Qualcuno ci spiegherà che…

Qualcuno ci spiegherà che, in fondo, è tutto normale. E poi, chi l’ha detto che sui pullman per il nord Italia e per l’Europa si viaggia male. Come sulla terza classe del Titanic, anche se non ci trattano da signori e continuano a chiamarci cafoni, seppure a bassa voce, e ancora terroni, come quando, in quelle città dove andiamo, non c’erano per noi nemmeno case da affittare.

È solo che ce ne sono troppi, di quei pullman intendo. E tante sono le macchine che risalgono, per centinaia di chilometri e anche per più di mille, la penisola a fine estate, e spesso varcano pure le Alpi. “Tu dove stai?”. “A Torino”. “Beh, non è lontano. Io a Stoccarda”. “Quanto ci metti? 14, 15 ore?”. “Più o meno, ma non mi lamento: mio cognato sta ad Amburgo”.

Le auto e i pullman, sì, perché i treni, quelli che vanno veloci verso il ritorno, che ormai è in tutte e due le direzioni, adesso costano troppo e sono pieni solo di signori e generali, e non più anche di soldati e braccianti, e non sono più le stazioni a riempirsi di gente che cerca il signor Coppola Rossa per chiedergli a che ora parta il proprio convoglio, ma i marciapiedi vicino agli stalli, dove spesso non ci trovi nemmeno una pensilina in plexiglass per quando piove, anche se i biglietti si fanno on line, come per gli aerei, che son buoni pure loro, certo, ma solo se devi stare poco.

Ma si viaggia bene, e soprattutto sereni. Non è il tragitto a rassicurare, anche se lo si conosce tutto e a memoria. No, è la coscienza d’aver trascorso un po’ di tempo in un’altra dimensione: quella dove si è al di là di quanto si abbia. Quella dove non si confondono gli ausiliari, e quella dove l’essere non c’entra nulla nemmeno con il proprio fare, perché quello, alla fine, proprio non interessa a nessuno.

Poi tutto tornerà come sempre, certo. E si prenderanno altre abitudini, consuetudini, immergendosi come pietre in un fiume che le bagna, sempre pronte a ritornar secche come prima, non appena qualcuno le cacci e le rimetta al sole, e ad essere quali erano, come se in acqua non fossero mai entrate.

Ma qualcuno ci spiegherà che è così che vanno le cose, qui in Italia. Anche se così vanno solo per noi, che veniamo alla luce in quei posti dove si nasce, si cresce e si emigra, come fosse solo e semplicemente un’altra stagione della vita. E si va a cercare pane altrove, a volte guardati di traverso da quelli che, per fare lo stesso lavoro, han dovuto spostarsi solo di alcuni metri dal luogo in cui gli è capitato di venire al mondo, senza merito alcuno se non quello del primo vagito, e parlano di sacrificio al divenire pochi chilometri di quei metri.

Le cose vanno così, lo sappiamo. O almeno così sono sempre andate per quelli di questa schiatta, fatti italiani con le baionette di Garibaldi e le bombe di Cialdini, chiamati briganti ma arruolati in fretta e furia per finire la Patria in quelle montagne che la separavano dall’Austria, come in tutte le altre guerre, dove i morti son pianti ancora oggi con quegli accenti ritenuti vergogna del Paese, lo stesso che chiede fedeltà, e si stupisce se qualcuno lo senta meno suo dopo gli inni al fuoco dell’Etna e del Vesuvio o le odi a una frana nell’Agro nocerino sarnese o a un sisma in Irpinia.

Eppure, non ci scomponiamo. Sembrano non ferirci le periodiche polemiche, con tanto di interessamenti politici e parlamentari, sugli insegnanti del sud che rubano il posto con i titoli falsi e le lauree dai voti gonfiati, “che al meridione, si sa, le regalano”, e sarà per quello che in tanti da lì vanno a studiare negli atenei del nord, ma mai accade il contrario. Sembrano non essere rivolti a noi i cori da stadio a sapone e idranti fatti dai rappresentanti della Nazione, le allusioni alla criminalità insita nelle genti del mezzogiorno, con la fisiognomica del Lombroso così viva che solo pochi anni fa quei tratti caratteristici furono usati come volto dell’evasore tipo, “parassita della società” nelle pubblicità istituzionali, i mille pregiudizi scambiati per verità di scienza anche nelle dichiarazioni ufficiali dei maggiorenti dello Stato, dalle risorse per abitante distribuite al numero dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche.

Qualcuno ci spiegherà che quel tacere è rassegnazione, o codardia; sbagliando. Al contrario, è che combattere quelle battaglie, sarebbe roba da tifoserie. Non si risponde a chi incita i vulcani a eruttare, invocando le esondazioni dei fiumi, perché sarebbe spettacolo gratuito offerto dai cani da guardia ai loro padroni, e perché, di finire sott’acqua, rischierebbero comunque e sempre più le case dei poveri che i palazzi dei signori. Perché abbiamo imparato che la Terra è di chi ce l’ha, e chi più ne possiede più ha interesse a difenderla, e che se per difenderla vuol mantenere alto l’amor patrio di tutti, è solo per il suo tornaconto. Perché dalle guerre fatte per proteggere i sacri confini dalle minacce materiali o culturali, quando tornano, quelli che le vanno a combattere non ci ricavano niente, e non di rado perdono tutto, mentre chi rimane a casa dopo averceli mandati, spesso ci guadagna, e molto.

Forse è per questo che non ci prestiamo a quel gioco in cui ci si diverte a segnare i confini sulle carte, dove i penultimi combattono gli ultimi, e a volte questi gli ultimissimi che attraversano il mare con la disperazione quale unico bagaglio, per la gioia dei primi, e ci dispiace quando dobbiamo assistervi. Perché sappiamo che dove ai ricchi conviene vedere confini da difendere, ai poveri tocca scontare limiti da attraversare. Perché se i posti dove si nasce li si devon lasciare, è per colpa di chi di quei posti è padrone, che ha la stessa faccia e i medesimi modi di tutti gli altri padroni in ogni posto. Ecco perché non dividiamo fra chi è nato di qua e chi di là, ma fra chi ha e chi è. E non parliamo la lingua di quelli che sono nati nei nostri posti, ma quella di chi è nelle nostre condizioni.

Per questo, abbiamo imparato a cogliere le rose dove sembrano non esserci, in un figlio in Germania, in una macchia di verde senza rugiada, in una musica ascoltata partendo: per sottrarci al gioco fra quelli che sono per la gioia di coloro che hanno.

Così, se qualcuno ci spiegherà che in questo modo rinunciamo a combattere, e se questi sarà della nostra stessa razza cafona, cercheremo di fargli capire che è proprio togliendoci da quello schema che stiamo lottando al meglio delle nostre capacità. E se non vorrà capirlo, lo lasceremo alle sue convinzioni, a correre in una gara che comunque non potrà vincere perché falsata.

E se questo articolo, giocato pure sulle parole di opere e canzoni, dovesse essere per qualcuno difficile da capire in alcuni punti, non sarà grave; alcune cose non si possono spiegare del tutto, né comprendere: bisogna sentirle e averle patite per poterle far proprie.

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