Quelli che il merito

La particolarità dei meritocratici nostrani è quella di evitare qualsiasi ragionamento nel merito delle cose che dicono e delle tesi che affermano e sostengono.

Fateci caso. Se qualcuno prova a fare la tara della retorica demagogica di alcune proposizioni assunte a slogan, subito diventa un “professorone” nemico del cambiamento.

Come accade a quelli che si chiedono cosa significhi “fare le riforme per far ripartire l’Italia”, dato che è proprio con quelli che l’hanno impantanata che le si vuole fare. Oppure a chi chiede conto del perché di quella furia iconoclasta contro l’elettività dei senatori, adducendo al bicameralismo, senza spiegarne i motivi, la causa principale di tutti i mali del Paese e la ragione dell’impossibilità di trovare a questi soluzioni adeguate ed efficaci, cosa che, se fosse vera, dati i tempi d’attuazione della riforma costituzionale in itinere, chi per quei problemi soffre, avrebbe tempo a morirne prima che qualcuno possa risolverli. O ancora, a quanti provassero a chiedere perché il rilancio dell’occupazione dovrebbe passare per l’ulteriore precarizzazione del lavoro, cosa che fa il “decreto Poletti”, se da quando è iniziata la grande ritirata dei diritti e delle tutele per i lavoratori, l’unico indicatore economico continuamente in crescita è stato proprio quello del numero dei disoccupati.

Ma è così che vanno tempi e modi oggi. Chi prova a fare una valutazione calma nel merito delle cose che accadono, dall’andamento dell’economia alle relazioni internazionali, diventa “gufo” nella mitologia governativa dell’era renziana. E se uno tenta di conoscere i meriti per alcune affermazioni personali di qualche profeta della meritocrazia, che vadano oltre la semplice adesione acritica e ortodossa alla politica secondo Matteo, immediatamente diviene “rosicone” nel fantastico bestiario del renzismo militante della prima o dell’ultima ora.

Potrei andare avanti, ma immaginate voi epiteti ed etichette che sarebbero affibbiati a chi provasse a chiedere cosa significano espressioni tipo “via i soliti noti”, se si riferiscano anche a noti come Franceschini, per dire, o Lupi, per ipotesi, o Napolitano, addirittura, o sempre e solo ad altri indefinibili perché indefiniti. O a chi s’arrischiasse a chiedere se “spazio ai competenti” debba per forza declinarsi con la presenza di Alfano al Viminale, che ignorava quanto accadeva nel dicastero di sua competenza in mano per giorni a diplomatici stranieri. O ancora, a coloro che chiedessero conto se “a ciascuno secondo il proprio merito” valga sempre, o sono previste deroghe per ministri a guida del più grande piano di riscrittura della Carta repubblicana di cui s’ignorano le competenze in tema di Costituzione, fatto salvo un eventuale buon voto nell’esame universitario, o giunti al Governo con la medesima “totale inesperienza” con la quale erano approdati al Parlamento, o che ignorino l’uso e la funzione dello strumento oggetto del più importante piano di acquisto del dicastero di cui sono responsabili.

A dirla tutta, credo che la confusione non sia tanto da colpevolizzare o stigmatizzatizzare. Il fatto è, semplicemente, che più che meritocratica, la società italiana sia una mediocrazia, nella quale a contare non siano tanto i talenti che si hanno, quanto la capacità di mettere a servizio del potere e di quelli che contano le proprie competenze con una buona dose di diligenza professionale. Non a vita, certo, ma almeno il tempo necessario a trovare un altro padrone da servire, con identica professionalità servile.

D’altronde, annoveriamo pur sempre Arlecchino fra le maschere carismatiche della nostra tradizione e da fin troppo tempo ci siamo abituati a galleggiare sulla linea che corre fra il meno di un libro all’anno letto da più della metà della popolazione e un guascone istrionismo scambiato per sagacia o, peggio, coraggio, per poter apprezzare il valore della speculazione intellettuale, solitaria o collettiva che sia.

Il ragionamento, lento e pesante, infastidisce, e la velocità frivola diviene valore solo in quanto aiuta a non dover sottostare alla fatica del pensiero.

In definitiva, per tornare al merito, meritiamo tutto, e solamente, quello che abbiamo. Ancor più perché ce lo scegliamo.

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1 risposta a Quelli che il merito

  1. Elio Rostagno scrive:

    Ciao Rocco! Una poesia che hai pubblicato giorni fa mi ha fatto supporre che lo scorso fine settimana tu sia rientrato dalle ferie. La cadenza dei tuoi interventi “filogovernativi” comunque non è diminuita… Se, tra una invettiva e l’altra, hai tempo per un caffè io ci sono. Elio

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