Cari amici, noi siamo gli stessi di prima. Qualunque cosa per voi fossimo

Il risultato del referendum ha lasciato poco spazio alle interpretazioni. Avrei voluto leggere e ascoltare argomentazioni «nel merito», come si diceva, del voto, ma ho dovuto avvertire, dalle prime parole del presidente del Consiglio in conferenza stampa fino all’ultimo dei suoi ritwittatori seriali, cose che con la riforma in discussione c’entrano poco o nulla. Perché Renzi s’è dimesso? Chi glielo chiedeva? E cosa significa «adesso, i leader del “no” indichino il modo per cambiare la legge elettorale»? Sono forse cambiati i numeri in Parlamento? Non è più il partito che guida lui a essere maggioranza assoluta alla Camera e forza ineludibile al Senato?

Di più, sarà perché la mia, l’area che mi è parsa più sotto accusa da parte della maggiorana per la colpa d’aver fatto perdere il Governo è stata quella della sinistra, esterna e interna al Pd. Mio malgrado, proverò ad adeguarmi ai termini del discorso. Già il fatto che un governo leghi la sua durata a una riforma della Costituzione è parte del problema: le regole comuni sono di tutti, nessuno vince, nessuno perde nella loro definizione. Ma poi, di grazia, amici del “sì”, di quale sinistra state parlando? Quella che andava rottamata o quella gufa e rosicona? Quella che a ogni sua proposta sbeffeggiavate con un #ciaone o quella che era vecchia e inadeguata, come un gettone per l’iPhone? Quella del cui dissenso dovevate farvene una ragione o quella che non rappresentava più nessuno, tanto che se andava via era pure meglio? No, perché io e altri siamo ciò che per voi eravamo prima, qualsiasi cosa fosse.

Io me li ricordo i toni che avete usato fino a dieci minuti prima della chiusura delle urne, e per quanto non sia capace di usarli, non per questo li ho dimenticati. Ora dite «arrangiatevi!». Ma in che senso? Io non ho nulla da arrangiare, non più, almeno. Avevo una comunità politica in cui condividere proposte e valori, ma siete stati voi a spiegarmi che non era ammesso dissenso se non, comunque, sottoposto al consenso in forma preventiva e arrendevole. E se volete che sia più preciso, proverò a spiegarmi meglio.

Eravamo tutti in piazza a dire che mai avremmo accettato la cancellazione dell’articolo 18 e lo snaturamento dello Statuto dei lavoratori, e alla prima occasione utile, l’avete fatto proprio voi. Ci eravamo detti spesso che nessun problema sociale poteva essere affrontato con risposte securitarie, e avete varato leggi per tagliare le utenze vitali e negare l’accesso ai diritti civili a chiunque si trovasse costretto a occupare immobili vuoti. E potrei continuare, passando per la chiamata diretta dei presidi, le grandi opere, ponte sullo Stretto compreso, le trivellazioni in ogni mare e in tutti i luoghi, i limiti all’utilizzo del contante, l’abolizione della tassa sulla prima casa per i ricchi, le spese per gli armamenti da tagliare, a iniziare dagli F-35, eccetera, eccetera, eccetera.

Infine, per stare al tema del voto di domenica, sulle regole e sulla Carta, dicevamo un tempo, usando le parole di Prodi nel 2006, che ogni modifica o riforma «dovrà essere sostenuta da un’ampia partecipazione, da un vasto consenso della società civile e delle forze sociali. E dovrà, in ogni caso, essere approvata dal Parlamento a larghissima maggioranza […]. Basta comunque con i cambiamenti costituzionali a colpi di maggioranza semplice». E in quel solco, col mio voto, ho cercato di agire.

Perché io a quelle cose ci credo ancora; siete voi ad aver detto che se ne può fare a meno.

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