Da un capo all’altro del mondo

«E mi ricordo chi voleva/ al potere la fantasia./ Erano giorni di grandi sogni sai,/ erano vere anche le utopie./ Ma non ricordo se chi c’era/ aveva queste, queste facce qui;/ non mi dire che è proprio così,/ non mi dire che son quelli lì». Si chiama …Stupendo, puntini compresi, è del 1993 ed è di Vasco Rossi, che non è il mio cantante preferito, ma qualche pezzo l’ascolto volentieri.

Proviamo con qualcosa di più letterario? Bene. «Finito lo sciopero, quando le lezioni ripresero sotto il controllo della polizia, i primi a presentarsi in aula furono gli studenti che avevano capeggiato la rivolta. Come se niente fosse accaduto, venivano in classe, prendevano appunti e rispondevano all’appello. Il che era a dir poco strano, considerato che la dichiarazione di sciopero era ancora valida in quanto nessuno ne aveva dichiarato la revoca. […] E dire che quando era stato proclamato lo sciopero gli stessi signori avevano fatto solo discorsi esaltati e tracotanti, attaccando e mettendo alla berlina gli studenti che erano contrari allo sciopero (o che manifestavano dei dubbi). Io andai da loro e chiesi perché venivano a lezione invece di proseguire lo sciopero. Non risposero- […] Gente meschina che alzava o abbassava la voce a seconda di come girava il vento». Sono le parole di Tōru, il protagonista di Norwegian Wood, di Murakami. Più avanti, lo stesso autore fa dire a Midori con maggior cinismo: «questi sono solo una massa di mistificatori. Si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l’ammirazione delle ragazze appena entrate all’università, […] quando arrivano al quarto anno si tagliano i capelli, trovano un bell’impiego alla Mitsubishi, alla TBS o alla banca Fuji […]. Altro che “Distruzione della cooperazione università-industria!” C’è da piangere dalle risate».

Da un capo all’altro del mondo, più o meno negli stessi anni, (Norwegian Wood è dell’87, Gli spari sopra, l’album che contiene la canzone citata, come detto è del ’93), autori grosso modo coetanei, (Murakami è del ’49, Rossi del ’52), esprimevano, in sostanza, lo stesso sentimento di sfiducia per chi era «andato per età, qualcuno perché già dottore/ e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera…» (per usare le parole del Maestrone, classe 1940, più vecchio di loro di un decennio e più, in strofe da Canzone delle osterie di fuori porta, anch’essa del decennio che precede il primo di quei lavori ricordati). Sentimento che da quegli anni è come se non se ne fosse mai andato.

E no, non sto dando la colpa a quanti salirono sulle barricate con l’eskimo per poi, con la stessa rapidità, indossare giacche in grisaglia su cravatte di seta. Probabilmente ne hanno di più quelli che, sempre per dirla con Guccini, commisero il peccato di «creder speciale una storia normale». E forse è proprio la coscienza di quella specie di colpa, e la paura di poterne commettere ancora di pari, a tener oggi molti lontani dalle facili seduzioni, certo, come dalle possibili ragioni per spendere i giorni del proprio impegno, purtroppo.   

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Washington, hai un problema

«There are nearly seven hundred thousand police officers in the United States, about two for every thousand people, a rate that is lower than the European average. The difference is guns. Police in Finland fired six bullets in all of 2013; in an encounter on a single day in the year 2015, in Pasco, Washington, three policemen fired seventeen bullets when they shot and killed an unarmed thirty-five-year-old orchard worker from Mexico».

Il brano citato sopra è tratto da un articolo di Jill Lepore, docente di storia ad Harvard, pubblicato sul numero del New Yorker dello scorso 20 luglio. E dà un po’ la misura estremizzate delle differenze. La polizia finlandese, nell’esempio ricordato, ha esploso in tutto sei colpi in un anno; in una cittadina del Wisconsin, per venire a tempi più recenti, un solo poliziotto, ha sparato sette volte alla schiena di un uomo disarmato, Jakob Blake, mandandolo in ospedale gravemente ferito. E a Salt Lake City, in Utah, altri poliziotti hanno fatto fuoco, colpito e ferito gravemente Linden Cameron, un tredicenne, autistico, disarmato e in un evidente momento di difficoltà psicologica.  Sempre sul magazine newyorkese, il 3 agosto, e ancora a proposito delle differenze fra polizie europee e statunitense, William Finnegan scriveva: «In some Western European countries, police academies are as selective as a good American college. Recruits in Germany study for a minimum of three years, with professors who are experts in their fields. Officers in the U.S. often start work with as little as eleven weeks of training, mostly in firearms and survival». Se hai agenti che sanno solo sparare, è probabile che lo facciano con più frequenza che da altre parti. E questo, per gli Usa, è un problema non di poco conto.

Un problema che oggi Washington non sembra voler prendere in considerazione, soprattutto da quando a guidarla c’è un tizio che dei modi sbrigativi e decisamente irruenti nella risoluzione delle questioni ha fatto metro e misura di tutte le cose degli uomini. Certo, la società americana non è così facilmente paragonabile con quella europea, e un sospetto che tenta di aprire la propria auto lì fa venire molta più paura a un agente per la possibilità che abbia un’arma nel cruscotto di quanta ne può fare qui. Ma da questo a colpi esplosi contro un ragazzino indifeso, come era Linden Cameron in casa sua, ne passa.

Ecco perché torno alle parole di Finnegan, soprattutto in considerazione di quel differente contesto sociale. Se in Germania formano per tre anni i poliziotti prima di mandarli in strada, e su diverse materie, è mai possibile che una società così complicata come quella statunitense si affidi a meno di tre mesi di corso, praticamente solo su come si usano le armi e le mani? Ripeto: se insegni agli uomini destinati a tutelare l’ordine per le strade solamente come si spara e si picchia, rischi che poi solo questo ritengano possibile fare, difronte alle situazioni che possono trovarsi quotidianamente ad affrontare.

Con i risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi.

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Fermiamo e isoliamo chi semina e coltiva quel veleno

Fu Martin Luther King jr a insegnarci che le nostre vite iniziano a finire quando cominciamo a tacere sulle cose che contano. E aveva ragione. Tremendamente ragione. Per questo, per quanto già se ne sia parlato, è giusto ancora e ancora cercare di dire qualcosa e provare a capire e aiutare a comprendere quello che sta succedendo, partendo da quanto, tristemente, è già successo. A Colleferro, vicino Roma, è stato ucciso un ragazzo di 21 anni, Willy Monteiro Duarte, picchiato a sangue e lasciato agonizzante a terra da altri quattro ragazzi, con troppa forza per le loro insensate volontà.

La perdita di Willy è una tragedia immensa per questo Paese, oltre a essere un dolore infinito per la sua famiglia e per chi, conoscendolo, gli ha voluto bene. Il fatto che a determinarla, a causarla in quel modo orribile siano stati altri giovani aggiunge ulteriore mestizia al grande sconforto che non possiamo non provare. Di più: molti dei commenti che intorno alla vicenda si sono letti e si continuano a leggere danno la misura di quanto siano perdutamente andate larghe fasce della nostra società. Spero non irreparabilmente, ma è un dato su cui è necessario e urgente iniziare a confrontarsi, prima che sia troppo tardi, prima di piangere ancora troppe vite per troppa ingiustizia, per soprusi e violenze.

C’entra la logica del branco, un certo mito del maschio dominante, una sub-cultura fascista eterna e c’entra il razzismo; c’entrano tutte queste cose, e altre ancora. Perché se queste sono endemiche allo stato di latenza, va tenuto presente che si manifestano di più ed esplodono in particolari contesti della storia di questo Paese. Non ho soluzioni adesso e non ne immagino di facilmente attuabili in un domani prossimo; nondimeno temo quello che può succedere, se le condizioni di quei contesti si dovessero presentare con maggiore forza, cosa che potrebbe verificarsi a breve, qualora lo stato difficile dell’economia non si risollevasse e le sue ricadute e immediate conseguenze su determinati strati sociali inasprirebbero quei sentimenti di odio e cieca voglia di rivalsa che possono facilmente cedere alla seduzione di individuare un nemico a portata di rancore, per scaricargli addosso la rabbia per tutte le difficoltà patite.

E soprattutto se alcuni pericolosi e interessati stregoni su questa eventualità continueranno a scommettere i loro destini politici, aizzando e tenendo sempre vivo e acceso quel furore irrazionale, incuranti delle conseguenze diffuse di questo agire, cinicamente devoti esclusivamente al tornaconto a cui mirano e spietatamente efficienti e indefessi in questo lavoro di semina e coltivazione d’un veleno potenzialmente letale per tutti.

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L’umanità ha sempre vissuto con la coscienza della morte

Da cosa nasce l’ansia paralizzante di fronte a un virus e al possibile contagio? Quando abbiamo deciso che le malattie erano state abolite per decreto? Che la morte per noi non sarebbe arrivata, se non al tempo giusto e comodamente distesi sul nostro letto? Viaggiando in aereo posso contrarre la Sars-CoV-2? Verissimo. Può anche precipitare l’aereo. Posso contrarre il coronavirus andando a far spesa? Può capitare; pure di essere investito. A scuola posso infettarmi? Ovviamente; persino andando a passeggio, a ballare, al ristorante, in biblioteca, al mercato, in ospedale, in fabbrica, in ufficio, al bar… E posso contagiare altri o essere da loro contagiato. Tutto vero; e quindi? Per paura di morire rinunciamo a vivere? E fino a quando? Al vaccino che non sappiamo se e quando arriverà? Cerchiamo i responsabili a prescindere, per dar loro la colpa se le cose non dovessero andare come avevamo pensato che andassero? Non credo funzioni.

Ma soprattutto: quale dovrebbe essere la quota di rischio imprevedibile che siamo disposti ad accettare? Anche sotto le bombe ci si sposa, pure durante la peste si sta insieme, persino nella peggiore delle carestie si mettono al mondo dei figli; l’umanità si adatta ai tempi che trova, non smette di viverli finché non sono come li ha immaginati. E in questi e con questi cerca e stipula il necessario compromesso tra quello che vuole, che deve fare e ciò che può perdere. Considerando la vita in un approccio generale, che tenga dentro il bello e il brutto, il buono e il male. C’è invece oggi una dominante cultura parcellizzata, settoriale, che spinge a considerare ogni cosa sotto un unico aspetto. Pure il dato pandemico è letto solo sotto un profilo medico-statistico; quindi, si vedono solo i rimedi  che la medicina spiega, sostenuta dalle ragioni statistiche. E, da quel punto di vista, ciò che si dice è vero. Però una visione generale sa e insegna che non basta una sola dimensione per spiegare l’umanità, e che se una giusta misura tra quello che la scienza indica e quanto la vita chiede non viene indicata da chi ha il compito di farlo, il singolo la cerca e la trova da solo.

Per esempio, il Governo s’è scelto ultimamente come consulente un tale che puntava seriamente all’obiettivo «contagi zero». Ma come è possibile, se non cancellando tutto quello che facciamo? Ed è davvero quello ciò che dobbiamo fare, o invece bilanciare tutte le questioni in campo? L’intelligenza generale che dovrebbe ambire a quella visione complessiva a cui accennavo, dovrebbe contenere o almeno cercare quelle risposte complessive, e indicarle. L’ignoranza generale, al pari di quella intelligenza, in questo si muove con l’identico passo su cui si muoverebbe l’altra, se non per sapere acquisito, per esperienza patita. Sente che esistono rischi e li accetta, come parte della vita che ha, come, appunto, elementi costitutivi dei tempi che gli son toccati.

Nel mezzo, tra l’intelligenza generale ormai andata e l’ignoranza generale da tempo sparita, la prima arresasi per mancata ambizione e la seconda fuggita per malintesa vergogna, abbiamo fatto un deserto.  E, spaventati dal doverlo attraversare per colpa nostra, l’abbiamo chiamato «modernità».

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Conviverci, ma senza inutili isterie

L’eventualità che sia un effetto della mia echo-chamber è da tenere in seria considerazione. Nondimeno, sono stupito dalla frequenza con cui, aprendo i social nelle ultime settimane, io sia stato invaso da notizie sulla chiusura di una ventina di scuole in Francia o di un centinaio di istituti in Germania, di una a Roma come di intere classi costrette a casa a Trento e Crema. In tutti le circostanze in cui questo è avvenuto, ovviamente, è accaduto a pochi giorni dalla riapertura e per aver riscontrato casi di contagio fra docenti o alunni. Il tono dei commenti che accompagnano spesso le condivisioni degli articoli a riguardo, va da sé, è preoccupato. E lo sono anch’io, certo. Però mi chiedo: e quindi?

Cioè, a parte considerazioni statistiche sul numero delle scuole nei paesi presi in esame che hanno riaperto le scuole da molto più tempo di noi (dove abbiamo iniziato solo con i corsi di recupero, l’attività delle materne al Nord e quella di qualche istituzione privata), e che ridimensionano fortemente l’impatto di quelle chiusure considerato in percentuale (non conosco i numeri precisi, ma se l’Italia ha circa 50.000 istituti scolastici, immagino che Francia e Germania ne abbiano almeno altrettanti, se non di più), perché ci si sorprende? Non era e non è forse quello che ci siamo detti e ci diciamo? Apriamo, vigiliamo e, se nel caso, isoliamo i casi trovati, chiaramente chiudendo temporaneamente le classi o le scuole coinvolte? 

Il virus, checché ne dicano negazionisti e scriteriati d’ogni sorta, non è sparito; non sta determinando la pressione ospedaliera della scorsa primavera, ma c’è ancora e ci dovremo convivere a lungo. Nonostante questo, anzi, proprio per questa considerazione sulla necessaria convivenza, le scuole dobbiamo riaprirle come già abbiamo iniziato a fare, e non possiamo non farlo, sapendo tutti, alunni, docenti e famiglie, che può succedere, ed è altamente probabile che accada, quello che sta avvenendo Oltralpe e non solo. 

Vorrete mica tenerle ancora chiuse? Rimandarne l’inizio a non si sa quando? Alla cura definitiva? Al vaccino? A un lontanissimo giorno di “contagi zero” da più di quattro settimane consecutive? Ripeto, il virus esiste, è reale e non è scomparso; ma se tocca convivere con questo problema per qualche e tempo (sperando che sia il più breve possibile, va da sé), lo dobbiamo fare, in sicurezza, è chiaro, ma anche nel massimo della coscienza di una pandemia ancora in corso, senza ansie, senza eccessive paure e senza inutili isterie.

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Un’offerta senza domanda

«La nostra offerta non corrisponde più a una domanda», dichiarava sconsolatamente Pierre Nora, il direttore della rivista Le Debat da pochi giorni chiusa, nell’articolo di Anaïs Ginori in cui se ne riportava la notizia per Repubblica, lo scorso primo settembre. Sconsolato, ma preciso: se offri la possibilità di un dibattito deve esserci qualcuno pronto a dibattere, a confrontarsi, a sostenere le contraddizioni che, naturalmente, quello scambio porta con sé e determina.

Le Debat, quindi, in quanto rivista e nel suo significato letterale, non interessa più a nessuno. Nora e i suoi collaboratori ne hanno semplicemente preso atto. Tristemente. Perché il dibattito parte, per forza, da posizioni non omogenee. Il punto, però, è che oggi quelle o non ci sono, o sono così radicalmente e acriticamente sostenute da respingere ogni forma di mediazione. Se non ci sono, perché tutti la pensano allo stesso modo, che senso ha dibattere? E se sono indisponibili a mettersi in discussione, come è possibile farlo? A che serve, quindi, una rivista come quella o qualsiasi altro spazio di discussione che non sia arrogantemente apodittico come un post su un social? A poco o nulla, appunto, per mancanza di interessati. E quindi, chiude.

È un mesto articolo, questo che vado scrivendo e che si avvia a concludersi, ma è su un punto di riflessione che svolgo da tempo, anche per il ruolo, incommensurabilmente minore della rivista di Nora, che il blog che lo ospita svolge. E devo dire che non ho risposte certe, sul motivo per cui continuo a farlo, sapendo, come dice il direttore della rivista da poco chiusa, che pure questa offerta non corrisponde a nessuna domanda, se non l’ambizione, modestamente presuntuosa, di dover tener fede a un impegno che maestri del passato ci hanno lasciato quale generosa loro eredità e necessaria nostra promessa (Nicola Chiaromonte, La Stampa, 10 aprile 1969): «è ai pochi, capaci di riflessione, in fin dei conti, che è affidato non già il potere, ma la responsabilità dell’esistenza civile».

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Se «è lecito» pensare che Trump usi la pandemia a fini politici, rischia d’esserlo anche per altri

Scrive il sempre bravo Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, a proposito della notizia dell’invito alle amministrazioni locali dei vari Stati dell’Unione rivolto dalla direzione del Centers for Disease Control and Prevention (ente federale che si occupa, per l’appunto, di controllo e prevenzione delle malattie e che è parte del Dipartimento della Salute statunitense) a prepararsi per somministrare eventualmente un vaccino contro il Covid-19 entro il prossimo primo di novembre, che «sul piano politico ogni sospetto che l’accelerazione serva a mandare anche un messaggio agli elettori è lecito». Sarà pure lecito, ma è pericoloso nutrirlo e alimentarlo. Anche per quelli che, rispetto a Trump, si muovono e agiscono in modo nettamente differente.

Chiarendo meglio il suo pensiero, Gaggi aggiunge: «fin qui, nonostante la retorica trionfalistica del presidente, la gestione governativa della pandemia è stata disastrosa secondo i critici più severi, assai lacunosa secondo i commentatori più moderati. Col coronavirus che ha ripreso a diffondersi in estate […] e l’emergere di nuovi focolai […], Trump ha abbandonato ogni strategia di contenimento via lockdown: ora ripone tutte le sue speranze nel vaccino […]. È, quindi, verosimile che ci sia pressione per un “avanti tutta” sui vaccini. E un leader che punta molto sulla comunicazione ed è abituato a dare una sua personalissima interpretazione della realtà sarà sicuramente tentato di fare un annuncio in stile mission accomplished prima del voto». Prendo per buoni i ragionamenti della firma del Corriere. E allora però mi chiedo: se «è lecito» pensare che Trump usi le notizie sulla pandemia per fini elettorali, perché non lo è pensarlo di altri a guida di diverse istituzioni? Non autorizza, quel dubbio sul capo di quella che pomposamente abbiamo sempre definito «la più grande democrazia dell’Occidente», altrettanti dubbi su altri dirigenti di importanti istituzioni o esponenti di governo, cioè di usare la pandemia e le misure di risposta ad essa per scopi politici? Non è della stessa natura del dubbio su un possibile interesse nascosto nelle azioni dell’attuale amministrazione Usa in campo sanitario, in fondo, quello che alimenta il retropensiero di tanti che diffidano delle scelte prese da altri governi e mettono in discussione l’obiettività del loro essere necessarie e inevitabili?

Qui non si sta difendendo Trump (per quanto non sia lui l’unico a parlare di un vaccino prima della fine dell’anno o la sua amministrazione la sola a prepararsi ad acquisire e somministrare per l’autunno un vaccino), né dicendo che altri governi, a partire da quelli europei, hanno fatto qualcosa di sbagliato; non è questo il punto. Sto dicendo, però, che se, per dirla ancora con le parole di Gaggi, «è lecito» pensare che l’ente di prevenzione e controllo delle malattie di un paese democratico possa essere manipolato, nelle sue scelte che dovrebbero rispondere solo alle esigenze della scienza e della medicina, per fini politici, allora c’è il rischio che qualcuno pensi che sia possibile che ciò accada sempre, qualunque sia la decisione assunta, al di là del merito della stessa.

Ed è uno scenario francamente preoccupante, che gli stessi che si peritano di combattere, quando si tratta di dar aspra battaglia contro cospirazionisti e complottisti di ogni risma e sorta, per peculiare eterogenesi dei fini, data la scivolosità viscosa della materia in trattazione, rischiano indirettamente di alimentare.

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Voterò no, perché è la logica della riforma che respingo

Voterò no, nel referendum costituzionale dei prossimi 20 e 21 settembre. Perché considero la modifica un vuoto cedimento a un’ancor più vacua demagogia e per una innegabile ragione di sfiducia verso i suoi proponenti. Devo ammettere che non è una scelta lineare, la mia, come quella dell’altra volta. Mentre lì la Costituzione veniva toccata davvero e in profondità, qui c’è solo una riduzione del numero dei parlamentari, con compiti e attribuzioni intatti per loro e per le camere che rappresentano. Le motivazioni, va ripetuto, sono sciatte: «riduciamo la spesa!». Che uno dice: «invece di ridurre i parlamentari di un terzo, tagliate allora gli emolumenti della metà, con legge ordinaria, immediatamente esecutiva e senza passaggi ulteriori e successivi». 

Quello che sostengo però con più forza, e che mi conferma in quel prossimo voto per il no, è una valutazione di carattere generale. Non respingo la riforma con argomentazioni tecniche, ma su ragioni politiche e ideologiche. Questo taglio nasce esclusivamente dalla sedimentazione concreta di un sentimento antiparlamentare. Pure i proponenti, in fondo, sanno che il problema non è il risparmio, né il numero delle persone assise nelle due camere. No; a loro interessava e interessa ridurne l’importanza, dimostrarne l’inconsistenza pratica, spiegare a tutti che quello che si può fare con 945 si può fare anche con 600, e poi forse pure con meno eletti. E loro, i proponenti, in questo sono coerenti: muovono da Rousseau, dalle idee della democrazia diretta senza il filtro della mediazione, in cui si è portavoce, al massimo, dei voleri del popolo, concepito organicamente unico, non rappresentanti delle sue svariate, contrapposte e contradditorie istanze. Di pari, io che nella rappresentanza ho sempre creduto, non posso essere altrettanto coerente con me stesso, e respingere per quanto e come posso queste loro idee trasformatesi in disegno di legge costituzionale.

Certo, anch’io penso spesso al catalogo dei rappresentanti di oggi, che magari potesse essere elevato come quello che faceva Garboli («la studentessa sussiegosa che si crede granduchessa di tutte le Russie; il giovane appassionato di storia del Risorgimento; il buffone che fa casino sui banchi durante la ricreazione per difendere i diritti dei compagni e poi fa la spia al preside, ecc. ecc.» – Il trionfo della morte, La Repubblica, 28 luglio 1986, ora in Ricordi tristi e civili, Einaudi, 2001, p. 61), e mi chiedo se averne qualcuno di meno non sarebbe, tutto sommato, un buon affare. Come mi rendo conto che quel numero di deputati e senatori fu deciso quando non c’erano, per stare solo alle assemblee legislative, il Parlamento europeo e i consigli regionali, ma va detto che allora, l’Italia, aveva un sesto in meno degli abitanti di oggi e tante, tantissime articolazioni, interessi e necessità non erano presenti.

Infine, so pure che se dovesse vincere il sì non sarebbe, di per sé, un attentato alla democrazia, che i lai elevati per la perdita di rappresentanza dei territori fanno a pugni con i fatti, se vengono dagli stessi che in quei medesimi territori non hanno mai osteggiato la candidatura di esponenti che nulla vi avevano a che fare e che, con una facile battuta, non mi strapperò i capelli nel caso dovesse risultare minoritaria la mia scelta, perché ci sono abituato e perché, comunque, non sarà mio il seggio che verrà tagliato. 

Mi ferma, in questa cinica coda di riflessione, solo una considerazione, un pensiero ispirato a un principio di prudenza, diciamo così, probabilistica: è più facile trovare un giusto su mille che su seicento. E siccome per quel giusto, noi sappiamo, si possono salvare addirittura Sodoma e Gomorra, spero che, mantenendone alto il numero, si riesca a trovarlo pure cercando, sempre col Garboli di prima, fra «chi non c’è».

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Pure gli altri, però

«On June 22nd, in the baking heat of a praking lot a few miles inland from Delaware’s beaches, several dozen poultry workers, many of them Black or Latino, gathered to decry the conditions at a local poultry plant owned by one of Presidente Donald Trump’s biggest campaign contributors. “We’re here for a reason thet is atrocious”, Nelson Hill, an oggicial with the United Food and Commercial Workers International Union, told the small but boisterous crowd, wich included top Democratic officials from the state, among them Senator Chris Coons. The union, part of the A.F.L. – C.I.O., represent some 1.3 milion laborers in poultry-processing and meatpacking plants, as well as workers in grocery members, many defined as “essential” workers – without the option of stayng home – have been hit extraordinarily hard by the coronavirus. The union estimated that nearly thirty thousand of its workers in the food and health-care sectors have contracted COVID-19, and that two undred and thirty-height of those have died».

Le vacanze, in fondo, servono anche a recuperare arretrati di lettura. Tra questi, alcuni numeri del New Yorker che ho infilato in valigia e mi sono portato nei miei dolci giorni lucani. Su quello del 20 luglio, il bel reportartage di Jane Mayer su quanto e come Trump stia aiutando i titani della filiera della carne a rimuovere le pur blande protezioni per i lavoratori proprio sfruttando la pandemia, giustamente intitolato Back to the jungle, mi ha fatto molto riflettere. E mi è capitato di leggerlo negli stessi giorni in cui si leggevano scempiaggini dei campioni, fino a ieri, della sinistra liberal contro lo smart-working. A onor del vero, però, va detto che le scempiaggini le si leggevano anche nelle repliche a quelle parole, soprattutto in quanti opponevano quale certezza sulla bontà del lavoro a distanza proprio il rischio, uscendo per recarsi in ufficio, di poter contrarre la malattia. Giusto. E gli altri, però?

Se uscendo per andare a lavoro si rischia la salute e la vita, allora le rischiano tutti. Io sono stato del tutto e sono ancora parzialmente in telelavoro. Mia moglie, insegnante, ha lavorato anche’ella da casa. Così, abbiamo avuto modo di poter contemporaneamente prenderci cura del nostro unico figlio evitando di uscire di casa che, stando alla tesi poc’anzi esposta, rappresentava in sé il rischio. Bene. E la madre single cassiera al supermercato? Tutti i giorni ha dovuto e deve uscire per recarsi sul posto di lavoro, proprio perché, come i lavoratori della filiera della carne americana, lavoratrice «essenziale» senza possibilità di stare a casa. Contestualmente, ha probabilmente dovuto chiedere ai suoi genitori di guardare i propri figli o passare da loro a lasciarglieli, tornare a riprenderli e magari passare agli anziani il virus contratto perché non poteva in alcun modo fare a meno di quel salario più basso del mio, rischiando al contempo persino la denuncia per violazione delle regole del lockdown da qualche hooligans del non uscire e cheerleaders dello stare in casa, spiandola uscire con i bimbi al mattino o spiando i nonni andar via alla sera, nella pandemia di delazione che ci ha invasi in questi mesi.

Ecco, alla luce di tutto questo, non so se siano più cinici i critici delle forme di lavoro agile o i beneficiari di queste a stipendio pieno, incuranti delle difficoltà economiche degli altri e dei rischi che, per loro stessa ammissione, quanti nemmeno rientrano nelle mielose categorie degli eroi da social e che hanno al contempo permesso la produzione, la distribuzione e la vendita, quando non la consegna a casa, di quegli stessi generi necessari a sfoggiare le nostra competenze culinarie o conoscenze enogastronomiche su Instagram.

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Anche quest’anno, la macchina la cambiamo un’altra volta

Prima dell’estate, sinceramente, stavo pensando di cambiare l’auto, anche approfittando del contributo per la sostituzione di quelle più datate di cui in quei giorni si discuteva. Pur dubitando del fatto che sia questa la strada migliore per affrontare il tema della mobilità, in un pianeta sempre più complicato dal punto di vista ambientale, con gli esperti che un giorno sì e l’altro pure annunciano l’apocalisse climatica, mi ero detto: «beh, in effetti, la Croma si avvicina ai 16 anni, e ha quasi 300.000 km; una piccola nuova, magari un “Pandino”, perché no?». Subito dopo, però, ci ho ripensato: «e per andare dove?».

La norma poi è uscita, ma intanto io avevo già deciso di soprassedere. Non tanto per considerazioni ecologistiche, lo ammetto, quanto per valutazioni prettamente materiali. Avessi pure deciso in quel momento, fino all’emanazione del provvedimento, alla scelta e all’arrivo della nuova auto, saremmo giunti all’autunno. Ma per tutta l’estate, altri esperti, questa volta in questioni sanitarie (e molto ascoltati dal quelli che hanno poi deliberato il contributo, tra l’altro), seri e colti almeno quanto, se non di più, i climatologi di cui prima, hanno assicurato (minacciato?) che proprio nell’autunno tornerà a far male il virus maligno. E allora, nei giorni della discussione su questo nuovo bonus, ho immaginato le scene che sarebbero seguite: nuovi blocchi e chiusure, nuovi inviti a restare a casa, nuovi moniti a non uscire. Avrei comprato la macchina, ma non avrei potuto usarla. O quando fossi riuscito a guidarla, sarei stato assalito dai sensi di colpa, visto come untore dalla vicina chiusa in casa perché là fuori è un brutto mondo, dal dirimpettaio che mi avrebbe accusato, con lo sguardo e con le parole, di vanificare il sacrificio di tutti, l’eroismo degli operatori sanitari, il calvario di perdite e dolori (al quale avrei allora voluto rispondere, come Franco Arminio redarguito per essersi abbassato la mascherina per respirare un attimo, in un vagone vuoto: «non le ho aperte io le discoteche, non li ho chiusi io gli ospedali»).

Alla fine, ho concluso: «ma no, lasciamo perdere; mi tengo la Croma. In fondo, non ha nemmeno 16 anni, neanche 300.000 km. E poi, dovesse pure star ferma per settimane, è già abituata. E a me, in fondo, non dispiacerebbe troppo veder ferma la mia auto, sapendo almeno che non ho speso altri soldi per cambiarla».

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