«Hassi a rifar, ma il tempo manca». Ovvero, del dominio della cattiva consigliera

Lo scorso 18 settembre, alla vigilia della sua visita ufficiale in Italia, intervistato da Paolo Valentino per Il Corriere della Sera e interrogato su quale fosse il compito che avesse difronte la classe politica democratica per rispondere alle sfide lanciate dai sovranisti e dalle ideologie della semplificazione per slogan, il presidente della Repubblica federale tedesca spiegava: «Avremo bisogno di molto tempo, energia e anche impegno personale per riguadagnare la credibilità della politica laddove è andata persa tra gli elettori. Si cominci con la politica che si occupa dei problemi reali della gente e offre soluzioni dove sono urgentemente attese. E a mio avviso si continui con la presenza dei rappresentanti politici dove non si fanno vedere da molto tempo. Questo significa andare via dalla capitale e recarsi invece nelle regioni. Dobbiamo convincere di nuovo la gente che l’affermazione della democrazia vuol dire anche vivere nella diversità. Questa è la particolarità delle società aperte: che le persone s’incontrano con le loro differenze, con le loro peculiarità e anche con le loro ostinatezze. Tutti hanno il diritto di essere ascoltati, ma non tutti possono aspettarsi che le loro posizioni alla fine si riflettano in decisioni politiche. Dobbiamo promuovere la consapevolezza che la qualità della democrazia sta proprio nell’organizzare l’equilibrio fra i diversi interessi all’interno della società, che la democrazia non può sopravvivere senza compromessi».

Questa lunga citazione delle parole di Frank-Walter Steinmeier muove sostanzialmente dall’attacco con il quale egli inizia la sua risposta, quel «avremo bisogno di molto tempo». Nella corrente che spinge alla semplificazione e alla velocità, egli si pone in direzione contraria (e ostinata, potremmo aggiungere in stile deandreiano), e spiega come, proprio oggi che tutto va via velocemente, è necessario fermarsi e impegnarsi con la lima sulle cose che sono da correggere, smussare, definire. La lima, sì. Non il lanciafiamme o la ruspa, le macchine e gli arnesi del far presto, ma l’attrezzo del lavoro di fino, che richiede attenzione e pazienza, oltre che energia e impegno. Quella che s’era rotta nell’officina delle muse già al tempo in cui in quella si pose il Leopardi. E che oggi, al bancone della politica, al solo nominarla genera occhi straniati e interrogativi, ignari – inconsci? – della sua funzione e del suo valore.

Il capo di Stato tedesco sembra poi pensare a casa sua e alla storia recente della Germania, quando dice che la democrazia è vivere nella diversità. Nell’omologazione possono star bene i totalitarismi, e se proprio all’Est la varietà sociale e di costumi, colori e composizione della popolazione fa più paura, permettendo agli estremismi di destra di cavalcarla, è proprio perché lì, per più tempo e fino all’altro ieri, s’è perpetuato, sotto la cenere d’un predicato internazionalismo esteriore, il mito di una Volksgemeinschaft rigidamente strutturata e imperniata sul dato etnico omogeneo. Per dirla in prosa, proprio fra la popolazione di quello che è stato il più tedesco degli stati germanici, la Ddr appunto, fanno maggiore presa i discorsi contro la diversità e per una presunta omogeneità – purezza? – della società. E non è un caso.

Anche qui, con le parole di Steinmeier, a mancare è stato il tempo dello studio, della riflessione e del lavoro che andava fatto. Caduto il muro, si son pensati tutti e subito occidentali per cultura, tradizioni e princìpi pure i cittadini al di là dell’Elba, e s’è buttato al macero, velocemente e totalmente, tutto quello che era stato fino a quel momento il loro quotidiano. Così non era, così non poteva funzionare. E così non ha funzionato.

Ora serve tempo, dopo averne perso tanto proprio nell’illusione di poter andare spediti.

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Ancora sul Global Strike for Future (e poi basta)

«Ma perché attaccate Greta Thunberg? Non è forse vero che il cambiamento climatico mette a rischio il pianeta intero? Solo perché è nata nella parte ricca del mondo non deve parlare dei danni che questa ha fatto e continua a fare, a cui si aggiungono quelli dell’inquinamento prodotto dai paesi in via di sviluppo?». In un messaggio via Facebook, un’amica mi rimprovera così per quello che ho scritto ieri. Però non ritengo d’aver detto quello di cui mi accusa, e di cui sento e leggo spesso in giro, a proposito di quanti cercano di capire e rispondere, anche dialetticamente, alle sollecitazioni dei giovani del Global Strike for Future.

Sto dicendo che i ragazzi figli del mondo ricco non hanno il diritto di parlare, perché il benessere che hanno, e che permette loro pure di protestare, è il prodotto dell’inquinamento che contestano? Tutt’altro: proprio loro sono i primi a doverlo fare, e proprio perché del benessere a scapito della Terra ottenuto godono. Questa è la responsabilità che si assumono, e per questo a loro va tutto il mio apprezzamento. Allora, quasi il mio articolo fosse un dozzinale meme da social, sto mettendo in relazione la vita dei giovani occidentali con l’infanzia davvero rubata ai bambini del terzo mondo? Per chi mi avete preso? Quando dico che è ingeneroso accusare, totalmente, le generazioni precedenti d’aver negato un futuro al pianeta per una sorta di egoismo è perché è proprio con l’intenzione di dare una vita migliore a quelle attuali che spesso esse hanno agito. Perciò lo ritengo eccessivo, quel giudizio: ché è un processo sbagliato a delle intenzioni giuste, pur se dagli effetti contraddittori. Mentre, al contrario, vedo sacrosanta la protesta e la voglia di portare l’attenzione su un cambiamento climatico che c’è, e che rischia di arrivarci addosso prima di quanto immaginiamo, come un ghiacciaio su una baita, per prender a metafora le notizie della cronaca.

Il rischio che vedo, e che mi preoccupa, è il farsi fede di una posizione oggettiva. Ho sempre condotto la mia vita cercando di non consumare troppo. Più per antica e innata cultura della frugalità che per convinzione ideologica maturata con il sapere, mai ho corso verso l’accaparramento dei beni fine a sé, lo spreco di energia, l’abuso di una situazione comoda, di cui continuamente cerco di definire il senso e le dimensioni parametrandola a ciò che è stato qui e al ciò che ancora è altrove. Eppure, in alcune posizioni assunte non colgo – magari per mio limite – la dovuta attenzione al perché l’umanità abbia spinto sull’acceleratore e cercato modi sempre nuovi per aver di che mangiare, coprirsi, scaldarsi, e poi muoversi, faticare meno, viver meglio. C’è come la mancanza della consapevolezza della situazione da cui mossero, quelli che si misero ad agire nel modo che poi, solo poi, si scoprì inquinante. Non furono inventati i pesticidi e gli antibiotici per avvelenare i fiumi e le carni degli animali; lo si fece cercando un modo per ridurre i tassi di mortalità dovuti a fame e malattie. Perdere di vista questo, l’umano che c’è dietro la spinta ad avere un po’ di più, dicevo, è il rischio maggiore che intravedo.

Ma c’è stato un tempo in cui gli uomini non aggredivano così tanto le risorse del pianeta, e vivevano con esso più in equilibrio; perché oggi non può essere così? Non ho mai detto che non possa, ho detto che capisco le motivazioni di quelli che non considerarono centrale quell’aspetto e che non lo considerano ora, quando c’è da uscire da una situazione per cui, in quel momento e in quel luogo, si muore per mancanza del necessario. Un solo esempio: spesso si dice che la Cina, quarant’anni fa, non pesava sulle risorse della Terra come oggi, per quanto avesse già allora un miliardo di abitanti. Vero. Ma nel solo decennio degli anni ’80, 250 milioni di cinesi uscirono dalla condizione di povertà in cui fino a quel momento avevano vissuto, allontanando da loro spettri atroci come le carestie, che solo trent’anni prima avevano causato qualcosa come 40 milioni di vittime.

Ecco, quando giudichiamo quelli che fecero tali scelte, teniamo conto anche di simili aspetti; il nostro giudizio potrebbe guadagnarci in comprensione e umanità. Solo questo chiedo agli interpreti di un movimento che ha tutta la mia stima e il mio appoggio, e che, in pochi mesi, è stato capace di compiere e far compiere passi che, in anni, altri non sono stati in grado di fare, e forse nemmeno di sperare.

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Ragazzi, non vi pare un po’ ingeneroso?

Quando è nata Greta Thunberg avevo 26 anni, l’età in cui non pochi hanno già dei figli. Forse è per questo che, nel suo rivolgersi agli adulti, un po’ mi sono sentito tirato in ballo; sarà che sto invecchiando. Però, nondimeno m’è parso ingeneroso quel suo je accuse, eccessivo, addirittura, nella condanna, per quanto si sia premurata di specificare che, almeno, credeva alla buonafede nell’errore e non nella malefica natura di chi è stato al comando del pianeta in questi anni.

Gli errori e le follie, in questi trent’anni, ci sono stati e sono stati caratterizzanti, nel definire lo stato in cui si trova oggi il pianeta, e non si può nasconderli. Tra questi, come lei dice, il più assurdo è stata la fede in quella «favola dell’eterna crescita economica». Come è vero che sia necessario ora agire, e farlo alla svelta, secondo quello che i giovani del Global Strike for Future chiedono di fare ai governi. Eppure, l’accusa che Greta Thunberg rivolge, e per suo tramite la gioventù tutta, quel suo «voi avete rubato i miei sogni e la mia infanzia, con le vostre parole vuote», la ritengo sproporzionata. Le risponderei, se fossi al posto di chi lei chiama a farlo: «hai ragione, abbiamo fatto degli sbagli e ne abbiamo fatti tanti. Ma non volevamo rubarti nulla, tantomeno i sogni e l’infanzia; pensavamo di costruire quel benessere che ti ha permesso di dormire al caldo, e con la pancia abbastanza piena da poterti addormentare alla sera».

Perché, è triste ammetterlo, ma lei ha ragione a denunciare come l’inquinamento stia uccidendo esseri umani e interi ecosistemi. Ed è vero che l’uomo inquini da che è al mondo, con un’accelerazione repentina dall’epoca delle rivoluzioni industriali in poi; la stessa dalla quale, progressivamente, un numero sempre maggiore di persone ha potuto sconfiggere l’angoscia di non sapere cosa mangiare domani, per non dire stasera, come riscaldarsi, con quali indumenti coprirsi, e avere così, continuamente più in tanti, la possibilità di addormentarsi tranquilli e sognare.

Non è così? Magari sbaglio, però prima del benessere di massa e inquinante non credo che i bambini potessero godere di un’infanzia come quella che Greta Thunberg accusa i potenti e gli adulti d’avergli rubata. Sono certo che lo stile di vita del mio bisnonno da piccolo fosse molto meno di peso per l’ambiente di quello in cui sto crescendo mio figlio. Ma so anche che, all’età in cui oggi s’inizia la scuola, lui fu mandato a seguire le pecore al pascolo, e così pure suo figlio. Non era quella la vera infanzia rubata? Non avevano quei bambini diritto ai loro sogni? Quelli d’aver di che mangiare in un posto tiepido e senza la fatica a tagliare una pelle ancora troppo morbida per resistervi?

Ragazzi, è per sfuggire a quegli incubi che si è sbagliato: non siate troppo duri nel giudizio.

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E chi l’avrebbe mai detto

«Noi continueremo ad aiutare e sostenere le autorità libiche, continueremo a formarli perché si potenzino sempre di più, ma la cosa più importante è che ci sono aperture che una volta erano impensabili da Parigi e Berlino, aperture che in passato erano quasi impossibili, e che dimostrano che atteggiamenti un po’ provocatori o inutilmente litigiosi erano controproducenti, non portavano da nessuna parte». Così Giuseppe Conte al Corriere della Sera di ieri. Ma dai, e chi l’avrebbe mai detto.

Cioè, chi avrebbe mai potuto immaginare che mettere le dita negli occhi a quelli con cui, contestualmente, vorresti fare accordi e da cui vorresti una mano, non è proprio il viatico migliore per la riuscita del tuo negoziato. Chi avrebbe mai potuto immaginare che fare tutta la campagna elettorale (anche dopo averle già vinte, le elezioni) contro la Germania della Merkel non è una grande idea, se poi da quel governo ti aspetti solidarietà. Chi avrebbe mai pensato che dare addosso continuamente alla Francia di Macron (addirittura incontrando e promettendo sostegno a un movimento che è arrivato ad abbattere i cancelli d’un palazzo ministeriale) sarebbe stato controproducente nelle trattative. Ma soprattutto, chi si avrebbe mai detto che il primo ad accorgersi che le provocazioni non pagano sarebbe stato lo stesso che, per primo, rappresentava il governo che più di ogni altro aveva scelto quella strada quale metodo di approccio internazionale. Eppure, così è; e noi che siamo sempre pronti ad accogliere i ravvedimenti, plaudiamo al cambio di prospettiva.

Perché sì, in effetti, la prospettiva è differente. Tra quello che ha trascorso il suo anno e mezzo da ministro dell’Interno a farsi selfie con la Nutella prima di ruttare per acidità, non credo dovuta solo alla crema della Ferrero, il suo biascichio odioso contro le Ong, i migranti e i buonisti, e chi lo ha sostituito, che al Viminale ci lavora e prova risolvere i problemi perché non capisce il bisogno di ingigantirli (e nemmeno noi, a dire il vero, se non per squallide ragioni elettorali), la distanza è siderale. Se ci aggiungiamo poi il fatto che c’è la buona intenzione di non mettere più in atto quelli che, ben lungi da configurarsi quali provocazioni, erano veri e propri gesti incivili e criminali, come il sequestro in mare di bambini, donne e uomini disperati, la stessa possibilità del confronto, scema. E foss’anche solo per questo, si sta già tutti un po’ meglio, non credete?

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La percezione non è la realtà. Ma in troppi non lo sanno

Parlando dell’ultimo libro di Nando Pagnoncelli (La Pensisola che non c’è, Mondadori, 2019), Francesco Nasi su The Vision scrive: «Lo pseudo-ambiente cognitivo in cui si sviluppa l’opinione pubblica italiana ci presenta un Paese povero, vecchio, invaso da stranieri, senza alcuna possibilità per il futuro. La distorsione è più accentuata al Sud che al Nord, e tra le persone meno abbienti rispetto a quelle appartenenti alle classi agiate. La deformazione della realtà avviene quasi sempre in negativo, e a volte è anche peggiore di quella che pensiamo. […] Pagnoncelli indaga anche le motivazioni che stanno sotto questo pressoché totale scollamento tra realtà e opinione pubblica. Innanzitutto, c’è il problema dell’istruzione. In Italia solo il 14% dei maggiorenni vanta una laurea, e metà della popolazione adulta non va oltre la licenza media. E se è vero che lo studio non è sinonimo o garanzia di una piena e razionale comprensione del mondo intorno a sé, è altrettanto vero che l’istruzione rimane lo strumento più adatto a fornire gli strumenti e le competenze per analizzare criticamente la realtà. Il dato più preoccupante è allora quello dell’analfabetismo funzionale: secondo lo studio Piaac, in Italia il 28% della popolazione adulta è “incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”, come riporta la definizione dell’Ocse».

Io mi fermerei qua, ma purtroppo non possiamo. Nessuno di noi può. Perché credo che quel problema, quello della percezione della realtà connessa ai livelli d’istruzione media della popolazione, sia la principale sfida che ci attende. Vale per i temi di cui si parla nell’articolo che ho riportato, vale per altri che potrebbero venirci in mente. Spesso mi è capitato di parlare con persone che, nella loro convinzione non supportata da fatti, erano irremovibili. L’inquinamento? «Un’invenzione dei radical chic per metterci altre tasse». Le migrazioni? «Un’invasione programmata per la sostituzione etnica». La criminalità? «Un’emergenza sempre in aumento, soprattutto per colpa degli stranieri». Nessuna di queste cose è vera, ma se uno è convinto, ci crede. E agisce (anche politicamente ed elettoralmente) come se così fosse. Con tutti i rischi che s’intravedono fin da ora e che sarebbe ormai opportuno cominciare ad affrontare a viso aperto.

Scrive ancora Nasi: «Nel mondo politico e mediatico è facile sfruttare il pessimismo degli italiani, inseguire il facile consenso dei sondaggi e speculare sulle paure dei cittadini. […] In questo modo si crea però un circolo vizioso di maliziose semplificazioni della realtà che rischia di far affogare il Paese nel suo stesso pessimismo, distraendo le persone dai problemi reali e impedendo così che vengano affrontati. Senza una base comune fattuale condivisa, non può esistere davvero una democrazia, poiché mancano i fondamenti di un serio dibattito pubblico che metta al centro i veri bisogni del Paese».

A rischio, appunto, sono le basi della società civile e le fondamenta della democrazia. Non credo ci serva altro per capire che è tempo di muoverci, e di muoverci bene. Iniziando, appunto, da quelle basi e da quelle fondamenta, da quella cultura comune e dall’attenzione all’istruzione che spesso è mancata, nell’orizzonte delle azioni da compiere da parte delle classi dirigenti italiane e, in misura differente, ma comunque non sottovalutabile, europee. E di muoverci attraverso tutte le istituzioni formative e sociali, dalla scuola ai partiti e fino ai media, i vecchi e i nuovi.

È un cammino lungo e lento, certo. Ma non ne vedo uno agevole e corto.

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L’umanesimo e il reddito garantito

«La natura, di per sé, ci suggerisce solo di nutrirci, riprodurci e fuggire i predatori, e ci consegna a una vita solitaria, povera, pericolosa, brutale, e breve. Unico animale nella cui essenza rientra il supplemento tecnico, l’umano non viene dunque alienato dalla propria essenza a causa delle malefatte della tecnica, ma viene rivelato dalla tecnica: è la tecnica a dirci ciò che noi siamo, ciò che vogliamo. A questo proposito, vale la pena di osservare una circostanza. Nella società borghese, scrive Marx, gli esseri umani, trasformati in protesi delle macchine, sono forzati a ripetere lo stesso gesto privo di significato dieci ore al giorno, sei o magari sette giorni alla settimana, e per tutta la vita. Ma nella società comunista si potrà andare a pesca alla mattina, scrivere saggi critici il pomeriggio, accudire il bestiame alla sera. Non è forse questa la vita che caratterizza la parte del mondo in cui abbiamo la fortuna di vivere, tra viaggi low cost, vite sui social e mobilità lavorativa?».

Ha tanto della provocazione intellettuale questa affermazione di Maurizio Ferraris, nel bello e godibilissimo dialogo con Massimo Cacciari sull’umanesimo, ospitato da Repubblica di martedì scorso. Dopo aver spiegato come i catastrofisti siano esagerati nel loro dipingere di nero ogni innovazione, in quanto, in sostanza, l’umanità di oggi sta decisamente meglio di quella di ieri, il filosofo del nuovo realismo mette nel mirino un’altra questione: a parte le situazioni ai limiti, non è forse vero che oggi alla maggioranza della popolazione in questa parte di mondo è garantita una vita capace di assicurare la soddisfazione dei bisogni primari? E non corrisponde altrettanto a verità il fatto che un’infinità di servizi e beni a basso costo appagano anche le necessità non impellenti? Non possiamo, noi, qui, adesso, destinare molto tempo ai nostri hobby, occuparci del lavoro per una sola parte della nostra giornata traendone comunque di che vivere, e aver addirittura la possibilità di scrivere e farci leggere da chiunque e su qualsiasi argomento? Abbiamo realizzato il sogno marxiano senza nemmeno accorgercene!

In quest’ottica, ovviamente, è una scelta del singolo se il nostro passatempo consiste nel trascorrere ore davanti uno schermo a guardare una partita di calcio o le selezioni per un talent e non dedicarci alla scoperta dei capolavori dell’arte del passato o perderci nelle pagine migliori della letteratura di ogni tempo, così come lo è il fatto che, invece che un saggio di critica teatrale, postiamo sui nostri account foto di teneri gattini e piatti conditi. La possibilità, per fare quelle altre scelte, ci sarebbe data. Ed è così, effettivamente. Ma non accade, e invece che assaporare le gioie del paradiso, viviamo la frustrazione continua in quella che riteniamo una condanna imperitura.

Stando alla dimensione che fino all’alba di questo nuovo mondo ha caratterizzato la storia e la vita degli uomini, non avremmo di che lamentarci, se non nell’attimo, di sicuro in proiezione. Fermatevi un momento a considerare la condizione delle masse bracciantili o degli operai inurbati fino a prima che quella terza rivoluzione industriale dispiegasse i suoi effetti, e saprete di quanto stiate meglio di allora, liberati dalla fatica che spezza le ossa e che, a volte, non da nemmeno di che riempirsi la pancia e sostenere i muscoli che devono farla. Eppure, non ne siamo felici e non ci basta. Perché?

Perché, azzardo, abbiamo scambiato gli ausiliari necessari a incasellare la nostra situazione esistenziale. Se ci definiamo con l’avere, invece che con l’essere, la nostra sarà sempre una corsa alla frustrazione. Servirebbe per questo una formazione lunga, e profonda, se persino uno come Ferraris si spinge a dire, sempre in quella conversazione, «che se anche siamo sostituibili come produttori, siamo indispensabili come consumatori», quasi che questa sola prospettiva bastasse a ripagarci in tutto. Non è così, e temo non lo sarà fino a quando non sapremo in grado di definire differenti orizzonti per quella fame di consumo. Altrimenti, basterebbe dare a tutti un ricco sussidio di cittadinanza per risolvere ogni male del mondo e rendere la vita beata e piena. Pur se mi auguro che un giorno si sia totalmente liberati dalla necessità del lavoro, dubito che, di per sé, questa nuova condizione basterebbe a fare l’uomo nuovo.  

Con le parole con cui Cacciari chiude quella conversazione con Ferraris: «Il formidabile processo per cui l’innovazione tecnico-scientifica produce un assetto dei fattori produttivi in ogni settore, a crescente e altissima riduzione del lavoro necessario, è un processo auspicabilissimo, certo. Ma è impossibile considerarlo avulso dal contesto in cui ha luogo. La liberazione dal lavoro necessario era vista, dal romanticismo ai grandi dell’idealismo, fino a Marx e oltre, come l’instaurazione di un “lavoro dello spirito” su scala universale. E non come il regno del tempo libero! Non ha senso parlare di liberazione dal lavoro comandato o dipendente se non nella prospettiva di un “lavoro dello spirito”. La disoccupazione è l’opposto di questo, anche quando venisse retribuita dieci volte il più pagato dei lavori dipendenti. Questo è il dramma attuale: si libera lavoro lasciando l’energia del soggetto senza impiego. La società non è organizzata (e neppure pensata!) per impiegare l’energia che il lavoro liberato possiede. L’etica dominante rimane ancora quella del lavoro comandato, della pena del lavoro. Qui vi è una rivoluzione culturale da compiere. E proprio nel segno di un umanesimo completamente ripensato».

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Si può sostenere un governo anche senza esserne parte

Mi sono divertito trovando sul noto social un retweet della Ascani fatto da Scalfarotto in cui, entrambi, sostenevano la contrarietà all’alleanza con il Movimento 5 Stelle, condendo il tutto col noioso hashtag di stantio sapore renziano #senzadime. Oggi, l’una è viceministra all’Istruzione, l’altro, sottosegretario agli Esteri, proprio con quel Di Maio che, fino a ieri, dalle loro parti si dileggiava. Cose curiose che accadono nelle dinamiche della quotidianità di chi della politica fa mestiere.

Io non ho nulla contro questa alleanza di governo, né sul concetto dell’accordo fra diversi: sono proporzionalista, mica penso che la mia parte, qualunque possa essere, debba ottenere la maggioranza assoluta dei voti per governare. Quello su cui discuto è il con chi ci si allea o, in questo caso, quanti e come decidono di far parte attiva dell’alleanza. In prima persona, ovvio. Cosa impediva all’Ascani o a Scalfarotto, dopo gli altisonanti proclami di diversità antropologica da quel partito di «destra, estrema», come lo definiva lo stesso attuale sottosegretario, «populista, xenofobo, privo di democrazia interna, incline all’aggressione (organizzata) dell’avversario politico», di sostenere questo esecutivo senza farne parte? Avrebbero potuto dire, come dicono, di farlo per l’emergenza che stiamo vivendo, ma senza necessariamente entrare nella squadra di governo. Perché han pensato che l’Italia non ce l’avrebbe fatta, senza un loro diretto e pieno coinvolgimento?

Sì, lo so: è facile parlare, per me che non siedo dove stanno loro. Nondimeno, potrebbero anche loro lasciare quei seggi, se davvero è tanto pesante il dovervi stare assisi in contraddizione del proprio pensiero di appena qualche mese, o giorno, prima. O almeno, se per lavoro fanno la politica – cosa per la quale nutro il massimo de rispetto – e sanno che, in quella, spesso si deve far ciò che fino a prima si sarebbe, in linea di principio, escluso, perché sempre essa è compromesso, mai verità rivelata, che ci evitino le ambiziose pose a cui conduce la pratica oratoria del «mai».

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Se c’erano i fascisti alle porte, non potete dire che s’è andati di fretta

Non mi piace per nulla la politica fatta di corsa, che ormai da almeno un trentennio sembra essere l’unica possibilità data. Vorrei tempi lunghi e lenti, poter cercare le parole e le idee, prima di passare all’azione, al provvedimento di governo o alla norma. Per esempio, a questo mutato scenario che la nuova maggioranza disegna avrei preferito si fosse arrivati dopo un percorso di discussione e analisi ponderato e grave, come il passaggio meritava, e non che, in un paio di settimane, si passasse in souplesse dal #senzadime al «vengo anch’io». Eppure, tant’è.

Quelli che però proprio non riesco a capire del tutto sono quanti, intellettuali e opinionisti, fino a ieri e per un anno e mezzo hanno ripetuto il loro «fate presto, che i fascisti son già sul raccordo», e che oggi, a cose fatte, spiegano che l’amalgama di governo non è pienamente riuscita perché si è andati «di fretta», e quindi, per questi grumi che intravedono e senza chiarire cosa ne sia stato del nero periglio che avvistavano a poche miglia dalla riva, debba, assolutamente e completamente, essere avversata e contrastata.

Limite mio, per carità, però sto sulle domande semplici. O i nazisti stavano per prendere del tutto il potere, e allora non c’era tempo da perdere per metterli alla porta, oppure si poteva far decantare la situazione nel migliore dei modi possibili, con tutti i passaggi e le elaborazioni culturali necessarie a renderla un’operazione degna delle migliori stagioni della storia politica. Altrimenti, non capisco.

A meno di non provare a stare un po’ tutti sul terreno che è dato, e cercarla di vedere in un altro modo. Nel definire senza apportare le dovute distinzioni «fascista» chi sedeva al Viminale fino a ieri, si fa un torto a gente come Matteotti, che pagò con la vita il dissenso e il suo essersi opposto al ministro dell’Interno di allora, nonché capo del Governo. Nondimeno è vero che, con i modi e le parole, proprio il leader leghista stimolava una certa esacerbazione dei toni, nel dibattito politico e nel discorso pubblico, con le conseguenze peggiori che abbiamo visto, e che inaccettabili erano le sue ritorsioni sui disperati in cerca di approdi sicuri, tenuti in balia delle onde del mare e delle orde sui social per squallide ragioni di propaganda e consenso.

Pertanto, era ed è meglio che lui non sieda più dove stava fino a quando, vinto dall’ὕβϱις o sedotto dalla sua stessa immagine in vacanza, non ha deciso di dar fuoco alle polveri che han fatto saltare la maggioranza di cui era parte. Il fatto è che, come dicevo all’inizio, è da anni che questa politica si muove di fretta, leggera e senza voglia di approfondimenti; per questo, tutti i torti a quelli che han visto nell’errore del truce leghista un’occasione irripetibile e da cogliere al volo per disarcionarlo non riesco a darli.

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Un personaggio in stile hollywoodiano

«Certo che Renzi è un grande stronzo. Politicamente parlando», mi scrive ieri mattina un amico in un messaggio. Rispondo: «Sì. È la parte del suo personaggio che mi piace di più». Cinematograficamente parlando. Già, perché credo che l’uomo, da sempre, subisca il fascino dei personaggi dell’industria hollywoodiana, quelli, per capirci, sul genere House of cards. Per questo, più che alla politica nel solco delle tradizioni classiche, diciamo, è interessato alla sua spettacolarizzazione, alla mossa vincente, al colpo di genio che fa saltare il banco o gli permette di portarsi a casa l’intera posta. E se non sempre gli riesce il gesto, è comunque ammirabile la costanza del tentativo.

Lui, Renzi, non sa stare in disparte. Piuttosto non gioca. E non gli interessa tanto lo schema che gli altri si danno; a lui interessa condurlo, il gioco. Era per il maggioritario quando si vedeva al governo in forza del suo «voto in più», è proporzionalista adesso, che si immagina determinante in virtù della sua semplice presenza in aula, fra coalizioni continuamente rimodulabili. Così, quando chi in quel momento guidava il suo partito, a inizio legislatura, muoveva per un accordo con il M5S, lui, quel gioco che non conduceva, l’ha fatto saltare. Ora che chi guida quello stesso suo partito avrebbe visto di buon occhio le elezioni, lui s’è mosso per quell’alleanza che prima negava, portandosi pure a casa la posta dei ministri e sottosegretari per la sua corrente. Ma visto che le operazioni, nel partito, non le conduce del tutto, rompe e va via, provando così a definire un nuovo schema in cui lui, se non fondamentale, di certo è imprescindibile. A dimostrazione che non gli interessa altro che dare le carte e stare al centro della scena, mediatica, più che politica.

Esattamente come dicevo all’inizio; non è tanto un leader di successo, è un personaggio cinematografico di un certo fascino e con un discreto seguito. Che siano spettatori ammaliati dalle sue doti oratorie e dalla sua scaltrezza e non militanti animati dalla voglia di partecipare a un progetto politico, poco importa: l’importante, per lui, è che lo votino quel tanto che gli basta a poter dire la sua, a pesare e, se gli riesce, a governare. Anzi, dal suo punto di vista, non è da escludersi che sia meglio così.

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Il solito, schifoso, razzismo

In Lombardia, a una ragazza nata a Foggia una proprietaria rifiuta di affittare casa perché meridionale. A Forlì, una signora siciliana viene insultata dai vicini di casa col troppo volte già sentito «terrona puzzolente». Alla festa di un partito che governa le regioni economicamente più progredite, e fino a qualche settimana fa l’intero Paese, un giornalista viene scacciato in quanto «ebreo». A Cosenza, un energumeno prende a calci un bimbo di origini africane perché, per lui, il piccolo era troppo vicino alla sua bambina. Potrei continuare in questo crescendo di orrori, ma mi fermo qui; il senso credo sia chiaro. Quello che a volte mi lascia ancor più perplesso degli accaduti è il tono con cui se ne parla.

Per esempio, al Gr2 delle 17,30 di mercoledì scorso, ho sentito definire la vicenda della giovane foggiana di cui parlavo prima: «una storia da anni ’50». E perché? Perché «da anni ’50»? Perché la malcapitata è meridionale, come nei cartelli ai portoni della Torino della prima emigrazione? E se fosse stata ebrea, come Gad Lerner a Pontida, sarebbe stata una storia da anni ’30? Se invece di colore, come succede ancora tante, troppe volte, odierna e quotidiana? Purtroppo, invece, è una storia di sempre, anche se, a turno, cambiano i protagonisti; si chiama razzismo. E puzza e fa schifo come le fogne da cui, periodicamente, riemerge.

Può capitare di doverci fare i conti da vittime pure a quelli che si ritengono, inspiegabilmente, per merito nati dalla parte più ricca del mondo e del colore di pelle più aggressivo. E se accade meno è solo perché, a quella fortuna di nascita non di rado è connessa una minore necessità del chiedere, una più bassa probabilità di aver bisogno e doversi spostare dove si sarebbe, per chi già c’è ed è arrivato prima, “diversi”.

Ed è per questo una storia ancor più misera.

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