Se fossi Renzi, direi “conigli”

Corradino Mineo, si sa: è un gufo. Vannino Chiti, va da sé: è un rosicone. Lucrezia Ricchiuti, probabilmente, dato che il sostantivo è femminile: la palude. Walter Tocci, per esclusione: il gattopardo frenatore.

Nel bestiario favoloso, o nel riformismo spiegato con le categorie del Sapientino, fate voi, mancano giusto i due leocorni, e poi siamo al completo, come sull’arca di Noè. Però, l’apparato retorico, pardon, l’efficacia comunicativa dei renziani effettivi e dei renzisti di complemento, sul caso dei senatori che hanno votato in dissenso rispetto al volere della ministra plenipotenziaria per le riforme sull’emendamento della Lega, non ha saputo trovare nulla di meglio che: #lacaricadei101.

Francamente, banale. Ma anche sbagliato. Nel senso che i 101 originali (no, non i cagnolini, quelli che affossarono la candidatura di Prodi al Quirinale), volevano proprio le larghe intese e il patto con Berlusconi, altro che affondarlo.  Quindi, l’accostamento è un po’ forzato, credo.

D’atra parte, non penso siano stati i 14 dissidenti del Pd sulla riforma del Senato a votare l’emendamento padano. O forse sì, ma comunque non sarebbero bastati a far andar sotto la corazzata della maggioranza ri-costituente che, sulla carta e per la modifica della Carta, conta circa 200 voti. E poi loro, apertamente, avevano sempre contestato quell’assetto e quel testo: perché aspettare di potersi nascondere per votare contro.

Invece, stando a quello che ci dicono i numeri, ci sono stati molti senatori, ligi alla disciplina dei rispettivi partiti in pubblico, che nel privato dell’urna, hanno votato contro. Ora, io le motivazioni di quella loro scelta non le conosco. Immagino che qualcuno possa pensare che l’abbiano fatto per salvarsi “le poltrone”, o magari perché solo in quel contesto, con minore pressione, abbiano saputo trovare il modo per frapporre limiti a una riforma che, in fondo, non condividono. Oppure, è solo perché davvero ritenevano giusto quell’emendamento.

Mi stupisce davvero, però, che l’Agit-Prop di Palazzo Chigi non abbia escogitato nulla di più efficace che un mediocre hasthtag che fa a pugni con la logica, prima ancora che con la matematica. Dico: in stagioni di ambienti e fiere da jungla e animali da cortile, in cui abbiamo sentito raccontare di tacchini andare in pasto ai giaguari col passo del canguro, mi sarei aspettato di più.

Non “sciacalli traditori”, che è sempre forte e poi potrebbe alludere al fatto che sia sbagliato venire meno alle promesse o alle parole date, tipo a quella di non volere il posto di qualcuno (ma tu, Enrico, stai sereno; non si parla di te). E nemmeno “coyote notturni”, per prima cosa perché è successo di mattina, e poi perché, in italiano, quel termine ha assonanze non proprio eleganti.

Tuttavia, qualcosa di più morbido, vellutato, tenero… ecco: “conigli”. Fossi in Renzi, li chiamerei così. Dopotutto, ha già usato ogni improperio zoologico che conosceva; che sarà mai un grazioso epiteto, magari bianco e curiosamente lanuginoso? Inoltre, quei cari roditori, si sa, hanno anche loro sempre fretta (almeno nelle favole meravigliose).

Ma sì, forse non è proprio così. Forse è solo che la peculiare adesione ai patti segreti, può capitare che si sconti nei voti segreti, o che coloro che al premier oggi assicurano la lealtà, sono quelli che l’avevano assicurata a Letta e, prim’ancora, a Bersani; le stesse persone, la medesima franchezza: uguali, uguali.

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