Se le colpe dei padri ricadono sui figli, guardatevi dai nonni fascisti

«Ante hos sex menses male – ait (lupus) – dixisti mihi». Respondit agnus: «Equidem natus non eram!». «Pater, Hercle, tuus – ille inquit – male dixit mihi!». M’è tornata in mente la bella favola di Fedro leggendo il titolo de Il Fatto Quotidiano sulla candidatura alle elezioni comunali partenopee, nelle liste di Ala a sostegno dell’esponente del Pd Valeria Valente, di quello che loro chiamano «il figlio di un boss».

Ho sempre criticato la scelta dell’alleanza strategica (come chiamarla se da Milano a Napoli passando per Roma si replica il sostegno che già c’è in Parlamento?) con il gruppo di Denis Verdini, così come non ho mai lesinato critiche alle candidature di indagati e condannati; ma che c’entra “il figlio di”?  Non sto discutendo del caso specifico, che conosco solo per quel che ho letto qua e là, sto dicendo in generale. La responsabilità dei reati eventualmente commessi da qualcuno non è forse personale? E per il figlio di un camorrista non ci può essere redenzione, riscatto, affrancamento?

Ci sarebbe da discutere pure sul reinserimento sociale del delinquente stesso, visto che tutti appena ieri si sperticavano in lodi postume a Pannella e che da sempre quella sulla funzione riabilitava e non esclusivamente afflittiva delle pene è stata una delle sue battaglie, ma lasciamo perdere. Se una persona è incensurata e senza carichi pendenti, ha forse una minorazione nei suoi diritti civili e politici solo perché suo padre, suo zio, suo nonno sono o erano malviventi? Anche icone dell’antimafia come Peppino Impastato erano figli e nipoti di mafiosi, eppure per loro si sono considerati i meriti e le colpe personali, non quelli famigliari.

È un gioco che non mi piace quello di elencare le responsabilità degli antenati per screditare gli avversari; come il lupo con l’agnello, non è bello cercare scuse ataviche per attacchi che si vogliono condurre nell’oggi. Dopotutto, se ci pensate, la storia potrebbe riservare brutte sorprese a pezzi interi della élite nostrana, con tanti avi fascisti, e quindi sostenitori d’un regime dai trascorsi non meno delittuosi, che la borghesia e il ceto medio italiani hanno disseminati dall’Alpi a Sicilia, non facendo eccezione coloro che rivendicano discendenze partigiane.

Piccola precisazione storica. Dico delle classi borghesi e del ceto medio e non di quelle inferiori per una considerazione semplice: nel ventennio, la tessera del Partito era nei fatti la via d’accesso, a volte la condizione necessaria, alle professioni d’un certo tipo, borghesi, appunto, e per tutti quei lavori e quelle funzioni che avevano a che fare con le istituzioni. Il resto del Paese, beh, semplicemente viveva in una condizioni di reciproca ignoranza con le articolazioni e le organizzazioni statali. Con le parole di Carlo Levi: «I signori erano tutti iscritti al Partito, anche quei pochi, come il dottor Milillo, che la pensavano diversamente, soltanto perché il Partito era il Governo, era lo Stato, era il Potere, ed essi si sentivano naturalmente partecipi di questo potere. Nessuno dei contadini, per la ragione opposta, era iscritto, come del resto non sarebbero stati iscritti a nessun partito politico che potesse, per avventura, esistere. Non erano fascisti, come non sarebbero stati liberali o socialisti o che so io, perché queste faccende non li riguardavano, appartenevano a un altro mondo, non avevano senso».

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4 risposte a Se le colpe dei padri ricadono sui figli, guardatevi dai nonni fascisti

  1. Giuseppe scrive:

    Forse essere imparentanti con un mafioso è più “grave” che essere imparentato con un fasciata.
    Il fascismo, “quello vero” (come direbbe la ministra), è lontano nel tempo e quindi più innocuo.
    Avere un parente mafioso, per di più un presunto boss, è più “pericoloso” poiché “vicino” a livello temporale.
    Oltretutto potevi essere fascista perché iscritto al partito solo per ragioni opportunistiche o il figlio poteva essere fascista come il padre ma passivamente.

    Se sei un mafioso, non puoi solo esserlo passivamente. E se sei il figlio è probabilmente che tu sia impregnato di “mafiosità”, quella mentalità mafiosa che non è vera e propria mafia ma che spinge anche i cittadini onesti a comportarsi in un certo modo.

    Essere un fascista o un bancarottiere è come essere un cattolico: puoi esserlo davvero o di facciata, e anche tuo figlio può esserlo davvero o di facciata, chi se ne frega.
    Essere mafioso è come essere un testimone di Geova: non puoi semplicemente dire di esserlo, devi metterlo in pratica. E se gli altri testimoni di Geova si accorgono che stai facendo solo finta, allora sono problemi.

    È una visione un po’ manichea, ma bisognerebbe iniziare a parlare molto più di “mafiosità” che non di mafia e basta.
    I mafiosi sono relativamente pochi, i cittadini comuni con una componente di mafiosità elevata sono molti.
    Magari non commetteranno reati violenti o asociativi, ma sono l’humus per i primi.

  2. Fabrizio scrive:

    Nel contesto dei diritti della personalità , il diritto all’identità personale e’ un diritto inviolabile garantito dalla Ns. Costituzione “ La Carta del Popolo Italiano”
    Purtroppo a violare tale diritto , fino ad oggi dai tempi mediovali, e’ un fattore antropologico“ psicologico” che si chiama Padre-Padrone e a catena , di conseguenza, da un’indicatore morfologico “ pedagogico” che si chiama Tale Padre-Tale Figlio.
    Se non cambiamo mentalmente, culturalmente parlando, e se non cambiamo comportamento , eticamente parlando, non solo non arriveremo mai ad un dialogo” dibatito” costruttivo sui diritti umani ,ma chiuderemo la porta ad un futuro piu’ giusto per tutti .
    Padre-Padrone e’ come dire Capitalismo-Denaro e Tale Padre- Tale Figlio è come dire Economia- Ambiente
    Il fattore “ comportamentale “ Padre-Padrone non e’ umano , civilmente parlando.
    L’indicatore “ mentale “ Tale Padre-Tale Figlio e’ umano , ma non democratico.
    Il fattore e’ contro il pluralismo e l’indicatore e’ contro l’altruismo
    Determinati principi e valori della vita quotidiana vengono , cosi di fatto, mandati a farsi friggere.

  3. Fabrizio scrive:

    In conclusione il bene comune ,equilibrio buono e giusto , si ottiene attraverso strumenti e misurazioni che fanno parte della basilare ,sana e robusta , struttura della convivenza.
    Strumenti per azioni preventive e misurazioni per azioni correttive.
    Leggi giuste di aggregazione sistema “pluralismo equo ” e buone misurazioni di integrazione sotto-sistema” altruismo sostenibile”

    Pluralita’ politica culturale finanziaria come sistema di valore aggiunto ; Politiche Altruiste sociali economiche come sottosistema di valore assoluto.

    p.s.2 sono i sottosistemi, gruppi, apparati, assiemi, sottoassiemi, che fanno vivere il sistema

    p.s. Adelante…………..

  4. Fabrizio scrive:

    Per finire la storia del rinnovellamento, la credibilta’ e’ uno strumento variabile nel tempo , l’affidabiltà e’ una misurazione costante nello spazio della globalizzazione.

    La credibilità e’ un fattore , l’ affidabilità e’ un a misurazione.

    Una persona umana può essere nel momento credibile, ma nello spazio che lo circonda puo’ non essere affidabile.

    L’affidabilita’ viene riconosciuta ( sono gli altri che ti cercano) ; la credibilità si riconosce (e lei che cerca gli altri )

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