«Foreigners, go home!»; non dicevate così?

Fin dalla porta di casa dei miei se ne individuava l’esistenza, e di sera, al buio, il brillare alternato del suo faro arrivava a farsi vedere dalle strade del paese in cui sono nato e cresciuto, a 85 km di distanza in linea retta, mille metri più in alto dei suoi due mari. Taranto è sempre stata lì, per me, a portata di sguardo. E l’Italsider, che Ilva non l’ha mai chiamata veramente nessuno, anche, con tutto il luccichio notturno delle sue mille e mille luci.

La più grande acciaieria d’Europa, poco meno di undicimila addetti, tra stabilimento e indotto, potrebbe chiudere. L’essenza tragica di quel complesso nella città di Archita è già stata mille volte detta: pane e veleno. Per le masse contadine fattesi operaie, opportunità di reddito. Per chi ci viveva intorno, gli stessi e le loro famiglie, indici di incidenza tumorale fra i più alti d’Italia. La possibilità di mandare i bambini in classe a studiare, liberati dalla fatica dei campi, la tristezza nel dover chiuder loro le porte delle scuole, per gli alti livelli di diossina. La speranza di consegnare ai figli un futuro migliore, il terrore di averli consegnati a mostri terribili fin dal nome: neuroblastoma, mesotelioma, leucemia. E ora, i nuovi padroni vanno via. E chiudono. E lo fanno, dicono, perché non sono garantiti nel loro agire dagli effetti delle leggi sui reati ambientali. La tragedia, ancora, più pesante. Quello che però brucia come il metallo fuso negli alti forni è la volgare canzone dei coreuti del «padroni a casa nostra, fuori tutti gli altri», che oggi, proprio quando alcuni di quegli altri vanno via, dicono che la colpa è di chi li ha sostituiti dove sedevano fino a qualche mese fa.

Questo Paese manca da anni di uno straccio di politica industriale, ma abbonda di campagne elettorali, perenni, insulse, vacue. Per questo siamo qui oggi, a non saper come tener aperta l’Ilva, a non saper cosa fare se davvero dovesse chiudere, in quella situazione che disegna uno scenario – come ha scritto Riccardo Gallo sulle pagine economiche del Corriere della Sera – in cui il sistema Italia rischia di essere sempre più classificato come «non più attrattivo per i grandi investitori».

E così, mentre per anni piccoli pavidi pifferai interessati solo a prender per loro le poltrone del comando ci hanno raccontato come i poveri stranieri giunti qui per continuare a sperare di poter avere qualcosa di che sopravvivere fossero il problema più grande dei lavoratori italiani (e in molti, a quella nenia, per comodità o consolazione, han voluto credere e credono ancora), dalla realtà, cruda e spietata, oggi scopriamo, e con durezza, quanto lo fossero e lo sono invece le partenze di quei ricchi forestieri, ArcelorMittal, Whirlpool o Mahle che si chiamino, a cui si sta chiedendo indietro solo un po’ del troppo che hanno già accumulato.

Di nuovo: se solo questo Paese avesse uno straccio di politica industriale, e non una perenne, insulsa e vacua campagna elettorale…

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Il fatto è che non è solo il pensiero di un ultras isolato

Intervistato da un’emittente veneta, Radio Cafè di Padova, il capo della tifoseria dell’Hellas Verona, a chi si pone la domanda se quella curva sia razzista, risponde: «Ce l’abbiamo anche noi un negro in squadra, che ha segnato ieri, e tutta Verona gli ha battuto le mani». Già, a uno di colore hanno persino battuto le mani, allora va tutto bene, no? Che triste società è quella in cui cresciamo i nostri figli.

E sarebbe facile dire «è solo un ultras buzzurro, cosa ti aspettavi che dicesse?», però non sarebbe del tutto vero. Sì, lui è quello, ma non è solo questo. Quando dice che «Balotelli è italiano perché ha la cittadinanza italiana, ma non potrà mai essere del tutto italiano», credete che sia l’unico a pensarla così? Pensate forse che sia una tesi appannaggio esclusivo delle curve degli stadi? Non è forse vero, al contrario, che questo pensiero è da noi tanto maggioritario da essersi ormai da tempo, appunto, fatto maggioranza, anche nel livello rappresentativo, nelle istituzioni della Repubblica che su quella stessa cittadinanza è costituita?     

Il leader dei tifosi veronesi ha poi ragione pure quando sbeffeggia, nella sua convinzione d’impunità, il politically correct che impedirebbe l’uso della parola «negro»: «Ci sono problemi a dire la parola negro? Mi viene a prendere la Commissione Segre perché chiamo uno negro? Mi vengono a suonare il campanello?». In effetti, cosa può succedere, a lui e a quelli che come lui parlano e pensano? Cosa possiamo fare loro, se non unirci, nell’augurio, all’invito che a simili supporters (sebbene della Lazio e non del Verona, per quanto la natura non muti) hanno rivolto i tifosi del Celtic?

O fare in modo che accada.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

I catalani, gli scozzesi, l’indipendenza. E l’Ue?

Di recente, dopo la sentenza di condanna impartita dalla giustizia spagnola a quasi tutti i leader catalani per il referendum indetto nel 2017, Barcellona, e in parte persino Madrid, sono state sconvolte da proteste vibranti e decise che hanno alimentato ancora di più il senso e la voglia di indipendenza della Catalogna. Sempre in questi mesi convulsi, gli indipendentisti scozzesi non escludono di procedere con un altro referendum, dopo quello del 2014, per uscire dal Regno Unito, e rimanere attaccati all’Ue. E la domanda, infatti, è proprio rivolta a quest’ultima: cosa farà?

Mi chiedo, cioè, cosa faranno gli altri Paesi dell’Unione europea, se davvero Barcellona o Edimburgo dovessero chiedere ancora e con forza di staccarsi dai loro attuali Stati? Dirà ai catalani che la loro eventuale indipendenza è una questione che non riguarda Bruxelles, e che se avvenisse non potrebbero accoglierli nel loro consesso per non indispettire la Spagna? E alla Scozia, con già l’Inghilterra fuori dall’Unione, cosa diranno, nel caso in cui questa lasci l’Uk, mandandolo evidentemente in frantumi? Chiuderanno la porta per non disturbare Her Majesty the Queen all’ora del tè? O lasceranno quella «light on» che, in un appassionato intervento al parlamento europeo, il deputato dello Snp Alyn Smith chiedeva, con tanto di bandierine scozzese ed europea incrociate nella spilla all’occhiello della sua giacca?

Non mi azzardo in previsioni, ma vorrei che fosse così, come Smith domandava. Vorrei che l’Ue, meglio se con voce unanime, dicesse alla Scozia o alla Catalogna che, comunque vadano i loro destini e le loro relazioni con le attuali patrie, Bruxelles sarà sempre casa loro, e quella europea una comunità sempre pronta ad accoglierli e nel proprio alveo, istituzionale, democratico e civile. Vorrei che quelle terre e quei popoli che davvero e a maggioranza lo volessero, dal Sudtirolo al Galles, dalle Fiandre alla Corsica, passando, ovviamente, per le già dette Scozia e Catalogna e ogni altra regione d’Europa che lo chiedesse, potessero rendersi autonome dai loro governi centrali, e al contempo pienamente parte dell’Unione europea (purché, è ovvio, questo non significhi chiusura identitaria, o peggio etnica, contrapposizione verso gli altri, ma sia, al contrario, foriera di apertura e condivisione con il prossimo).

Sto parlando dello scioglimento degli Stati nazionali nell’Ue? E perché no?

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Cronache dal paese dove è sempre tempo di migrare

Beppe Severgnini non è tra le mie letture quotidiane preferite, lo confesso. Però, quanto ha scritto ieri sul Corriere della Sera, è «se non del tutto giusto/ quasi niente sbagliato»: «Cinquecentomila italiani hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni; metà di questi sono giovani sotto i 34 anni. Una migrazione costata al Paese 16 miliardi di euro, più di un punto di Prodotto interno lordo. Numeri impressionanti, se fossimo ancora capaci di lasciarci impressionare. Ma abbiamo perso questa dote. I numeri scivolano tra gli urli della politica e le sorprese della cronaca quotidiana: questi nostri connazionali lontani sono diventate figure sfocate».

E ancora: «Perché vanno via, tanti giovani e meno giovani italiani? Ci sono tanti Marco Polo che esplorano, per fortuna. Ma ci sono tanti Montecristo che scappano da pratiche inaccettabili o faticose (retribuzioni inadeguate, meccanismi aziendali arrugginiti, professioni invecchiate male, pratiche opache nelle amministrazioni e nelle università) e da condizioni oggettivamente difficili […]. Ogni grande questione nazionale, se non viene risolta, finisce per diventare un rumore di fondo. Sta accadendo con la nostra nuova migrazione. […] Chi non risponde, allora? L’Italia, tutti noi, che di questa comunità diffusa parliamo poco. E, quando lo facciamo, diamo l’impressione di raccontare una élite distante: mentre gli Italians vengono da ogni regione, da ogni professione e da ogni condizione sociale ed economica».

Su una cosa, Severgnini non mi convince affatto. Quando dice che il sistema Italia dovrebbe, se non «per stima o per affetto», occuparsi dei propri emigrati «per interesse», perché essi rappresentano «una risorsa formidabile, di cui non tutti i Paesi dispongono», una sorta di promoters all’estero di cui l’economia del Belpaese può approfittare, mi fa letteralmente incazzare. No, non perché non sia pragmaticamente giusto e vero quello che scrive, perché lo ritengo ai limiti dell’offesa aggiunta al danno.

Cosa voglio dire? Provo a raccontarlo con un aneddoto. Anni fa, quando tentavo di guadagnarmi da vivere nella regione in cui son nato facendo il giornalista e occupandomi di comunicazione, a una manifestazione nata per premiare i lucani affermatisi al di fuori dei confini di quella terra incontrai un amico che non vedevo da anni. Mi disse che seguiva l’evento perché legato al premiato, ma che non sopportava quel genere di cerimonie. «Già devo sorbirmi tronfi assessori che vantano, quale effetto delle proprie politiche, l’aumento del numero dei turisti, conteggiando fra questi pure, se non principalmente, gli emigrati di ritorno, andati via proprio in virtù della loro incapacità amministrativa», mi disse, «ricevere da quelle stesse mani un premio per esser stato costretto a fare lontano da qui quello che non mi hanno permesso di fare a casa mia, lo trovo davvero troppo. Offensivo, anche».

Non sto dicendo che la tesi di Severgnini sia offensiva in sé; è che tale può esser percepita. Lui parlava di farsi forza di simili risorse offrendo, al contempo, ai ragazzi emigrati occasioni occupazionali e persino di ritorno in patria, o almeno di una continua relazione con questa. Lo capisco. Nondimeno, forse perché migrante da sempre e da generazioni, leggendole ho pensato a una moderna visione delle rimesse, quelle che il mio bisnonno mandava a casa da New York all’alba del secolo scorso e mio nonno dalla Svizzera, nel secondo dopoguerra.

E che facevano sì che, ancora negli anni ’70, alla voce «Basilicata» di un’enciclopedia geografica della Garzanti si potesse leggere: «Si può affermare, in via paradossale, che l’emigrazione è una delle principali risorse economiche […]. Una sensazione addirittura visiva dell’imponenza di tale fenomeno si ha nei paesi più poveri della campagna: mancano quasi del tutto gli uomini validi e abbondano le donne, i vecchi, i bambini. Decine di migliaia di famiglie vivono con le rimesse degli emigrati».

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società, storia | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Gli inganni del potere sono sempre popolari

«La dichiarazione di guerra è già stata consegnata… [boati e applausi dalla folla] …agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia [esplosioni di giubilo]. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente… [grida festanti anche in altre città collegate via radio, persino in quelle che poi si scopriranno pienamente resistenti e antifasciste] …, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano [cori e inneggiamenti all’oratore]».

Era il 10 giugno del 1940, e dal balcone di Palazzo Venezia, a Roma, Mussolini seduceva il popolo italiano con l’annuncio dell’entrata in guerra al fianco della Germania. L’11 ottobre del 2019, i calciatori della nazionale turca, in segno di appoggio alla decisione di Erdoğan di invadere la Siria, si mettono platealmente sull’attenti e fanno il saluto militare, evidentemente rivolto al loro comandante in capo. Come osannanti verso il proprio leader erano le centinaia di migliaia, i milioni di tedeschi radunati negli immensi spazi allestiti dalla propaganda nazista, e pure gli austriaci, che festeggiavano a Vienna Hitler e la loro Anschluss al Reich, a un soffio dalla vigilia del secondo conflitto mondiale, il 15 marzo del 1938. Poi le cose andarono o potrebbero andar male, e a volere le ostilità, si dirà e si è detto, furono e saranno stati solo il duce, il sultano o il führer di turno, mai di chi, convintamente ed entusiasticamente, questi seguì e aiutò nel compiere il disegno di dominio e aggressione.

Certo, la storia insegna sempre a studenti che mai vogliono imparare, e sarà così di nuovo e altre volte. Nondimeno, è disarmante che ogni volta avvenga, quasi in fotocopia. Basterebbe fermarsi e ponderare, non lasciarsi abbagliare dai miraggi di una potenza sempre menzognera o – e non so se non sia più grave – trasportare dal corso della corrente del conformismo sempre pronto a blandire col servilismo il bugiardo potente del momento.

Basterebbe, sì, ma non avviene.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società, storia | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Seminano gramigna in un terreno che le è fertile

«Io sono tra quelli che ha intuito la potenzialità di sviluppo della Lega. Quell’ambiente lì era culturalmente più debole ma con diverse, con notevoli potenzialità di sviluppo». A parlare così è Maurizio Murelli, un militante neofascista milanese, condannato, nel 1973, a 17 anni di prigione per l’omicidio dell’agente di polizia Antonio Marino e fondatore del gruppo Orion. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche e inchieste (come quella andata in onda su RaiTre durante la trasmissione Report dello scorso 21 ottobre, e dal cui resoconto testuale le dichiarazioni di Murello sono tratte), nei primi anni ’90 non pochi aderenti a Orion transitarono nella Lega.

A me la questione un po’ preoccupa. Non tanto che militanti neofascisti di questo o quel raggruppamento provino a entrare in un partito politico già strutturato, ma che (stando alle testimonianze sentite dai giornalisti) vi riescano e che, poi, quello stesso partito, magari, diventi persino il primo nel Paese. Ancor di più se tutto questo avviene perché, come spiega Murelli raccontando la sua esperienza, avviene in quello che gli stessi protagonisti definiscono un ambiente culturalmente debole, permeabile, è il senso, a ingressi fascisti perché non saldamente ancorato a principi democratici. Insomma, i virus attecchiscono meglio in organismi già predisposti alla malattia, e quell’organismo, lo ripeto, poi cresce e si afferma come primo rappresentante del volere popolare. A voi la facoltà di ponderare le conseguenze.

Le circostanze, invece, sono quelle che sono. Finché la Lega era solo il club del “dagli al terrone” con altre, poche, basi ideologiche, non si schiodava da una specifica territorialità e percentuali tra il 5 e il 10% (anche per la semplice considerazione che difficilmente il terrone si sarebbe apertamente “dato” da solo, per quanto, votandola ora, pur continui a farlo). Ora che si scopre compiutamente reazionaria e organicamente nazionale e nazionalista, veleggia agevolmente fra il 30-35%, con buone probabilità di prendere il governo centrale senza dover ricorrere ad accordi complicati con partner riottosi, ma semplicemente unendosi ad altre destre, forse ancor più retrive.

Dopotutto, questa è la terra dove meglio si avverte il respiro della bestia, dell’ur-fascism.  

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società, storia | Contrassegnato , , , | 1 commento

Si fa presto a parlare di «rispetto delle tradizioni»

Scriveva nel 1958 Ernesto de Martino concludendo la Prefazione alla sua monografia sulla ritualità del pianto funebre nella tradizione del Meridione italiano, e in quella lucana in particolare: «Per queste povere donne che vivono negli squallidi villaggi disseminati tra il Bradàno e il Sinni, non sapremmo disgiungere il nostro ringraziamento dal caloroso augurio che, se non esse, almeno le loro figlie o le loro nipoti perdano il nefasto privilegio di essere ancora in qualche cosa un documento per gli storici della vita religiosa del mondo antico, e si elevino a quella più alta disciplina del pianto che forma parte non del tutto irrilevante della emancipazione economica, sociale, politica e culturale del nostro Mezzogiorno» (E. de Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento funebre al pianto di Maria, I ed. 1958, Bollati Boringhieri, 2000, p. 5).

Quando sento parlare di «rispetto delle tradizioni», non posso non andare con la mente a quelle parole dell’intellettuale socialista partenopeo. Da meridionale e progressista, l’autore di Sud e magia sapeva che molte tradizioni possono essere solamente il segno dell’arretratezza o della sottomissione. D’altronde, con uso delle parole ardito a livelli hitleriani e uno spregiudicato abuso del potere legislativo degno di una Semiramide, gli schiavisti degli Stati del Sud dell’America dei diritti e dell’indipendenza definivano «peculiare istituzione» la schiavitù, e tale la fecero approvare nelle loro norme. E se c’è una cosa che mi rassicura nella perdita di antiche usanze è la coscienza che, fra queste, andranno via anche le peggiori e più retrive.

So che può sembrare cinico l’apparente disinteresse nelle mie parole per il patrimonio di usi e costumi che le tradizioni rappresentano. Ma è, al contrario, amore per le donne e gli uomini che non di rado le hanno subite. La bonomia arcadica a cui rimanda il termine «lavanderine» per me è il dolore nel guardare le dita ritorte nell’artrosi delle anziane dei miei paesi. La festa mitica dei raccolti sulle aie d’un tempo a me fa venire in mente la fatica di uomini ricurvi nella schiena segnata sotto i covoni e con le dita tagliate dalla paglia e dalla polvere. Benedetta sia la lavatrice, benedetta la mietitrebbia.

Soprattutto, benedetta sia la cultura e l’istruzione, sola fonte di emancipazione e riscatto.  

Pubblicato in cultura, libertà di espressione, società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Le radici millenarie della narrazione americana

Abbiamo sorriso tutti quando, nella conferenza stampa congiunta con Mattarella, Trump ha affermato, serioso, che: «The United States and Italy are bound together by a shared cultural and political heritage dating back thousands of years to Ancient Rome» (più o meno alla lettera: «gli Stati Uniti e l’Italia sono uniti dalla condivisione di un’eredità culturale e politica di migliaia di anni, dall’antica Roma»). Abbiamo fatto bene a sorridere, immaginandolo impegnato a studiare storia sugli stessi testi di Di Maio, alla ricerca delle millenarie tradizioni democratiche di Francia.

Però, a parte il fatto che dubito che Trump abbia della storia di Roma conoscenze diverse da quelle acquisite attraverso i colossal hollywoodiani, stavolta la gaffe del presidente non c’è, almeno non nella visione delle che l’immaginario americano ha da sempre del proprio Paese e del resto del mondo. Basterebbe la sola circostanza per cui stesse leggendo a far venire il dubbio che non si sia trattata della solita, estemporanea “trumpata”. In aggiunta, c’è la ripresa di quelle stesse parole da parte dell’account Twitter ufficiale della Casa Bianca. E in effetti, una boutade non lo è. L’antica Roma, in particolar modo nella sua fase repubblicana, è stata effettivamente il modello a cui i padri fondatori degli Stati Uniti hanno attinto e si sono ispirati. Quindi, nell’ottica americana, a legare fra loro le città sul Tevere e sul Potomac non ci sono solo le architetture della seconda riprese dalla prima, ma, appunto, una «shared cultural and political heritage dating back thousands of years».

Tutt’al più, un presidente di diversa levatura e formazione avrebbe potuto affiancare le parole di Strabone – «dopo la fondazione, Romolo riunì uomini errabondi, indicò loro come luogo di asilo il territorio compreso tra la sommità del Palatino e il Campidoglio e dichiarò cittadini tutti coloro dei vicini villaggi che si rifugiassero lì» (Geografia, V, 3,2) – a quelle di Emma Lazarus – «Antiche terre, – ella con labbro muto/ Grida – a voi la gran pompa! A me sol date/ Le masse antiche e povere e assetate/ Di libertà! A me l’umil rifiuto/ D’ogni lido, i reietti, i vinti! A loro/ La luce accendo su la porta d’oro» (Il nuovo colosso) –, ma si sa: l’uomo col parrucchino giallo s’è formato sulle sceneggiature dei reality show, e l’idea di accogliere e dare cittadinanza agli oppressi e ai diseredati non lo affascina poi molto, diciamo.

Pubblicato in libertà di espressione, società, storia | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Non volete partecipanti, solamente elettori

In una piacevole discussione a cena, un amico ancora attivamente impegnato in politica mi ha chiesto come mai io mi fossi un po’ ritirato, che non partecipassi alla vita di partito, di quello che insieme abbiamo frequentato o di un altro. La mia risposta è stata, dal mio punto di vista, semplice: perché (e da quando) i partiti hanno smesso di cercare partecipanti e si sono orientati, al massimo e solamente, nella ricerca di elettori.

Chi oggi guida una forza politica – e qui passatemi una certa dose di demagogia, pur rimanendo invariata la mia conoscenza, e stima, delle differenze – appare sempre e più interessato all’acquisizione di nuovi consensi, e solo a questo. Sembra, e ci sono fondate ragioni per pensare che sia proprio così, che non interessino affatto quelli che intendono partecipare; meglio che gli altri si limitino a votare. Per loro, ovvio. Perché pure l’affluenza alle urne è un tema interessante solo per quei partiti che scontano un calo dei suffragi, mentre per tutti gli altri, in particolar modo per quelli che vincono e nelle circostanze in cui accade, è, citazione, «un problema secondario».

Per questo, io da tempo non riesco a trovare motivazioni a sostegno di una vera e piena partecipazione. E per quanto condivida il senso di alcuni appelli al recarsi alle urne per scongiurare la vittoria di quello o quell’altro, e non dico che non siano fondati in momenti particolari come l’attuale, ciò, al massimo e nella migliore delle ipotesi, mi spinge a votare, persino con convinzione e motivazione, ma non a prender parte.

Ed è una pena davvero triste.

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

La condanna solo contro la gente che ruba il pane

«Il giorno più nero per gli evasori», titola con un entusiastico grassetto rosso su tre righe la prima pagina de Il Fatto Quotidiano in edicola ieri. Ritratto di spalle, con tanto di polsi in ceppi, un uomo in abito scuro, elegante e con camicia candida a far capolino sulla nuca, chiaro segno di identificazione del “nemico”: il colletto bianco. Nel catenaccio, la sintesi di quello che è il tono di giubilo e il tema urlato di tutta la testata (non solo oggi, va detto): «Manette nel decreto fiscale. Accordo sulla Legge Bonafede: pene da 4 a 8 anni e più confische per le frodi sopra i 100 mila euro». In basso, l’opinione in riassunto di due procuratori, in palese assenza di contradditorio, a definire meglio la linea editoriale.

L’esibizione della pena mi rimanda sempre alla colonna infame, e non mi piace. Il giornale di Travaglio non l’ho mai comprato, e la prima di ieri mi conferma nel proposito. Tuttavia, è lampante, e anche un po’ ipocrita, la contraddizione in cui cadono quanti invocano la galera per chi ruba tre bottiglie di liquore, pensano di poter eseguire la sentenza da soli e in fragranza – e magari comminandola alle spalle del reo, letteralmente –  per un tentato furto, ma inorridiscono al solo parlare, come nel testo in discussione, di arresto per chi sottrae alla collettività centinaia di migliaia, se non milioni, di euro. E non ha spiegazioni tale diversità di giudizio e opinione, se non in quella «meraviglia» che per secoli hanno insegnato a provare verso, ma sarebbe più opportuno dire contro, «la gente che ruba il pane».

Vi ho sentiti: «se ti trovassi un ladro in casa, chiederesti la sua punizione o gli offriresti un caffè?». Certo che vorrei fosse punito, però il giusto per il reato. E con le attenuanti per le motivazioni del gesto. E no, non mi farebbe affatto piacere, tantomeno al punto da offrirgli un caffè, ma è per questo che non dovrei esser io, l’eventuale danneggiato, a ponderare il fio alla colpa. In tutti i casi, pure l’evasore ce lo ritroviamo in casa a rubare tutti i giorni, e non sempre, se non quasi mai, lo fa per sopravvivenza. Perché con loro chiudete un occhio e invocate quelle garanzie che ad altri ben vigili negate?

Pubblicato in libertà di espressione, società | Contrassegnato , , | Lascia un commento