Quella frattura che non si vuol sanare

«C’è nei partiti una tendenza al congelamento delle posizioni politiche accompagnata a una crescente incapacità di immaginazione nella risoluzione dei vizi di fondo della società e delle questioni poste dal rapido evolversi dei rapporti sociali e culturali dei popoli e tra i popoli. C’è nella società civile, accanto all’incomprensione per la vita pubblica, una diffusa prostrazione che impedisce ai gruppi più vivi di prendere coscienza precisa di sé e del potenziale politico che essi tengono dentro. […] Compito di un sistema politico democratico è quello di non lasciare spazio a tensioni legittime e insoddisfatte, di impedire quei momenti di vuoto di potere all’interno dei quali abbiano margini di manovra e capacità di incidenza forze e tendenze reazionarie e di dare piuttosto una risposta politica alla tensione, alla volontà, alle idee, per quanto confuse e disarticolate, che hanno preso forma nella società».

A leggermi queste parole è stato, alcuni giorni fa, il mio caro amico Paolo Giaccone, appassionato e competente studioso degli anni della Prima Repubblica e di politica, quella vera. Sono brani da un intervento al Senato di Giovanni Marcora, anima de La Base, la corrente e la rivista della Dc, pronunciato il 17 dicembre del 1968. Appena sei mesi dopo, il 29 giugno del 1969, all’XI congresso dello stesso partito di Marcora, fu Aldo Moro a dirne di simili: «Ebbene, dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose ho muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime». A meno di quindici anni di distanza, il 4 marzo del 1983, Pietro Ingrao fece sua un’analisi non dissimile, quando alla platea dei delegati al XVI congresso del Pci spiegò che: «Già si vedono i germi di questo schieramento che cresce: la risposta operaia di dicembre e di gennaio; la nuova ondata di giovanissimi che avanza sulla scena politica; le dure smentite a chi dava per morto il movimento delle donne; la rivolta di scienziati e di tecnici contro la lottizzazione; il fiorire di movimenti “verdi”; la ricca rete di organizzazioni di volontariato. Certo, sono lingue nuove rispetto ai vecchi vocabolari: lingue a volte gridate, a volte mozze, a volte acerbe. Ma chi, chi ha mai detto che una spinta nuova può nascere già tutta compiuta, quasi in bella copia? Sì: stiamo costruendo una lingua dell’alternativa, e solo i pedanti possono stupirsi se ci sono tutt’ora delle lacune, delle improvvisazioni, della sgrammaticature». Che cosa ne è stato di tutta questa riflessione nei partiti che da quelli sono nati?

I movimenti che ora riempiono la piazza politica sono stati prima ignorati, poi messi alla berlina e infine accusati d’esser portatori potenziali di inenarrabili sciagure, nel caso in cui s’affermassero nelle urne. Ma la domanda che avrebbe dovuto precedere tutte le valutazioni, o le sottovalutazioni, non è stata mai fatta all’interno delle forze politiche che, comunque, nell’epoca precedente hanno dominato e monopolizzato la scena: perché quelle risposte, pur con tutti i loro limiti, si sono gonfiate dei consensi che adesso le pongono in antagonismo probabile, quando non le vedono superare, le realtà più organizzate e strutturate?

La mappa del voto capitolino è sembrata in questo emblematica, con la candidata dei cinquestelle capace di battere in tutti i quartieri quello del Pd, tranne che nel centro e ai Parioli, e venerdì scorso, sulle pagine milanesi del Corriere della Sera, un’indagine condotta dall’Ipsos sui blocchi sociali e il loro orientamento nel voto amministrativo, dava i pensionati con il candidato del centrosinistra, gli operari con quello di centrodestra e il 60% dei disoccupati astenuti. Ecco dove sono saltati i punti di contatto e di dialogo fra politica e società; il resto è conseguenza.

Che fare? Beh, il politico lombardo citato all’inizio, nondimeno il senso dei discorsi di Moro e Ingrao, una soluzione l’aveva esplicitata. Sempre il quell’intervento, Marcora diceva: «Non è puntando sul riformismo settoriale, ma ponendo una forte carica di volontà politica tale da ridare al sistema democratico la sua funzione di garanzia politica ai cittadini e alle forze sociali che è possibile ridurre la frattura tra classe politica e società civile».

Al contrario di quanto auspicava il senatore, la classe politica negli anni a seguire avrebbe sempre aumentato quella frattura, riducendo gli spazi di rappresentanza, sacrificati sull’altare di una malintesa “governabilità” (che dovrebbe riferirsi, in accezione passiva, al complesso delle condizioni esterne su cui agire la pratica del governo, non all’essenza e al fondamento dell’azione, quando non del mero processo di selezione, dei governanti), allontanandosi dal Paese nella continua ricerca delle condizioni per accedere al Palazzo, facendo dei partiti e delle elezioni strumenti e meccanismi non di coinvolgimento e partecipazione popolare «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», secondo lo spirito e la lettera del dettato costituzionale, ma di promozione e premiazione di un ceto di funzionari e professionisti della politica che questo, e solo questo, fanno di mestiere – e non aiuta a ridurre quel sentimento di distacco fra rappresentati e rappresentanti, celarlo sarebbe ipocrita, la differenza di censo a cui, dai consigli regionali alle camere nazionali, quei mestieri conducono rispetto alla media e alla stragrande maggioranza del corpo elettorale, né, ancor meno, le arroganti accuse di “plebeismo” rivolte verso chiunque metta in discussione l’esosità di quegli emolumenti –, in una continua auto-rappresentazione del proprio ruolo, che sempre più si è allontanata e si allontana dalle organizzazioni e dai loro modi di agire che, nel frattempo, la società è andata e va assumendo, e in cui i cittadini cercano riconoscimento e riconoscibilità.

Il resto, si diceva, è conseguenza.

Mi sia consentita una piccola osservazione, diciamo così, “stilistica”, che poi, però, è fortemente di sostanza. Nei congressi di partito e nelle aule parlamentari, una volta si affrontavano questioni come quelle e con quel livello di analisi e quel tenore espositivo. Oggi…, vabbe’, lasciamo perdere: è pur sempre domenica, no?

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1 risposta a Quella frattura che non si vuol sanare

  1. Fabrizio scrive:

    La frattura tra le politiche sociali e la politica culturale economica , nella realta’ dei fatti , non la si vuole risanare perche’ i governanti guardano solo e soltanto al risanamento di quelle fratture geofinanziarie capitaliste accadute nell’ arco di questi ultimi venticinque anni.

    Basta ricordare, per non dimenticare , l’ uscita dallo SME dell’ Italia ( l’ Inghilterra come promotrice )tra il 1992 e il 1996.
    L’ ingresso della Grecia in Ue garantendoLe la realizzazione delle Olimpiadi del 2004
    La Germania e la Francia usufruiscono nell’anno 2003 della facolta’ ( non flessibilta’) di sforare i parametri dei trattati

    La svalutazione della lira a vantaggio della Germania, Francia e Inghilterra ;l’ Inghilterra come promotrice non usci.In Italia iniziarono privatizzazioni e privatizzazzioni;ci fu innalzamento del tasso d’inflazione.

    Per la Grecia , dopo le olimpiadi, iniziarono i problemi d’ indebitamento.

    Chi ha cercato e voluto Brexit?
    Non e’ la Germania ( direttamente)come ci vogliono raccontare, ma sono ……
    Con Brexit ci potra’ essere svalutazione della sterlina ma nient’altro!
    A chi tocchera’ privatizzare e privatizzare?Non certamente e di sicuro all’Inghilterra!
    Recentemente abbiamo saputo dell’accordo mercato borsistico Germania-Inghilterra-Italia

    Ai tempi dello SME era la Germania ad immettere e comprare; oggi nell’Ue c’e’ la BCE con il Qe avallato da FMI.

    A proposito di FMI , avete memoria di quando Fmi sia intervenuta all’interno del sistema americano FED.

    Che Fmi entri all’ interno del sistema europeo(Ue ) puo’ essere discusso ma che entri all’ interno del sistema moneta unica e’ inaccettabile.

    Perche’ invece di Brexit non e’ stato pensato il Brentry?

    p.s. continua………

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