarimenti). Se non ricordo male, però, proprio in questa sua natura, voi tutti, l’avete per anni sostenuto. E senza proferire critica alcuna, se non quale puro esercizio di stile, traducendola in voti. Per la circostanza, allora si spiegava a quelli che, nei fatti, si esprimevano, agivano e votavano contro quel fare, che voleva che, col suddetto, si vincesse. Di più, allora lo si sosteneva, come spiegava nel maggio del 2015 un Michele Serra che oggi si scopre «gonzo» per averlo fatto, e si rimaneva nel partito che guidava, dandogli così la forza necessaria a fare quello che voleva, «per fare numero, per cercare di vincere (ogni tanto) oppure di perdere un po’ meno (quasi sempre)», perché si preferiva rassegnarsi «in compagnia» che ribellarsi «da soli». Adesso, qui siamo: e se va bene ogni cambio di opinione, per quanto apparentemente tardivo, ciò che non è accettabile è la colpevolizzazione dell’uno nel tentativo di autoassoluzione dei molti.

Perché, insomma, io me le ricordo tutte le foto (letteralmente) e le immagini dei giorni della vittoria. Non contava su cosa e come: si era vincenti, perché seduti accanto al vincitore. Chi osava mettere in luce le ombre, veniva redarguito. Quanti, nel farsi governo in tutto il governabile di quello stesso modo che ora contestano coloro che lo supportavano, se ne allontanarono? Quanti lo fecero nel crescendo, all’apice di quei successi?

E quanti, invece, dopo, doviziosamente spiegandone, ora per allora, limiti ed errori?

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Ancora sul credito: è positivo o negativo concederne tanto?

Solamente ieri ho letto l’articolo di Tito Boeri in cui, su Repubblica di lunedì, stigmatizzava il fatto che le banche concedessero prestiti per lo più ai “garantiti”, escludendo, di fatto, i più giovani. Che è un problema, non voglio negarlo. Sempre su quel giornale, il giorno successivo all’articolo di Boeri, Rosaria Amato dava conto di come i mutui per gli under 35 si fossero dimezzati, nel paragone col 2006, e come fossero parimenti crollate le richieste stesse avanzate dai più giovani; quasi, era il pensiero, che essi si censurassero prim’ancora di recarsi allo sportello. Ma è davvero un male, che le banche non diano loro credito?

Mi spiego meglio. Che i giovani abbiano maggiori difficoltà di accesso a mutui e finanziamenti è un problema, certo, così come lo è il fatto che alcune regole non tengano conto di quanto, davvero e in prospettiva, il richiedente potenzialmente potrebbe sostenere, come spiegava bene Boeri. Ma non credo che la soluzione giusta sia allentare i cordoni delle banche nel concederglieli. In questo, sono d’accordo con il direttore dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, che, ancora su Repubblica di martedì, spiegava in un’intervista a Vittoria Puledda: «Certo che esiste un problema. Ma non è creato dalle banche, è del Paese: che non cresce, non crea lavoro, non dà occupazione ai giovani. La limitata erogazione di credito agli under 35 è una conseguenza. Bisogna rilanciare l’economia». Sintesi precisa. Credete che le banche non sarebbero contente di erogare più mutui ai giovani, magari con rate da un quarto, al massimo un terzo del loro reddito, così da fidelizzarli anche per il futuro? E al contrario di quanto accade, se queste concedessero mutui con importi da pagare mensilmente pari alla metà o più del reddito dei richiedenti, farebbero a questi ultimi un favore o un male?

A inizio settimana, ci siamo tutti impegnati (pure questo spazio) a esprimere valutazioni su quanto stava accadendo in Finlandia, dove, contemporaneamente a una maggiore diffusione degli strumenti di pagamento digitali, si sta diffondendo una crescita degli indebitamenti delle famiglie, sostenuta molto dalla facilità di accesso al credito e dai bassi tassi d’interesse. E non pochi sono stati quelli che, in un certo qual modo, hanno biasimato la leggerezza con cui si andava verso quelle forme di credito al consumo o dilazione del pagamento che poi, in fin dei conti, altro non facevano che impiccare i sottoscrittori a quote da rimborsare in scadenze difficilmente sostenibili.

E qui, torno all’articolo della Amato già ripreso più sopra. In quello, l’amministratore delegato di Ubi Banca è drastico, ma non nel torto: «Se mi arriva una coppia giovane con un reddito di 2.000 euro e un mutuo che sarebbe di 1.000 euro, come mangiano? […] La banca è buona o cattiva a dire di no? Non ti indebitare se non ce la fai, i “subprime” sono questo. Basta con la retorica stupida in questo Paese, è diseducativo». Giusto. Perché delle due, l’una. O le banche sono criminali nel concedere credito a tutti, attraverso il revolving, i subprime e altri sistemi, oppure sono impropriamente moraliste quando negano tali finanziamenti chiedendosi se il potenziale debitore sia, al momento delle future riscossioni, sufficientemente solvibile e capace di far fronte ai suoi impegni, e allora, vai con mutui e carte di credito a tutti, e pazienza se molti, con questi, ungono la corda a cui si appenderanno per il collo.    

Vi potreste chiedere, a questo punto, come la pensi io. Non sono un esperto di tali cose, però, per antica tradizione cafona, dubito sempre dei soldi che arrivano da altri a sostenere progetti non loro, come i contadini di Fontamara dinanzi alle apparentemente illimitate disponibilità dell’Impresario: «Non ci fu più un solo affare importante nel quale egli non la spuntasse. Da dove prendeva tutti quei soldi? Insospettiti, i vecchi proprietari arrivarono fino al punto di denunziarlo ai carabinieri come fabbricante di biglietti falsi. Ma i biglietti non risultarono falsi. Si scoprì piuttosto che dietro l’Impresario c’era una banca che gli forniva il denaro di cui aveva bisogno. Anche a Fontamara si riseppe quella scoperta e per un pezzo si parlò di quel fatto nuovo e bizzarro che nessuno, neppure il general Baldissera, riusciva a capire. Fu quello anzi il primo di una serie di fatti nuovi per noi incomprensibili. Un po’ per nostra esperienza e più per sentito dire, noi sapevamo che una banca può servire per conservare i soldi, oppure per spedirli dall’America in Italia, oppure per cambiarli nella moneta di un altro paese. Ma che c’entrava la banca con gli affari? Come poteva interessarsi una banca nell’allevamento dei porci, nella costruzione di case, nella conceria delle pelli, nella fabbrica di mattoni? Molti fatti strani seguirono a quell’inizio» (I. Simone, Fontamara, Mondadori, 2000, p. 40).

Diciamo così: temo i molti fatti strani che a un prestito potrebbero seguire.

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No, si sono indebitati da soli, spendendo somme che non potevano permettersi

«Finlandia, contante addio: ma con le carte di credito esplodono i debiti dei cittadini». Titola così la redazione economica del Corriere della Sera. La notizia è ghiotta, almeno dal punto di vista del sensazionalismo mediatico. In pratica, i finlandesi non usano più banconote e monete, a tutto vantaggio di forme di pagamento digitale, e cresce il loro indebitamento. Per molti, le due cose sono connesse. Eppure, mi permetto di eccepire.

Non credo, infatti, che i finlandesi oggi siano più indebitati perché, come scrive il Corriere nell’articolo che citavo, «l’uso crescente di carte di credito e di pagamenti attraverso app […] portano a un minore utilizzo del contante ma anche a un minore controllo delle proprie spese». Per quale motivo? Il finlandese medio, come l’italiano medio o il ghanese medio, sa bene che la carta di credito è collegata al suo conto, come lo è quella di debito, l’app o qualsiasi altra forma di pagamento “smart” . Se lassù, sulle rive del Baltico e dei mille laghi, si stanno indebitando non è perché i pagamenti siano più facili e veloci; è perché spendono soldi che non hanno, volendo cose che non possono permettersi.

«Ecco», sembrano dire i tanti corifei, nostrani e non, della sempiterna canzone del complotto, «per questo vogliono farci pagare con carta: per indebitarci». «Ma che diavolo dici?», risponderebbe il saggio, «la scelta è sempre nelle tue mani. Se spendi, è perché lo vuoi fare, non perché il contactless ti evita la fila alle casse». E sebbene io non sia un particolare sostenitore delle forme di pagamento digitali e sia anzi addirittura moderatamente convinto che l’ossessione per la limitazione all’uso del contante rappresenti un’inutile caccia alle streghe, darei ragione a quel saggio.

Se in Finlandia crescesse l’indebitamento delle famiglie per mettere insieme il pranzo con la cena, allora il discorso sarebbe diverso. Ma qui, per stessa ammissione di quelli che hanno condotto l’indagine, la Banca di Finlandia, e che ora pensano a corsi di educazione finanziaria, sono i consumi non necessari ad aver fatto lievitare quei debiti e soprattutto la facilità e l’appetibilità dei prestiti sul mercato.

Per dirla diversamente, si sono indebitati non perché hanno pagato col bancomat invece che usando le banconote la spesa al supermercato, ma perché l’Euribor basso li ha invogliati a fare un mutuo casa più grande, e forse gliene bastava uno più piccolo, o il credito al consumo ha dato loro le somme che servivano per cambiare l’auto, lo smartphone, o fare le vacanze che probabilmente non potevano permettersi.  

In altre parole, sono stati poco sobri nelle spese, non accorti nel valutare le loro disponibilità, hanno dimostrato – se mai volessimo applicare all’economia domestica le categorie che da quelle latitudini ci hanno per anni spiegato essere ineludibili nel parlare di Stati e finanze pubbliche – scarso rigore nella gestione dei bilanci personali e familiari.

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Ok, parole sbagliate; ma rimarrà il problema dei minatori disoccupati

Dico subito che accusare, come ha fatto Josep Borrell, i giovani dei Fridays for Future di soffrire di una sorta di «sindrome Greta», quasi a stigmatizzarne l’impegno volendoci vedere solo una forma imitativa e superficiale, è sbagliato. Il loro impegno, al contrario, è generoso e serio, per un problema che sarà sempre più centrale nelle vite di tutti noi, per prime le loro, data l’età e la semplice circostanza che l’avvenire li riguarda di più di quanto possa riguardare i vecchi.

Però, quando l’Alto rappresentante UE per gli affari esteri si interroga (e interroga loro) su quanto i giovani per il clima siano consci dei costi sociali delle loro richieste, tutti i torti non li ha. Dice infatti Borrell: «Va bene protestare contro il cambiamento climatico, fino a quando non ti viene chiesto di pagare per questo. Mi chiedo se i giovani manifestanti nelle strade di Berlino per chiedere misure contro il cambiamento climatico siano consapevoli dei costi di queste misure e se vogliano ridurre i loro standard di vita per compensare i minatori polacchi, perché se siamo seriamente contro il cambiamento climatico perderanno il posto di lavoro e li dovremo compensare». Per queste affermazioni, la Commissione si è dissociata e lui si è scusato. Ne prendo atto. Ma il problema dei minatori si presenterà; che faremo, allora?

E si presenterà il problema di altri lavoratori e cittadini, i quali non potranno più svolgere le attività che svolgono e che, di conseguenza, non potranno che vivere contando su sussidi o altre forme di aiuto, nell’attesa di una riconversione del sistema produttivo che non si sa bene come e quando avverrà. Può essere urticante il modo in cui Borrell ha esposto la questione, ma che essa ci sia e che con questa ci si debbano fare i conti è vero. Ed è probabile che, come diceva sempre l’Alto rappresentante, per rendere possibili quei sussidi, si sarà costretti a ridurre, per tutti, gli standard di vita: accesso ai consumi, servizi, possibilità.

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Anche la malattia prendete a pretesto per il vostro razzismo

«Abbiamo imparato poco di nuovo sulla malattia, ma molte cose vecchie su noi stessi». La frase è di un medico, Frederick Tilney, e la pronunciò commentando l’epidemia di poliomielite che colpì New York nel 1916. Ed è perfetta, calzante e assolutamente precisa ancora adesso, a oltre un secolo da allora: anche qui e ora, il contagio, l’epidemia, reale o potenziale che sia, è solo un pretesto per tirare fuori il solito, vecchio razzismo. Pure in questo, il ventennio e gli spiriti che l’animarono, come intuì Giustino Fortunato fin dal loro primo manifestarsi, altro non furono se non «rivelazione» d’un carattere nazionale perennemente presente.

Due ragazzi di ritorno dal lavoro aggrediti sotto casa, un gruppo di turisti ingiuriati durante una passeggiata, una cantante lirica insultata nella città dove vive da anni, e potremmo continuare con l’elenco. La loro “colpa”? Esser cinesi, nient’altro. E questo è razzismo. C’entra la paura del contagio, la psicosi per infodemia sul coronavirus? Dubito. In quegli stessi giorni, tv e giornali ci hanno parlato di casi di contagio avvenuti in Germania e Francia, e di un inglese che, da solo, ha infettato una decina di persone in giro per l’Europa; avete notizia di angherie ed esclusioni come quelle fatte subire agli orientali perpetuate nei confronti di tedeschi, francesi o britannici? E ancora, mentre si maltrattavano gli asiatici, un giovane è stato preso a pugni perché nero, e scritte antisemite sono comparse davanti alle scuole, o direttamente a casa di cittadini d’origine ebraica. Come lo chiamate tutto questo?  

No, non c’entra il coronavirus se per molti la malattia non è in Cina, ma nei cinesi. Come non c’entra l’immigrazione, se si odiano le persone di colore in quanto tali, o le manovre dei banchieri di Wall Street, se riesplode l’odio per gli ebrei. Tutti questi sono pretesti, e spesso addirittura inventati, per tirare fuori, in chi già ne ha abbastanza, il peggio di sé.  

Tutto è perduto? No, nemmeno stavolta: sarà un lavoro lungo da fare, e sarà difficile, dopo anni di demolizione di ogni argine alla barbarie eretto per costituire la necessaria diga sotto cui far crescere il viver civile. E non si dovrà lasciar tacere e nascosto il buon senso per paura del senso comune, come ai tempi della peste ricordata dal Manzoni. Un esempio che mi piace citare di questa giusta attenzione alle cose e alle parole l’ha offerto, pochi giorni fa, La Stampa, nell’edizione torinese di martedì 11 febbraio.

Ritornando su un proprio articolo scritto a seguito di uno dei troppi casi di antisemitismo che nell’ultimo periodo hanno interessato la città, la redazione locale ha voluto scusarsi per le parole usate. Si legge nell’editoriale intitolato, appunto, L’ora delle scuse: «Sull’edizione di ieri della “Stampa”, a pagina 12, raccontando la terribile vicenda della scritta della vergogna lasciata sulla porta di Marcello Segre abbiamo commesso un errore grave, reso ancora più grave dalla storia del nostro giornale e dal grande impegno mostrato contro ogni forma di discriminazione e di odio razziale. Nell’articolo abbiamo usato l’espressione “Suo padre era di origini ebraiche, sua madre italiana” una frase che non solo non dovrebbe finire sui giornali ma che non dovrebbe mai essere scritta e neppure pensata. Sarebbe stato più corretto dire “suo padre era ebreo e sua madre no”, o forse, ancora meglio, “suo padre era ebreo”. Sono errori di fronte ai quali l’unica strada possibile è chiedere scusa a tutti i lettori e in particolare alla comunità ebraica. Le parole contano e pronunciarle con leggerezza a volte crea alibi a chi distorce il senso e la storia e arriva, non certo per gioco, a lasciare scritte come quella che Marcello Segre ha scoperto domenica mattina sulla sua porta. Il compito di un giornale è usare parole precise e di verità. Questa volta non lo abbiamo fatto e chiediamo scusa».

Un lavoro lungo, che parte proprio dalle parole che usiamo e che sentiamo usare.

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Il rischio d’esser fraintesi

Salvini andrà a processo per l’ipotesi di reato di sequestro di persona relativamente al caso della nave Gregoretti, imbarcazione della Guardia Costiera italiana a cui fu impedito di attraccare in porto con i suoi 131 passeggeri a bordo salvati da un naufragio. La giustizia, come si dice in questi casi, faccia il suo corso e si lascino i giudici giudicare. Su questo spazio non si parla frequentemente di questioni legali o giudiziarie e non lo farò nemmeno stavolta. Si parla spesso, qui e invece, di politica, ed è di quella che anche adesso voglio parlare. Persino a rischio d’esser frainteso.

Perché, chiariamoci, a me, che Salvini vada sotto processo o meno, interessa poco. Mi preoccupa che sia stato ministro e che possa ritornare a esserlo, questo sì, e che abbia perpetuato, e possa ancora farlo in futuro, atti umanamente e moralmente inaccettabili, come lasciare in balìa delle onde bambini, donne e uomini disperati, solo per uno squallido calcolo elettoralistico, e che i provvedimenti crudeli che ha proposto e fatto votare al parlamento siano ancora tutti lì. Sui fatti, se i magistrati hanno chiesto l’autorizzazione per procedere nei suoi confronti avranno avuto le loro buone ragioni: opportuno, quindi, che sia stata concessa. Quello che non capisco, e temo non solo io, è perché adesso sarebbe diverso da prima. Perché, cioè, la medesima aula che negò il processo per Salvini in relazione ai fatti della nave Diciotti un anno fa, lo abbia concesso ora, e viceversa. Non era forse pure questo un presunto reato della stessa natura di quello contestato in relazione alla Gregoretti? Nemmeno nella natura di navigli di Stato le due imbarcazioni differiscono, perché due diverse risposte? Cos’è cambiato? Il rischio, a proposito di fraintendimenti, è che si legga nel mutato orientamento di giudizio dei senatori semplicemente la conseguenza della mutata situazione del senatore in questione, prima parte della maggioranza e ora no. Di più: considerato che a esser diverso, in fondo, è stato il voto di un solo partito, per giunta quello di maggioranza relativa, lo scenario potrebbe risultare ancora più antipatico.

No, non sto dicendo che Salvini andava tutelato dall’azione della magistratura; come ho scritto, ’sti cazzi (scusate la ricercatezza) delle sue sorti. Sto dicendo, però, che non può funzionare il sistema per cui, per un’identica ipotesi di reato (una stessa persona, in questo caso, o persone diverse, non cambia la sostanza del ragionamento) si possa essere assolti o condannati solo perché una volta parte della maggioranza e l’altra dell’opposizione.

Perché, per quanto cerchi di capire fino in fondo le differenze fra un caso e l’altro che abbiano potuto spingere i senatori grillini a votare ora in un modo, allora all’opposto (gli altri parlamentari, grosso modo, han votato similmente in entrambi), l’unico che tutte le volte mi torna in mente è che prima lui era loro amico, adesso non più.

E non è un bello scenario, quello che se ne deduce.  

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