La tristezza è nel misurare la propria felicità sul dolore altrui

«La maggior parte delle persone non cerca verità che si possono dimostrare. La verità, in molti casi, come ha detto lei, comporta sofferenza. E quasi nessuno vuole soffrire. Quello di cui le persone hanno bisogno è una storia bella e piacevole, che renda la loro esistenza almeno un po’ più significativa. È proprio per questo che nascono le religioni. […] Se una dottrina A fa apparire più significativa l’esistenza di qualcuno, per quel qualcuno diventerà verità. Mentre se una dottrina B lo fa sentire più debole e piccolo, verrà etichettata come una falsità. È molto chiaro. Se qualcuno sosterrà che è la dottrina B a essere vera, probabilmente le persone lo odieranno, oppure lo ignoreranno, e in alcuni casi lo attaccheranno. Che tale dottrina sia logica e dimostrabile, non conta nulla. Le persone proteggono il proprio equilibrio mentale negando e rifiutando tutte le immagini che le raffigurano come creature deboli e insignificanti» (Murakami Haruki, 1Q84, Einaudi, 2021, pp. 559-560).

Certo, l’eco nelle parole dello scrittore giapponese l’avrete già avvertita, ritrovando nella memoria il capitolo sul Grande Inquisitore dell’opera dostoevskiana, nella sconsolata considerazione dell’Uomo folle di Nietzsche sul suo venire troppo in anticipo sui tempi, e forse persino con la parola cristiana sulle perle da non dare ai porci, come insegna il Vangelo di Matteo. E però credo che sia una percezione così diffusa, tra culture, tradizioni e ambienti per altri aspetti estremamente differenti, probabilmente proprio per un suo fondo di universalità. Guardiamo al tempo attuale, alle conoscenze e ai mezzi che scienza e tecnica ci mettono a disposizione, alla considerazione sul fatto compiuto di alcuni cambiamenti nel mondo, all’evidenza di processi da sempre presenti e contro i quali non è solo inutile, quanto addirittura innaturale lottare; qual è la reazione che vediamo spesso opporvisi? Il richiamo a un credo tranquillizzante. Se il mondo accelera e mi coinvolge con tutta la sua immensità, io lo riduco alle mie dimensioni, ne faccio porzioni, disegno una scacchiera in cui so posizionarmi, dove posso indicare o può essermi indicata la postazione che mi dà identità, ruolo, senso. E che non sia vero, che sia un disegno arbitrario, come lo sono i confini, le nazioni istituzionalizzate, i Paesi e gli Stati, non importa: rassicura, e tanto basta a sopravvivere tranquilli.

Sì, sopravvivere, perché vivere è un concetto diverso, e magari nemmeno così interessante per tutti. E guardate che non sto censurando, né criticando o sminuendo quell’atteggiamento; sono millenni che gli uomini sopravvivono, cercando così una loro dimensione di felicità, considerandosi come parte di un gruppo, trovando in quello il significato del proprio stare nel tempo e nello spazio. Però, nel cercare l’uomo, come il Diogene che quel folle della Gaia scienza ha per modello, non posso non immaginare che la vera natura di questo sia nel considerarsi potenzialmente felice solo se possono esserlo anche gli altri, solo se a tutti si dà il modo, l’occasione, pure solamente la libertà di tentare di vivere come, dove e nella maniera in cui più gli aggradi, lasciando contemporaneamente ai prossimi e ai lontani l’agio di fare altrettanto.

Viceversa, non riesco a non provare tristezza per quelle identità che sanno darsi sostanza e misura solamente nel contrasto con altre, che non possono o riescono ad ammettere alcuna altra via da percorrere per ricercare la felicità che non passi attraverso il dolore di qualcuno, la privazione del prossimo, perché non può darsi quella particolare felicità se non nella logica della supremazia, del trionfo. Ancor più ne sento quando quella stessa logica è applicata alla dimensione del gruppo, che su di altri o contro di questi vuol esser sovrano, sospinto da tutti i suoi appartenenti, quanto ad evidente e solo vantaggi di alcuni suoi membri, in genere quelli che più urlano ponendosene a guida.

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