Della cultura e della libertà

Non è che non mi piaccia l’idea che i privati possano contribuire allo sviluppo della cultura e che in questo vengano aiutati con sgravi fiscali, figuriamoci. Non contesto l’applicazione dell’art bonus contenuta nel decreto cultura, ormai legge, messo a punto dal ministro Franceschini.

No. È tutto il contesto che non mi convince. Anzi, per dirla meglio, la tendenza, che è generale e riguarda molte altre sfere. Cioè quella che mira sempre di più a eliminare quanto è ritenuto un costo per la collettività, tentando di sostituirlo sempre di più con la capacità di erogazione liberale dei privati.

Mi direte: che c’è di male? Qual è il problema se un cittadino o un’azienda vogliono contribuire al restauro di un’opera d’arte, alle spese per far funzionare un museo, all’allestimento di una mostra? Nessuno, infatti. Se vogliono contribuire, appunto. Se invece in questo viene vista una possibilità di supplenza dell’azione pubblica, che sempre più si sta contraendo negli ultimi anni, allora la questione cambia.

Il tema del sostegno alla produzione culturale e a tutte quelle attività non (immediatamente) redditizie è centrale nella civiltà del nostro Continente. Basti penare che già nel dibattito per la nuova Costituzione francese, nel 1792 all’interno della Convenzione Nazionale, il problema lo pose Condorcet. Discutendo dei privilegi di caccia, infatti, il marchese pose l’accento su una questione dirimente per i diritti venatori e per tutte le attività, diciamo così, di diletto: a chi sarebbe spettato il diritto-dovere di spendere soldi in queste, una volta abolita la nobiltà? La risposta di allora fu: al popolo sovrano.

E perché il popolo diventava l’erede del principe e della nobiltà? Perché i deputati rivoluzionari miravano a sottrarre alla passata aristocrazia il dominio sulla produzione e sul consumo culturale, per fare di questa uno dei cardini del concetto di cittadinanza e un principio di uguaglianza, che si realizza anche attraverso la cultura perché, come diceva Riccardo Lombardi, colui che ha meno diventa uguale a chi ha di più “non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare”.

Il rischio, invece, attraverso il processo che si è innescato da tempo, e di cui le norme contenute nel provvedimento del governo Renzi sono solo un tassello, non il primo, né l’ultimo e nemmeno il più significativo, è che si vada sempre di più verso un nuovo mecenatismo, in cui le rinnovate signorie possono essere tentate dall’usare la cultura per affermare il proprio prestigio o per trovare altri canali di rendimento, privilegiando, in quest’ultimo caso, solo la cultura facilmente spendibile.

Infine, nella logica che va sempre più verso la riduzione della presenza economica del pubblico e l’incremento di quella del privato, in quello culturale come in altri aspetti, dall’istruzione fino ai partiti politici, a questo passerebbe anche la facoltà di scelta, e come potrebbe essere altrimenti, su quale cultura sostenere, escludendo quella meno redditizia o, magari, più problematica per i propri interessi.

Tutto legittimo, certo, e anche sempre più legale; ma siamo sicuri che sia quello di cui abbiamo bisogno? “L’arte e la scienza sono libere”, recita la Costituzione. Lo sarebbero ancora in un contesto in cui il loro sostegno fosse delegato solamente alla volontà di quelli che possono investirci dei soldi? E quanto lo sarebbero, di conseguenza, la società e i singoli individui?

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