No, in un bar, certi toni, non li userebbero

«Chiacchiere da bar? Quando mai! In un bar, non avrebbero detto le stesse cose che scrivono». Me la spiegò così, mio padre, quasi per caso durante una, questa sì, chiacchierata al tavolino d’un caffè. Per un attimo, pensai all’accezione che comunemente si dà a quelle parole. Invece no, lui intendeva proprio dire che in un locale vero, «a misura di braccia» e non solamente «a distanza di offesa», per citare il cantautore, gli stessi insulti verso le medesime persone che sui social sono prassi consueta, difficilmente si sentirebbero. E sono quasi moderatamente convinto che avesse – e abbia – ragione.

Ognuno di noi avrà incontrato qualcuno di questi energumeni da tastiera, capaci di scrivere cose che difficilmente ripeterebbero a tu per tu. Ma per non portarla sul personale, rischiando d’apparire quel che non sono, provo a spiegarmi usando quale un esempio quanto capitato a un personaggio noto. Bene, tempo fa, ricordo una gragnuola di offese e ingiurie rivolte al pallavolista della nazionale Ivan Zaytsev, reo, agli occhi dei suoi denigratori per interposta Rete, di aver fatto vaccinare la sua bambina e di aver poi postato una foto di loro due per festeggiare la superata paura della puntura. Gli è arrivato addosso di tutto. Virtualmente, ovvio. Perché in un bar, appunto, a un tizio con le dimensioni di Zaytsev, non so quanti di quei truci maldicenti sarebbero stati capaci di rivolgere anche solamente il più leggero dei loro improperi.

Come dicevo, a tutti sarà capitato di ricevere e trovare commenti sui propri profili d’una durezza e una sconclusionata volgarità che difficilmente avremmo sopportato fuori dell’ambiente virtuale, e che magari pure in questo poco tolleriamo. A me non spesso, ma a volte sì, e qualche mio insultatore seriale e personale l’ho avuto e ce l’ho. Per quanto io non faccia paura ad alcuno e sia lungi da me arrischiarmi con leggerezza in tenzoni che potrebbero vedermi soccombere (forse anche per questo, come massima, ho quella di non scrivere mai ciò che non sarei capace di ripetere a voce), sono quasi sicuro che diversi fra quelli che ogni tanto spuntano su con rabbia e foga inspiegabile, più d’appresso non mi direbbero quanto mi scrivono.

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Davvero non hanno avuto la possibilità di studiare?

In questi giorni di allarme per la diffusione di virus e malattie, mi è capito, di nuovo, di dover prendere atto dell’esistenza di un doppio genere di reazioni, seguenti lo scoppio di follie a cui abbiamo assistito, sui social e, purtroppo, non solo lì. Da una parte quelli che «avete voluto la democrazia per tutti, ora vi tenete gli imbecilli che parlano d’ogni cosa». Dall’altra, i comprensivi dei limiti culturali perché, dicono, figli del disagio sociale. Bene; né con gli uni, né con gli altri.

Con i primi non starò mai, perché non saprei che farmene di una democrazia che non dia a chiunque la possibilità di parlare di qualunque cosa. Al limite, il problema è ascoltarlo e dar seguito o inseguire le sue chiacchiere, ma è un altro discorso. Con gli altri, nemmeno, perché le difese d’ufficio dell’ignoranza quale esclusivo epifenomeno del disagio sociale non mi convincono. No, non perché non siano argomentate bene: proprio perché i casi, spesso, non si addicono alle spiegazioni. Vedere nella pretesa dei colti di togliere la possibilità di espressione agli altri un’odiosa prevaricazione di classe è giusto. Dire che gli ignoranti lo sono perché, e solamente perché, nati in contesti difficili non è sempre e del tutto vero. Perché ci sono quelli che non hanno potuto aver accesso all’istruzione, e vanno rispettati e aiutati. Ma non sono tutti così. Davvero nascere negli anni ’70 o ’80 del Novecento, con scuole e biblioteche pubbliche, al massimo a qualche minuto di autobus, treno, tram o metropolitana, anch’essi pubblici, in città come Roma, Napoli o Milano, per quanto in periferia e in una famiglia di modeste o medie condizioni, è potuto essere un disagio così grande da non aver consentito un adeguato percorso formativo, capace di far comprendere come i virus non si trasmettano per telefono e non si annidino in particolari etnie in quanto tali — ed è razzista pensarlo —, che la terra sia tonda o quanto le sirene si trovino magnificamente fra versi omerici, non su scogli e coste reali?

Di questo, non di altro, parliamo. Non ci sono tanto i poveri e gli ultimi della società dietro quelle reazioni che un certo orribile gergo vorrebbe risolte dal dotto con qualche coniugazione attiva dell’improbabile verbo «blastare», ma ragazzi andati a scuola, spesso conquistando anche titoli importanti, o addirittura finiti alle massime rappresentanze della nazione inseguendo scie chimiche, lunari tesi complottiste e movimenti di scriteriati antivaccinisti. Ci sono persone nate e cresciute in contesti adeguati a formarsi un’istruzione e una cultura media divenute seguaci del primo tirapiedi terrapiattista, per non dover fare la fatica di fermarsi a riflettere sull’idiozia stellare della teoria presentata a soluzione. C’è gente che ha imparato ogni trucchetto e la totalità delle funzioni più amene o recondite del proprio smartphone, ma che non ha voglia di fermarsi e cercare di capire di cosa diavolo si stia davvero parlando, mentre commenta una notizia o dalla lettura di questa mutua un particolare comportamento.

Non ci sono i miei avi, che pure da analfabeti, con sudore, si sforzavano di comprendere.

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Due pulsioni divergenti, in un mondo solo

Dall’amore per Kierkegaard al piacere di leggere Withman, passando per le profondità di Camus, sono da tempo convinto che l’idea per cui le contraddizioni possano superarsi, hegelianamente, in una superiore unità, sia una consolazione buona per pensatori annoiati e timorosi. Detto ciò, quindi, per quanto creda che queste non possano che viversi così come sono date, irrimediabilmente contrapposte, mi resta un dubbio: davvero possiamo essere, contemporaneamente, contro i dazi Usa alle esportazioni alimentari europee e per il consumo, qui, di prodotti a km0?

Mi faccio queste e altre domande del genere, sinceramente e senza alcun intendo polemico, quando leggo di iniziative che condivido, ma che mi appaiono in contrasto con le tesi che gli stessi promotori di quelle portano in altri momenti avanti. Ad esempio: è giusto premere affinché l’UE si dia da fare per scongiurare le ipotesi di imposte eccessive all’ingresso dei vini italiani nel mercato statunitense, così come sono pienamente dalla parte della Coldiretti, quando questa si preoccupa dell’effetto nefasto che quelle stesse tasse potrebbero avere sul comparto agricolo italiano. Ma mi chiedo, al contempo, se tutto ciò non sia in contrasto con l’idea di consumo di prodotti locali, che gli uni e l’altra pur sposano e difendono? Non muovono, in fondo, dalle stesse ragioni di tutela della propria economia l’azione di Trump e quella dei produttori nostrani?

Se parlassimo con uno solo dei farmer d’Oltreoceano, quasi sicuramente questi ci direbbe che non vuole un Parmigiano competitivo sul proprio mercato perché, altrimenti, non riuscirebbe più a vendere il suo Cheddar. E il fatto che i due prodotti siano parenti solo perché dal latte entrambi derivati, non sposta di una virgola le ragioni di paura che animano il sentimento dell’agricoltore americano quello del suo collega padano. Anche lì dove la piana cerealicola non pare aver mai fine, tutto sommato e facilmente potrebbe passar l’idea del consumo di ciò che si produce localmente, senza dover far giungere derrate da lontano. E contemporaneamente, quella di immaginare i propri prodotti liberi di viaggiare per il mondo senza oboli aggiunti, in modo da arricchire, con le esportazioni, i redditi di chi li realizza.

Come qui, appunto. Possono reggere insieme entrambe le pulsioni?

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Perché dovrebbero impegnarsi?

Capita spesso di ascoltare o leggere commenti sulla situazione politica e sulla qualità delle rappresentanze di partiti e istituzioni che si concludono, immancabilmente, con un: «i migliori si tengono alla larga da forme di impegno diretto». Una frase, o altre simili, che fin quando è pronunciata da opinionisti più o meno competenti può ancora essere accettata (per quanto, anche in questo caso, abbia abbondantemente stufato); quando, al contrario, a dirla sono politici di professione e di lungo corso, che hanno avuto e hanno voce in capitolo pure per quanto riguarda la selezione del personale nei rispettivi partiti, è effettivamente imbarazzante doverla commentare. Nonostante ciò, ci proverò ancora una volta, partendo da una domanda: perché, quei cosiddetti migliori, dovrebbero impegnarsi?

Al di là d’una distorta, almeno quanto diffusa, interpretazione di scarne lezioni di filosofia, non vedo altri motivi seri per cui, hic et nunc, dei presunti migliori (semmai ce ne fossero, ovvio), dovrebbero provare a spendersi in attività politiche che siano più onerose dell’andare a votare. Nessuna provocazione; mi chiedo davvero perché. Senza far nomi, ché ognuno di voi ne avrà in mente, e senza dar patenti ai partiti, lo scenario che quotidianamente ci si presenta dinanzi è quello che è. Semmai qualcuno di questi ipotetici migliori si presentasse un giorno al cospetto dell’elettorato, quest’ultimo gli preferirebbe, quasi certamente, qualcun altro. E il motivo è semplice. Per quanto migliori possano essere in svariati campi, non lo sono nell’unico in cui, nel gioco politico, a loro servirebbe per vincere: prendere voti.

La riduzione a cui per eccessiva cottura la democrazia è stata portata, infatti, è solo quella roba lì. Oggi è buono ciò che elettoralmente funziona, pertanto, è bravo, migliore, chi quei consensi elettorali sa catturare. Perché scaltro a solleticare la pancia del Paese, perché funzionale al racconto mediatico che se ne deve e può fare, perché bravo a metter su organizzazioni di grande visibilità e impatto mediatico (ciascuno pensi a chi vuole), non fa alcuna differenza; questo è quel che serve in quell’ambito, questo ciò che qualifica in quello i migliori.

Il resto, per parafrasare il cantautore, sono chiacchiere buone per chi è ancora capace di consiglio perché ormai inadatto all’esempio.

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L’uguaglianza non è data in natura, è un cammino faticoso e giusto

Racconta Jeshua Rothman, in un bel pezzo sull’uguaglianza nel numero del New Yorker dello scorso 13 gennaio, che, una decina d’anni fa, la scrittrice Deborah Solomon chiese a Trump cosa ne pensasse dell’enunciato «all men are created equal». Con la sua innata delicatezza, l’allora solamente Tycoon e personaggio dello spettacolo, rispose: «It’s not true».

Arrogante, certo, ma quella volta, l’attuale inquilino della Casa Bianca aveva ragione, per quanto immagino che le sue motivazioni nel dare quella risposta fossero esattamente di segno opposto a quello delle lenti ideologiche con cui le leggo io ora. «Non è vero», che tutti gli uomini siano creati uguali, che tali vengano al mondo, in ogni momento e in ogni sua parte. Non è vero per mille ragioni, di carattere storico, geografico, sociale, economico, fisico. Ecco perché, nella nostra Costituzione arrivata alla luce quasi due secoli dopo quell’illuministica Dichiarazione d’Indipendenza, ci si peritò di specificare (art. 3) come sia precipuo «compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

L’inganno della promessa della libertà data per diritto universale a uomini presuntamente nati uguali è tutto lì, nel fatto, appunto, che questi uguali non lo sono in nulla. Che libertà ha un bambino nato povero nella parte di mondo più misera che esiste? Quella di piangere per il latte che non gli sarà dato? Quella di provare a migrare verso posti dove non lo vorranno? Vi sembra uguale, quello sventurato, al figlio del ricco e del nobile? Vi sembra uguale la loro libertà? L’uguaglianza non è un fatto di natura. È un cammino, faticoso, lungo, difficile. È un impegno, politico, di una ben precisa parte politica.

Ed è un viaggio, per un luogo più giusto.

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And now, let’s #leavealighton

Nel suo, almeno per il momento, ultimo discorso al parlamento europeo tenuto durante il dibattito per l’approvazione dell’accordo sulla Brexit mercoledì scorso, la deputata scozzese dello SNP Aileen McLeod ha ricordato come il popolo di Scozia abbia «consistently voted against Brexit» e il parlamento di Edimburgo si sia «refused to give its consent to this Brexit Deal». E poi, riprendendo una frase ormai motto del suo collega Alyn Smith, ha concluso: «I hope very much, that you will leave a light on for Scotland».

Sono stato positivamente colpito, nei giorni scorsi, dal vedere quella frase ripresa, con forza, da tutti i parlamentari dei Verdi europei, che hanno issato uno striscione con su scritto: «We will leave a light on». Che bello sarebbe se davvero, da Rovaniemi a Cadice, dal Connemara all’Attica, tenessimo quella luce accesa, per una nazione (yes, a nation, what else if not?) che vorrebbe stare nell’Unione e che, come ha giustamente detto la McLeod in quell’intervento, «will be dragged out of the EU against the democratic wishes of [its] people». Una nazione che, attraverso i suoi rappresentanti politici, vuole che la bandiera europea continui a sventolare davanti alla sede del suo parlamento; un simbolo, certo, ma pure quelli sono importanti e parlano dei sentimenti e della volontà di chi li adotta.

Quanto io pensi sia giusto che la Scozia possa andare a un nuovo referendum per sancire la sua indipendenza, l’ho scritto altre volte, e non lo ripeterò adesso solo per non tediarvi, non perché non sarebbe opportuno farlo. Però ora è il momento anche degli altri, di tutti noi. Se la Scozia la lasceremo sola, per non disturbare Londra, allora non solo commetteremmo un atto miope, ma daremmo luogo a un vero e proprio tradimento; dei nostri fratelli europei, delle loro aspettative e dei nostri stessi valori.  

So, let’s leave that light on.

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Non è colpa di Cambridge Analytica se in molti le han creduto

Se n’è discusso tantissimo, e non starò qui a fare il riassunto di quanto successo nello scandalo Facebook-Cambridge Analytica: meglio di me, c’è già chi l’ha fatto, e l’internet è piena di commenti, ricostruzioni, analisi e tutto ciò che serve per farsi un’idea e saperne di più. Quello che m’interessa, invece, è capire di cosa, in fondo, stiamo parlando. Bene, per me, parliamo di suggestionabilità. E quella, ben oltre e prima delle leggi, si cura in un modo solo, come dirò alla fine.

Al di là dei risvolti penali e degli intrecci internazionali, gli analisti della società di consulenza, in pratica, hanno fatto solo una cosa: tracciato profili dei loro potenziali bersagli e inviato a questi messaggi “mirati” per spingerli a volere o desiderare qualcosa. Che fosse un prodotto di cosmesi o un candidato alle elezioni, in fin dei conti, fa poca differenza, rispetto allo schema che ne è alla base. Ma il punto, sostanzialmente, non è tanto quello che hanno fatto loro, quello che ha fatto Cambridge Analytica, ma che in molti le abbiano creduto, si siano fatti sedurre dalle offerte, per così dire, “su misura”.

Vi faccio un esempio. Nei giorni scorsi, ho cercato delle bici sulla rete. Ora, le mie homepage sui social sono invase di annunci, articoli, offerte di bici o materiale per il ciclismo. Ci sta; è il prezzo indiretto da pagare per non doverne pagare uno diretto di accesso. Da lì a comprare un prodotto solo perché mi viene “profilizzato”, perdonatemi l’espressione, partendo dai miei gusti, ne passa, e molto. E così è per i voti.

Se una società di analisi dati fa il profilo perfetto delle mie idee, potrebbe mandarmi notizie atte a influenzare le mie decisioni, selezionandole fra le mille possibili (e se lo fa bene, alcune non me le invierebbe, peraltro). Però, il fatto che io poi realmente orienti il mio volere su quei suggerimenti, attiene alle facoltà del mio libero arbitrio. Tu mi mandi millemila notizia di immigrati che delinquono; da qui a dire che per questo voterò quanti promettono di sbarrare i confini e non, invece, chi spiega ragionevolmente che la vera battaglia è da combattere sulle ragioni del disagio sociale, che rendono potenzialmente criminali tutti, senza distinzioni di nazionalità, ne passa pure di più di quanto possa intercorrere tra i tentativi della pubblicità di sedurmi e il mio cascarci, pardon, cedervi e lasciarmi convincere.

E torniamo ora alla cura che ho in mente. Il problema, secondo me, è di natura culturale. In una società come la nostra o quella americana, dove sempre meno persone danno importanza al sapere e troppe al solo sentire, qualsiasi fellone capace di recuperare dati sufficienti a capire come la si pensi può indirizzare il consenso e le volontà. Al contrario, rendendo queste stesse società più colte e più formate, si possono costruire gli anticorpi e le resistenze a quei tentativi.

Programma lungo? Non ho mai detto altrimenti; ma non vedo altre vie.

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E produrne proprio di meno?

Magari finiremo con l’estinguerci per colpa di qualche virus, coronato o meno. Ma intanto, finché ci siamo, è giusto e opportuno preoccuparci del futuro, più che del nostro, di quello dei nostri figli. Quindi, fa bene l’Unione Europea a imporre limiti ai produttori di auto rispetto alle emissioni complessive dei modelli in listino. Detto ciò, alcune cose sfiorano il paradosso.

Come quello toccato alla nipponica Suzuki, che ha dovuto metter in stand-by le vendite del suo piccolo Jimny, in modo da rientrare (per complicati calcoli percentuali, basati anche sullo storico della casa rispetto alla quale vanno applicati, e che meglio di come farei hanno spiegato nei giorni Omar Abu Eideh, sul Fatto Quotidiano, e Cosma De’ Medici, su Avvenire) nei parametri fissati dalle direttive UE, mentre, al contrario e per il momento, nulla del genere sembrano essere stati costretti a fare produttori di mezzi ben più imponenti, tedeschi e americani in primis. Quello che mi chiedo, però, è altro: non sarebbe meglio, invece che trovare metodi per dilazionare le vendite, aumentare i listini, inserire nei cataloghi delle case veicoli ibridi per abbassare le medie di emissione di CO2, nonché, periodicamente, proibirne la circolazione, limitare direttamente la produzione di automobili?

Anche perché immagino che lo stesso processo produttivo inquini, e non poco. Forse, ma è una mia ipotesi, pure di più di quanto si farebbe lasciando circolare un parco macchine vecchio, evitando di correre a una sua compulsiva sostituzione. Mi spiego meglio. Siamo del tutto sicuri che, cambiando la mia vecchia diesel con una nuova ibrida o elettrica, il totale delle emissioni – calcolato sommando tutte quelle connesse con la produzione della nuova, dalle miniere per i metalli in poi, pe intenderci – si riduca? Davvero i chilometri che percorro quotidianamente a gasolio pesano di più di quanto farebbe l’intero processo di costruzione di una nuova vettura, appunto, a partire dalla sottrazione di risorse naturali per arrivare allo spostamento quotidiano degli operai necessario a raggiungere le linee delle fabbriche?

Non sono un tecnico, e mi piacerebbe saperne di più.

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Qualcuno scoprì che l’Emilia non era occupata

Il risultato più atteso delle elezioni amministrative di domenica scorsa era sicuramente quello emiliano. Non perché la Calabria fosse meno importante, ma era su quello di Bologna e città sorelle che gli sguardi dei commentatori politici della nazione si erano focalizzati. Come mai solo lì? Beh, perché, in questo, Salvini ha vinto: ha dettato lui l’obiettivo, e gli altri lo hanno seguito. Superandolo, purtroppo per lui e meno male per noi.

Della Calabria, a quello del Papete, come a ogni leghista che si rispetti, interessa poco meno di nulla (e quando se ne ricorderanno anche quelli che lo votano a sud del Rubicone sarà sempre troppo tardi). Inoltre, lì la candidata, Jole Santelli, era ed è berlusconiana, e di certo lui non voleva tirarle la volata. Fra Rimini e Piacenza, invece, aveva una sua persona di fiducia, tanto di fiducia che a stento, oggi, ce ne ricordiamo il nome. Questa regione, lui l’ha percorsa in lungo e in largo, piazza per piazza, citofono per citofono. All’ombra della Sila, in pochi l’hanno visto, nonostante quello sia pure il suo collegio senatoriale. Peccato: sarebbe stato simpatico vederlo girare per San Luca e suonare ai campanelli dei Nirta, dei Pelle, degli Strangio, dei Romeo o dei Giorgi. Ma lui no, a lui interessava solo l’Emilia, tanto da volerla «liberare», quasi fosse militarmente occupata. Così non era, così non è stato.

L’Emilia Romagna rimane amministrata, e bene, dal centro sinistra. Lo stesso che l’ha amministrata da che esistono le Regioni e che, evidentemente, l’ha aiutata a diventare una delle realtà più efficienti e funzionanti del nostro Paese, con livelli di disoccupazione da Germania e un Pil pro-capite fra i più alti del continente. Da cosa, precisamente, si sarebbero dovuti liberare? Appunto; hanno votato per quello che vedevano, e il tentativo del tizio col Mojito ha sortito solamente l’effetto di mobilitare tutti quelli a cui stava simpatico come l’orticaria a recarsi ai seggi.

Nonostante tutto ciò, quel voto ha un carattere nazionale. Proprio per colpa sua, ora ci dice che non è necessario che lui debba vincere ovunque, e la sinistra non necessariamente deve arrendersi prima di giocare, che il centro destra non è per forza a trazione leghista, dato che ha vinto nel posto dove la Lega è pesata meno, e che le parabole politiche dei personaggi che questa fanno di mestiere sono ormai così rapide che difficilmente si riesce a star loro dietro.

Da questo punto di vista, quella dei cinquestelle è durata persino tanto. Il primo V-day, a Bologna, ci fu nel lontano 2007, e cinque anni dopo, a Parma, il movimento fondato da Beppe Grillo prese il suo primo sindaco importante. Oggi, in quegli stessi territori, i pentastellati quasi spariscono, fermandosi a percentuali intorno al 3-4%. Ciò determinerà maggiore instabilità per il Governo Conte, dove, nei fatti, politicamente potrebbero diventare lo junior partner nell’alleanza con un Pd in crescita? Non so, ma direi di no.

Proprio questi risultati al lumicino, secondo me, toglieranno le velleità minatorie alle truppe che furono grilline. Con scenari fatti vaticinando nelle viscere degli esiti ultimi, quanti credete possano essere invogliati, in quelle schiere, a far cadere tutta la baracca e condannarsi a prossime elezioni nelle quali, ad andar bene, torneranno in parlamento un quarto di quanti sono adesso? Ecco, appunto: tireranno a campare, per non tirare le cuoia.

Adesso, tutt’al più, sta al Pd dimostrarsi diverso e migliore di quel che finora abbiamo visto.   

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All’abominio si arrivò “normalmente”

Che giorno sia oggi, lo sappiamo tutti. Quello che è stato, quello che è. I lager ci sono ancora, dall’altra parte del Mediterraneo. Gli ebrei hanno ancora paura, in questa parte di mondo. Il diverso è sempre perseguitato, di volta in volta per categorie differenti, e da molte parti, alcune delle quali, vittime a loro volta di altre persecuzioni. Il male assoluto di Auschwitz non è stato ripetuto; la via che si percorse per arrivarci, invece, è troppo e da troppi spesso praticata.

No, non è oggi il giorno in cui si commemorano le vittime nella colpevolizzazione dei criminali. È quello, al contrario, in cui ci si ricorda della “normalità” che all’abominio condusse. Con le parole di uno bravo storico (István Deák, Europa a processo. Collaborazione, resistenza e giustizia fra guerra e dopoguerra, Il Mulino, pagg. 258-259): «L’aspetto peggiore di tutto questo fu il crollo dei valori di compassione e umanità che sembrò travolgere l’intera Europa. Non solo gran parte degli europei si mostrarono indifferenti al destino dei loro fratelli ebrei, rom, sinti, dissidenti o omosessuali, ma milioni di loro parteciparono attivamente alla loro caccia o quanto meno trassero vantaggio dalla loro rimozione sociale e dalla loro eliminazione. È vero che ci furono anche molti che rischiarono la loro vita per proteggere le vittime della persecuzione: aristocratici, intellettuali, suore, sacerdoti, poliziotti, e quella vasta categoria di quelli che a vario titolo rifiutarono di adeguarsi ai codici della società “normale”. Nondimeno, i più autentici esemplari dell’europeo medio restano i poliziotti norvegesi che prontamente consegnarono i loro connazionali ebrei alla Gestapo, i burocrati olandesi che diligentemente stilarono precise “liste di ebrei” a uso degli occupanti nazisti, e i medici e le ostetriche ungheresi che risposero senza esitazione all’invito delle autorità a presentarsi – ovviamente dietro promessa di un compenso straordinario – alle stazioni di partenza dei convogli di deportati per ispezionare le parti intime delle donne ebree alla ricerca di gioielli nascosti. Né dovremmo dimenticare le compagnie ferroviarie statali, che trasportarono gli ebrei e altre categorie di deportati verso i campi di concentramento e di sterminio dell’Europa dell’est applicando tariffe per gruppi turistici ai prigionieri ammucchiati dentro vagoni bestiame. Ci si chiede quanti macchinisti – se ce ne furono – si finsero malati per non dovere trasportare il loro carico umano verso un campo di concentramento o di morte.
Nonostante tutta la propaganda postbellica francese di segno opposto a uso turistico, dovremmo ricordarci che con ogni probabilità i poliziotti parigini che aprirono il fuoco sui soldati tedeschi nell’agosto 1944 erano gli stessi poliziotti che nel luglio 1942 avevano ammassato come animali da macello donne e bambini ebrei dentro il Vélodrome d’Hiver prima del loro trasporto ad Auschwitz. E mentre questo accadeva, milioni di parigini continuavano nelle loro faccende di ogni giorno. Un po’ più di compassione e umanità nei confronti delle vittime non avrebbe comportato grossi rischi. Nessun poliziotto francese fu imprigionato o giustiziato per non essersi presentato in servizio il giorno fissato per la deportazione degli ebrei. Sappiamo inoltre, per inciso, che le SS e gli agenti di polizia tedeschi potevano esonerarsi dal partecipare alle fucilazioni di massa di ebrei e rom nei territori conquistati dell’Europa orientale. Pure, solo un’esigua minoranza di questi uomini si avvalsero di questo privilegio, e alcuni confessarono più tardi di essersi vergognati del loro comportamento “poco cameratesco”. Compassione e umanità furono qualità davvero rare durante la Seconda guerra mondiale, una delle più immani tragedie che l’umanità abbia mai inflitto a se stessa».

E qui non fu diverso, se si pensa a quanti, anche fra chi poi diventò fervente oppositore del regime e del nazifascismo, si trovarono a non dire nulla contro i provvedimenti di allontanamento dalla vita pubblica, le esclusioni, le vessazioni a cui gli ebrei, prima di essere instradati verso lo sterminio fisico, furono sottoposti. Quando gli stessi silenti non trassero direttamente vantaggio da quelle segregazioni perpetuate sull’altare di un «prima gli ariani» che al tempo riempiva le piazze, e che, a pensarci bene, non è tanto differente dagli slogan che ancora in quelle si sentono risuonare.

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