Forse ha ragione Renzi

Quindi, per la maggioranza dei senatori, il prossimo Senato non dovrà essere elettivo. Una scelta difesa con forza da chi l’ha votata, vero architrave di tutta la riforma: via il suffragio universale diretto per scegliere gli inquilini di Palazzo Madama.

E la Camera, inoltre, per la maggioranza dei deputati, quelli che hanno approvato l’Italicum, dovrà essere eletta in ragione di liste bloccate, con la possibilità di candidature multiple e con un importante premio di maggioranza e soglie di sbarramento altissime, per garantire il Governo più che la governabilità e allontanare ulteriormente l’eventualità che siano gli elettori a determinare la composizione dell’aula.

Davanti a un tale combinato disposto, che consentirebbe a una maggioranza relativa, forte di poco più di un terzo dei voti validi per la Camera e un quarto dei senatori, non solo di avere i numeri per governare, ma anche quelli per decidere il presidente della Repubblica e determinare nomi ed equilibri in molti organi di garanzia, Csm e Corte Costituzionale su tutti, uno si chiede come sia potuto accadere che politici, giovani o di lungo corso, che hanno sempre difeso i valori della Costituzione, “la più bella del mondo” si diceva, e della democrazia, che hanno fatto del “no al Parlamento dei nominati” una bandiera, che hanno sempre denunciato come dietro la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo si nascondessero pericoli di neo-autoritarismo, abbiano potuto approvare simili provvedimenti.

Viene da domandarsi quale sia la ratio sottesa a questi voti, quale il fine politico, la visione ideologica. Se non ci possa essere, nascosto in quel consenso parlamentare, uno scenario preoccupante, in grado di mutare così radicalmente le convinzioni di quanti, fino a ieri, dicevano tutt’altro.

E non vale solamente per le riforme costituzionali. Come può essere che i campioni della sinistra siano alleati da tre anni e altrettanti governi con la destra di Alfano e Lupi, e con Berlusconi a riforme alterne, e promettano di rimanerci almeno fino al 2018? Come è stato possibile che quanti parlavano di lotta alla precarietà e alla povertà siano finiti a far la guerra ai precari, schierandosi dalla parte dei padroni del lavoro col “decreto Poletti”, o a combattere i poveri che occupano stabili vuoti, schierandosi dalla parte dei padroni del mattone col “Piano casa”?  Come è stato possibile che il grande avversario degli ultimi vent’anni sia divenuto un partner e un comprimario tanto importante da sacrificare, per un patto segreto definito da 3 persone in una stanza del Nazareno, l’alleanza fatta firmare nei gazebo a 3 milioni di elettori prima delle ultime elezioni politiche?

Una serie di domande che potrebbe angosciare davvero, e molto. A meno che non si prendano per buone le sintesi drastiche e banalizzanti, almeno quanto risolutive dei tanti dubbi e delle molte domande altrimenti ineludibili. Ma sì, forse ha davvero ragione Renzi: “hanno paura di perdere la poltrona”.

D’altronde, pensateci: che cosa significa “fare politica” nell’epoca post-ideologica? Se le ideologie non ci sono più, come trionfalmente si afferma quasi quotidianamente, cos’è l’impegno parlamentare e di governo? Cosa diventa quell’agire, senza un orizzonte ideale e culturale definito e condiviso? Un lavoro, semplicemente.

Un impiego come un altro, e pagato pure meglio di tanti altri. Farlo con diligenza rispettando quanto chiedono i superiori diventa routine, anche se non è quello che si pensa o si vorrebbe. Come diventa normale cercare di difenderlo, di mantenerlo, assicurarselo per il futuro assicurando al capo la fedeltà necessaria alla sua azione, pure a scapito di quanto si diceva fino a un attimo prima o di quello che si tornerà a dire un attimo dopo, appena il capo sarà un altro.

E così, chi è entrato in Parlamento forte della sua “totale inesperienza”, e magari è approdato al Governo col medesimo curriculum, così come chi guida il processo di riscrittura della Costituzione senza altre competenze da far valere come merito se non l’esame di diritto costituzionale, cerca di far in modo che questa sua situazione occupazionale duri il più a lungo possibile.

È umano, come dice il presidente del Consiglio: hanno paura di perdere quello che si sono trovati ad avere. Perché è questo ciò che ha detto Renzi, giusto?

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