Al tempo delle preferenze

Quanti saranno, il prossimo 25 settembre, quelli che non si recheranno alle urne? Da ormai troppo tempo, quella percentuale sale e non accenna a diminuire. Sembra un dato consolidato, un po’ in tutte le democrazie occidentali, ma in nessuna di questa, però, pare esserci la volontà di affrontarlo, o almeno di riconoscerlo seriamente quale problema. L’Italia, in questo, non fa eccezioni, anche se qui l’incremento di quel fenomeno ha sviluppi decisamente più veloci che da altre parti (pure perché, va detto, si partiva da livelli di partecipazione decisamente alti).

Certo, a votare ci andrò, e voterò per la coalizione di centro sinistra. La questione di cui voglio parlare in questo post non è questa, ovviamente. Però, pur notando che la disaffezione coglie anche livelli di elezione differenti, dove esistono sistemi di individuazione diretta dei candidati e rapporti stretti fra questi e i territori, non si può, ad esempio, pensare che l’inserimento delle preferenze per le liste plurinominali, forse, avrebbe invogliato qualcuno di più ad andare ai seggi. Supponiamo, infatti, che io stimi tantissimo un candidato posizionato in seconda o quarta posizione in quella che, oggi, è una lista bloccata; potendo sceglierlo direttamente dall’elenco, probabilmente avrei avuto una ragione in più per votare. Così non è. E non è così, parrebbe di capire, perché quelli che c’erano in Parlamento, e che quindi erano chiamati a scegliere il sistema di voto, non hanno voluto che così fosse. E il fatto che, in maggioranza, questi siano gli stessi che adesso si ritrovano nei posti alti di quelle medesime liste, non fa che portare argomenti al ragionamento di quanti spiegano (pure) con quel sistema il loro disinteresse alla contesa elettorale.

Sic stantibus rebus, all’ultimo degli elettori potrebbe sembrare che, esprimendo il proprio consenso, più che individuare e preferire il deputato o il senatore a lui, al suo territorio, persino alle sue istanze di parte, più vicino, voti per quelli più influenti nelle rispettive segreterie di partito. In sostanza, sempre a quell’ipotetico cittadino, più che per eleggere i propri rappresentanti, potrebbe apparire di recarsi al voto per promuovere una serie di funzionari di partito, a cui offrire l’occasione per un impiego decisamente importante (e retribuito al pari di quell’importanza, com’è giusto che sia, lasciando al populismo la polemica sul soldo).

E si potrebbe chiedere, tra sé il nostro campione, se mai quel suo così preferito politico perderà mai un momento del prezioso suo tempo a ringraziare. Almeno, rischia di giungere quel ragionamento, un tempo c’era quella buona creanza che una demagogia funzionale ai nuovi assetti del potere ha poi preso a chiamare “clientelismo”.

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