Quanto tempo ha, l’oggi, per l’arte, la cultura, il libero pensiero?

«Nella folla di quasi centinaia di personaggi che racconto […] dell’epoca fascista, ho scelto sistematicamente di trascurare le figure di intellettuali. […] Perché alla fine credo che, in quegli anni, il ruolo degli intellettuali sia stato poi sopravvalutato in seguito da altri intellettuali. Uno degli aspetti della brutalità fascista è che alla fine gli intellettuali […] tutto sommato contarono poco e niente. E questa potrebbe essere una misura della vivacità dello stato di salute di una democrazia: quando l’indispensabile, ma superfluo, dell’arte, della cultura, del libero pensiero conta poco, lo stato di salute della democrazia è basso». Così Antonio Scurati, intervistato da Maremosso, il magazine della Feltrinelli.

Ho preso M. Gli ultimi giorni dell’Europa solamente ieri sera (e ovviamente non l’ho già letto, ma ho potuto apprezzarne l’attacco, ripreso dalle parole del Bianchi Bandinelli), pertanto non è di quello che voglio parlare. Tuttavia, le parole del suo autore in quel colloquio sono per certi versi il senso di molte cose che, da tempo, nel mio piccolo vado pensando anch’io. In sostanza, la democrazia sta bene quando molto ascolto e attenzione si dà pure alle voci del mondo della cultura, agli, per riassumere in una categoria, “intellettuali”. Viceversa, ignorandoli, stigmatizzandoli o addirittura tacitandoli, ci si incammina verso punti bassi del modo di organizzare gli Stati, fino alla fine di quella stessa idea di democrazia, con tutti i diritti e gli spazi di discussione e confronto connessi. Sembra banale, e in effetti lo è, nelle sue forme estreme, nel bianco e nel nero. Vivendo noi, però, nelle mille sfumature del grigio, è proprio fra quella sterminata gradazione di stati intermedi che dobbiamo cercare di capire il punto in cui ci troviamo. E non dico che sia agevole riuscirci.

Eppure, qualcosa da considerare, a riguardo, ci sarebbe in tutte le epoche, nella nostra come in quelle che l’hanno preceduta e che le seguiranno. Quanto tempo c’è, per ascoltare la voce di chi di prova a parlare di orizzonti più lunghi, di spazi più vasti? Quanto se ne dedica, al pensiero di questi? Quanto a quell’«indispensabile, ma superfluo, dell’arte, della cultura, del libero pensiero», per usare le stesse parole di Scurati, ne riserviamo noi, oggi?

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