Una comunità ci vuole

Non mi occupo di vaccini, non mi occupo di pandemia; come Moretti in Sogni d’oro, «io non parlo di cose che non conosco». E quindi qui non mi avventurerò in analisi di dati e numeri, tendenze ed evidenze, relazioni scientifiche e nessi causali. Osservo che molte cose paiono andar meglio, a livello nazionale e in generale, e ne prendo con soddisfazione atto. D’altronde, non ho mai pensato che questa fosse la fine del mondo, ma solo una malattia, e per questo, i toni apocalittici non hanno mai fatto parte del mio approccio.

Però, se non parlo di questioni statistiche e scientifiche, non posso non notare alcune dinamiche sociali evidenti. Più di tutte, fra queste, il far brandelli degli ultimi resti di comunità che queste società offrivano. Si è cominciato con l’accusa ai cinesi, agli asiatici tutti additati e incolpati persino per strada, quando non direttamente aggrediti. Poi è stata la volta dei runner, colpevoli di uscire di casa. E poi il tifo in diretta tv per le forze dell’ordine all’inseguimento di solitari corridori sul bagnasciuga, i dispiegamenti di mezzi aerei per dissuadere i patiti della grigliata in terrazzo, i droni usati per fermare un indomito amante della tintarella, su una spiaggia altrimenti deserta. E ancora i ragazzi della movida, i turisti di ritorno dall’estero, gli insegnati che non volevano sottoporsi al sierologico, i bambini nelle scuole o al parco, fino al vicino di casa, nella malsana gioia poco celata da parte di tristi figure entusiaste all’idea appena paventata di poterlo denunciare per i troppi amici e parenti, sentendosi nel giusto nella lotta contro gli assembramenti. Ora, i reprobi, quelli a cui dare lo stigma dei nemici pubblici sono quanti (esercitando un proprio diritto, date le attuali disposizioni in materia, come nel loro pieno diritto erano gli insegnanti, i ragazzi e i bambini di cui dicevo prima; credo sia importante chiarirlo) scelgono di non aderire alla campagna condotta medaglie al petto dal generale. Con gli uni che denunciano gli altri di mettere a rischio la vita di tutti, e i secondi che danno del nazista a chiunque reputi non eccessive le disposizioni governative e dipingono i sanitari che somministrano il vaccino quali novelli Franz Stangl. Mai il dubbio, a tutti, che si stia esagerando?

Non condivido le scelte di chi rifiuta di vaccinarsi, né il merito delle invocazioni dei contrari al green pass in tema di libertà e denunce di discriminazione. E noto bene la serie infinite di loro ipocrisie, da quanti erano tra gli urlatori discriminanti di sopra e si lamentano delle presunte discriminazioni subite, ai tutori dell’ordine che nulla hanno mai eccepito, quando si trattava di caricare manifestanti per il lavoro perso o respingere migranti in cerca di una speranza di vita, ma contestano la legittimità di un certificato vaccinale (quello è, senza girarci intorno), fino agli intellettuali che sarebbero favorevoli al vaccino obbligatorio, però non alla carta verde (come se, adempiuto a quell’obbligo di cui dicono, non sarebbe dovuta comunque esserci una fase in cui, ragionevolmente, il vaccinato avrebbe dovuto dimostrare di averlo fatto, come accade per altri dieci vaccini obbligatori per i bambini e per i quali, appunto, è richiesta l’opportuna certificazione per l’iscrizione scolastica).

Tuttavia, i toni e i modi sono eccessivi, a mio avviso. E il rischio finale, ripeto, è di mandare al macero, definitivamente, quegli stracci di sentimento comunitario fra gli individui nella società odierna che, quasi miracolosamente, ancora sopravvivevano e sopravvivono, e determinando, per quest’agire e su questa via, danni ben maggiori di quelli, pur gravi e duraturi, che la stessa pandemia ha inflitto, in questi ormai quasi due anni.

Come il paese per Pavese, ritengo che una comunità ci voglia; non fosse che per il gusto di considerarsene esuli.

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