Meno male che il merito non vale

“Stringi, stringi, che non serva a nulla è pure meglio”. “Che cosa?”, gli chiedo guardandolo quasi distrattamente. “Il merito”, mi risponde, con altrettanta apparente distrazione. Sorseggio la mia rossa, “già”. “No, dico sul serio”, continua, “se esistesse davvero come criterio, allora vorrebbe dire che chi sta in alto merita ciò che ha. E, di conseguenza, chi non riesce ad aver alcunché è per colpe solamente sue. Fidati”, dice un attimo prima di immergere le labbra nella leggera schiuma della sua weisse, “è meglio per tutti che non esista. Per quelli che stanno bene, così non rischiano di perdere, e per quelli che stanno male, che evitano di perdersi”. Come se m’avesse gettato la sua ancora fredda birra addosso, rabbrividisco e quasi mi sveglio.

Ha ragione il mio amico: il fatto che il merito sia una leggenda che tutti raccontano e a cui nessuno crede, è meglio per chiunque. Prendiamo il suo caso: quarantenne, laureato, specializzato, migliaia di libri letti, non pochi quelli scritti, precario, ultimo livello in tutti i luoghi dove s’impiega, da sempre, 8/10 mesi di lavoro su dodici, un reddito che, tira e spingi, non va oltre i 10/12 mila netti all’anno. Negli anni buoni, e non sono tutti così. Poi si guarda intorno, e vede i suoi guadagni annuali dati in un mese a chi a stento ha idea di cosa significhi realmente quello per cui è pagato e che ricopre livelli, nella scala sociale, di prestigio e di responsabilità e da cui dipendono i destini di milioni di persone, ma la cui unica virtù è stata nascere nel posto giusto, legarsi al capo giusto o cambiarlo al momento giusto. E si arrende per non impazzire. Già, che il merito non serva a nulla è pure meglio. Per tutti.

Nei giorni scorsi, al Senato, il Forum della meritocrazia (sì, siete caldamente invitati a riderne), ha presentato i risultati della sua ricercaMeritometro: il primo strumento di misurazione e comparazione del merito a livello europeo”. L’ironia sottesa al fatto che tale presentazione sia avvenuta in quel ramo del Parlamento d’Italia che ospita il tre volte rappresentante della nazione Antonio Razzi forse è involontaria, però non si può non cogliere.

Ma provando a essere più seri, è proprio l’impianto su cui poggia l’apparato retorico dei meritisti che non va. Sono mai possibili reali pari condizioni di partenza per poter misurare le individuali capacità sulla scorta delle mete raggiunte? No, e nei fatti sta la dimostrazione di una simile risposta. Allora, che senso ha misurare i risultati ottenuti, o pretendere di farli, come frutto delle competenze personali? Nessuna, ovviamente. E quindi, viene da chiedersi, perché dinanzi all’evidenza per cui il figlio del ricco può permettersi abilità infinitamente più scarse del figlio del povero, raggiungendo comunque traguardi migliori, si continua a narrare la favola della meritocrazia? Per proseguire l’inganno della competizione laddove potrebbe crearsi la realtà del conflitto, verrebbe da rispondere.

La fortuna è che nessuno ci crede. Altrimenti, al danno dell’aver meno si dovrebbe aggiungere l’offesa che una visione della concorrenza talmente moderna da riecheggiare tratti preilluministici, in cui il ricco e potente è tale perché anche bravo, e il povero e subordinato in quanto pure incapace. Una miscela fra condizioni materiali e condanne spirituali che potrebbe far davvero salire il rancore a livelli che in altre stagioni dell’umanità produssero effetti non proprio auspicabili. Per fortuna, ha ragione il mio amico, e nessuno crede alle favole, anche quando le racconta per aver qualcosa da dire, come quelle barzellette banali utilizzate nel tentativo di rianimare conversazioni ormai stanche.

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