Quello che si deve fare

«Se l’esperienza greca è ontologicamente tragica, nella radicale libertà di quella sua autoposizione, il cuore della tragedia sta però nella dimensione politica. È la democrazia il punto culminante di tale esperienza, apice della creazione di un mondo basato sul nulla e perennemente esposto alla minaccia del nulla. Perciò scrive Castoriadis la democrazia è un “regime tragico”. A differenza degli altri regimi che non conoscono il pericolo, perché si trovano tutti nella certezza della servitù, la democrazia rischia in proprio […]. Mentre negli altri regimi viene concesso un più o un meno di libertà a partire da un “segreto potere”, solo nella democrazia esiste uno spazio pubblico […]. Ma se la democrazia si autoistituisce in modo permanente, senza né ripari né freni esterni, allora la vera catastrofe, il rovescio che la sovrasta e la insidia, ha un solo nome: húbris. Proprio in quanto autoistituzione, la democrazia è sempre al contempo anche autolimitazione. Viene chiamata a fissare ogni volta i propri limiti, oltre i quali non è possibile andare. Non essendoci nulla e nessuno che possano stabilirli una volta per tutte, i limiti saranno perennemente in questione. Si tratta in fondo della domanda cruciale dell’inedito potere del dêmos. A ben guardare, mentre può fare tutto, il popolo deve sapere di non poter fare tutto. È il dilemma della democrazia, il suo azzardo. […] Quell’universo radioso e promettente viene allora offuscato da ombre cupe: la libertà potrebbe scivolare nell’arbitrio, e a sua volta l’arbitrio nel sopruso. Il brivido della potenza creativa lascia intravedere gli effetti mostruosi della distruttività. Chi potrà mai porre un freno? Chi potrà evitare che nella sorte del singolo, o in quella della comunità, si spalanchi il baratro orrido della scelleratezza e dell’iniquità? Se non c’è più un’arché, se non ci sono prinicipî e comandamenti archici, e si è ormai aperto lo spazio del krátos, tutto è affidato alla capacità del singolo di controllarsi, a quella del dêmos di moderarsi e attutire ogni conflitto. Una responsabilità non è sganciata dall’altra, e la limitazione della húbris ha un valore insieme etico e politico. Solo questa misura tiene e contiene la comunità, impedendo il reciproco soverchiarsi. Come nel cosmo delineato da Anassimandro, su tutto ciò veglia la Díke, che impedisce usurpazioni, favorisce la parità. Viene qui alla luce che lo spazio dell’interrogazione democratica è anche quello della domanda sulla giustizia. Se non esiste una norma della norma, una misura della misura, allora occorre non solo darsi una legge, ma anche decidere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. A questo è chiamata la comunità politica».

La lunga citazione è tratta dal libro di Donatella Di Cesare, Democrazia e anarchia. Il potere della pólis (Einaudi, 2024, cit. pp. 102-104). Trovo precise le parole della filosofa romana per spiegare fino in fondo quello che è la democrazia nella dimensione della collettività politica e anche dei singoli che di questa sono parte: responsabilità. Perché è così che va inteso, il potere nelle mani del popolo, senza un’arché a cui appellarsi, ma chiamandosi ciascuno a dover fare i conti con la propria volontà, con le proprie scelte e con quello che queste determinano nel loro esplicarsi in concreto, ponendosi, pertanto, in relazione con quelle degli altri e con la realtà circostante. Difficile? Certamente; più facile è seguire fedelmente un capo, a cui, alla peggio, dar la colpa delle insoddisfazioni o dei risultati cattivi dell’agire pratico del suo governo.

Donatella Di Cesare spiega pure (con ricostruzioni filosofiche, storiche e filologiche che v’invito a leggere) quanto, in fondo e per molti aspetti, la democrazia debba alle sue fondamente an-archiche, proprio dalla radice di quella parola, arché, forza primordiale da cui tutto nasce e ritorna, e quindi principio del potere per padri, proprietari, autoctoni, eredi e che dalla democrazia è messa in discussione, minata, destituita della sua legittimità. Tolto il principio, allora bisogna darsi i limiti da sé stessi. E da qui, la responsabilità, che si esplica e si deve rendere manifesta anche nel nostro dire «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», con le parole del Montale.

E a proposito di anarchia, di poeti e di limiti e regole che la democrazia deve darsi da sé stessa, mi piace chiudere questo post con le parole che Luca Marinelli fa dire al suo Fabrizio De André nel film Principe libero: «L’anarchia non è fare quello che ti pare; l’anarchia è darsi delle regole prima che te le diano gli altri».

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