Se non han fatto sacrifici, è perché le vostre generazioni precedenti erano agiate

Ci sono molte immagini e ricordi che hanno, negli anni, contribuito a formare la mia complessiva considerazione dello stato del mondo e di quanti mi hanno preceduto. Riferendomi alle genti da cui discendo e son nato, alcune di quelle immagini sono decisamente personali, e non ho voglia (né aggiungerebbe qualcosa agli intenti di questo articolo) di riportarle qua adesso. Altre, invece, sono decisamente più note, e pertanto più funzionali ai propositi comunicativi.

Fra queste, c’è una foto di Franco Pinna, scattata negli anni Cinquanta, che ritrae una famiglia contadina lucana nell’interno della loro casa. Quasi nulli gli arredi, logori i vestiti, un uomo con in braccio una bambina durante il pasto (quasi sicuramente) serale, altri due piccoli di lato, uno concentrato a scaldarsi al tepore di un braciere. È ripresa anche sulla copertina dell’edizione Laterza del 2000 dell’Uva puttanella di Rocco Scotellaro, e ne parlo qui perché mi torna spesso in mente, quando sento discorsi del tipo «stiamo messi male oggi, perché le generazioni precedenti non hanno fatto sacrifici e hanno sperperato ricchezza e benessere». Ecco, in quei casi, penso alle mie, di generazioni precedenti. E ne deduco che, quelli che così parlano e se di ciò sono certi e convinti, e perché le loro, di generazioni precedenti, erano già agiate, potevano, per citarli, permettersi di sperperare una ricchezza e un benessere che, evidentemente, avevano. Le mie, quelle di quella foto, al contrario, da sperperare avevano ben poco, e di sacrifici, beh, giudicate voi dalle parole che riporto di seguito, scritte da Domenico Rea in un articolo sul Corriere della Sera del 2 marzo 1957, ricordando una sua precedente visita a Matera nel ’52.

«Stavo appunto visitando una misera stanza dove vivevano in dodici persone quando fui afferrato da una vecchia che disse: “La casa della comare è una reggia in confronto alla mia. Di che si lamenta? Ha dieci figli, dieci lupi che la proteggono. Venite a vedere la mia”. Dovetti seguirla e giunto alla sua casa mi fece entrare in una grotta a forma di parallelepipedo, che il tetto non si scorgeva e finiva in un buio indefinito. Poteva essere lunga tre metri, larga, forse, due, alta, dico a caso, per darvi un’idea, trenta metri. C’era dentro la figlia, seduta. Un bambino come un verme le stava ai piedi. Un altro, in grembo. Quello ai suoi piedi aveva un gestire e i lenti movimenti di un bruco ancora spoglio, come i vermicini che escono dai frutti marci. L’altro giocava con la mammella avvizzita della madre. E quella donna aveva vent’anni, non quaranta come io avevo stimato dalla prima occhiata. Aveva la faccia di una castagna secca e le due orecchie erano due bucce pendule. Guardava incantata me e la madre». 

Ora, fermatevi, leggetele di nuovo, e raccontatemi ancora di benessere sprecato e assenza di sacrificio. Pensate che le generazioni precedenti alla mia erano quei bambini, e le loro madri e padri. Erano i figli degli emigranti in Svizzera, nascosti in casa senza poter mai uscire e costretti al silenzio, o separati per mesi dai genitori, perché le autorità elvetiche non volevano i bambini dei lavoratori italiani per non dover un giorno fare i conti con eventuali richieste di cittadinanza. Erano i bimbi calabresi, siciliani o napoletani che vedevano il disprezzo negli occhi dei genitori dei loro coetanei e persino in quelli dei loro insegnanti, mentre con le loro famiglie condividevano spazi bui e umidi di scantinati e soffitte nelle metropoli del nord Italia che si aprivano alla modernità. Erano quelli che andavano a far la spesa con il libretto dei debiti, che non avevano il bagno in casa e l’acqua corrente, figuriamoci quella calda, che portavano vestiti sempre troppo leggeri, scarpe mai adeguate, che mangiavano poco e ogni volta lo stesso pane e quasi nulla più, e che sento vivere ancora nei ricordi dei miei genitori e dei loro amici.

Ricchezza e benessere sprecati, assenza di sacrificio; certo, come no.

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