Proprio perché sono convinto che quelle misure abbiano funzionato

Tra i pochi commenti da parte dei miei 25 lettori, uno trovato su questo blog, e relativo al post dell’altro giorno, mi ha non poco stupito: «Non sarai mica fra quelli che negano che il virus esista, e che mettono in dubbio l’importanza delle misure di contenimento della sua diffusione consigliate da virologi e medici e disposte dai governi di tutto il mondo?». Mi ha stupito, dicevo, e non tanto per il tono della critica, misurato e gentile, quanto proprio per il contenuto della stessa.

Voglio chiarire a chi ha lasciato quel commento e ad altri: come potrei negare l’esistenza di una pandemia che ha colpito e sta colpendo il mondo intero, e che lutti e sofferenze dissemina nel suo cammino? Sarebbe folle il solo pensarci. E come potrei mettere in dubbio che le misure adottatte, dal distanziamento sociale al lockdown di tutte le attività sociali ed economiche non indispensabili, abbiano funzionato? Solo un cretino non si renderebbe conto della loro importanza, quando la virulenza del contagio era da arginare in tutti i modi possibili. Ma è proprio perché sono convinto della loro efficacia che mi chiedo perché si abbia così tanta paura anche solo di pronunciare le parole «ritorno alla normalità».

Se dovessimo passare tutta la vita che ci rimane dinnanzi con la bocca tappata a nascondere sorrisi e commozioni, lontani gli uni dagli altri per paura che lo stare insieme possa costringerci a un malattia solitaria, come se per molti questa, la solitudine, non fosse già in atto, se per paura di morire a causa di un morbo rinunciamo addirittura a vivere, nella pienezza del confronto col possibile che questo significa e comporta (e senza voler scomodare l’esistenzialismo), allora non solo metteremmo in dubbio l’efficacia di quelle misure necessarie, e per alcuni dolorose, ma le vanificheremmo, rinunciando del tutto ai motivi per cui si è deciso di prenderle e rispettarle: ritornare a godere pienamente delle nostre libertà, seguire i nostri sentimenti, ascoltare i nostri affetti.

Di questo parlavo e parlo, non di altro.

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Odio i rumori forti che muovon dal nulla

Non ho visto Figli, il film diretto da Giuseppe Bonito con Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea, quindi, questo post non è una recensione, tantomeno una critica. Ho però visto una clip della pellicola, in cui Sara (Cortellesi) rinfaccia alla madre di appartenere a una generazione che, dice, «si è mangiata tutto», godendosi i privilegi dati dal boom economico e non preoccupandosi di chi sarebbe venuto dopo.

Ripeto, non ho visto il film, e quindi, di quello non parlo. Ma di quell’accusa, che ne riprende una più generale e, appunto, generazionale, invece, voglio parlare. Io appartengo alla generazione della protagonista della pellicola, la stessa della Cortellesi. E quindi, immagino, i miei genitori appartengano a quella di Angela, la madre di Sara. Ebbene, nel sentire quella piccola clip, alla fine, mi è rimasta in bocca una sensazione amara, come quella che sta nella voglia di dire: «bel ringraziamento». E sì, perché, insomma, è un po’ comodo per i quarantenni di oggi che volgono ai cinquanta, accusare i loro genitori di aver goduto, sperperandole, di risorse eccessive, addirittura, come si fa in quel monologo, rinfacciando i loro investimenti mobiliari e immobiliari e le pensioni (e immagino, pure le liquidazioni) che percepiscono; ragazzi, chiamiamoci ancora così per quanto non lo siamo più da un po’, ma di quelle cose, di quelle risorse, di quei beni, se e nella misura in cui ci sono stati, non ne abbiamo goduto pure noi?  

E non sto parlando della possibilità ereditaria delle ricchezze accumulate, a cui peraltro il monologo pare alludere, con il richiamo, non so quanto deluso, all’allungamento delle aspettative di vita dei settantenni e ottantenni di oggi. No, parlo proprio del nostro essercele godute insieme ai nostri genitori. Le prime e seconde case di cui parla Sara, non sono quelle in cui è cresciuta? Dove ha fatto le vacanze? E non ha vestito abiti pagati con gli stipendi di quei lavori stabili che giudica un furto a chi è arrivato dopo? Mangiato con quei soldi? Non poggia, ancora, su quelle pensioni pure nel chiedere un aiuto per crescere i suoi, di figli? Di che sta parlando?

Perché, insomma, se quell’accusa sulla scena fosse solo teatro, non me ne occuperei. Al contrario, la sento spesso, fuori dalla finzione e nelle opinioni dei miei coetanei. E se si può chiudere un occhio sull’ingratitudine mista alla voglia di rivalsa e contrapposizione quando la si incontra in un adolescente, con gli anni della Sara del film e con i miei, non è e non sarebbe accettabile.

Se mi è permesso un cammeo di vita privata, poi, non sono per nulla convinto che la vita delle generazioni che hanno preceduto la mia sia stata davvero così tanto più confortevole della nostra. Certo, anche in miei, come i genitori a cui si rivolge la protagonista sulla scena, hanno avuto un impiego stabile ben prima dell’età in cui, e per fortuna, ci sono arrivato io. Però c’è anche tutto il resto, in un percorso di vita. I miei genitori sono nati nello stesso paese in cui sono nato io. Ma quando sono nati loro, lì, la norma era non avere un bagno in casa. L’acqua corrente spesso non c’era, e quella calda, che ve lo dico a fare? Il riscaldamento? Gli elettrodomestici? Ma se il gas è arrivato che ero ragazzino io e la corrente elettrica era appena, quando c’era, quella sufficiente per una lampadina. Il frigorifero, come no? E per metterci cosa, poi? Perché io non lo so com’era per i genitori della Sara del film, ma i miei, al tempo, tanta roba da conservare non è che ne avessero. E le case? Delle seconde nemmeno a parlarne, ma per le prime, ha idea, chi oggi lancia accuse generalizzate a quella generazione, di come fossero dalle miei parti, le case in cui i bambini nati nei primi anni del secondo dopo guerra crescevano?

So che paio noioso e isolato, nella mia generazione; ma che ci posso fare, se odio i rumori forti che muovon dal nulla?

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L’eccesso di pessimismo in cui rischiamo d’affogare

Da meridionale di mezz’età, comprendo la scaramanzia e fa parte del mio approccio usuale alle cose del mondo. Però, l’eccesso, anche di questa, non ricade all’interno del mio modo di guardare il mondo. E sebbene si parli di malattie, e quindi la prudenza in facili ottimismi si raddoppi nel mio approccio, qui si esagera con moltiplicatori di scenari negativi di mille e mille volte più consistenti. E sinceramente, persino preoccupanti e inspiegabili.

Scavallate le idi di giugno, in cui tetri scenari prevedevano fino a 151 mila ricoveri in terapia intensiva, se si fosse proceduti a una riapertura totale già dal 4 maggio, i dati che si registrano suonano note che si fatica a inserire nel salmodiare triste dei tanti profeti della fine d’ogni cosa, che ripetono il «poenitentiam agite» che fu del Matteo evangelista e risuonò in ben più oscuri momenti. Leggo dagli aggiornamenti del Ministero della Salute: 6 giugno, ricoverati con sintomi -299 (totale 5.002), in terapia intensiva -23 (totale 293), guariti +1.297 (totale 165.078); 7 giugno, ricoverati con sintomi -138 (totale 4.864), in terapia intensiva -6 (totale 287), guariti +759 (totale 165.837); 8 giugno, ricoverati con sintomi -135 (totale 4.729), in terapia intensiva -4 (totale 283), guariti +747 (totale 166.584); 9 giugno, ricoverati con sintomi -148 (totale 4.581), in terapia intensiva -20 (totale 263), guariti +2.062 (totale 168.646); 10 giugno, ricoverati con sintomi -261 (totale 4.320), in terapia intensiva -14 (totale 249), guariti +1.293 (totale 169.939); 11 giugno, ricoverati con sintomi -189 (totale 4.131), in terapia intensiva -13 (totale 236), guariti +1.399 (totale 171.388); 12 giugno, ricoverati con sintomi -238 (totale 3.893), in terapia intensiva -9 (totale 227), guariti +1.747 (totale 173.135); 13 giugno, ricoverati con sintomi -146 (totale 3.747), in terapia intensiva -7 (totale 220), guariti +1.780 (totale 174.865); 14 giugno, ricoverati con sintomi -153 (totale 3.594), in terapia intensiva -11 (totale 209), guariti +1.505 (totale 176.370); ieri, fatidico 15 giugno, ricoverati con sintomi -105 (totale 3.489), in terapia intensiva -2 (totale 207), guariti +640 (totale 177.010).

Tutto questo ci autorizza a festeggiare la fine dell’epidemia? Certamente no. Ma dal non rilassarsi e correre ad abbracciare tutto e tutti al deprimersi all’infinito perché «appropinquavit enim regnum caelorum», per dirla col Vangelo di prima (e se così fosse, amen, e a poco o nulla varrebbero le ipocondrie individuali e le isterie collettive), ce ne passa. Pure perché, non so come dire, ma questa forma di pessimismo al di là della ragione, rischia di essere una profezia che si auto avvera, se non proprio per quanto riguarda la malattia, almeno sul tema del male che, per effetti collaterali, essa arreca.

Insomma, abbiamo detto dal primo giorno che la pandemia non sarebbe stata una questione esclusivamente medica, ma anche sociale ed economica. Per questo, la depressione che ci spinge a dare un giro più stretto all’elastico della mascherina, a indicare al pubblico scandalo chi non si mortifica da solo per non portarla quando non è costretto, da norme o situazioni, a farlo, a vedere l’avvicinarsi dell’eterno tramonto solo perché qualcuno ha starnutito troppo d’appresso a qualcun altro, proprio su quei due corni (a proposito di scaramanzia) del problema rischia di scaricarsi.

Con effetti, dicevo e temo, potenzialmente peggiori del contagio stesso.

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L’uso della cultura come strumento del potere

Brutte stagioni, quelle in cui la politica si affida a pomposamente definiti «Stati generali» o a commissioni di tecnici che, tra l’altro, non dicono molto di più di quello che tutti vanno ripetendo da troppo tempo. Si chiedeva infatti uno stranamente per me in grand parte condivisibile Galli della Loggia, sul Corriere della Sera di venerdì scorso e a proposito dei piani proposti dal gruppo di lavoro guidato da Vittorio Colao: «davvero nel governo Conte non c’era nessuno, a cominciare dal presidente del Consiglio, che avesse mai pensato all’opportunità di attuare qualcuna delle cento e passa proposte indicate oggi dalla Commissione Colao, tipo sburocratizzare l’amministrazione o portare l’Alta velocità al Sud? Davvero a questo punto stiamo?».

No, non stiamo a questo punto, ed è qui che divergo dall’idea del professore e firma storica di via Solferino. Perché, per lui, ciò era dovuto alla mancanza di assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente politica. Secondo me, invece, quella è solo una parte della questione, e nemmeno la più importante. Penso che la faccenda sia un po’ più complicata di così. E penso al teatro di Molière. Meglio, penso alle parole su uno dei suoi personaggi scritte da un intellettuale più unico che raro, nel panorama italiano: Cesare Garboli. Scriveva il critico su Repubblica, il 5 luglio del 1986 (ora in C. Garboli, Ricordi tristi e civili, Einaudi, 2001, pag. 27): «Quando cominciai a tradurre Molière, anni fa, pensai che Tartuffe non era un personaggio, era un archetipo. Il copione di Molière non andava letto “in negativo”; esisteva anche un Tartuffe “in positivo”, qualcosa di più di un bersaglio satirico e polemico. Bisognava ritoccare l’opinione costituita, e ricollegare il personaggio di Molière non all’ipocrisia, ma alla medicina, all’esercizio della medicina come strumento di potere. Tartuffe era uno psicanalista ante litteram, un “politico del profondo”. Molière ci aveva preceduti di tre secoli. Il personaggio si trasformava; non più, o non solo, un tipo comune alla società francese del Seicento, ma un archetipo, il modello dei metodi di comportamento del potere, quando il potere non nasce dal privilegio ma dalla frustrazione (dal nulla, dallo zero sociale). Questo potere ha bisogno, per esistere, di consensi occulti e di opinioni intoccabili. Tre secoli fa aveva bisogno della religione; oggi, non può fare a meno della cultura».

Con un cambio radicale di prospettiva, Garboli ci dice che la cultura può essere esercita come strumento di potere proprio in quelle condizioni in cui il potere stesso nasca dalla frustrazione, dalla voglia di autoaffermazione, di comando, di quella gente che, per ribaltare le parole di Pasolini (e avendo come lui pure io nostalgia dei primi e non dei secondi), non lottava per abbattere un padrone, ma per diventare essa stessa quel padrone. E a quel punto, preso che si abbia quel potere, sostituito che si sia quel padrone, non resta altro che cercare un puntello per le proprie azioni almeno apparentemente dotato di un armamentario concettuale e di un vocabolario indiscutibile e, appunto, potente.

Non avendone di propri, come Tartuffe, se ne piegano all’uopo altri. Ancor meglio se medici.

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Si è sempre ciò che le nostre scelte testimoniano

«Sembra quasi tu stia dando la colpa ai popoli vittime delle dittatura, più che ai dittatori loro carnefici». Mi scrive così, un mio caro amico su WhatsApp, commentando il mio post di ieri. Un messaggio che, devo ammetterlo, mi ha molto colpito, soprattutto perché mi è sembrata un’accusa, e che, nel caso, respingo qui come ho fatto in quella conversazione. Però, devo anche ammettere che un fondo di verità c’è, in quello che lui mi scriveva.

Pur senza arrivare alle estreme analisi di un Étienne de La Boétie, è chiaro che, senza l’afflato volontario e irruento di un popolo intero, un dittatore non sarebbe la sciagura che può diventare per il suo Paese e per gli altri, ma solo un pittore fallito un po’ tocco che, al terzo boccale, arringa gli astanti in una birreria, prima che questi, divertiti, lo lascino alle sue follie; se diventa qualcosa di più, è perché in più gli danno credito. Però, anche raccolta che avrebbe un’accolita di facinorosi, è necessario, per farne il potente che può decidere dei destini di tutti, che pure altri si conformino alle sue idee, alle sue parole, a modi con cui intende organizzare la società. «Ma può mai esistere una personalità autoritaria senza conformismo, senza cultura di massa, e cioè senza un’identificazione con un gruppo?», si chiede in suo bel saggio Carlo Bastasin (Viaggio al termine dell’Occidente. La divergenza secolare e l’ascesa del nazionalismo, LUISS University Press, 2019, pag. 132). Effettivamente, la vedo ardua, per quella personalità, se i più, invece che alle sue, si rifacessero alle parole del Bartleby di Melville.

D’altronde, persino contro lo strapotere dello Stato onnipotente e assoluto della macchina nazista, ci spiega Ernst Jünger nel suo Trattato del Ribelle (Adelphi, 1990, cfr. pp. 100-105), al singolo altro non è chiesta che una scelta, ed è da queste singole scelte che discende, in fondo, il destino di un intero popolo. Per questo, sempre il filosofo tedesco in quelle sue pagine, dopo la vittoria degli alleati, la scarsa resistenza del singolo cittadino tedesco nutrita in quella sorta di «timore reverenziale» nei confronti dello Stato, formatosi, come carattere nazionale, nei tempi della monarchia prussiana, «sia stata oggetto di una accusa non soltanto generica, riferendosi cioè a una colpa collettiva, ma anche personale – ad esempio riferita al fatto che lui, singolarmente, ha continuato a svolgere la sua professione vuoi di impiegato, vuoi di direttore di orchestra» (E. Jünger, op. cit., pag. 101).

E in una società in cui quel «timore reverenziale» non fu mai dato, la colpa, se possibile, è ancora più grave.  

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Sono le mani dei critici del dopo, le più forti a battere prima

«La dichiarazione di guerra è già stata consegnata… [boati e applausi dalla folla] …agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia [esplosioni di giubilo]. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente… [grida festanti anche in altre città collegate via radio, persino in quelle che poi si scopriranno pienamente resistenti e antifasciste] …, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano [cori e inneggiamenti all’oratore]».

Ieri era il 10 giugno. In quello stesso giorno, ottant’anni fa, dal balcone di Palazzo Venezia, a Roma, Mussolini seduceva il popolo italiano con l’annuncio dell’entrata in guerra al fianco della Germania. Appena qualche mese fa, l’11 ottobre del 2019, i calciatori della nazionale turca, in segno di appoggio alla decisione di Erdoğan di invadere la Siria, si mettevano platealmente sull’attenti e facendo il saluto militare, evidentemente rivolto al loro comandante in capo. Come osannanti verso il proprio leader erano le centinaia di migliaia, i milioni di tedeschi radunati negli immensi spazi allestiti dalla propaganda nazista, e pure gli austriaci, che festeggiavano a Vienna Hitler e la loro Anschluss al Reich, a un soffio dalla vigilia del secondo conflitto mondiale, il 15 marzo del 1938. Alcuni giornali, appena ieri, riprendevano con enfasi le foto di un satellite che dovrebbe dimostrare come, già ad ottobre, il virus circolasse a Wuhan, dato che il parcheggio dell’ospedale registrava 300 macchine in più dello stesso periodo dell’anno precedente (a me sembra che quel parcheggio abbia, nella seconda foto, un pezzo in più, che nella prima pare in costruzione, e magari questo c’entra, così per dire). D’altronde, all’epoca in pochi si fecero le domande necessarie, quando, nel 2003, il Segretario di Stato Usa Colin Powel mostrò al mondo quelle che garantiva fossero le prove inconfutabili del possesso di armi chimiche e di distruzione di massa da parte dell’Iraq di Saddam Hussein; come andò a finire, per quel Paese e su quelle prove, lo ricordiamo un po’ tutti. Poi le cose, nei casi già passati, andarono male, e potrebbero andar male ancora, e a volgere le ostilità, si è detto e si è detto probabilmente si dirà di nuovo, furono e saranno stati solo il duce, il sultano o il führer di turno, ma anche semplicemente il Commander in Chief democraticamente eletto o i decisori pro tempore da nessuno criticati, mai di chi, in modo convinto con entusiasmo, questi seguì o aiuta nel compiere il disegno di dominio o nelle azioni di aggressione che mette in campo.

Certo, la storia insegna sempre a studenti che mai vogliono imparare, e sarà così di nuovo e altre volte. Nondimeno, è disarmante che in ogni occasione avvenga, quasi in fotocopia. Basterebbe fermarsi e ponderare, non lasciarsi abbagliare dai miraggi di una potenza sempre menzognera o – e non so se non sia più grave – trasportare dal corso della corrente del conformismo, sempre pronto a blandire col servilismo il bugiardo potente del momento.

Basterebbe, appunto.

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Temo che il rifiuto sia per i mediatori. In generale

Disintermediazione, rifiuto dei corpi intermedi, partecipazione diretta; quante di queste parole abbiamo sentito, e usato, per definire non pochi aspetti dell’epoca che stiamo vivendo? Ebbene, pur avendone abusato spesso anch’io, mi vado da un po’ convincendo che la questione non sia così articolata, che non sia tanto la ripulsa verso le forme dell’organizzazione della mediazione, quanto, più semplicemente, e più umanamente, oserei dire, nei confronti dei mediatori. Tutti e di per sé stessi considerati.

Se possibile, questo lungo isolamento, ha accentuato il fenomeno. Dobbiamo prenotare una vacanza, per ricaricarci dello stress accumulati in questi lunghi mesi di tensione? Tenderemo a farlo online e non tanto per il rispetto di quell’orribile ossimoro che è il distanziamento sociale, quanto per non dover per forza fissare gli occhi dell’agente che ci guarda, mentre chiediamo di risparmiare qualcosa, per le ristrette post pandemia, o, ancor di più, prenotiamo un posto esotico per ferie lunghissime, perché in fondo, non siamo tra quelli economicamente falcidiati dal lockdown. Per comprare quella giacca che ci piace, non disdegniamo il negozio virtuale, lontano da commessi a giudicare come ci cada sui fianchi un po’ troppo adiposi per il poco movimento. E cosa trovare di meglio del configuratore sul sito della marca preferita, per un preventivo dell’auto a cui stiamo pensando in vista di possibili contributi per la rottamazione, così da non dare l’impressione al venditore d’interessarci a un prodotto che non ci possiamo permettere.

La diffidenza, e la lontananza, per partiti e sindacati, a questo punto e in una tale ottica, immagino sia conseguenza di quel sentire, e non figlia di questi periodi di virtualità imposta e diffusa. Per quanto è tutto da dimostrare che si sia davvero in un approccio im-mediato se invece che a un mediatore in carne e ossa ci si affidi a un’app, ritengo che non sia lontano dal reale un simile modo di leggere quanto accada. Più che altro, la domanda è sul perché ciò succeda e con tale frequenza e diffusione.

Al di là, infatti, delle ragioni economiche e di riservatezza, che spiegano solo la parte “acquirente” di un comportamento siffatto, rimane aperta e intatta la discussione sul motivo tanto forte da spingere tutti noi, in misure differenti, a far a meno dei mediatori, a escludere a priori che ci si possa avvalere del consiglio, dell’esperienza e quindi della competenza di qualcun altro per la risoluzione di un nostro problema o per far fronte a una nostra esigenza (per quanto ciò abbia apparentemente trovato una parentesi di sentimento contrario, in queste settimane di paura da contagio e della malattia). E credo sia qui, nel pormi la domanda, il suggerimento della risposta.

La competenza, infatti, è tutta e sempre da dimostrare. E spesso, alla prova, è tutt’altro che dimostrata. Se nel prenotarmi volo e albergo, l’addetto dell’agenzia viaggi mi propone quello che ho già trovato da solo, e a prezzi più alti, per giunta, perché dovrei affidarmi a lui? Faccio direttamente e faccio prima e con minor spessa. Se la senatrice o il deputato, ascoltandoli parlare, ne sanno, su molti argomenti, meno di quello che potrei saperne io sugli stessi, perché delegare a loro scelte e persino rappresentanza?

Io sono per la democrazia rappresentativa, certo. Ma sono pur sempre in minoranza.

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Checks and balances: now I recognize you

Tre titoli, con relativi sommari, dall’edizione online del New York Times. Il primo: «Minneapolis Will Dismantle Its Police Force, Council Members Pledge. Saying the existing Police Department cannot be reformed, a majority of the City Council has promised to rethink public safety from the ground up in the wake of George Floyd’s killing». Il secondo: «De Blasio Vows for First Time to Cut Funding for the N.Y.P.D. The mayor made his pledge following 10 nights of mass protests against police violence and mounting demands for an overhaul of the police department». Il terzo: «Trump Orders Troops to Leave D.C. as Former Military Leaders Sound Warning. The president said National Guard soldiers would withdraw “now that everything is under perfect control,” even as three former Joint Chiefs chairmen condemned his use of military force».

Vedete, il mio primo passaporto l’ho preso nel 2006, e il primo timbro che vi è stampato riporta, nella cornice bell’ovale, la scritta: Department of Homeland Security – US Customs and Border Protection. Come il mio bisnonno, il primo “vero estero” che ho visto è stato su quelle sponde d’Atlantico. E come i miei avi cafoni, a quella terra ho sempre guardato con ammirazione e rispetto, addirittura nostalgia, se avesse senso parlarne senza averla davvero mai vissuta. Per questo, alcune immagini mi hanno fatto tanto male, altre, quelle delle piazze piene per George Floyd e contro ogni abuso, discriminazione e razzismo, molto piacere. E quei tre titoli, sono il corollario migliore a tutto ciò che di quella nazione penso.

Non che non possa sbagliare, non che al suo interno non viva e sia radicato il male, non che sia perfetta, come nessuna delle costruzioni degli uomini può mai esserlo. No; che sappia trovare dentro di sé la via giusta. Il senso ultimo di una democrazia, infatti, è la possibilità di autoriformarsi per riparare agli sbagli che commette, che devono e possono essere denunciati e che possono e devono essere superati adottato soluzioni e misure differenti da quelle in atto.

In una dittatura, o anche in quelle che, con bon ton, chiamiamo oggi autocrazie, ciò non è sempre possibile, di sicuro è più difficile. Pensate a una qualunque di quelle situazioni, e prendiamo le migliori fra queste, non certamente la Corea del Nord, la Siria o il Ciad. Pensate se migliaia di cittadini avessero messo a soqquadro le vie di Pechino, Mosca o Ankara, per protestare contro i metodi violenti della polizia; credete che la risposta avrebbe potuto essere, come accade negli Usa, lo scioglimento dei dipartimenti di polizia accusati di brutalità, la riduzione degli stanziamenti in sicurezza pubblica, e persino, da un presidente con l’allure dell’uomo duro, l’ordine, su pressione dei generali, di ritiro delle truppe schierate a difesa del Palazzo dalle proteste della Piazza?

Keep America always great.

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Non è furore, è lotta

Un uomo bianco era in divisa, un uomo nero è morto. Di nuovo. Girateci intorno quanto volete, ma questo è quello che credo si legga, se alla vicenda si guardi con gli occhi di chi non importa cosa stia facendo e perché, ha il doppio delle possibilità di essere fermato e un innumerevole percentuale in più di occasioni per essere freddato da chi dovrebbe tutelare l’ordine in cui anch’egli vive. Questi sono gli Usa per quello sguardo, ancora oggi, nell’anno di grazia 2020.

«Minoranze etniche», le chiamo, e senza tradire alcun accenno d’ironia. Eppure, a dispetto di quest’essere minoritario, sono neri la maggior parte dei poveri, neri la maggior parte degli emarginati, neri la maggior parte dei detenuti e neri persino la maggior parte dei morti quando arriva una malattia e si diffonde nel Paese. Bianchi, invece, e integrati, e influenti, e benestanti, sono i volti dei potenti, come quello del Commander in Chief che è arrivato a farsi dire di tenere la bocca chiusa da un ufficiale di polizia e a far prendere da sé le distanze ai vertici del Pentagono.

Minneapolis, ma poteva essere Milwaukee, Baltimora o Ferguson, solo per citare alcuni casi di storie simili. Per questo, stavolta, in tutti gli Usa si sono registrate manifestazioni, anche violente. Fanno piacere, in questo le parole del sindaco di New York, Bill De Blasio, quando si dice orgoglioso di lei e loda la decisione della figlia Chiara, arrestata dopo essere scesa in piazza con i manifestanti ed aver protestato per l’assassinio di George Floyd. Fanno piacere perché, dietro le cortine di fumogeni dei tutori della legalità, scandalizzati dall’uso autonomo della forza per rivendicazioni civili e politiche, riescono a fissare e non perdere il punto della questione: perché si sta protestando.

Qualcosa per cui vale la pena rischiare di ritrovarsi qualche vetrina infranta in città.

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Però scegliete: o siamo un Paese sicuro, o dobbiamo rintanarci in casa

Per antica scaramanzia contadina e meridionale, non sono solito eccedere in ottimismo, pertanto, non lo faccio adesso e non lo farei mai rispetto a un’epidemia che ha causato così tanti morti in giro per il mondo. È però opinione evidentemente accettata, quella che vuole la malattia e le possibilità di contrarla oggi meno preoccupanti di ieri, e di questo non ci si può non rallegrare, lasciando agli esperti la ricerca delle motivazioni del fenomeno e l’ultima parola sulle evoluzioni dei metodi e dei fattori di diffusione, ma non rinunciando, al contempo, a un cauto buonumore per la notizia.

E no, non sto dicendo questo perché lo ha asserito in diretta tv il primario di un’unica struttura di un ospedale privato milanese; sono corroborato nel sostegno alla tesi di minore pericolosità della situazione, di una sua progressiva e imminente sconfitta, dalle parole e dalle azioni del Governo stesso del Paese. Se così non fosse, se non facesse oggi meno paura il virus e il contagio, perché il ministro degli Esteri si affretterebbe a spiegare (con dovizia di documentazione a supporto e arrivando fino ad agitare minacce e prospettare ritorsioni per quelle nazioni che non dovessero credere nella sanità e salubrità di quella che rappresenta) ai governanti di altri Stati come non ci sia alcun rischio e non necessitino di nessuna quarantena i viaggiatori da e verso l’Italia tutta? O invece, non è così, e siamo ancora nel pieno della peggiore pandemia del millennio da poco iniziato?

Però, delle due, l’una: o, dinanzi a un medico che ci racconta la sua esperienza ed esprime il suo punto di vista sull’attenuazione dei sintomi clinici dell’infezione, ne invochiamo la radiazione dall’albo e il deferimento alla giustizia per istigazione al reato di esercizio del dubbio sulla necessità delle restrizioni, ribadendo l’uso forzato delle mascherine anche quando in giro non c’è anima viva da poter contagiare, e allora non facciamo gli offesi se ci dicono che non è proprio il caso che noi, afflitti da così pervicace e ostinato morbo, si vada a passeggio e a far festa dall’Egeo alla Carinzia e si accolgano qui frotte di turisti da ogni dove, oppure affermiamo il nostro giusto diritto ad andare in giro liberamente e a ricevere visitatori paganti in spiagge e strutture alberghiere, senza dover esibire passaporti di immunità perché ormai guariti i patrioti e giammai infetti i patri suoli.

Certo, nella seconda ipotesi, si riabiliterebbero nei fatti, e in un certo senso si farebbero proprie e patrimonio condiviso, le parole di quel medico di cui sopra, ma è una contraddizione che perdoneremmo persino al più incallito suo critico per interposto paziente avuto in cura. Ciò che non sono capace di capire è come si possa, nello stesso giorno, da un lato invocare l’uso dei dispositivi di protezione individuale ffp3 e i guanti in lattice anche qualora ci si ritiri per espletare la più privata delle esigenze, perché qui da noi è tutto infetto e pericoloso, e dall’altro dichiararsi offesi e pronti a spezzar le reni ai greci e a debellar definitivamente i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, se solamente qualcuno ci prenda in parola ed eccepisca, pertanto, sulla nostra possibilità di andare di qua e di là o sulla sicurezza di sceglierci quale meta per le vacanze.

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