Una lunga teoria di esempi che sostiene l’indifferenza

«Intanto le altre componenti del “partito armato” avrebbero reagito alla sconfitta, elaborando una contrapposizione teorica postuma e fittizia tra i corpi “visibili” cattivi – Br e Stato – dediti rispettivamente ala lotta armata e alla sua repressione e i cosiddetti “invisibili”: i giovani buoni, innocenti e libertari del movimento del 1977, i quali sarebbero rimasti schiacciati da uno scontro tra apparati contrapposti che non li avrebbe minimamente riguardati. Una bella favola, buona per addormentarsi negli anni Ottanta senza troppi rimorsi, per poi risvegliarsi, nel decennio successivo, improvvisamente dall’altra parte: indifferenti, qualunquisti, inquieti, annoiati, di destra o, al massimo, ecologisti, gran gourmet dello slow food, pensionati baby da diciannove anni, sei mesi e un giorno e poi lavoratori in nero (antiquari, librai, piccoli editori, commercianti di tessuti indiani e bonghi africani, gestori di vinerie o ristorantini con le torte fatte in casa) […] Come se nulla fosse mai accaduto e si fosse trattato solo di un lungo sogno in cui la nostalgia e la tenerezza per la giovinezza perduta avessero progressivamente preso il sopravvento sui cattivi ricordi, quegli spari alla cieca nascosti nel gruppo quando la celere caricava, gli assalti alle armerie, le auto bruciate, l’ammirazione sincera e appassionata per le gesta delle Br, la mancanza di coraggio nel seguirle, quella sprangata di troppo, un po’ per odio contro il fascista, un po’ per emendare la propria paura di andare sino in fondo e per davvero. Da apocalittici a integrati, nel corso di una lunga notte, ma sempre arrabbiati e insoddisfatti».

Il brano di sopra è dal Memoriale della Repubblica: gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano di Miguel Gotor (Einaudi, 2011, pp. 348-349). Il catalogo che disegna nella caratterizzazione dei personaggi che evoca si confà a diverse situazioni, e sinceramente non saprei dire se e a quali e quante di queste lo stesso autore volesse far riferimento. Il punto che m’interessa è però un altro: quello in cui spiega come, in una sola lunga notte, tanti siano transitati dai toni dell’apocalisse contro il sistema ai modi dell’integrazione in esso. Non voglio e non sto dicendo in alcun modo che quel processo di “normalizzazione” sia stato sbagliato o esecrabile; mi chiedo, invece, se non sia lo spettacolo che anche questo offre ad alimentare un senso diffuso di sfiducia e persino di risentimento. Cioè, se il vedersi ripetere tante e tante volte, in guise differenti e modi nuovi, d’importanza diversa e con misure spesso non confrontabili, eppure assoggettabili all’interno della stessa categoria di semplificazione, di percorsi simili non abbia una qualche influenza sul formarsi di quel sentimento di disinteresse e apatia, e sul contraltare a questo costituito dal rancore, che misuriamo costantemente in crescita nelle nostre società moderne.

Risposte pronte non ne ho. Eppure, qualche dubbio mi conforta in questa tesi. Promettendo la rivoluzione permanente, assicurando radicalità alternativa, finanche semplicemente ironizzando sulle istituzioni da schiudere come barattoli di conserve, si possono generare importanti aspettative. Se poi il seguito a queste è la pratica della restaurazione, la pragmatica delle alleanze e la praticata istituzionalizzazione, il rischio di farsi quelle promesse monito della loro stessa inconcludenza è alto. Un po’ meno di questo, ma sempre importante e presente, è quello che l’intera classe di quei promettenti venga iscritta al medesimo registro degli inconcludenti e ingannevoli, da cui stare lontani.

E se questo non si riverberi su ogni angolo di quel mondo della politica di cui pure, fra mille eccezioni e innumerevoli sfaccettature e articolazioni, esse sono espressione. In sostanza, mi chiedo se non sia doppio è profondo il danno che quelle pompose menzogne fanno: nell’esser seguite, per gli errori che facendolo si commettono e le brutture, persino violente, a cui conducono; nel vederle continuamente non credute dagli stessi propinatori, veloci a metterle da parte per trarne vantaggio, almeno quanto lesti e convinti erano stati nell’abbracciarle e professarle.

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«Quoque», non solamente

Avvicinandoci alle Idi di marzo, non possono non venire in mente quelle più famose, del 44 a.C., in cui Cesare venne colpito e ucciso da una ventina di congiurati, il celebre «tu quoque» e tutto il resto. Quest’anno, a proposito di botte a tradimento, diciamo, la circostanza fa ritornare alla memoria la direzione del Pd del febbraio di sette anni fa, quando, con 136 voti favorevoli, 2 astenuti e solamente 16 contrari, Letta fu congedato e costretto alle dimissioni da capo dell’esecutivo da una mozione presentata da Renzi, «proprio» quel Renzi che lo stesso Letta aveva sostenuto nel congresso da poco conclusosi e che aveva twittato, all’indirizzo del premier di cui già ambiva a prendere il posto, il celebre #staisereno.

136 voti. Tra questi, Renzi «quoque». Pur con tutto il peso del suo esserci da segretario in carica, infatti, Renzi non fu il solo a voler sostituire Letta. Di quanti erano riuniti al Nazareno la sera che si decise che lui dovesse dar il ben servito al suo compagno di partito, prendendone il posto a Palazzo Chigi, solo 16 (cercate i nomi, così, per memoria di tutti) votarono contro la pulsione governativa del segretario, 2 si astennero, qualcuno lasciò la sala per non scegliere, e altri 135, per convinzione, per convenienza o per concessione, si unirono all’allora Matteo trionfante. Curiosamente, oggi, l’eventuale ritorno del già vice segretario alla guida del Pd, viene visto come una rivalsa su Renzi, quasi che solamente questi avesse votato in quel modo quella sera.

No, non c’entra nulla la lealtà di partito. Perché lì si era proprio nella sede in cui la linea del partito doveva essere decisa. E in 136, compreso Renzi, decisero che quella linea dovesse essere «ciao Enrico, il tuo governo finisce qui». Potevano decidere altro, e quei 16 voti contrari, che denunciavano come il problema non fosse il capo, ma la composizione del Governo, sono lì a dimostrarlo, potevano dire a Renzi «continua a fare il segretario, e lasciamo a guidare il Governo chi c’è già»; potevano. Non lo fecero. Oggi, forse, Letta torna e va a guidare il Pd.

E chissà quanti di quei 135 saranno fra i primi a congratularsi con lui.

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La difficoltà di seguire una scienza inquieta

«Quando un uomo giunge alla convinzione fondamentale che a lui devono essere impartiti ordini, diventa “credente”; inversamente, si potrebbe pensare un piacere e un’energia dell’autodeterminazione, una libertà del volere, in cui uno spirito prende congedo da ogni fede, da ogni desiderio di certezza, adusato come è a sapersi tenere su corde leggere e su leggere possibilità, a danzare perfino sugli abissi. Un tale spirito sarebbe lo spirito libero par excellence».

Così Friedrich Nietzsche, nell’aforisma 347 della Gaia Scienza, dove la sua filosofia spicca il volo dalla tradizione che l’ha preceduta, e spiega le ali vero l’Übermensch, libero da tutte le costruzioni e gli ostacoli, e capace, appunto, di danzare perfino sugli abissi, con l’unico sostegno di deboli funi di possibilità infinite. Nel mezzo, tra il credente vinto dalla necessità di un ordine per muoversi e lo spirito libero, capace d’andar ovunque, ci sono tutti gli altri. Quelli per cui le costruzioni e gli ostacoli non sono solo metaforici, e quelli che, più che ordini, vorrebbero avere almeno indicazioni di massima, obiettivi e tempistiche su cui indirizzarsi e contare. Invece, a un anno dall’arrivo della pandemia e della paura che si porta dietro, ci si ritrova ancora qui, a rivivere, in un ritorno, se non eterno, sicuramente preoccupante, quanto già visto e vissuto.

Non so darli io, quei tempi e quegli obiettivi, ma mi piacerebbe che qualcuno potesse farlo. A ogni annuncio e definizione del percorso, quasi ci si divertisse nel creare la suspence necessaria allo svolgimento d’un film, fa da contraltare la cattiva notizia artatamente enfatizzata. E sembra di scorgere un metodo, in questa coincidenza, ordito da sacerdoti e custodi d’una scienza inquieta.

Il risultato, è un tessuto sociale e umano sempre più sfibrato.

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In effetti, ha ragione la presidente del Pd

«È un momento molto complesso per la storia del Partito democratico. Non ci siamo sottratti al confronto, io ho ascoltato anche le dure critiche che sono state fatte, promosso l’autocritica. Ma una comunità va rispettata, è fatta di persone, del lavoro e dell’impegno di tanti che anche nei territori hanno sempre portato avanti l’idea di un partito fondato su valori e principi ben saldi. Ciò che è stato detto, la definizione data di “partito tossico”, è un’offesa a tutta la comunità del Pd e non è per nulla costruttivo, è solo distruttivo».

Come dar torto alla presidente del Pd, Valentina Cuppi, quando così risponde a Mattia Santori, non tanto nel tentativo di quest’ultimo di “occupare il Pd”, qualsiasi cosa voglia dire, per aprirlo, come una scatola di sardine, immagino, quanto per le sue parole rilasciate a Repubblica, in cui definisce il partito del Nazareno «un marchio tossico» e spiega di non aver intenzione di iscrivervisi perché è tempo di lasciare, testuale, «che i morti seppelliscano i loro morti». Ora, a me, l’ultima affermazione di Santori, più che all’Altissimo di cui parafrasa il Vangelo, rimanda al sedicente “elevato”, quando, appunto, «morti» chiamava partiti e politici italiani. Dopotutto, le affinità tra sardine e grillini ci sono e sono tante. Un po’ meno, devo ammettere, quelle tra i due leader in questione; Grillo, almeno, un tempo faceva ridere.

Va da sé che noto da solo la stranezza per cui, in questo frangente, io mi trovi a difendere il Pd. Però, e vale per un singolo uomo come per una comunità intera, dal mio punto di vista, attaccare dall’esterno quel partito nel momento di sua massima difficoltà, magari dopo aver taciuto all’apice del suo successo delle stesse cose su cui oggi si pontifica, non è un bel servizio alla civiltà degli uomini, prim’ancora che alle dinamiche della politica.

Ancor più se travestito da sardina si scorge il cuculo, con tanto di tenda al seguito.

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Se si evoca la guerra, arrivano i militari

«Ma come», mi dice un amico, «nominano un generale a capo di una struttura con un compito eminentemente civile, e non fai nemmeno un commento?». E cosa dovrei commentare? In questo Paese, l’esercito è stato invocato anche per togliere la neve dalle strade, oltre che chiamato, benemeritamente, in ogni catastrofe naturale; cosa c’è di strano se lo si mobilità per quella che, con ben pochi dubbi, è la maggiore emergenza che stiamo vivendo dal dopoguerra? Ma il problema credo che sia ancora un altro. Quello, cioè, dell’uso delle parole che fin qui si è fatto, approcciandosi alla diffusione del coronavirus, e che giustificano appieno quella chiamata. Cosa voglio dire? Cercherò di spiegarlo brevemente.

Dal primo caso scoperto in Italia, per raccontare l’evolversi della pandemia si è sempre (o quasi, ma mi permetterete la semplificazione) usato un linguaggio, diciamo così, “bellico”. Quella contro il diffondersi della malattia era ed è, in quei racconti, una «guerra», con tanto di «eroi», i sanitari, nella fattispecie, e addirittura di «disfattisti» e «sabotatori», fate voi l’elenco. Bellica, poi, è pure tutta la retorica emergenziale, insindacabile. Da tempi di guerra, inoltre, il sentimento con cui sono state accolte le misure, e con cui si è reagito di fronte ai comportamenti non proprio in linea con quelle indicazioni, i cui artefici sono stati visti come «traditori» per i quali giustificare la delazione quando non proprio l’inseguimento e la repressione puntuale e, francamente, spropositata. Finanche la «borsa nera» non è manca. In un tale disegno, l’arrivo di un generale a condurre le operazioni è il minimo che potesse succedere, una quasi naturale conseguenza.

Non c’è alle porte nessuna giunta militare pronta a prendere il potere oggi come non v’era alcuna dittatura militare ieri. È la narrazione degli eventi che è sempre esagerata, tanto che spesso arriva fino a giustificare anticipatamente quello che poi, vanamente, cerca di allontanare dal proprio orizzonte. E forse siamo tutti corresponsabili di questa deriva sospinta da un uso improprio ed eccessivamente leggero delle parole.

Persino di quelle che scegliamo per descriverla.

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Per quel mondo anch’io lotto

Fiori sferzati da una brezza tesa,
foglie colpite da pioggia e sole;
un incredibile senso di forza
date ogni giorno a chi v’osserva.

Cercando di guardare il mondo
riflesso nei vostri occhi, provo
a veder diversa la realtà nota,
e scorgo cataloghi di possibili

scenari, che solo un dominio
miope e violento ha impedito
si realizzassero già appieno.

Per quel tempo anch’io lotto;
al vostro fianco per esser utile,
un po’ indietro, a non far ombra.

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Bravo Gianni, bravi tutti. Però basta, e bastava, fare altrimenti

«Sarà sgradevole dirlo, ma quel partito, il mio, oggi è fortissimo nel Palazzo e debole nel Paese. […] Da quindici anni noi non vinciamo nelle urne […]. Una volta, nel 2013, abbiamo pareggiato. La volta dopo, nel 2018, abbiamo incassato la sconfitta peggiore della storia. Prima, nel 2008, al debutto del nuovo partito si era perso non di molto. In sintesi, l’ultimo successo, anche allora di misura, risale al 2006 e alla seconda discesa in campo di Romano Prodi. Quindici anni non sono pochi, segnano un ciclo. Con un però (a sinistra c’è sempre un però). Che di questi quindici anni traversati senza un successo chiaro nelle urne, noi ne abbiamo vissuti oltre undici al governo. […] Siamo andati a governare con Monti per sottrarre l’Italia alla bancarotta. Poi con Di Maio per liberare l’Italia dall’incubo sovranista. Oggi con Draghi per salvare l’Italia dalla pandemia. Nel mezzo la parentesi di Enrico Letta e il triennio renziano. A dirla nella maniera più semplice, lo stare al governo – in sé, per un partito, traguardo fondamentale – è divenuta l’arte di una classe dirigente sempre più identificata con quella dimensione e sempre più lontana dal bisogno di darne una motivazione solida».

Così Gianni Cuperlo, in un post sul suo profilo Facebook, riprendendo le sue parole alla direzione del Pd. Riflessione precisa e corretta, che v’invito a leggere per intero. E riflessione che arriva da un dirigente politico di lungo corso e ottima formazione, non banale, quindi, tantomeno scontata. E però (perché, come Cuperlo spiega bene, «a sinistra c’è sempre un però») qualcosa non torna. Non sul senso di quello che dice, che condivido fin quasi nelle virgole (quasi, Gianni; sembri Moravia con la punteggiatura degli Indifferenti), e di cui io stesso ho scritto spesso, fin dall’inizio di quel quindicennio di cui lui parla, ma nel paragone fra quel che sostiene con il ragionamento e quanto ha sostenuto con i voti. Mai farò a Cuperlo il torto di citare l’Eskimo di Guccini sui tempi delle scelte e le disposizioni di contrarietà; tuttavia, non posso non ricordare che di quegli oltre undici anni, per quasi dieci, lui, con il suo consenso e sostegno, è stato fra i protagonisti e gli artefici. E allora, mi chiedo: perché mai un voto avverso, perché mai la manifestazione della diversità di opinione portata fino alle necessarie conseguenze, perché mai il dissenso praticato concretamente, mentre, al contrario, spesso si è stati fra quelli che censuravano, e contrastavano, i dissidenti?

Non l’ho mai votato e sono uscito dal Pd quando con lui quel partito vinceva – e governava tutto il governabile, all’apice di una stagione di governo celebrata con le slide delle regioni in rosso, ben prima che questo significasse ciò a cui oggi rimanda l’uso dei colori diversificati per i differenti territori –, ma almeno a Renzi non si può non riconoscere la saldezza del proposito di seguire le idee che ha, per quanto queste le si possa giudicare, o lo siano effettivamente, esclusivamente egoistiche. Vuole mandare a casa Letta? Lo fa. Vuole cancellare dall’azione politica del Pd tutte le battaglie culturali e ideali degli anni precedenti? Lo fa. Vuole rimuovere Conte e sostituirlo con un altro, magari Draghi? Lo fa. Gli altri dicono di non volerlo, ma lo fanno, dicendo dopo, e ancora, che non avrebbero voluto farlo.

Ora Cuperlo è fuori dal Parlamento, e quindi ha ragione nel perseguire l’opera che intende compiere, quella di essere una voce che riflette sulle cose della politica. Ma quando si è trattato di farli nascere, quei governi che enumera, dov’era, cos’ha fatto? Non vedeva, allora, che il Pd che entrava al governo era lo stesso che non aveva vinto nelle urne? Non notava, in quel momento, la contraddizione tra il non essere maggioranza nel Paese e lo stare saldamente in maggioranza nel Palazzo, e tutto quello che ciò comportava e avrebbe comportato? E se sì, perché non l’ha impedito, o almeno non ha evitato di aggiungere anche il proprio voto a quanto si andava costruendo?

Però, in fondo, nemmeno io posso esprimere un giudizio, dire qualcosa su qualcun altro in questo senso. E non perché abbia mai dato la fiducia o sia stato fra i protagonisti della costruzione di quelle maggioranze che hanno realizzato e sostenuto gli esecutivi di cui parlava Cuperlo, ma proprio perché, come lui oggi, non mi sono mai trovato nella situazione di dover scegliere se farlo o meno.

Ed è una differenza di cui cerco sempre di tener conto.

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Chi li ristorerà?

«Avvierei delle rilevazioni mirate, per vedere le competenze raggiunte fino ad oggi. Spero ci sia il modo di farle». Come? «Tramite le rivelazioni Invalsi». Così Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi, in un intervento di pochi giorni fa.  Ora, io non sono un particolare sostenitore di quello strumento di rilevazione, anzi. Ma chi governa e decide sulle politiche della scuola probabilmente sì, visto che l’Istituto è vivo, vegeto e lautamente finanziato da anni. Per questo, che dire: si faccia come chiede Giannelli. E si paragonino i risultati attuali con quelli degli anni scorsi. Giusto per capire come e quanto la Dad abbia influito, e dove e in che modo porre rimedio a eventuali limiti e mancanze.

Perché quella delle chiusure delle scuole sta diventando ormai una reazione degna degli studi pavloviani sui riflessi per nulla ragionati. Mentre, nel pieno di un’ondata pandemica ancora in corso, si discute giustamente di come riaprire in sicurezza questo e quello, con l’ovvio incrocio di interessi divergenti, sul cosa fare per le scuole, concordano tutti: chiuderle, mandare i ragazzi a casa, davanti a un computer, «ché tanto, se han voglia e capacità di studiare, studiano comunque». Appunto, se han voglia e, soprattutto, capacità. Dato che l’Invalsi, da tempo, ci ha mostrato che l’acqua è calda se sta al sole, probabilmente ci mostrerà cosa è successo. E magari scopriremo che un po’ han pagato tutti, per questa situazione, e, fra loro, di più i più deboli. Senza che nessuno, tra un bonus e un ristoro, abbia ancora speso una parola o un’idea per capire come consentire, a chi ha perso momenti e occasioni fondamentali per la sua crescita, di recuperare.

Forse non c’erano davvero altre strade, io questo non so dirlo. Ma non ricordo discussioni approfondite a riguardo. Chiudere, immediatamente. A un anno di distanza dalla prima ordinanza in materia, ancora lì siamo. «I ragazzi si ammassano sugli autobus», e così, invece di comprare altri autobus, chiudiamo le scuole. «I bambini si contagiano a scuola e portano a casa il virus», che probabilmente hanno portato a scuola da casa, ma è più facile tenerli lontani fra loro chiudendo le aule. Fino al paradosso di presidenti di Regione pronti a chiedere, contestualmente, l’allentamento delle misure di contenimento della pandemia e la riapertura dei ristoranti, e l’inasprimento delle stesse con la chiusura delle scuole.

E intanto, si diceva, i bambini (e i ragazzi) ci guardano.

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Una rabbia che nasce dalla mancata realizzazione di un’aspettativa

«Gli operai volevano l’aumento salariale, mica la rivoluzione». Così, in un’intervista del 2004, Mario Tronti, comunista e teorico dell’operaismo italiano, non di rado critico contro alcune esibizioni e tesi del movimento di contestazione della fine degli anni ’60 e dei ’70 del secolo scorso, ricordava quel periodo intenso come pochi altri nella storia della nostra Repubblica. Già, l’aumento di stipendio, non la rivoluzione. E «il figlio dottore», per cantare con Paolo Pietrangeli la colonna sonora di quei tempi.

Un’epoca che non è lontana dai giorni in cui viviamo. I quaranta-cinquantenni di oggi sono precisamente quei figli che si immaginavano e si sognavano dottori, borghesi, sistemati e tranquilli. È andata così? No, evidentemente. D’altronde, come poteva? E però, proprio quei quarantenni e cinquantenni sono cresciuti sorretti da quel racconto, da quelle aspettative. In molti casi tradite. E sono, per quello, arrabbiati. Ma stanno davvero peggio dei propri padri? Non sempre, non del tutto. E non c’era alcuna promessa, solo un’aspettativa, sostenuta e forte, certo, eppure non più e non oltre quello.

Non sto dicendo che non ci siano, in giro, motivi per cui essere arrabbiati. Soprattutto, non sto dicendo che nessuno abbia il diritto di sentirsi defraudato di un futuro che per lui poteva essere possibile. Sto dicendo, invece, che non tutti quelli che si lamentano sono in quella condizione. Anzi, azzarderei l’ipotesi per cui proprio quelli che più si lamentano, meno hanno ragioni fondate, serie e concrete per farlo, se non rischiassi, dicendo questo, accuse di paternalismo. Nel caso, m’importerebbe il giusto.

Allora, mi chiedo: siamo davvero così poveri? Lo è l’Italia, l’Europa, l’Occidente intero, che più d’ogni altra parte del mondo di questo si lamenta? Lo sono i tanti, tutti quelli che fanno continue rimostranze sul proprio aver poco, confrontato con chi, a loro dire, ha troppo e ben oltre il necessario e i suoi meriti? Ho dei dubbi, sostenuti non di rado dall’enumerazione dei beni e delle attività che il lamentante snocciola al suo attivo, nella discussione subito precedente e seguente quella in cui ha reso pubblico il personale cahiers de doléances.

Il 2 giugno del 1755, Pietro Metastasio scriveva al fratello Leopolo: «Mi piace che vi piaccia l’aggiunta d’amico nella mia sottoscrizione a quella di fratello: ma non son contento che vi sorprenda. Avete avuto sufficiente tempo per avvedervene senza la mia dichiarazione, e mi fate gran torto se contate questa circostanza come nuova scoperta. La nostra fortuna non ha voluto ch’io possa darvene prove strepitose: ma a quest’ora è già tempo di riderci di lei. E poi non possiamo a buona equità lagnarcene. Noi siamo ricchi abbastanza se ci serviamo de’ bisogni per misura, e non de’ desideri, coi quali addosso son mendici Crasso e Lucullo. Addio; state sano per conferire alla salute del vostro» (cfr. P. Metastasio, Lettere, in Tutte le Opere, Mondadori, 1954, vol. III, p. 1119, lettera n. 859).

E se fosse nel metro usato, l’errore per la misura rilevata?

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Quante divisioni ha, Renzi?

Nelle settimane che vanno dalla caduta del governo Conte alla nascita di quello Draghi, si potevano leggere e ascoltare un po’ da tutte le parti critiche più o meno forti all’indirizzo dell’ex segretario del Pd, oggi leader di Italia Viva. In sostanza, Renzi veniva descritto come un irresponsabile interessato a sostituire il premier di prima con quello di dopo per inconfessabili interessi legati alla gestione dei fondi europei del Next Generation EU e altre questioni. Da tutte le parti che insieme erano al governo, la sintesi e la conclusione sui fatti che stavano accadendo era: «mai più con lui, mai più con i suoi». Infatti, è andata come sappiamo.

Adesso che con lui e con i suoi il governo lo si è fatto ancora e comunque, quel «mai più» ha perso inevitabilmente forza e senso. Rimane, come si legge in tante interviste di esponenti o post di elettori dem e grillini, l’accusa al già sindaco di Firenze di essere l’unico «colpevole» per l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi. Ora, non so se questa sia effettivamente una colpa, e non m’interessa appurarlo in questa sede. So però che l’esecutivo formato e guidato da Draghi ha avuto la fiducia di 535 deputati e 262 senatori. E quindi, mi chiedo: quante divisioni ha, Renzi?

Perché, non so a voi, ma a me un po’ ha stancato questa storia della ricerca del colpevole unico, quando poi tutti a lui danno o han dato una mano. Una cosa che fa il paio con la ricerca dell’uomo forte e solo al comando, e pure quella non m’appartiene, per indole e disposizioni. Eran tutti a sgomitare per esserci nella photo opportunity il giorno della vittoria elettorale; la mattina seguente alla sconfitta, nessuno era mai stato renziano. Di più, rinfacciano a lui, come se in solitaria le avesse fatte, le cose che tutt’insieme han sostenuto e votato, dalla sostituzione di Letta all’abolizione dell’articolo 18, e quando ricordi che, loro o i loro rappresentanti, c’erano e votavano, in assoluta indipendenza da mandato imperativo e nella pienezza delle proprie facoltà, ti rispondono che hai una visione troppo naïf del fare politica, e che stare in un partito è una cosa seria e complicata.

Dev’essere così. Qualunque cosa questo significhi, credo.

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