Però, voi fate l’ipotesi

Oggi il Pd è il primo partito nel Paese. Forte degli undici milioni di voti delle Europee, indiscutibilmente in testa in tutti i sondaggi, radicato e alla guida della maggioranza dei territori e delle città. Con il combinato disposto di Italicum e nuovo Senato ipotizzato dal testo di Boschi, Verdini e Calderoli, dominerebbe tranquillamente la scena istituzionale e di governo nazionale.

Renzi, poi, è un grande leader, con un irresistibile appeal nell’elettorato e un forte ascendente su tutti i dirigenti e i quadri che contano nel partito, come fra gli amministratori locali e i sindaci. Non avrebbe difficoltà a far passare i suoi candidati per il Senato che verrà, e che sarà eletto dai consiglieri regionali, molti dei quali, a loro volta, divenuti tali attraverso i meccanismi bloccati dei vari listini (quindi, come dire, suscettibili ai temi della lealtà al sistema di potere che gli ha permesso la conquista del seggio consiliare), e, visto che la legge elettorale già approvata alla Camera è blindata nel sacro vincolo del “Patto del Nazareno” ha ancora liste bloccate e astrusi dispositivi opzionali per gestire le candidature multiple, di fatto potrà nominare, se confermerà quei voti, la maggioranza assoluta dei deputati nella prossima legislatura.

L’attuale premier, inoltre, ha dalla sua una forte copertura mediatica e dell’establishment economico e delle istituzioni, che gli consentirebbe pure di far passare riforme forti, dure, difficili. E questo, per chi crede e si fida di lui, è un bene; per quelli che diffidano, o semplicemente hanno altre idee, non proprio. Ma oggi è così.

Con la riforma del Senato e l’Italicum, all’attuale segretario del Pd potrebbe, domani, toccare in sorte una compagine parlamentare in grado, da sola, di nominarsi il presidente della Repubblica (seppur solo alla nona votazione, dalla quale, nel disegno di riforma, basterebbe la maggioranza semplice), e altri organi di garanzia o, con pochi altri sostegni che non faticherebbe a trovare, vista l’abitudine nazionale, come ricordava Ennio Flaiano, di soccorrere sempre i vincitori, cambiare secondo i propri desiderata la Costituzione. E di avere poca opposizione e ancor meno pluralità di culture e opinioni politiche in Parlamento, grazie a soglie di sbarramento incredibilmente alte.

Ma noi sappiamo che Renzi è un uomo corretto, giusto, un politico oculato, e non approfitterebbe mai di quel potere eventuale. Renzi è uno che coltiva la cultura del rispetto per il dissenso e le posizioni differenti dalle sue, e non ci sarebbe nulla da temere. Renzi è uno che ha a cuore la democrazia e non la confonderebbe mai con una forma sottile di dittatura della maggioranza, in cui la volontà dei più può fare a meno di discutere le opinioni dei meno, banalizzandole con descrizioni da improbabili bestiari o accusandole di voler fermare il progresso, inteso come la ratifica parlamentare degli accordi blindati presi lontano da quelle aule e insondabili almeno quanto non sindacabili, o come lo strano caso di una rappresentanza politica eletta con un sistema incostituzionale e che cerchi di risolvere tale corto circuito riformando la Costituzione, quasi a farlo “licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta”.

Lui non farebbe cose così, lo sappiamo. Però, voi fate l’ipotesi. Fate l’ipotesi che un partito prendesse alle elezioni politiche dieci milioni di voti, più o meno quelli che servirebbero per raggiungere il 37% che dà diritto al 52% dei seggi alla Camera nel nuovo sistema e con i dati di affluenza delle consultazioni del maggio scorso, e che lo stesso esprimesse la maggioranza nella maggioranza dei consigli regionali, in modo da averla anche al Senato. Fate l’ipotesi che questo partito avesse in mente di realizzare tutte quelle cose contro cui da sempre vi siete battuti. Fate l’ipotesi che quel partito potesse eleggersi, dopo soli otto scrutini a vuoto, un presidente della Repubblica di suo gradimento e organi di garanzia in linea con le proprie idee. E che a guidarlo fosse un demagogo interessato solo alla propria carriera o ai propri interessi, ma capace di raccogliere il consenso, sfruttando il dissenso fra le forze che gli si potrebbero opporre e il distacco e l’astensione dei cittadini.

Fate l’ipotesi che a guidare quel partito fosse una Le Pen nostrana, un Grillo meno urlatore, un Berlusconi ringiovanito: non v’opporreste allo smantellamento delle garanzie per l’opposizione parlamentare fatte a vantaggio della concentrazione dei poteri nelle mani del detentore di quello esecutivo?

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