Dove l’erba trema

«Sei ideologico in tutto: pure in un’opera che racconta l’epopea di una terra e del suo legame tra questa e le sue genti, riesci a trovare passi per giustificare la tua visione “ottimista” dei fenomeni migratori». È un commento in privato arrivatomi da un amico, a proposito del mio post dello scorso 7 giugno su Filopolitica.

Nel ringraziarlo, devo però correggerlo. In due punti. Il primo è che le testimonianze raccolte da Nuto Revelli sono piene di racconti di emigrazione, e, in molti di questi, i protagonisti danno di quella loro esperienza una valutazione positiva, sotto il profilo pratico; in sostanza, si andava via perché a casa la vita era agra, e ci si trovava non di rado a guadagnare di più e quanto bastava per vivere dignitosamente. Il secondo è che, appunto, riguardo alle storie di emigrazione che racconto e ai loro risvolti, il mio approccio è sostanzialmente pratico, tutt’altro che ideologico. Senza l’approdo nell’Upper Bay del mio bisnonno e di tanti come lui, il paese in cui sono nato e le famiglie che lo formavano e lo costituiscono sarebbero stati decisamente più poveri. Senza le fabbriche e il lavoro in Svizzera e Germania nel secondo dopoguerra, pure. Senza la possibilità di andarmene io stesso a cercare un impiego altrove, anche.

Di più: è talmente tanto pragmatico, in quel senso, il mio punto di vista, che spesso valuto intere stagioni politiche e storiche da come, e quanto, quel fenomeno lo hanno reso possibile e agevolato, sapendo che, al contrario, limitarlo è servito quasi esclusivamente a consentire ai padroni in patria di ricattare di più e meglio quanti, per quelle misure, perdevano la possibilità di andarsene. Con altre parole dalla testimonianza di Michele Giuseppe Luchese che riprendevo nel post citato: «Giolitti era un grande uomo, rispettato all’interno e all’esterno, con un passaporto da quattro soldi la gente andava tutto dove voleva» (Nuto Revelli, Il Mondo dei vinti, Einaudi, 1977, vol. I, pag. 73). Come per Luchese, anche per me la grandezza d’un politico la si misura pure nella possibilità data ai suoi concittadini di poter andare “a cercar fortuna” dovunque vogliano.

Già sento, perché l’ho già altre volte sentita, la reprimenda sui patri doveri, magari sollecitata dagli animi eccitati dalle vittorie di giovanotti con la maglietta azzurra: «ma così dicendo, dove lo mettiamo l’amore per la propria terra?». Giusto. Solo che, negli anni che ho vissuto, ho imparato che la terra è di chi la possiede. Gli stessi pronti a dirla pomposamente «nostra», qualora si tratti di difenderla, in armi o meno, da altri padroni, ma sempre lesti a ribadirla loro, se mai qualcuno parli di dividerla o di goderne tutti insieme.

Non è qui il luogo per approfondirlo, ma credo che ci sia un filo conduttore comune tra lavori apparentemente distanti, come quello di Revelli e Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, non foss’altro per quello che muove l’idea del primo dei due, temporalmente parlando. Presentando il piano dell’opera all’editore Laterza (per il quale uscì nel ’54), in un breve scritto introduttivo dal titolo Per un libro su “I contadini e la loro cultura” (ripreso da Manlio Rossi Doria nella pagina 8 della sua prefazione all’edizione citata), Scotellaro scrive: «la cultura italiana sconosce la storia autonoma dei contadini, il loro più intimo comportamento culturale e religioso, colto nel suo formarsi o modificarsi presso il singolo protagonista. Chi volesse, pertanto, assumere il singolo contadino come protagonista della sua storia, dovrebbe impostare la ricerca secondo la via più diretta dell’intervista e del racconto autobiografico». E allora, sperando che non facciate a me il torto di ricordarmi quanto sia dolorosamente contraddittoria quella liberazione dalla schiavitù per la paura di non potersi fare ancora «un bicchiere contento», e che è paura di non aver compagni al desco, non di allestire questo in altri luoghi, vi lascio con i versi del poeta e politico lucano (Rocco Scotellaro, La mia bella patria [1949], da È fatto giornoParte seconda 1949-1952La casa, ora in R. Scotellaro, Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004, p. 114):

«Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
Il mio seme lontano».

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E poi, andò a finire come tutti sappiamo

«La dichiarazione di guerra è già stata consegnata… [boati e applausi dalla folla] …agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia [esplosioni di giubilo]. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente… [grida festanti anche in altre città collegate via radio, persino in quelle che poi si scopriranno pienamente resistenti e antifasciste] …, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano [cori e inneggiamenti all’oratore]».

Ieri era il 10 giugno. Nello stesso giorno del 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, a Roma, Mussolini seduceva il popolo italiano con l’annuncio dell’entrata in guerra al fianco della Germania. Seduceva? Non credo sia proprio il termine giusto, almeno a giudicare dai boati e dagli applausi della folla. Diciamo meglio che, in un certo qual senso, assecondava le tendenze di larghi strati del Paese, credo persino maggioritari. Dalla fine dell’estate precedente, la Germania sembrava vincere tutto: aveva già guadagnato molto a oriente e la campagna di Francia, iniziata dall’esercito tedesco un mese prima, era sul punto di portare i nazisti trionfalmente a Parigi (cosa che poi avvenne qualche giorno dopo, il 14 giugno). «Saltiamo sul carro armato di Hitler», avranno pensato i nostri connazionali d’allora, in quell’assolata giornata di tarda primavera. Se un solo uomo, in quelle piazze, avesse gridato il suo pacifismo o non interventismo, probabilmente sarebbe stato linciato quale traditore della patria; appena qualche anno dopo, a trovarne uno di quelli che applaudivano, dall’Alpi a Sicilia, sarebbe stata impresa ardua.

Perché è così che vanno le cose, e non solamente in questa parte di mondo e in quella stagione passata. Se qualcosa o qualcuno sembra vincente, i molti son tutti con lui o per quello. Lo spronano, lo sostengono, rendono a lui possibili le peggiori nefandezze, perpetuate sulla via che conduce all’immaginata vittoria. Poi le cose, magari, come allora e come domani, vanno male, vanno a finire come tutti sappiamo che andarono. E allora, solo lui era il colpevole, solo quel sistema il responsabile. Gli altri, assolvendosi tutti.

Persino, o meglio, per primi quelli che di più e con più forza avevano applaudito.

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Ma perché, volevate pagarli di meno?

Posso dirlo: che noia, questa storia del reddito di cittadinanza. No, non lo strumento di sostegno al reddito per chi non ne percepisce altri; l’idea, e la retorica, per cui questo disincentiverebbe «i giovani» dalla ricerca di un lavoro vero e proprio. Un’idea, e una retorica, che, se volessi definire con le categorie che un tempo segnavano e davano senso e misura al linguaggio politico, chiamerei apertamente reazionarie. Se avete la bontà di seguirmi, proverò a spiegare meglio.

Che i giovani siano «bamboccioni», «mammoni» o troppo «choosy» per darsi alla fatica, l’abbiamo sentito molte volte, e non solo da destra. Che lo strumento di reddito garantito per chi non ne dispone sia il nemico del lavoro, però, è una novità. O meglio, è una novità solo perché prima, uno strumento del genere, non c’era o almeno non in queste dimensioni. Ma la sostanza, se vogliamo andare un po’ più in profondità, non è affatto nuova. Già gli agrari latifondisti si lamentavano dell’emigrazione transoceanica delle masse bracciantili meridionali, ad esempio, e trovavano un gancio nella retorica patria del regime fascista per chiedere una stretta sui flussi in uscita. Perché? Beh, semplice: perché se il mio bisnonno poteva andare a far il manovale a New York per qualche anno e mettere da parte un po’ di soldi necessari a comprarsi una casa e un pezzo di terra, è chiaro che era meno ricattabile dal barone, tantomeno dal suo caporale. E quindi, mi chiedo: visto che il reddito di cittadinanza non arriva a 800 euro al mese, per il ragazzo single di cui si stigmatizzano le scelte, i titolari dei locali, nemmeno di quelli di grido, per i quali, lo sappiamo, si lavora tanto e per tante ore a settimana, davvero non riescono a essere attrattivi, sotto quel punto di vista? In sostanza, davvero vogliono pagar loro un salario inferiore a quella somma, o comunque non competitivo rispetto a essa e alle condizioni offerte?

Infine, anche il fatto che non si trovino camerieri non mi convince del tutto, considerato, appunto, che agli stessi si vuole offrire meno di quella cifra di cui si diceva, dato l’effetto, per così dire, “deterrente” del reddito di cittadinanza denunciato dagli operatori del settore. Le logiche del mercato e del capitalismo che gli stessi cantano imporrebbero che, dinanzi a una carenza nell’offerta, la domanda alzasse il prezzo. Però non credo avvenga se, a rischio di ripetermi, quei 700 e rotti euro disincentivano al punto che a decine di migliaia (ché se «non si trovano camerieri e cuochi» è titolo da prima pagina sui giornali importanti, la scala deve evidentemente essere di questa grandezza) rinunciano a cercare e accettare un “lavoro vero”.

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Un po’ di politica, per favore

Scrive a conclusione del suo commento sulla Stampa del primo giugno scorso Massimo Cacciari, dopo aver ragionato intorno al tema dell’azione dei tecnici al governo e dei limiti di una politica che a questa necessità ha portato: «Laddove i fini tacciono è cosa buona e giusta che parli il Tecnico. Il problema sta nel fatto che non si tratta per nulla di una provvida divisione del lavoro; lo sarebbe se il Politico fosse in grado di discutere anche tecnicamente su come realizzare, attraverso quale percorso, con quali mezzi, i propri fini. Il silenzio del Politico non fa grande il Tecnico, semplicemente lo rende in determinate situazioni il solo attore in scena. Ma un attore, alla fine, impotente. È illusione che esso possa sostituire l’agire politico, la sua potenza non rappresenta che la decadenza di quest’ultimo. Altrove, nei Paesi che decideranno il destino del nostro mondo, si è formata una simbiosi tra potenze politiche, tecniche, economiche, in forme del tutto estranee alla nostra idea di democrazia. E tuttavia è la strada obbligata. Il grande tema delle forze politiche e sindacali europee dovrebbe diventare proprio questo, su questo si gioca la loro stessa sopravvivenza: saper indicare un nuovo orizzonte di valori sui quali sia possibile costruire se non un’alleanza, almeno una efficacia dialettica con le grandi potenze tecniche, economiche, finanziarie della nostra epoca. Sarebbe bello vi fossero ancora congressi di partito dove discuterne».

Sembra di sentirlo, il professore, borbottare: «un po’ di politica, per favore». Certo, scherzo. Però, immagino che la sintesi in battuta che ho provato non sia tanto lontana da quella a cui Cacciari pensa e da ciò vuol dire attraverso quel suo contributo. In fondo, il governo dei tecnici è l’epifania di una debolezza totalmente politica. No, non quella dei numeri parlamentari, che attiene alla politica politicante; quella della politica effettiva, che muove dalle idee e persegue una visione, quei fini di cui diceva il filosofo nel suo commento. La stessa debolezza che permette a uno stesso presidente del consiglio di farlo consecutivamente con due maggioranze diverse e, a parole, opposte, e a queste di ricombinarsi in un’alleanza unica con un altro presidente. Il tutto, nel giro di un annetto o poco più. Per fare cosa? Non lo sanno, politicamente. Allora, arriva o torna il Tecnico. E non a fare il lavoro del Politico, come spiega anche Cacciari, ma per fare il proprio mestiere: dosare, secondo la ragione che la tecnica consente, le risorse che ci sono nelle regole date per ottenere il miglior risultato possibile, a saldi invariati. In fondo, non è quello che tutti chiediamo?

E qui sta la parte condivisa del problema. Io non sono fra gli integrati entusiasti a prescindere della presunta competenza al governo, né m’iscrivo tra gli apocalittici della fine delle libertà democratiche per il fatto che un governo appoggiato dal parlamento sia stato sostituito da un altro egualmente, persino numericamente di più, sostenuto. Da tempo, però, non chiediamo altro alla politica che di farsi amministratrice della cosa pubblica, in un verso, e rappresentare delle nostre istanze, addirittura sentimenti, dall’altro. Abbiamo smesso di cercare in questa un’ideologia di riferimento, capace di indicare gli obiettivi e, appunto, i fini verso cui tendere nell’azione collettiva. E quindi, ci basta l’amministratore, che, se va bene, fa quadrare i conti, e il rappresentante che canta la nostra stessa melodia, o urla il nostro, spesso solo avvertito, medesimo disagio.

Il resto, non interessa a nessuno.

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Nell’immagine di quel bimbo in braccio, tutta la menzogna del nostro «merito»

La foto del neonato in braccio all’uomo della Guardia Civíl, da questi appena strappato al mare e tenuto per non perdersi un salvagente per lui evidentemente troppo grande, ha colpito tanti. Ed è purtroppo già passata, insieme all’emozione, nel nostro dimenticatoio, come altre, troppe altre, prima. Perché questo ormai siamo: indignazione in un tweet, e null’altro. Anzi, chiacchiere e indignazione. E foto come quella, infine, le mettiamo via anche perché le nostre chiacchiere vane svelano.

Ceuta è Spagna. In terra d’Africa. A un muro di distanza dal Marocco. Quel bambino è nato al di là di quel muro. Meglio: dalla parte sbagliata di quel muro. In quei pochi chilometri, metri, sta il senso di un’altra chiacchiera di cui ci piace, appunto, chiacchierare, e che sulla tutina bagnata del neonato in acqua s’infrange irrimediabilmente: la mitologia del «merito». Per parafrasare le parole di quella lettera da Barbiana, noi diciamo che il successo arride a chi lo merita. Allora, diciamo che il successo, di per sé stesso, rifugge le case dei poveri e i loro paesi. Ma non credo che il successo faccia di questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siamo noi. Noi, che ci siamo inventati persino un metro per misurare nelle sfortune degli altri quel tanto di presunta giustizia che serve a tacitare le nostre coscienze.

Quel bambino è ramingo prim’ancora di nascere, e come lui milioni di altri: ditemi il suo e i loro demeriti, se volete convincermi del merito di qualcun altro. Non m’interessa conoscere quanti e quali titoli possa qualcuno esporre sul proprio muro; se per i dannati della terra prima che la stessa possano calpestare non mi mostrate la ragione di una sicura sconfitta, è inutile che mi elenchiate quelle di chi centra tutte le vittorie che si pone quali obiettivo.

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Quello che osano le rondini

«Chi non andava in Francia non era mica gente, oh per carità, chi non andava in Francia non era pregiato. ‘Ndasìu ram e reis [Ci andavano rami e ramaglie, NdA], uomini e donne e bambini». Parola di Michele Giuseppe Luchese, nato a Roccasparvera, Cuneo, nel 1885, raccontate, ormai vecchio, nel 1970, a Nuto Revelli per il suo Mondo dei vinti (Einaudi, 1977, vol. I, pag. 72). Racconta di una miseria antica, in cui si andava oltre confine a piedi, a cercar lavoro, da quelle province che poi hanno conosciuto il benessere, e forse han dimenticato quello che furono i loro avi, non riconoscendone le sorti negli occhi di chi oggi patisce delle stesse sconfitte.

Sabato, risalendo in bici la valle Grana, non lontano dai luoghi del racconto di Luchese a Revelli, sono stato molto fortunato, scorgendo un’aquila volteggiare dalle creste sopra Castelmagno fino al limitare del bosco. Nobile, altera, con possenti ali e dal volo sicuro, l’aquila reale è un dono straordinario per gli occhi. Decisamente più modesti, nel pomeriggio, il cinguettio e il volo compulso delle rondini m’han tenuto compagnia, mentre leggevo in balcone. Imparagonabili, l’una alle altre. Eppure, con le sue grandi ali, l’aquila non azzarda voli più in là di qualche chilometro dal suo nido; le piccole propaggini piumate che a freccia si staccano dall’esile corpo della rondine, invece, due volte ogni anno, la portano oltre il Mediterraneo e il Sahara, per viaggi anche di dieci, undicimila chilometri. In fondo, la fortuna del corpo e del posto che l’aquila ha, la rondine deve guadagnarsela migrando, da un capo all’altro del mondo. In alto fra le cime, s’arrischia il rapace; la piccola passeriforme, che Linneo volle «rustica» nella sua classificazione, osa quello che, se ne avesse contezza, farebbe probabilmente tremar le vene degli artigli alla maestosa regale.   

Cosa voglio raccontare, con questa storia? È facile immaginarlo, ovviamente. Come il rapace, quale merito abbiamo noi, per le fortune di cui ci troviamo a poter godere, nel giro del nostro piccolo volteggio? E quali colpe deve scontare chi, come il piccolo migratore alato, per trovar di che sopravvivere, deve sobbarcarsi infiniti e ripetuti viaggi, rischiando tutto quel ha da rischiare, incontrando persino il nostro sospetto, quando non proprio disprezzo, le volte che riesce a non soccombere?

Soprattutto, cos’hanno insegnato a noi, le storie dei tempi di Luchese?

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E pagarli meglio?

La solfa, perché di questo si tratta, la conosciamo bene: «non hanno voglia di lavorare». Quante volte l’avete sentita? Tantissime, lo so. Solitamente, va in accoppiata con un’altra, tipo: «ai miei tempi…». Che spesso sono anche i miei, essendo ormai io un signore di mezz’età, e già quand’ero giovane, la sentivo ripetere, e prim’ancora, m’assicurano, era uguale. Così come quella dell’imprenditore, o sedicente tale: «io sì che ho fatto sacrifici, per arrivare dove sono». Ok, sentita pure questa.

Il fatto, ci racconta Rosaria Amato su Repubblica, questa volta riguarda camerieri, cuochi e barman; pure lì, le ragioni che vedono per la carenza di personale i soliti “solfisti” sono quelle usuali, con l’aggiunta del reddito di cittadinanza che complica la loro logica, rendendola contraddittoria. Infatti, se «preferiscono andare all’estero» è causa di diniego delle offerte lavorative nostrane, chiaramente cozza in ciò il presunto “bighellonaggio” indotto dalla misura di sostegno; se non hanno voglia a Treviso o a Caserta, perché dovrebbe venirgliene a Ibiza o Berlino, mi chiedo. Eppure, lontano dalla competenza dei tycoon nostrani emuli di Briatore, con decisa modestia la penso un po’ come Gianluigi Alessio, direttore amministrativo dell’Istituto Alberghiero Amerigo Vespucci di Roma, delle cui parole dà conto l’articolo a cui accennavo: «Se le aziende ci chiedono ragazzi formati noi li segnaliamo, però se io ti mando un professionista e fai un contratto da 300 euro al mese non viene più, ecco perché se ne vanno all’estero». Per dire, per esempio.

Ed è storia vecchia, e per chi viene da dove vengo io, anche da sempre nota. Ricordo, anni fa, davanti al bar del paese in cui son nato, un ricco possidente terriero (no, non è definizione desueta; lui lo era davvero, nella posizione e nelle pose), lamentarsi di come non si trovassero lavoratori (non dico dicesse «braccianti», ma non è lontano, invero, da quanto credo pensasse), se non dovendo ricorrere a migranti, perché, la tesi così finiva, i locali preferivano andar a far gli operai in Veneto o in Germania. Gli astanti, benestanti e annuenti, condivano di aneddoti il suo racconto. Conoscendone uno, di quegli aneddoti, curiosamente legato all’azienda del primo, chiesi se, con nomi e cognomi, fosse giusto, a parer suo, pagare netti 20 € al giorno, poco più di 500 al mese.

Gli astanti annuirono un po’ meno, commisurando quel salario ai loro redditi. Lui farfugliò qualcosa in merito a contratti di settore, spese, tasse, e continuate voi l’elenco, che se pur non c’eravate, l’avrete di certo capito e sentito. Quelli che erano con me, o eran già partiti, per quell’estero o nord di cui si diceva, o l’avrebbero fatto di lì a poco.

Con sparse amarezze e ben pochi rimpianti.

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Sarò urticante

Sarò urticante, e me ne scuso con i miei ventiquattro lettori, ma oggi, giorno successivo al settantacinquesimo compleanno della Repubblica di questo Paese, non posso fare altrimenti. Non posso, e non riesco, perché mi sono capitati sotto gli occhi i sondaggi politici degli ultimi giorni, perché ho nella mente i risultati delle ultime politiche, perché penso a quello che, da quando ho l’età per ricordare, ho visto accadere. Andiamo con ordine.

I sondaggi ci dicono che Salvini e Meloni, in due, fanno mezz’Italia o poco meno. E ora possiamo dire che la colpa è di questi o di quegli altri, ma se uno vuole votare per loro, è perché per quello che dicono di voler fare ha preferenza. La metà degli italiani, o quasi, ha in mente un’Italia come quella che vogliono loro due. E non è che possiamo dire che sia colpa di Letta, Draghi o Renzi: vogliono quel Paese (quello strapaese, direi se ci fosse gusto per la citazione), perché proprio quello vogliono. Quello che urla di blocchi navali contro i disperati della terra, quello che mangia panini farciti per urlare il suo disprezzo verso chi ha fame, quello che dà un bersaglio al livore degli arrabbiati (i migranti, l’Ue, la “casta”, le élites, i partiti – e qui rimando ai risultati delle ultime politiche a cui facevo riferimento –, i sindacati, eccetera, eccetera, eccetera); tutto, pur di non affrontare e portare avanti un discorso sulle cause. E va bene, questo modo di fare, a quelli che strumentalmente lo utilizzano, traendone consensi e rendite di posizione. Ma va bene, o piace, anche a quelli che lo seguono e se ne lasciano sedurre; almeno fino al giorno in cui impatta con la realtà.

E lì, l’ultimo aspetto delle cose che, dicevo, ho visto altre volte accadere e ho letto accadute. In quel dì, le masse urlanti contro i diversi per pelle o tratti somatici, si diranno mai razzisti e vittime del raggiro dei capi, il popolo livoroso contro le «demoplutocrazie» correranno a festeggiare i liberatori proprio da quelle lande giunti, o i sostenitori fino all’imbarazzo del sistema che ha loro trovato il posto o l’appalto, lanciare le monetine che più non servono ai loro vizi per quelle vie già saziati.

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Il costo del nostro mondo nuovo

Nel lungo reportage di Nicolas Niarchos per l’ultimo numero del New Yorker (31 maggio 2021) sui lavoratori delle miniere di cobalto congolesi, gli spaccati duri, e a tratti decisamente violenti, che da quelle vicende emergono, sono un pugno nello stomaco, per noi che dei prodotti realizzati con il minerale argenteo dai bei riflessi azzurri godiamo, dai cellulari alle so trendy auto elettriche, che tanto ci fanno sentire in pace e in equilibrio con la natura e il mondo.

Se possibile, fra i tanti fendenti che quelle righe sferrano, quello nelle parole di Odilon Kajumba, uno dei lavoratori intervistati (minatore nell’area di Kolwezi, uno dei più importanti centri per il rame e il cobalto, nel sud della Repubblica Democratica del Congo, non lontano dal confine con lo Zambia), mi ha colpito più di molte altre importanti cose contenute nel lungo articolo. Parlando dei rischi e della pericolosità del suo mestiere, Kajumba ha detto a Niarchos: «To be scared, you must first have means». Per avere paura, devi prima avere i mezzi. Persino la paura diventa lusso, che lui e i suoi compagni non possono permettersi.

E siccome il servizio di Niarchos assesta decisi e convinti uppercut, è giusto che ce li prendiamo tutti. Riporto qui alcuni brani, che credo emblematici di tante cose dei nostri tempi (e credetemi voi se vi dico che non sono i pezzi più duri e dolorosi che ho letto in quelle pagine): «In Kolwezi, children as young as three learn to pick out the purest ore from rock slabs. Soon enough, they are lugging ore for adult creuseurs [“artisanal diggers” – “scavatori artigianali” –, nda]. Teen-age boys often work perilous shifts navigating rickety shafts. Near large mines, the prostitution of women and young girls is pervasive. Other women wash raw mining material, which is often full of toxic metals and, in some cases, mildly radioactive. If a pregnant woman works with such heavy metals as cobalt, it can increase her chances of having a stillbirth or a child with birth defects. According to a recent study in The Lancet, women in southern Congo “had metal concentrations that are among the highest ever reported for pregnant women.” The study also found a strong link between fathers who worked with mining chemicals and fetal abnormalities in their children, noting that “paternal occupational mining exposure was the factor most strongly associated with birth defects.” […] Children who work in the mines are often drugged, in order to suppress hunger. Sister Catherine Mutindi, the founder of Good Shepherd Kolwezi, a Catholic charity that tries to stop child labor, said, “If the kids don’t make enough money, they have no food for the whole day. Some children we interviewed did not remember the last time they had a meal.” Researchers estimate that thousands of children work in mining in Kolwezi alone […] The lives of most creuseurs are short and marked by suffering. Many have physical and psychological injuries from mine collapses and other accidents, and from violent confrontations with the police and the Army. Ziki, the former child creuseur, recalled an incident that took place when he was about twelve: “One Friday, we were sitting down, and soldiers came into the mine—they caught us. They threw us to the ground. They sprayed us with water and then began to whip us. We began to cry and ask for mercy. And we swore to them that we would never come again to this place.” […] I asked Ziki what he thought of people who profited from cobalt mining. “I have sadness in my heart when I think of people who buy the minerals,” he said. “They make so much money, and we have to stay like this.” When I told him that Americans paid more than a thousand dollars for the latest iPhone, he replied, “It really hurts me to hear that.”».

Quanto costa, questo nostro mondo nuovo?

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La tragedia del disinteresse per l’altro

«Strage dell’avidità», hanno titolato un po’ tutti i giornali, dopo il drammatico e doloroso incidente della funivia Stresa-Mottarone, in cui hanno perso la vita 14 persone. Non starò qui a ricordare i fatti, che fan già male per quanto sono stati commentati in questi giorni. E non dirò nemmeno che non è come scrivono i giornali, che cioè quella disgrazia sia stata il frutto dell’interesse e del profitto, al di là delle precauzioni e delle regole; in parte, è così. Ma solo in parte, perché, più in generale, credo che sia anche altro.

Quella tragedia (e lo è proprio nel senso classico) muove da un fenomeno radicato nell’animo delle nostre società e, temo, diffuso in quello di tutti noi che le componiamo: il disinteresse per l’altro. Nella sua radice profonda, la strage di quella funivia alpina non differisce da quelle delle imbarcazioni del Mediterraneo. In un caso e nell’altro, si raccolgono i frutti dell’egoismo, di esistenze limitate al proprio particolare e, appunto, del disinteresse per le sorti altrui. E siccome la tragedia è sempre un fenomeno complesso e segue solitamente svolgimenti complicati, l’immensità del dolore che si prova guardando a entrambe dimostra come, a quel demone, nessuno di noi può fuggire e tutti possiamo essere sacrificati.

Triste, infine, è la durata della compassione pubblica, che già sappiamo tutti limitata al tempo necessario a far arrivare su quelle stesse prime pagine dei giornali – o sulle nostre bacheche social – altre notizie ed eventi idonei a sollecitare la nostra indignazione e commozione, senza lasciarci però in dono la capacità di andare oltre quello che nel momento siamo portati, indotti a provare, senza che da questi sentimenti maturi una vera coscienza collettiva, e individuale, sulle reali cause dei problemi per cui piangiamo.

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