Non è una posa estetica, è sostanza politica

Che lo faccia uno come Francesco Piccolo lo si può capire: se si vuole vendere i propri libri a tutti, è normale che si scrivano cose in cui chiunque, leggendole, possa ritrovare quello di cui parla o che ha sentito dire da qualche parte. Che a farlo sia uno con la cultura e la non necessaria pulsione a vendere come Umberto Eco è più preoccupante.

Insomma, da tempo il vincitore del passato Strega ci spiega che, per quelli di sinistra, solo con la sconfitta si può mantenere la purezza delle idee, non dovendole scontare nella pratica di governo. Sentire l’autore di Apocalittici e integrati scrivere grosso modo le stesse cose, e cioè che la sinistra, per le continue divisioni, non è mai stata in grado di governare e “per sua fortuna, perché allora sarebbe stata costretta a dire dei sì, con tutti i compromessi che comporta il prendere decisioni di governo, e dicendo dei sì avrebbe perduto quella purezza morale che la vedeva sempre sconfitta e caparbiamente capace di rifiutare le seduzioni del potere”, è sinceramente molto più triste. Eppure.

Eppure quello che scrivono Eco e Piccolo è quello che pensano in molti: la sinistra si divide, in ultima istanza, perché unita potrebbe vincere, e quindi dover dimostrare davvero quello che sa fare, mettendo in pratica le cose che dice, scontrandosi con una realtà che spesso le sue idee non consente di realizzarle.

Però, allora, se è così, quelle idee sono falsi miti. E quindi, tanto varrebbe non professarli affatto, dicendo, anche quando al potere è la parte avversa, che chi governa fa quello che può, ciò che la realtà consente di fare, quanto è nelle possibilità dell’essere realizzato; tanto vale non opporsi ed è inutile predicare cose diverse. Altrimenti, la narrazione del “se ci fossimo noi”, diventa solamente un motivetto buono a incantare coloro che devono dare un voto perché siano altre persone a condurre il gioco, non differenti visioni a disegnare uno diverso.

Stando sul terreno dell’oggi, viene mai in mente ai commentatori più o meno colti che alcune posizioni non siano l’espressione di una posa estetica, ma il frutto di una sostanza politica? Per esempio, quando ci opponevamo ai tentativi di abolizione dell’articolo 18 e di cancellazione di molti dei diritti sanciti dallo Statuto dei lavoratori, accanto a noi avevamo quelli che poi hanno approvato norme proprio per realizzare quelle manovre contestate: dovremmo dire che va tutto bene per non dividerci? O sono piuttosto loro che si sono divisi, dalle idee che professavano prima ancora che da quelli con cui le difendevano?

E così vale per la scuola, altrimenti non capisco perché ci si opponeva alle sperimentazioni lombarde e alle intenzioni di dare soldi pubblici alle private, direttamente o sotto forma di detrazioni fiscali. Per la considerazione dell’ambiente solo come suolo per grandi opere. Per la concezione securitaria del diritto all’abitare, arrivando a prevedere sfratti e tagli dei servizi minimi e delle possibilità di accesso fra la comunità sociale per chi, quale unico torto, ha la colpa di dover elevare a casa un immobile vuoto e abbandonato. Per la considerazione che si ha della democrazia, per la pratica sbarazzina delle alleanze, per la scellerata idea che l’immigrazione sia un problema di ordine pubblico, da risolvere con un sistema di quote, nemmeno fosse una produzione agricola, una rete di blocchi in mare o dando corso a quelle guerre che con grossolani eufemismi all’inglese si chiamo operazioni di intelligence o peace e qualcos’altro che con la pace c’entra davvero poco.

A pensarci meglio, pare proprio che la vera posa estetica non sia di quelli che, sentendo dire agli esponenti del partito che votano alcune cose, poi si aspettano che le facciano una volta eletti, ma di quanti, per essere eletti, dicono quelle cose a cui non intendono minimamente dare alcuna sostanza politica, solo per acquisire il consenso di chi dovrebbe votarli. In quest’ottica, chi è che divide la sinistra rendendola più debole?

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