Ma sì, poi passa

“Ma no, dai, poi passa”, m’ha scritto un amico ieri, rispondendo al mio sconfortato commento delle notizie su un intero pezzo di gruppo dirigente del partito che ho votato, passato alle dipendenze dell’ente appena conquistato elettoralmente.

Mi sono ricordato le parole che la notista politica nel film Le idi di marzo rivolge all’addetto stampa del candidato alle primarie democratiche per le presidenziali Usa. Nella vita del cittadino medio, spiega la giornalista nella pellicola di George Clooney, l’esito delle elezioni, concretamente, cambia poco o nulla, ma per il personale dello staff del candidato, può segnare una svolta radicale, di carriera e d’esistenza.

Già, forse passa. Quella sensazione di esser spettatori di un gioco fra élite di potere, interessate solo al governo per potersene prendere un pezzetto per loro. Quella sensazione di un partita di pochi, giocata da pochi e vinta ancora da meno. Quella sensazione che ti fa ritenere la frase “no, non mi serve niente” la risposta migliore alla domanda “vai a votare domenica?”.

E ti scopri a considerare quel niente, anzi, nind, come unica strada percorribile. Il niente di cui si riteneva politico Giustino Fortunanto, il nihil che non annulla il reale, ma lo sostanzia, dando a esso una possibilità d’espressione che altrimenti sarebbe silenzio. E alla fine, diventa tutto, gorgo e maelstrom di ogni possibile sogno, speranza, aspettativa.

Niente si può fare, perché non c’è tempo per cercare strade diverse. Niente si può fare, perché non c’è spazio per pensare in un altro modo. Niente si può fare, perché non ci sono alternative. Allora questa è l’unica guisa, e ti ritornano in mente, gelide, le parole di un’amica troppo giovane per l’impassibilità, eppure già capace di confidarti il suo prendere le cose della vita “con sano cinismo”, come se per quello potesse esserci una salutare misura.

Mentre ti chiedi fin dove la durezza dell’indifferenza può spingere i più a non patire per le sorti di quelli che provano a rimanere sé stessi anche fra i meno, t’accorgi che è proprio quella persistenza a dare fastidio, quella non arrendevolezza a essere considerata l’intralcio maggiore, come se davvero i vinti potessero mai condizionare i dominatori, quasi a dare un senso effettivo alle parole di Orazio, “Graecia capta ferum victorem cepit”, ironicamente ammesse dall’insofferenza di quanti han trionfato verso gli sconfitti.

E l’amico di prima ti consola, perché anche quello fanno gli amici: “lasciali fare, vediamo dove vogliono arrivare, dove arriveranno”. E magari ha pure ragione. O forse no, però ti piace che l’abbia detto. Ma sì, dai, poi passa. Tutto. O niente. E in fondo, non è che ci sia tanta differenza.

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