Perché gli altri tifavano per vulcani, epidemie e terremoti

Non seguo il calcio. Nemmeno da ragazzino ne sono stato mai particolarmente attratto, e quando ho cercato di appassionarmi, è stato più per il desiderio di fare quello che facevano tutti gli altri miei coetanei che per vero interesse personale. Forse perché non sono mai stato “buono con i piedi”, o perché in casa dei miei nessuno guardava le partite. Fatto sta che è così. Maradona però mi è sempre piaciuto. E non solo come calciatore: come figura tragica, come eroe del suo tempo e dei suoi luoghi, come uomo, con tutte le sue debolezze e le sue virtù straordinarie. Per questo, sinceramente, le eccezioni sentite ripetersi in questi giorni un po’ mi hanno infastidito.

È il primo e ultimo sportivo ad aver avuto problemi col fisco? L’unico famoso ad aver abusato di droga e alcol? Il solo personaggio in vista ad aver avuto contatti, ingenui o colpevoli, con dei criminali? Di lui, però, qualsiasi cialtrone ha trovato il tempo di dire: «bravo calciatore, certo, ma come uomo…». Come uomo, cosa? Forse io non seguo il calcio anche perché sono cresciuto in quegli anni in cui non c’era partita durante la quale, in uno stadio, una tifoseria del Nord non esponesse striscioni o cantasse cori contro i meridionali. I peggiori: forza Etna, dai Vesuvio, colera uccidili tutti, terremoto seppelliscili. Maradona era la risposta nell’unico campo in cui quella città, il popolo di quella città, quello che non leggeva Croce, non conosceva Filangieri, non gioiva per le pagine di Goethe a essa dedicate, potesse in quel tempo sentir di stare, anche solo per 90 minuti, dalla parte di quelli che vincono. Diego Armando Maradona, ben oltre le sue indiscusse qualità calcistiche, era questo: un fenomeno popolare, nel significato più denso del termine.

E ci sta che qualche giornalista ed editorialista dei giornali della Fiat non lo capisca, dato che proprio la Fiat e la sua squadra di pallone, la Juve, assurgevano allora a contraltare ideologico di quel Napoli dei miracoli e di quella Napoli che cercava riscatto, fra i piedi di un calciatore, nelle battute di un attore, sulle note di musicisti in grado di far parlare napoletano persino le sonorità jazz di un sax e i ritmi del blues; semplicemente, da lontano loro la raccontano,  «ma nun sann ‘a verità».

Negli anni un cui, nella metropoli meridionale e non solamente lì, si andava formando quel sentire popolare, non so quanti di quelli che oggi eccepiscono sul valore dell’atleta diverso da quello dell’uomo erano dalla parte delle genti che lo sostenevano e lo supportavano nel farsi mito, o invece stavano dall’altra parte, qualunque cosa essa possa qui significare. Io li ho letti con la mia carne, gli striscioni che volevano ci facessimo un bagno nella lava, ecco perché sento e comprendo il senso di quella personificazione calcistica del riscatto, pur con tutti gli errori, i limiti e le storture che ha potuto personificare e contenere. Loro?

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Il primo ricordo definito

Il tavolo della cucina cominciò a scuotersi,
mio padre suppose fossi stato io a spingerlo,
prima che mi scorgesse vicino a mia madre;
un attimo. E giù per le scale in braccio a lui,

avvolto in un plaid verdone, che nell’auto,
la mai dimenticata Kadett Coupé, avrebbe
tenuto al caldo il bimbo spaventato che ero,
in quella notte già fredda di tardo autunno.

Il primo ricordo che so definire per tempo,
luogo, fatti: Lucania, 23 novembre 1980.

Fu quello, quella sera. Più grande, seppi:
di Balvano e dei 66 bambini nella chiesa,
dei quasi tremila morti, dei novemila feriti,
trecentomila senza casa in soli 90 secondi.

Vidi i container farsi casa, andar via quelli
che le avevan perse mentre le si ricostruiva,
il dolore farsi speranza prima, delusione poi,
grandi miti industriali, mesta realtà diversa.

Cemento e metallo al posto di pietre e legno;
paesi sì rifatti, per genti non più lì a viverli.

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Siete sicuri che sia davvero più inquinante usare a lungo auto vecchie?

Non mi è mai capitato e ci sono poche possibilità che mi capiti ancora in futuro, ma, per una volta, sto dalla parte della sindaca di Torino e del presidente della Regione Piemonte, quando chiedono che si sospendano i blocchi al traffico previsti per le auto più vecchie. A differenza loro, però, non lego questa mia idea all’emergenza che stiamo vivendo, quanto a un ragionamento di fondo, più complessivo e duraturo e, se vogliamo, mosso da valutazioni di tipo sociale ed economico, invece che sanitarie e ambientali.

In sintesi, quello che mi chiedo è: davvero costringere il proprietario di un’auto comprata una decina d’anni fa, e con la quale, magari, percorre 2-3.000 chilometri l’anno, a cambiarla per una nuova è meno inquinante che lasciargliela usare quel poco che fa? Ed è davvero la sua vecchia Croma messa in moto per pochi minuti al giorno a stravolgere i valori di polveri sottili, e non la nuovissima Mercedes del professionista che macina mille chilometri a settimana? E quanto impatta sull’ambiente la produzione della sostituta di quella vecchia, rispetto al consentirne ancora l’uso, fino alla fine effettiva del suo ciclo di utilizzo?

A dirla tutta, non nascondo che dietro la scusa “green” ci vedo soltanto un modo per dare una mano all’industria dell’automotive. Che sarebbe pure legittimo, intendiamoci, purché non lo si ammanti di altre finalità. Si vuole aiutare un settore che dà lavoro a qualche milione di persone in Europa e che contribuisce sensibilmente alla ricchezza dell’Unione e dei suoi stati più importanti? Benissimo, sono d’accordo. Ma fatelo senza obbligare la signora già un po’ in là con l’età a cambiare la sua Uno che ancora usa per andare a fare la spesa alle Coop, e senza far sentire moralmente in colpa quelli che, come me, considerano l’auto un bene di consumo, e quindi, letteralmente, da usare finché non sia consumata.

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Perché Facebook o Google non hanno la polizia

«Ma come», è la sintesi di alcuni commenti all’articolo che ho scritto qualche giorno fa, «sei iscritto a Facebook, usi un account Google, fai spese su internet, muovendoti nel mondo assoluto del tracciamento delle tue scelte, e poi elevi eccezioni se qualcuno propone che lo Stato possa usare quei dati per sapere dove sei andato, quando e chi hai incontrato?». Ammetto che sembra contraddittorio non trovare da ridire se l’azienda che mi offre la posta elettronica sia in grado di mandarmi un report mensile con i miei spostamenti, e poi dubitare della bontà di concedere questa stessa facoltà al Governo; però, alcune significative differenze le trovo.

Gli ambiti del privato e del pubblico li voglio divisi, in fondo, anche per questo. Per quanto invasive e invadenti possano essere le aziende tecnologie, non hanno nella loro disponibilità, né in atto, né in potenza, le facoltà di attivare, da sé, meccanismi di controllo finalizzati alla repressione o semplicemente alla limitazione della libertà individuale. In sostanza, Google e Facebook non hanno, dalla loro, «diritto e polizia». Non possono mandarti gendarmi a casa per fermarti dopo aver espresso il tuo dissenso o dato corso a un comportamento che le leggi del momento individuano quale illegale. Uscire da un account è sempre più facile che sfuggire a un potere costituto in tutte le sue articolazioni.  

E ora lo so che qualcuno potrebbe pensare che non è il caso di preoccuparsi della tutela delle libertà individuali, in situazioni come quella che stiamo vivendo e all’interno di democrazie mature. Ma a parte che pure in democrazie mature abbiamo visto la polizia eccedere nell’uso dei propri mezzi, per compiacere il potere reale o per seguire una propria idea di potere, e lo Stato sbagliare nell’amministrazione della giustizia, con giudici restii ad ammettere e riparare all’errore, quello che temo, come scrivevo, è il possibile utilizzatore al governo nell’ipotesi peggiore, e tutto quello che potrebbe conseguirne.

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Se proprio, l’eroe è chi ha portato le pizze

A me, lo spot diffuso dal Governo federale tedesco per invitare principalmente i giovani a stare a casa, non è che sia piaciuto molto. Anzi, l’ho persino trovato di gusto discutibile. Ma siccome non è dei miei gusti che qui voglio parlare, e che giustamente interesserebbero poco meno di nulla, vorrei provare a guardare a quel “messaggio dal futuro” con un occhio quanto più possibile obiettivo. E per farlo, provo a partire dalla fine.

L’ultima didascalia, dice: «Werde auch du zum Helden un bleib zuhause», diventa anche tu eroe e resta a casa. In una delle scene finali con il ragazzo sul divano, narrato come suo ricordo dal protagonista, si vede comparire sulla porta una ragazza, anch’essa in abiti casalinghi, con in mano due cartoni della pizza, di quelli che le pizzerie usano per l’asporto. Ecco, la mia deformazione mi fa chiedere: chi le ha portate quelle pizze? Un lavoratore del settore delle consegne a domicilio, immagino, collega dei tanti che vediamo correre, letteralmente, nelle nostre città ormai quasi a tutte le ore. E loro non sono forse eroi, anche se non possono permettersi di rimare sul divano, «faul wie die Waschbären», pigri come procioni? Davvero il mondo lo abbiamo salvato noi, al riparo sui nostri sofà, con le serie in streaming e il lavoro da remoto, e non quelli che, tutti i giorni e con contratti che chiamarli così è un insulto ai principi di ogni istituzione negoziale, ci hanno garantito di poterci permettere quel noioso far niente autocelebrativo?

Gli operatori sanitari tutti, soccorritori, infermieri, medici, sono a giusto titolo ammirati per quanto fatto; mai li ringrazieremo abbastanza. E tutti gli altri? La cassiera e il magazziniere, l’idraulico e l’autotrasportatore, il barista e il ristoratore, il negoziante e l’artigiano, il piccolo o medio imprenditore che rischiano di fallire o di non riaprire più, dopo la chiusura forzata, l’operario dell’antica filiera dell’agroalimentare e il rider dell’innovativa app che ci porta a casa ogni cosa (e che giustamente Pascal Campion ha voluto ritrarre a simbolo della stagione attuale, in una città deserta alla sera, per la copertina del New Yorker del 13 aprile scorso), non possiamo includerli nella stessa categoria della quale non ci imbarazziamo di sentirci parte, sicuri delle nostre ragioni nel difendere la resistenza a oltranza sulle scomodità della non sempre perfetta piega dei cuscini del divano?

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Che fine han fatto, Sardine e “sardinisti”?

Dev’esser un tempo ben strano, quello che stiamo vivendo, se per due volte in un anno mi trovo a concordare con Gramellini. Sì, lo so: i perfidi potrebbero dire che anche un orologio rotto, per due volte al giorno, segna l’ora esatta. Ma rimarrebbe aperta la questione di chi, fra i due, sia l’orologio in questione; per questo, lascio perdere le suggestioni dell’oreficeria, e passo al fatto di cui vorrei discutere qui brevemente.

Scrive nel suo Caffè di venerdì scorso il giornalista del Corriere, a proposito del Movimento delle Sardine che appena un anno fa, il 14 novembre del 2019, portò in piazza una folla assiepata e riempì gli animi di quelli che lì vi vedevano il futuro (spiegando ai critici che la loro freddezza era immotivata e prevenuta, peraltro): «Mai movimento di massa è stato così rapidamente osannato e ancor più rapidamente trasformato in un movimento di reduci. Appena il portavoce delle Sardine, mi pare si chiamasse Mattia Santori, ha osato richiamarle in piazza a distanza di sicurezza per festeggiare l’anniversario, è stato sommerso di critiche come un sovranista qualsiasi. Addio Sardine, siamo diventati pesci solitari che nuotano in una bolla, nell’attesa di un vaccino o di un ristoro». Certo, capisco che è dura, per un’idea nata sull’emozione del muoversi stando insieme, in tanti, vicini, far proseliti in un tempo in cui, dai balconi e dagli account, si urla di star fermi a casa, da soli, ben distanziati. Però, c’è dell’altro, ed è quanto scrive Gramellini sui pesci solitari e le loro bolle.

Fossimo almeno salmoni, potremmo nobilitarci nella soddisfazione di nuotare controcorrente, sapendo persino che sarà l’ultimo nostro viaggio, ma spinti dalla voglia di farlo per chi verrà dopo. Invece, siamo come tutti gli avannotti in balìa dei flussi e dei flutti, spaventati, come gli altri e come sempre, rinchiusi in quegli scampoli di sicurezza che cerchiamo di trovare dietro schermi quali questo da cui scrivo, in case più o meno grandi, sotto tetti e ombrelli concreti o sperati.   

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Del triste farsi viandante s’un mare d’egoismi

L’ho scritto in altre occasioni che ho passato molto tempo nei miei anni giovanili sulle riproduzioni delle opere di Friedrich. E la più nota di quelle uso qui ora. Quell’uomo di spalle poggiato al suo bastone a rimirar valli e monti in lontananza, l’ho sempre immaginato con uno sguardo melanconico. Oggi, a pensarci, glielo attribuisco del tutto triste e sfiduciato, se al di sotto della roccia su cui sta pongo il mondo odierno nel suo manifestarsi.

«Facile dire di stare a casa, al sicuro di stipendi garantiti», scrivono gli autonomi manifestanti. «E allora voi, evasori continui e cospicui», rispondono gli stipendiati in difesa. Si chiudano i bar; si aprano i ristoranti; no, chiudete le piscine; giammai, aprite le librerie; è colpa degli autobus colmi d’inverno; tutt’altro, delle discoteche riempite d’estate; io dico di chiuder tutto perché penso agli altri; al contrario, lo dici perché stai al caldo e hai solo paura d’ammalarti. E così prosegue, la lotta dei miei pari. Che dovremmo farci classe e chiedere che a pagare fossero i più ricchi, certo, ma che potremmo dar corso alla solidarietà partendo da chi tra noi può per primo, da me fra questi, se non è passibile ciò d’esser processato e condannato per presunti «sensi di colpa da sacrestia».

E no, non ditemi che la solidarietà, se si vuole, la si fa da soli (che se la facessi o meno non ne parlerei certamente in pubblico, nemmeno con voi, pochi miei lettori), perché non è di quel tipo di solidarietà che parlo. Parlo di una sorta di mutuo soccorso, se è veramente di un ceto medio quale classe potenziale che vorreste si parlasse. E parlo del fatto, e qui è solo morale, convengo, che non me la sento del tutto di pretendere da un altro che paghi di più perché insieme ad altri, ma non lui, si ritiene giusto che lo faccia, mentre al contempo e potendo, il mio piccolo in più non lo do, per quanto nessuno mi dica che dovrei.

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Fai una carezza al piccolo Joseph, dolce Alan

Nel grido straziante di una giovane donna che ha perso in mare il suo bambino, noi tutti scopriamo quanto abbiamo perso noi stessi. Sono fitte che colpiscono il cuore a ogni lettera battuta sulla tastiera, quelle che sento mentre ne scrivo. Ho l’età per non dover più fingere corazze che non ho, nel dire che ho pianto guardando la disperazione di una mamma di soli 28 anni, chissà da quanti giorni in viaggio con il suo piccolo al collo, prima che le onde glielo strappassero dalle braccia.

Era nato alla fine del nostro primo lockdown, il piccolo Jonathan, da una ragazza già in viaggio per sfuggire a quella disperazione che ha troppa paura per spaventarsi di un virus. È cresciuto ed è arrivato alla fine dei suoi giorni non tanto lontano dalle nostre case, molto però dai confini del nostro egoismo, tutto preso e afflitto dal timore del morbo nostrano per curarsi dei mali altrui. Nascondendoci dietro una mascherina, potremo nuovamente lavarcene le mani, bene e magari con l’amuchina, pure di questo dolore, come già abbiamo fatto per gli altri, adagiati dai flutti sulle spiagge del nostro continente spaventato dal suo stesso futuro che si ostina a non voler vedere negli occhi di chi fa di tutto per arrivarci. Fai tu, ti prego, dolce Alan, quello che non siam stati capaci di fare: accogli con un sorriso il piccolo Joseph, fagli quelle carezze che la sua mamma non potrà più fargli, giocate insieme per sempre, là dove il nostro gelo non potrà disturbarvi e farvi male ancora.

Quanti altri bambini dovremo condannare, di quali pianti disperati di madri distrutte abbiamo bisogno per allentare un po’ il nostro cinismo? Dell’odissea quotidiana di migliaia di anonimi navigatori nel Mediterraneo, nessuno racconterà, come mai sapremo della sorte di quanti non sono riusciti e non riusciranno a sbarcare dopo esser salpati; canteranno le onde le preghiere per loro, e spero che da lì giungano anche alle orecchie di è tenutario del potere di decidere del destino di quanti a essi verranno dietro e dopo, i giusti moniti a non volger distanti le orecchie, gli occhi e i cuori.

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Dovremmo sempre stare attenti a quel che desideriamo

Sarà per le letture giovanili, ma solitamente mi insospettiscono, quando a queste non sono apertamente contrario, le ipotesi di controllo diffuso dei movimenti dei singoli che leggo sempre più di frequente, richiesta da questo o quel fronte, per questo o quell’altro motivo. E il timore, ovviamente, non è legato alle motivazioni o alle modalità con cui l’attuazione del controllo si verificherebbe nel momento in cui è chiesta o presentata, quanto per l’uso a cui, comunque, si presterebbe. E per i possibili utilizzatori.

Per esempio, è dell’altro giorno l’intervista al virologo Crisanti che propone, finalizzando la sua idea al giusto contenimento della pandemia in corso, di utilizzare i dati di posizionamento che, naturalmente, sono già presenti nelle banche dati delle aziende che producono i servizi che i nostri smartphone utilizzano. In modo anonimo? La vedo difficile, perché se devi seguirmi in quanto contagioso o potenzialmente contagiato, è chiaro che devi sapere chi sono e chi ho incontrato, oltre che dove e quando. «Ma ci saranno norme sulla riservatezza, e i dati non verranno diffusi», potreste dirmi. E io potrei crederci, pur sorvolando sulla frequenza con cui informazioni riservate, dalle intercettazioni telefoniche nel corso di indagini giudiziarie ai dati dei percettori di bonus e sussidi, si trovino diffuse e di pubblico dominio. Tutto bene? Più o meno. Perché se anche state pensando che, in fondo, vi fidate di quelli che, in questo momento, chiedono l’accesso a quei dati, vi prego di immaginare in possesso di questi il peggiore dei vostri incubi governativi. Ancora tranquilli?

Bene; se sì, sono contento per voi. Io però un po’ meno. Perché stabilito il principio in forma di legge per cui lo Stato, il Governo, il Ministero della Sanità o chi altri può avere accesso, a strascico, a tutti i dati di posizionamento nel tempo e nello spazio di ciascun device tecnologico munito di gps, e quindi del relativo proprietario, e della facoltà di incrociarli, per sapere chi ha incontrato, quando, dove e per quanto tempo (e senza che un giudice, di volta in volta, autorizzi a farlo, altrimenti le ragioni di contenimento e velocità d’intervento sarebbero vanificate), come evitare che esso stia nei limiti dell’emergenza e venga smobilitato il giorno dopo la cessazione di quest’ultima?

Domande così, su cose che non accadranno. O almeno spero.

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Nel mentre commentiamo le uscite di un’altrimenti anonima signora di Mondello

Cos’è successo in questi mesi? Una pandemia ci ha investito, colpito in faccia con la forza di un treno. E ci ha fatto più male perché non lo credevamo possibile. Noi, al contrario dei primi spettatori delle invenzioni dei fratelli Lumière, non pensavamo possibile che quella locomotiva uscisse dallo schermo e ci investisse con tutta la sua forza. Invece lo ha fatto. E noi, presunti dominatori della natura per mezzo della scienza, abbiamo sbandato cercando un perché, un come. Che non c’erano, perché le cose accadono e seguono spesso linee che non riusciamo del tutto a prevedere, anche con la migliore delle nostre tecniche passate per saggezza.

Ma cos’è successo oltre quel dolore, oltre quei morti che mai piangeremo abbastanza? Che abbiamo tirato fuori quello che eravamo, perché siamo sempre un popolo che nei cambiamenti rivela il suo animo, più che rivoluzionare i propri modi. E così, accanto, prima della solidarietà, abbiamo iniziato la caccia all’asiatico, al runner, al passeggiatore, a chi per disperazione usciva di casa, a chi cercava una scusa per non vivere da solo i giorni che comunque sarebbero stati i suoi ultimi, al di là della malattia dell’epoca e ancor più per paura di questa. Abbiamo cercato i colpevoli. «Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo proposito, un uomo d’ingegno, le piace più di attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi». Lo scriveva il Manzoni a proposito della peste di Milano nei suoi Promessi sposi. Vale ancora oggi, e non solo per il “popolino”, per la “gente”, pure per quelli che si pensano e dicono colti, pronti a dar la croce addosso all’ultimo disgraziato che non ha capito la gravità del momento o alla prima esuberante ignara che dimostri la sua sottovalutazione dei problemi.

E così, mentre dai nostri divani arricchivamo i vari padroni dell’industria da remoto, pronti ad allietarci le serate in streaming e portarci a casa ogni cosa potevamo pagare, sfruttando magazzinieri, corrieri e fattorini ed accumulando capitali ben oltre i più esosi sogni dei paperoni d’un tempo, dagli stessi sofà irridevamo una donna con pochi strumenti e altrettanto scarse risorse, come tanti spinti a guadagnarsi di che vivere cercando di strappare alla sorte o al caso qualche lira in più nei modi che questo o quella le ponevano innanzi.

Se solo un po’ di quella nostra indignazione per le performance di un’Angela da Mondello fosse andata, per qualche minuto, verso i risultati in termini di utili e capitalizzazione al riparo da tassazioni adeguate al periodo e alle necessità della società in cui sono state maturate, se invece di pretendere il silenziamento di un’altrimenti afona sconosciuta – ché è nota più per il nostro disappunto sulle sue parole che per proprie forze comunicative – ci esprimessimo con altrettanto sdegno sul regime fiscale di favore di cui godono questi nuovi ricchi e chiedessimo con pari vigore l’applicazione di regimi impositivi a quelle sostanze progressivamente proporzionate, credo che risolveremmo davvero qualche problema in più.

Pagando solo lo scotto di qualche “like” in meno, peraltro.  

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