Chissà perché non si fidano

A Francesco Bei, notista politico de La Repubblica che quindici fa giorni gli chiedeva, anche per chiarire la ridda di annunci e smentite estive che stavano facendo agitare le organizzazioni sindacali, che cosa ci fosse di vero circa le voci su possibili ulteriori prolungamenti del blocco agli stipendi sindacali, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Graziano Delrio, rispondeva sicuro: “È un altro dossier mai arrivato a palazzo Chigi. L’abbiamo letto dai giornali”.

Stamattina, invece, su tutti quei giornali, si legge che quelle voci erano vere, e che, conferma la ministra competente Marianna Madia, gli stipendi degli statali saranno veramente bloccati ancora, per il sesto anno consecutivo. Il motivo? La carenza di risorse. Quella stessa difficoltà economica che, evidentemente, nei dossier di palazzo Chigi non veniva evidenziata fino a due settimane orsono, ma che da qualche parte qualcuno doveva pur conoscere, a meno che non si voglia dire che i conti da cui è emersa sono stati fatti in una settimana.

Non è per tornare sempre sullo stesso argomento, ma quando ci si chiede perché gli italiani non spendano gli 80 euro del bonus Irpef, vanificandone il possibile effetto sui consumi, e continuino a rimandare le loro spese, innescando e alimentando quella spirale depressiva che si avvita continuamente su di sé, forse la risposta, banalmente, potrebbe essere: “perché non si fidano delle cose che gli vengono raccontate”.

Quello degli stipendi nel pubblico impiego è solo un esempio, e non c’entra solamente con i dipendenti statali: è la dimostrazione di un modus operandi che agli annunci a effetto e alle dichiarazioni rassicuranti, spesso non fa seguire nulla, quando non direttamente l’esatto contrario. Come nel caso della riforma della scuola, che da stupefacente nuovo corso s’è ridotta a un post su un sito internet, condito dalla solita girandola di tweet e carnevali di “mi piace”. O, per rimanere in ambito scolastico, come per il caso del pensionamento degli insegnanti cosiddetti “quota 96”, e ancora, le roboanti uscite sulle riforme da fare “una al mese”, che ne dovremmo aver viste già circa una decina, e le dichiarazioni a giorni alterni di ministri che promettono la cancellazione dell’art. 18 entro la fine di agosto mentre altri tranquillizzano dicendo che quello non è in discussione, ma anche no, facendo tutti parte, fino a prova contraria, della stessa maggioranza e del medesimo Esecutivo, e tanti altri casi in cui alle belle parole sono seguiti fatti concreti nella direzione opposta, a cominciare da quel topico “mai al governo senza il voto passare dal voto”.

Non è che i cittadini gufino, rosichino o mirino alla palude: è che semplicemente diffidano. Hanno favorevolmente accolto gli 80 euro, hanno elettoralmente ringraziato, ma da lì a credere davvero a quello che viene detto tanto da “metterci del proprio”, ne passa. E come dar loro torto, visto lo spettacolo quotidiano a cui devono assistere, che tra fughe in avanti e passi indietro ha fatto dell’azione governativa e della politica il misero palcoscenico per un’improbabile quanto triste quadriglia monotona.

E tutto questo, nonostante i governanti tentino tutti i giorni, e in molti e differenti modi, di suscitare e sostenere il necessario, per essi, ottimismo, ricercando anche fra gli elettori quella fiducia indiscussa e indiscutibile che gli eletti accordano puntualmente ai loro provvedimenti, e che lo stesso Renzi prometta che non tornerà indietro rispetto ai suoi impegni e alle proprie decisioni, invitando i cittadini a stare sereni. Anzi, forse proprio per quello.

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