Non bloccate la riforma, non ce n’è bisogno

Lo è già. Bloccata, dico. Quando Renzi tuona “non ci faremo bloccare la riforma da chi non vuole il cambiamento”, in un certo senso ha ragione. Non c’è alcun bisogno, infatti, di bloccare una riforma che ha già tutto bloccato.

Bloccato è il “patto del Nazareno”, da cui è nata. Bloccato sarà il Senato, non elettivo e nominato attraverso liste, bloccate, votate solo dai già eletti consiglieri regionali, anche quelli che nei parlamentini ci sono arrivati dai listini, bloccati. Ma la riforma è di tutte le istituzioni, e quindi anche la Camera sarà eletta, con l’Italicum, attraverso liste decise dai segretari di partito e, ça va sans dire, bloccate.

I “frenatori di riforme”, per stare alle categorie del politico secondo Matteo, non l’Evangelista, che certo mai avrebbe fatto un patto con il Caimano, però, non mirano a bloccare, se mai al contrario, visti i presupposti.

Quelli che non vogliono la riforma di Boschi­­­, Calderoli, Verdini, dirige Berlusconi, cantano un po’ tutti, vogliono, ad esempio, eleggere i senatori attraverso un sistema sbloccato che, pensate la follia, permetta a chiunque di potersi candidare a vestire il laticlavio, e non solo a quelli che già siedono sugli scranni dei consigli regionali, e che le inchieste degli ultimi anni ci dicono esser popolati da gente al di sopra di ogni sospetto, e magari, bestemmia inaudita, votati direttamente dai cittadini per far quello.

Di più, questi pazzi blasfemi credono anche che un Senato nominato abbinato a una Camera nominata sia quantomeno distante dai concetti di partecipazione democratica e coinvolgimento degli elettori nei processi di formazione delle politiche e delle decisioni. Specialmente, e qui l’eresia già lambisce il dissacratorio, se ci si trovasse in presenza di una legge elettorale che, con solo poco più di un terzo dei voti degli elettori dati alle liste di un partito o coalizione per la Camera e appena un senatore in più della quarta parte del Senato, garantisse la maggioranza necessaria, dopo appena quattro giorni di schede bianche o nomi votati a caso, per eleggere il presidente della Repubblica, e quindi determinare i senatori di sua nomina, le cariche di indicazione politica nella Corte Costituzionale, nel Csm e continuate voi con gli organi di garanzia a piacimento.

Infine, ma qui siamo veramente alla ricerca del rogo come atto estremo dei dissidenti, alcuni ricordano pure che il Parlamento che sta per fare tutta questa modifica sostanziale dell’intero assetto della nostra Repubblica, arrivando a cambiarne la forma di governo, nei fatti se non nella lettera, è stato eletto e si è composto nei suoi numeri in virtù di una legge che la Consulta ha dichiarato incostituzionale.

Sì, lo so, scherzare è facile, e lo è anche cercare incoerenze e punti deboli. Però, quelli che stanno per dar corso a questa riforma non scherzano: vogliono farla davvero. E la vogliono proprio così, capace di disegnare un sistema in cui gli elettori contino sempre meno e la partitocrazia, non i partiti ma la loro degenerazione, sempre di più.

Ma, mi dicono, “Renzi ha il consenso popolare e il mandato elettorale per fare le riforme”. Ne siete proprio sicuri? Cioè, siete proprio sicuri che quel 40,8% delle elezioni del maggio scorso chiedesse proprio di contare sempre meno nell’organizzazione dello Stato e nelle sue articolazioni. Non saprei.

Non avevate detto che quel voto parlava di speranza, di partecipazione, di alternativa? Non avevate detto che quello era la certificazione della voglia degli elettori, non di venir esclusi, ma di esser parte del cambiamento? Non avevate dipinto quel risultato con i colori chiari della primavera, come il mese di maggio in cui arrivava?

Eppure, con le parole del grande PPP, “non è di maggio questa impura aria”, non sa di fresco questo nuovo che si profila all’orizzonte, non sa di buono questa riforma che si disegna nell’oscura mediazione con chi ieri si fuggiva, e che per diventare legge chiede la testa dei dissidenti, novellando le gesta di quella Salomè che mai portò al bene.

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