L’armata citazionista e le questioni di fondo

«Berlinguer era per il monocameralismo», titola l’Unità. «Un Parlamento bloccato e soffocato da un inutile e soffocante doppio lavoro e una mare di leggi e decreti», cita Ingrao un post della propaganda Pd. «Basta con questo bicameralismo perfetto, unico nel mondo e causa di tanti ritardi» gli fa eco la Iotti rilanciata dai social-dem. L’armata citazionista dei sostenitori del “sì” al referendum ancora non indetto sulla riforma costituzionale s’è già scatenata.

Ebbene sì, Berlinguer e Ingrao erano per il monocameralismo. E lo era la Iotti. Come lo fu Togliatti e tutto il Pci. A Botteghe Oscure vollero anche formalizzare questa loro posizione in un seminario nel 1981, aperto da una relazione di Ingrao e chiuso da Berlinguer. Ne fa sostenitori ante litteram della riforma Renzi-Boschi? Non scherziamo: trentacinque anni fa la proposta del Pci era in antitesi alla “grande riforma”, di imprinting “governista” e con accenti presidenzialisti, lanciata nello stesso 1981 da Craxi al congresso del Psi, in quella vetrina spettacolare che divenne il Monte Pellegrino, già antesignana, per gli allestimenti di Panseca e le parole del leader socialista, di futuri incontri in antichi scali ferroviari in disuso.

Nei successivi lavori della “commissione Bozzi”, chiamata a discutere le possibili modifiche alla Costituzione e all’assetto istituzionale dello Stato, Ingrao si oppose al disegno craxiano, nello spirito se non nella lettera molto simile a quello attuale, per l’eccessivo schiacciamento sui poteri dell’esecutivo, mentre i comunisti ponevano la loro azione al servizio di una piena valorizzazione del Parlamento, luogo deputato alla rappresentanza e quindi proiezione istituzionale della partecipazione popolare (cfr. Pietro Ingrao, Crisi e riforma del Parlamento). Inoltre, il Pci voleva una sola Camera, nel senso che chiedeva di abolire il Senato, non di trasformarlo nel doppio lavoro dei consiglieri regionali.

C’è poi una questione che i neocostituenti volutamente ignorano, seppure ne hanno certificato la presenza e il collegamento già nel dibattito sulla loro riscrittura della Carta, che se senza quella non potrebbe funzionare: la legge elettorale. Tutti quelli che citano e di cui riproducono le effige erano proporzionalisti, in ossequio a quel «principio per cui noi siamo rappresentanti di tutto il paese nella misura in cui la Camera è specchio della nazione. Dello specchio, veramente, si può dire che ogni parte, anche piccolissima, di esso, è eguale al tutto, perché egualmente rispecchia il tutto che gli sta di fronte. Qualora il principio venga abbandonato, è distrutta la base dell’ordinamento dello Stato che la nostra Costituzione afferma e sancisce» (Palmiro Togliatti, intervento sulla legge elettorale presentata da Mario Scelba, la “legge truffa”, Camera dei Deputati, 8 dicembre 1952).

Sempre a riguardo dell’Italicum, poi, e volendo continuare il gioco del “com’eravamo”, sarebbe simpatico non dimenticare mai il come è stata approvata, ponendo pure su quel testo, cioè sulle regole della competizione elettorale, la questione di fiducia, e facendone regole di parte. Nilde Iotti, intervenendo sulla scelta del governo in occasione della “legge truffa”, passata nello stesso modo, disse: «su una legge elettorale il Governo bene avrebbe fatto se non avesse posto la questione di fiducia, poiché la legge elettorale, dopo la Costituzione della Repubblica, è la più importante e la più delicata ed in essa si esprime più che in ogni altra il regime democratico di una nazione. Ma oltre a questo noi abbiamo sentito, nel modo e nel momento in cui è stata posta la fiducia, elevarsi dai banchi del Governo il disprezzo per le norme che regolano la vita del Parlamento italiano, il disprezzo per la tradizione di questa Assemblea, il disprezzo per tutte le cose che formano la sostanza della democrazia in un paese civile» (nella seduta della Camera dei Deputati del 18 gennaio 1953).

Ed è a quel disprezzo che, oggi come all’epoca, non ci si può piegare.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, storia e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

1 risposta a L’armata citazionista e le questioni di fondo

  1. Enrica scrive:

    Questi articoli sono vere lezioni di storia. Io li leggo con la stessa attenzione e voglia di
    “ricordare” quello che sapevo e avevo dimenticato e di “imparare” quello che non conoscevo.
    Li faccio leggere ai miei amici e, soprattutto, ai miei nipoti. Dopo averlo fatto mi sento soddisfatta e serena, ma lo stato di benessere dura poco: mi basta sentire il presidente del consiglio e segretario de PD (sembra impossibile, ma così è), ripetere una frase: “noi vogliamo combattere la cultura dello spreco della politica e accorciare i tempi della approvazione delle leggi, ecco perché gli italiani devono votare SI”. Niente di più falso, ma fa presa su tutti quelli che vanno di fretta. E, a proposito di sprechi, mi dà molto fastidio che questa propaganda la faccia girando l’Italia a mie spese. Infatti sono viaggi istituzionali, non di partito.

Lascia un commento