Non la fine della storia, ma una promessa

«In an era of darkness and blood, it is nearly impossible to remember that, from Moscow to Jerusalem, there was once a time of promise. Not resolution, not paradise, and certainly not the end of history––but promise. Between 1989 and 1995, the following things happened: the fall of the Berlin Wall and the liberation of Eastern and Central Europe; the collapse of Soviet Communism and the (seeming) end of the Cold War; the brief, but startling, appearance of a pro-democracy movement in Beijing and other Chinese cities; the end of South African apartheid; and the signing of the Oslo Accords by the Israeli leadership and the Palestine Liberation Organization».

Così David Remnick, sul New Yorker dello scorso 13 novembre. Forse per l’allora mia giovane età, pur tra dubbi ed eccezioni, in quella promessa, in qualche modo, ci avevo creduto. Penso che, se per buona parte dell’adolescenza, sul palcoscenico della vita che si vive scorrono quelle scene, è possibile che si resti influenzati. Sta di fatto che quell’idea di un progressivamente possibile mondo meno conflittuale è entrata a far parte della mia Weltanschauung. E, testardamente, continuo a crederci. Principalmente per un motivo: in questo caso, davvero, «there is no alternative». O meglio, l’alternativa è che ciascuno faccia la guerra a qualcun altro, che ognuno di noi guardi il suo prossimo come potenziale nemico. Perché ciò che quella promessa indicava era proprio l’estensione di un modello di pace che, pur tra mille difficoltà, nel cosiddetto mondo occidentale aveva retto.    

Ingenuo? Folle? Sognatore? Forse; «but I’m not the only one». Soprattutto perché, come si diceva, l’alternativa all’estensione di quel modello di pace, quale avrebbe potuto essere? Quale potrebbe essere? È per la paura di quella probabile alternativa, credo, che quella possibile promessa si è fortificata, nelle mia mente è in quella di molti altri. Ora, che fare? Abbandonarla sul selciato delle delusioni, o provare a rinfocolarla, dandole nuova linfa, altre idee, diverse strade?

Non ho risposte, ancor meno certezze. Ma è inverno, quasi Natale, e «rinfocolare» è un concetto e una parola che mi sembra funzioni e sia in linea con il periodo, diciamo. Il lavoro, certo, sarà duro e non agevole, contrastato com’è da quelli che, con la facile scusa dell’esser concreti, puntano a frammentare, dividere e contrapporre, per salvare i propri interessi e accrescere i loro beni con i dividendi dell’odio. La pace e la concordia, invece, pagano meno individualmente, ma han senso solo, e nella misura in cui, sono condivise e comuni.

Auguri di buone feste.

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È un romanzo, non l’opuscolo della pro loco

Domenica scorsa ho letto l’ultimo libro di Paolo Cognetti, Giù nella valle; bello. Apprezzamento a parte, però, devo ammettere che quella lettura non era nei miei programmi. A farmi prendere il volume in libreria sono state le polemiche contro l’autore rilanciate, tra gli altri, dai vertici locali e nazionali dell’Uncem, l’unione dei comuni e degli enti montani, che devo quindi ringraziare per avermi spinto alla piacevole scoperta.

Ora, il libro di Cognetti scorre velocemente, con un ritmo che potrei dire “americano” (aiutato dalla brevità del testo, va detto), e lo stesso autore, nella sua nota, non nasconde i rimandi alla letteratura, e alla musica, statunitense. Sullo sfondo, la Valsesia, ma per come si svolge la storia, avrebbe potuto essere molti altri luoghi, e davvero forse anche la valle del North Platte o le Badlands, in Nebraska. Le polemiche di residenti e amministratori, sinceramente, non le ho capite: «Il suo romanzo ci offende, non siamo ubriaconi», si legge negli articoli che ne danno conto. E dov’è, in quel centinaio di pagine che lo compongono, che Cognetti dà dei beoni a tutti i valligiani? Ci sono i due fratelli protagonisti che hanno e hanno avuto problemi con l’alcol (come il loro padre, oltre a vissuti a volte difficili e duri), ma che c’entrano con la popolazione reale dell’intera valle? Sono personaggi di un romanzo che, per temi e storia, all’autore serviva che fossero così. «Chi ama la montagna, i territori, le comunità, chi vuole vivere e abitare la montagna, prima di tutto la rispetta, la apprezza, la ama appunto. Tutta la montagna. Non fa distinzioni, non giudica, non racconta quello che non crede, non scrive e non descrive quello che non vorrebbe vedere o sentire. Servono coerenza e serietà nei ragionamenti. Chi ama la montagna, tutta, sta in silenzio di fronte alle incertezze, alle difficoltà, alle solitudini», è scritto in una nota dell’Uncem a commento delle parole – sia nelle interviste rilasciate, sia quelle usate nel libro – di Cognetti. (Piccola parentesi personale: conoscendo almeno uno dei due firmatari di quella nota, spero fortemente che sia un errore dovuto all’enfasi del momento; leggere che si ama un territorio solo se non si racconta ciò che non si vorrebbe vedere o sentire, e si tace difronte alle difficoltà, non mi ha fatto proprio bene, diciamo. E prima di prendermi del “cognettiano” inesperto del vivere in montagna, invito tutti a immaginare che effetto farebbero, le stesse parole, se lette a proposito di altre altitudini, o latitudini, se preferite). In silenzio sulle solitudini, sulle incertezze? Magari zitti, dinanzi alle brutture che pure in territorio di fondovalle ci sono, alle miserie e alle cattiverie che, lì come altrove, incupiscono il vivere degli uomini? È un romanzo, quello che ha scritto Cognetti, non l’opuscolo della pro loco.

Lo stesso Cognetti, il giorno dopo le polemiche, ha provato a rispondere alle accuse, con una lettera aperta sull’edizione piemontese di Repubblica, (di cui riporto qui ampi stralci): «Dopo anni di onorata carriera, in un attimo da migliore amico sono diventato il peggior nemico della montagna. Cos’è successo? Che dopo quattro libri in cui ho raccontato di libertà, amicizia, gentilezza, boschi, torrenti e cieli stellati, ho deciso di chiudere il ciclo sulla montagna raccontandone il volto sporco e cattivo. Ho scelto […] la Valsesia, ma poteva essere qualsiasi altra. Mi serviva un fondovalle buio e rovinato dall’industria, lontano dai bei pascoli e dai rifugi sui ghiacciai, quasi una periferia urbana. […] E volevo raccontare un’umanità altrettanto rovinata, sradicata, persa. Due fratelli che passano le notti al bar. […] Ho usato il noir, con le sue tinte cupe e i suoi cliché (piove sempre), come spesso fanno gli scrittori quando cercano di raccontare il male dell’uomo. Ieri mattina alcuni sindaci della Valsesia – senza aver letto il libro ma solo ascoltandomi in radio – si sono offesi e hanno protestato. Ho insultato la loro valle, dicono. […] In serata però la protesta si è estesa, è entrata in gioco l’Uncem […]. Chiaramente, altra gente che non ha letto il mio libro. […] Raccontare quel che vedo è il mio mestiere. Mi pare che il punto della protesta, che arriva da tutto l’arco alpino e appenninico, sia proprio qui: ma perché ti sei messo a scrivere questa storia? Non potevi startene zitto? Badate che l’alcolismo e l’alienazione economica non sono mica peculiarità della montagna. […] Se scrivo un noir ambientato alla Bovisa, dove ho abitato per tanto tempo, e la definisco una periferia rovinata, credo che nessuno protesterà. […] In montagna invece non devo, queste cose si affrontano tra noi. Se davvero amo la montagna, certe storie me le tengo per me. Se la definisco sporca e piovosa la offendo, perché non torno a cantare le sue meraviglie?».

E ha già detto molto, l’autore, ed è curioso che debba difendersi lui dall’accusa di aver offeso un’intera valle per avervi ambientato lì una storia inventata, e non quanti, amministratori e imprenditori, per anni han fatto sì che quello o altri territori soffrano oggi per quei problemi che, a denunciarli in un romanzo, si rischia di passare per il peggior nemico (se dei territori o degli amministratori e imprenditori, fate voi).

Vorrei solo aggiungere un’impressione condivisa in questi giorni parlando con alcuni amici: sembra quasi che qualsiasi opinione dissenziente rispetto al quadro che, in maggioranza, vogliamo raccontarci rischi sempre un’accusa di tradimento. Se ami la montagna, non la giudichi, taci dinanzi alle difficoltà. Davvero? Se ami un luogo, non parli dei suoi problemi. Siamo sicuri? Guai a criticare il posto in cui vivi, a denunciarne limiti e brutture; è il tuo posto, e devi vederlo e raccontarlo, sempre e comunque, come il migliore dei posti possibili. Silenzio: solo così, lo stato presente delle cose può continuare ad andare avanti, eternarsi così com’è, senza cambiamenti, fermo e sclerotico, immutabile nella ripetizione di sé, nei secoli dei secoli.

Il rischio – e non c’entra col romanzo di Cognetti, o forse sì – è che, non raccontando quello che non si «vorrebbe vedere o sentire», rimanendo «in silenzio di fronte alle incertezze, alle difficoltà, alle solitudini», come vorrebbero si facesse gli autori di quella nota dell’Uncem, si contribuisca di più al perpetuarsi all’infinito soprattutto dei problemi esistenti. Magari ciò potrà perfino rassicurare, chi per abitudine vuol star quieto con quel che ha, pure quando è poco o dannoso, mentre può far male provare a guardare sé stessi e ciò che ci sta intorno con occhi diversi.

«Piange ciò che muta, anche per farsi migliore». E questo no, non è Cognetti.  

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Che triste «personaggetto»

Leggo sul Mattino di Napoli che Vincenzo De Luca ha scritto un libro. «Come Vannacci», direte voi. E in effetti, l’apprendere la notizia di questa pubblicazione mi ha fatto lo stesso effetto, suscitando il medesimo interesse che il Rocco Schiavone di Manzini sintetizzerebbe meglio di come potrei fare io, di quell’altra. Scorrendo però l’articolo del giornale che fu di Scarfoglio, una frase del triste «personaggetto» – che non sai più se è definizione del comico imitatore o dell’originale oratore – mi ha particolarmente colpito. In senso negativo, intendo.

Vi è nel pezzo, infatti, un virgolettato di De Luca in cui spiega, a proposito di Elly Schlein, che il problema è che questa abbia «tre cittadinanze», in quanto, secondo lui, «un leader politico italiano deve avere la nazionalità italiana». Sarebbe la puntualizzazione dell’ovvio rispondergli che, appunto, la segretaria del Pd quella nazionalità italiana ce l’ha, se non fosse che il presidente della Campania aggiunge che tre nazionalità «sono una bizzarria e non vorrei che fosse influenzata da fattori esterni». Ah, ecco; i fattori esterni. E quali? Le pressioni elvetiche per la consegna di Campione d’Italia alla Confederazione? O quelle americane, per il mantenimento del comando della Sesta Flotta Usa a Napoli (contro cui non mi risulta né il De Luca, né molti altri, abbiano mai eccepito)? No, dite? Immaginavo. Già che c’era, poteva parlare delle pressioni di Soros, dei Rothschild, o perché no, dei Savi di Sion, non trovate? Perché, gira e rigira, rimestando quelle parole, altro non sento che il solito, fetido e nauseante olezzo della radice dell’antisemitismo, magari inconsciamente agitata. Quella che comincia col parlare dell’erranza del popolo di Abramo, che vuole gli ebrei sempre stranieri, anche quando sono da generazioni legati a un luogo, che li immagina al soldo d’interessi diversi, perché mai del tutto visti come un tutt’uno con l’unità di lingua e sangue che immaginano essere una nazione i più biechi sciovinismi.  

Invece di preoccuparsi delle condizioni di un Sud sempre più abbandonato dalla politica nazionale (mi riprometto di parlarne su queste pagine, anche alla luce della bella inchiesta fatta dall’Espresso di venerdì scorso), candidandosi per la terza volta a guidare la Regione che di quelle difficoltà è forse il simbolo più noto, si occupa delle nazionalità della Schlein.

E detto per inciso, io vorrei proprio politici con uno sguardo il più internazionale possibile, che abbiano vissuto in diversi Paesi, e che possano dare alla loro azione di rappresentanza e di governo uno sguardo meno provinciale e da Strapaese, che è poi quello che riecheggia ancora (per antica tradizione mai recisa?) nei cognati al potere come nei mille e mille assessori alla qualunque tipicità per cui tutto il mondo sognino li invidi.

Come sogna De Luca, anche quando vince le elezioni.

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Come lo chiameremmo, il loro agire, se con le stesse parole parlassimo?

«Now Jonah’s Captain, shipmates, was one whose discernment detects crime in any, but whose cupidity exposes it only in the penniless. In this world, shipmates, sin that pays its way can travel freely, and without a passport; whereas Virtue, if a pauper, is stopped at all frontiers». Così parla nel suo sermone padre Mapple, nel Moby Dick di Melville. Che in italiano, e nella traduzione di Cesare Pavese, suona: «Ora, compagni, il capitano di Giona era uno di quegli uomini sagaci che capiscono subito se uno è colpevole ma per la loro cupidigia denunciano solo i poveri. Su questa terra, compagni, il peccato che paga può andare in ogni luogo e senza passaporti, mentre la Virtù, se è povera, viene fermate a tutte le frontiere!».

Qualche giorno fa, Giorgia Meloni, dal suo profilo su X, ha fatto sapere che il Governo che guida darà «mandato alla Difesa di realizzare nel più breve tempo possibile le strutture in modo tale che siano sufficienti a trattenere gli immigrati […] in località a bassissima densità abitativa e facilmente perimetrabili e sorvegliabili». Queste strutture di detenzione isolate, recintate e sorvegliate a vista dall’esercito, in cui trattenere uomini, donne e magari anche bambini che non hanno commesso alcun reato se non quello di nascere in luogo diverso (per non dire con un diverso colore della pelle, un’altra lingua e un altro credo), nella storia del Novecento, come le abbiamo chiamate? Se possibile, all’orrore di quell’idea, lo stesso Governo ha pensato bene, si fa per dire, di associare pure la vergogna del circoscrivere quella dimensione concentrazionaria ai soli che non saranno capaci di pagarsene l’affrancamento: 5.000, o meglio 4.938 euro sotto forma di fideiussione bancaria da costituire, come si dice in gergo, in favore dello Stato a garanzia della propria libertà. Sempre Giorgia Meloni, parlando in un incontro elettorale a Catania nella scorsa primavera, a proposito dei controlli sulla corretta emissione degli scontrino, aveva usato la locuzione «pizzo di Stato»; se come loro parlassimo, in che modo dovremmo definire l’idea che hanno e di cui hanno fatto norma?

La tristezza che assale nel leggere i provvedimenti sempre più crudeli contro gli ultimi, varati da governanti che verso i potenti piegano il capo con deferenza, è poi aggravata dal saperli altrettanto convinti nella lotta a chi dà pure se stesso per aiutare il prossimo, secondo l’insegnamento di quel Gesù che sulla croce sventolano dai palchi, quasi fosse uno slogan da campagna elettorale, e dalla considerazione che sono maggioranza.

Almeno quanto quelli che si segnano contriti la fronte e il petto la domenica a messa, e poi vanno a votare e sostengono chi dei poveri fa nemico e promette di render per essi ancor più difficile e irta d’ostacoli la via in terra per un po’ di pace e di pane per sè e per i propri figli.

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Nicola e Bartolomeo, anche oggi, morirebbero soli e odiati dalla maggioranza

Novantasei anni fa, Nicola Sacco di Torremaggiore, Foggia, e Bartolomeo Vanzetti di Villafalletto, Cuneo, venivano giustiziati per un crimine, l’omicidio di una guardia e di un contabile del calzaturificio Slater and Morrill di Braintree, Massachusetts, Usa, che non avevano commesso. In molti li ricorderanno, con tanto di spezzoni di film, pagine di biografia e canzoni a far da contorno. Ma se accadesse oggi qui quello che accadde allora là, chi solidarizzerebbe con le vittime?

Immaginate due immigrati accusati di nutrire idee e progetti politici contro l’ordine costituito e arrestati con l’imputazione di rapina e omicidio. Accusati, non colpevoli, come poi dimostreranno i fatti. Ma quelli, i fatti, se fossero due neri sbarcati a Lampedusa, chi attenderebbe di conoscerli per davvero e compiutamente, prima di emettere la propria inappellabile sentenza di condanna? Sinceramente, chiedo: chi comporrebbe, oggi, un’ipotetica nostrana Questa è per voi, Mohamed e Ab?

No, non perdete tempo a darmi una risposta che conosco già. Probabilmente non muoverebbero sentimenti solidaristici neanche se fossero italiani autoctoni, come non hanno mosso quel condiviso afflato la morte di Carlo Giuliani, l’incidente di Luca Abbà, la “distrazione” di Giuseppe Pinelli. Pure adesso, come allora, sarebbero oggetto di quella sorta di biasimo pregiudiziale, lo stigma di «anarchico», che non ha parti per il semplice motivo che non ne cerca, e intorno a cui, puntualmente, si stende il velo spesso e opprimente del silenzio.

Perché? Non saprei dire. Forse, azzardo, perché chi pensa, parla e agisce fuori dal coro, non importa se un ormai ottuagenario “cattivo maestro”, uno scrittore che non ha paura di usare le parole che ha, l’autore di un blog che nessuno finanzia, fa paura a chi in quel coro trova la sua parte, che sia essa di governo o di opposizione, comunque e sempre rispettosamente “istituzionalizzata”.

Credo che per tutto questo, ancora oggi, Nicola e Bartolomeo morirebbero soli.

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Di menzogne che sento ormai come pugni allo stomaco

«Le fluttuazioni e le complessità dell’età tardoantica appartengono a un mondo diverso dalle visioni semplicistiche degli ideologi. Quando i nazionalisti fanno appello alla storia, è a una concezione statica della storia che si richiamano. Fissano lo sguardo sull’inizio, sul momento in cui il “loro popolo”, arrivando sulle rovine dell’impero romano, stabilì il suo sacro territorio e la sua identità nazionale. Ma ciò rappresenta proprio l’antitesi della storia. La storia dei popoli europei nella Tarda Antichità e nell’Alto Medioevo, infatti, non è la storia di un momento originario, bensì quella di un processo ininterrotto. È la storia dell’appropriazione politica e della manipolazione di designazioni ereditate e delle rappresentazioni del passato volte a creare un presente e un avvenire. È la storia di un cambiamento incessante, di discontinuità radicali e di zig-zag politici e culturali, mascherati dietro una ripetuta riappropriazione di vecchie parole per definire realtà nuove. I Franti ‘nati con il battesimo di Clodoveo’ non sono i Franchi di Carlo magno o quelli del popolo francese che Jean-Marie Le Pen sperava di riunire intorno al suo movimento politico. I Serbi che comparvero sulle macerie dell’impero degli Ávari non erano il popolo che fu sconfitto nella battaglia del Kosovo nel 1389 e non erano nemmeno i Serbi chiamati da Slobodan Milošević a partecipare al suo progetto di megalomania nazionalista. E gli Albanesi vittime dei Serbi di Milošević non erano gli Illiri dei Balcani del VI secolo. E questo processo non può certo dirsi concluso: i popoli d’Europa sono un progetto in corso, un cantiere aperto; e ciò devono rimanere, sempre.

Allo stesso tempo, la storia dei popoli europei fa parte, essa stessa, del problema dei pregiudizi etnici in Europa. E la colpa è di noi storici, in quanto creiamo miti sui popoli, miti che possono rivelarsi tenaci e pericolosi. Costruendo una storia continua e lineare dei popoli d’Europa, legittimiamo le pretese di quei capi militari e di quei leader politici che affermano di incarnare le più antiche e genuine tradizioni del loro popolo. Dando valore di testimonianza storica ai miti creati dagli autori tardo-antichi o medievali, spesso non facciamo altro che propagare queste affermazioni».

Le parole di sopra sono di Patrick J. Geary, Il mito delle nazioni. Le origini medievali dell’Europa (pag. 156), uscito ormai oltre vent’anni fa e tradotto ed edito in Italia nel 2016 per Carocci. Nelle sue Riflessioni in forma di conclusione, con le quali si congeda dal lettore, lo storico medievalista americano ci dice in fondo una verità che solo gli obnubilati dalla retorica stentano a riconoscere: la storia degli esseri umani è un processo continuo, una lunga evoluzione, uno scambio e rimescolarsi che ha avuto origine nella notte dei nostri tempi e ancora non ha fine. Fotografarne solo un momento e fare di questo fotogramma la propria imperitura rappresentazione della realtà è una menzogna, che ad alcuni conviene raccontare, ad altri fa comodo credere. E non so quale delle due posizioni sia la più triste.

Da anni, ormai, non solo non avverto più alcuna attrazione per l’idea di nazione (attrazione che probabilmente non ho mai avuto), ma comincio a sentire un crescente sentimento di ripulsa al solo nominarsi di quella parola, al palesarsi di quel concetto. Sarà perché più passa il tempo, più incontro e conosco donne e uomini, non connazionali o stranieri, o perché, da atavica esperienza tramandatami da chi mi ha preceduto, so quanto sempre i discorsi che iniziano con la parola nazione finiscano con l’azione violenta, in cui a pagare sono sempre gli ultimi e i più deboli.

Fatto sta che mi si stringe proprio lo stomaco, quando con quei discorsi devo confrontarmi, e mi scaldo e m’accaloro nel combatterli e nel dimostrarne l’illusorietà come in altri casi non mi capita spesso. Anzi, direi che è la discussione che ultimamente «sol m’arde».

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Ma cos’è, in fondo, questa vostra “patria”?

Ricordo un mio conoscente, qualche anno fa, apostrofarmi più o meno così: «Tu critichi l’idea di patria perché sei, o peggio ti senti, parte di un’élite culturale, internazionalista e sradicata». Nei suoi occhi, non tanto rabbia o disprezzo; direi compassione. Ora, per citare il cantautore, «a noi cafoni ci hanno sempre chiamati», e sentirmi dare dell’élite, un po’ mi fece sorridere. Se mi trattenni dal ridergli apertamente in faccia fu solo per la considerazione del fatto che percepivo, in lui, una fede sincera in quel che diceva. Però, dal canto mio, proprio non capisco a cosa ci si riferisca, quando si parla di “patria”.

Probabilmente, questo mio sentire è dovuto alla circostanza per cui non saprei proprio a cosa guardare, se mai dovessi provare a dare un luogo a quelle sei lettere. Il mio bisnonno, che nacque già italiano al contrario di suo padre, fatto tale solo in età adulta, ne scoprì una tra l’Hudson e l’East River, e tante genti nate sotto lo stesso sole che mi vide venire al mondo l’han trovata fra valli svizzere o foreste germaniche. Un altro bisnonno, con migliaia di suoi conterranei, difese quella col tricolore sulle cime delle Carniche e delle Giulie, per poi dare ai propri figli e nipoti la possibilità d’esser chiamati «terroni» nelle piane sottostanti ai versanti meridionali di quelle stesse vette. Infine io, che sono nato a un migliaio di chilometri dai cieli sotto cui vivo, e mio figlio, a dieci volte tanto, e non è un modo di dire. Per questo, quando ve ne sento parlare esclusivamente in termini di confini e limiti, non capisco davvero cosa sia questa vostra “patria”.

È un luogo definito? E se sì, da cosa? È una cultura, una lingua, una tradizione? E se sì, quali? Perché i miei avi, anche non molto lontani nel tempo, a stento capivano, di sicuro non parlavano, tantomeno leggevano, l’idioma dei vati che solitamente si indicano quali massime altezze della cultura nazionale. Quanto alle tradizioni, poi, sono fiero che alcune delle loro si sian perse per sempre e pronto a verificare quanto queste, con quelle di altri che dell’identica nazione si dicono patrioti, abbiano mai potuto coincidere.

Non è forse vero, invece, che mille culture negli anni si fondono per dar vita, continuamente, ad altre nuove? E che lo stesso avvenga con i modi di vivere e di agire nel mondo, che solo dopo, a posteriori, chiamiamo “tradizioni”? E le lingue stesse, non sono proprio il risultato della continua e duratura contaminazione fra le parlate degli uomini?

Certo, vi resterebbe sempre la possibilità di definire “patria” il luogo abitato dagli appartenenti alla medesima comunità storica, alla stessa etnia, o razza, per quelli che mai han superato il lutto per il disvelamento della sua inesistenza. Anche in questo caso, però, è proprio la storia del posto in cui vivo, e con me quelli che sarebbero pronti a difendere l’imperitura identità della comunità a cui giurano di appartenere, a far ragione di una simile tesi. Cosa sono, infatti, queste etnie, se non delle invenzioni del momento, per il momento e nel momento – o poco più – in cui vengono pronunciate? Dove sono finite quelle distinzioni che i nostri prodi cognati (absit…) avrebbero giurato di difendere e distinguere, se fossero vissuti qualche secolo fa? Dove i Latini, i Capenati, gli Enotri, i Sabini, i Piceni? E ancora i Goti, gli Alamanni, gli Avari, i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, i Saraceni?

E nel mondo intero, quanti altri con la stessa importanza e identica sorte?  

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Quell’autocensura che «molte fïate liberamente al dimandar precorre»

Nella preghiera di San Bernardo alla Vergine, era la carità, nella sua forma più pura, a muoversi prima che le suppliche o le preghiere giungessero da chi ne aveva urgenza: «La tua benignità non pur soccorre/ a chi domanda, ma molte fïate/ liberamente al dimandar precorre» (Dante Alighieri, la Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII, vv. 18-20, per chi davvero non avesse riconosciuto le parole che ho citato). Un’immagine, e va da sé, dato l’autore, di una bellezza perfetta, a cui nulla possiamo aggiungere, salvo rischiare di peggiorarne il quadro e il sentimento.

Si parva licet, anche oggi si vedono in giro molti comportamenti che, come quella grazia, prim’ancora che ai loro attori sia richiesto, subitanei si impegnano nel dar corso alla possibile richiesta. Penso a quello che è successo nella querelle intorno alla partecipazione di Carlo Rovelli alla Fiera Internazionale del Libro di Francoforte del prossimo anno. Avrete sicuramente letto abbastanza in proposito, e non rifarò qui la cronistoria degli eventi. Quello su cui mi preme ragionare è un altro aspetto della vicenda: la (almeno apparente) totale autonomia della scelta compiuta dal commissario per la partecipazione italiana all’evento, Riccardo Franco Levi. Non è da escludere, azzarderei che è probabile, che abbia avuto varie pressioni, ma non abbiamo notizia di una chiara presa di posizione di esponenti del Governo contro il fisico scrittore, tali da giustificare la richiesta di rinuncia alla sua partecipazione alla cerimonia di inaugurazione. E se ci pensiamo meglio, neppure nel caso di Fabio Fazio si è avuta un’aperta opera di censura da parte di Palazzo Chigi o dintorni, tale da spingere all’uscita dalla Rai. Insomma, nemmeno un sedicesimo di “editto bulgaro”, o ungherese, visti tempi e frequentazioni degli attuali governanti, una battuta o un’articolessa di fuoco, neanche la piena e operativa acquisizione del nuovo cambio di direzione della televisione pubblica. Tutto a prima vista motu proprio dei protagonisti. E questa cosa fa male, molto male, alla salute della democrazia italiana e delle sue virtù liberali.

Ripeto, le pressioni ci saranno state e non poche; però, non foss’altro che per denunciare palesemente quella censura che sottotraccia si lascia intendere, non sarebbe stato meglio attendere che essa si manifestasse compiutamente, invece che anticiparla, dando ai possibili censori, non solo l’agio di ottenere quanto cercato, ma il lusso di potersi addirittura, ipocritamente, nascondersi dietro l’immagine di pluralisti che non chiedono abiure, sconfessioni o silenzi?

Sempreché non si voglia dar l’abito, a chi guida del Paese, di donna che non deve chiedere mai.

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Se la scelta di Cottarelli divenisse paradigma

«Ho grande stima di Elly Schlein e non credo sbagli a spostare il Pd verso sinistra. La scelta alle primarie è stata netta e i sondaggi la premiano. Un Pd più a sinistra può trasmettere un messaggio più chiaro agli elettori, cosa essenziale per un partito politico. Ciò detto, mi trovo ora a disagio su diversi temi. Una questione chiave è il ruolo che il “merito” debba avere nella società. […] A livello più specifico, di recente ci sono stati diversi casi in cui non ho condiviso le posizioni prese dal Pd, per esempio su aspetti del Jobs Act, sull’aumento delle accise sui carburanti, sul freno al Superbonus e sul compenso aggiuntivo per insegnanti che vivono in aree dove il costo della vita è alto, come suggerito da Valditara. Ho posizioni diverse da Elly Schlein anche sui termovalorizzatori, sull’utero in affitto e in parte anche sul nucleare. Qualcuno dice che, date queste differenze, dovrei cambiare gruppo parlamentare. Non sarebbe giusto, anche perché sono stato eletto col proporzionale e quindi senza una scelta diretta sul mio nome da parte degli elettori. Il primo dei non eletti mi sostituirà senza perdite di seggi per il Pd. Mi sembra la scelta più corretta».

Quelle sopra, sono parole tratte dalla lettera di Cottarelli a Repubblica, in cui spiega la sua decisione di lasciare il Pd e dimettersi da senatore in quel partito eletto. Non m’interessano i motivi che lo hanno spinto a quella decisione, ma il modo in cui la attua, dimettendosi da parlamentare, perché, spiega, eletto senza una diretta scelta degli elettori sulla sua persona. Rispettabile punto di vista, però foriero di diverse implicazioni. La sua risoluzione, infatti, a mio parere spiazza rispetto a molte altre di segno opposto che sono state effettuate da diversi esponenti di differenti gruppi politici. Cioè, se prendiamo per buona e corretta la sua valutazione, ci dovremmo poi chiedere se tutti coloro che sono eletti in liste che non consentono di indicare una preferenza diretta, possano successivamente cambiare gruppo parlamentare di appartenenza, se in dissenso con quello di elezione. E se fosse così, inoltre, dovremmo farci anche qualche domanda su quali confini rimarrebbero negli effetti pratici al principio di indipendenza del parlamentare da ogni vincolo di mandato. Non sto parlando della scelta personale di Cottarelli; mi interrogo su cosa questa potrebbe significare in un’ottica più generale, se davvero venisse presa a modello e paradigma per il corretto agire di ogni eletto in situazioni simili.

Domande forse superflue, immaginato lo scarso seguito di imitatori che la decisione dell’economista potrebbe avere nella realtà del parlamento nostrano. Però di sicuro un tema di riflessione, viste le esibite pulsioni teoriche (nei fatti, poi, poco si dimostrarono sentite, principalmente da coloro che più le avevano sostenute) che, qualche tempo fa, in partiti che furono maggioranza relativa, animavano un dibattito a tratti serrato, tanto da coinvolgere, nella discussione, altri esponenti del mondo politico e istituzionale, oltre a numerosi esperti, professori, commentatori.  

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La grande invenzione

Myung-bo arrossì. «Lo capisco. Davvero, amico mio. Tuttavia, con la tua intelligenza e la tua istruzione sicuramente capirai che con questo contributo ti sei guadagnato un posto nella Storia. Non è così?».

«Ah, la Storia! Ah ah!». Sung-soo fece una risata vuota, sbuffando volute di fumo. «D’accordo, Myung-bo, parliamo della Storia, allora. Ricordi anche tu la storia di Koguryo? Per settecento anni, a cominciare dal I secolo, quel bellicoso regno dei nostri antenati governò non solo sull’intera parte settentrionale della penisola di Corea, ma su fino al territorio del Primotskij, Vladivostok, e alla Manciuria. Poi, dopo il suo declino, Balhae dominò per altri trecento anni in quegli stessi territori. Ora, ciononostante, quelle terre appartengono alla Russia e alla Cina, e chi vi abita? Russi e cinesi. E che ne è stato dei coreani che hanno vissuto lì per mille anni? Sono stati spazzati via, o si sono spostati a sud, oppure hanno contratto matrimoni misti con russi e cinesi. Ma i pochi coreani autentici che rimangono, i discendenti di Koguryo, piangono forse la perdita del loro Paese d’origine? No, non provano nessuna nostalgia né patriottismo per la penisola coreana. Negli ultimi mille anni, la loro identità è stata completamente annacquata.

«Il concetto di nazione è un mero costrutto. Serve per sostenere la nostra realtà, ci serve ai fini del governo eccetera, ma non è né ovvio né naturale, e diventa ancor più privo di senso se lo consideri all’interno del contesto storico. Lungo tutta la storia dell’umanità, le nazioni sono state distrutte, assorbite in altre, sono rinate o sono state dimenticate, e questo non fa nessuna differenza per il benessere dei posteri. Che si tratti di Koguryo, dell’impero romano o dell’antica Persia, non cambia niente. Noi siamo stati annessi al Giappone nove anni fa, e questo è un fatto. Se non cambia niente, tra mille anni non ci sarà una ‘Corea’ o un ‘popolo coreano’. Ma allora alla gente non importerà un fico secco che il loro Paese, un tempo, mille anni prima, era indipendente».

Juhea Kim, “Come tigri nella neve”, Editrice Nord, 2022, traduzione di Emanuela Damiani, pag. 114

Le parole che avete letto sopra sono tratte da un romanzo, e i due protagonisti del dialogo si trovano nella Corea occupata dai giapponesi, sul finire del secondo decennio del Novecento. Wilson ha già tenuto il proprio discorso al Congresso americano sul principio dell’autodeterminazione dei popoli, che in Asia avrà diversi estimatori, seriamente convinti, come uno dei due protagonisti dice all’altro, di potersi rivolgere all’America per far valere quel diritto, certi di ascolto (e poi, spesso delusi. Come ricorda Eckart Conze, nel suo 1919. La grande illusione – Rizzoli, 2019, pag. 204: «Rappresentativa di questo sviluppo è la storia del già citato Nguyen Ai Quoc – “Nguyen il patriota” –, che nel giugno del 1919, si racconta, tentò di consegnare a Wilson una petizione intitolata Le richieste del popolo di Annam. Secondo alcuni resoconti, Nguyen aveva persino preso in prestito un frac per l’occasione. Ma il suo tentativo non ebbe successo: non ci fu alcun incontro tra lui e il presidente americano, che forse non ricevette mai la petizione del futuro leader vietnamita. Deluso da Wilson, Nguyen si sarebbe poi rivolto a Marx, Lenin e al bolscevismo. “È stato il patriottismo e non il comunismo a farmi credere in Lenin” avrebbe scritto qualche tempo dopo, quando già aveva preso il nome di Ho Chi Minh»). Di nazione parlano anche nel dialogo citato. Ebbene, io la penso come Sung-soo: «Il concetto di nazione è un mero costrutto. Serve per sostenere la nostra realtà, ci serve ai fini del governo eccetera, ma non è né ovvio né naturale, e diventa ancor più privo di senso se lo consideri all’interno del contesto storico».

E lo so anch’io che oggi, un po’ come razione alla globalizzazione, molto perché alcune parti politiche, reazionarie anch’esse, su quei sentimenti costruiscono capitali di consenso e posizioni istituzionali, il mito della nazione, con le derive dei nazionalismi, vive una fase di grande spolvero. Eppure, nondimeno lo ritengo, cosa che appunto sono i miti, inventato per giustificare situazioni e rapporti di potere. Per «sostenere la nostra realtà», come si dice in quello scambio di battute nel romanzo della Kim.

Non diverse, se ci pensate, sono le sortite sulle ragioni etniche da parte di alcuni politici e intellettuali (absit iniura verbis) odierni e passati. Cosa sono queste etnie, se non delle invenzioni del momento, per il momento e nel momento – o poco più – in cui vengono pronunciate? Dove sono finite quelle distinzioni che i nostri prodi cognati avrebbero giurato di difendere e distinguere, se fossero vissuti qualche secolo fa? Dove i Latini, i Capenati, gli Enotri, i Sabini, i Piceni? E ancora i Goti, gli Alamanni, gli Avari, i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, i Saraceni? E nel mondo intero, quanti altri con la stessa importanza e identica sorte?

Andati nell’unico concetto che persiste alle etichette che, di volta in volta, gli si tenta di incollare addosso: l’essere umano.

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