Un tram chiamato Partito della nazione

“Uso i partiti allo stesso modo di come uso i taxi: salgo, pago la corsa, scendo”. Questa frase attribuita a Enrico Mattei, disegnava un Paese e una Repubblica dei partiti che non c’è più, con tutte le storture e i significati concreti, e contanti, di quel “pago la corsa”. Oggi è tutto diverso, oggi c’è il #cambiaverso, oggi non ci sono più i tanti partiti taxi, ma l’unico, grande partito tram. Un tram chiamato Partito della nazione, e sui cui c’è posto per tanti, quasi per tutti.

Ieri, la senatrice del Pd Rosaria Capacchione, giornalista da sempre in prima linea contro la camorra, si è detta sconcertata e preoccupata per la presenza di alcuni nomi nelle liste a sostegno di De Luca. “Ci sono – ha dichiarato – impresentabili, trasformisti, opportunisti e oppositori strenui e feroci dei migliori uomini che il Pd aveva messo in campo appena un anno fa nei territori devastati dalla camorra e dagli scempi ambientali. Si tratta di uomini i cui nomi compaiono anche negli atti di processi di criminalità organizzata, protagonisti o compartecipi di una stagione di affari sporchi e di spartizioni indicibili, che si sperava finita per sempre”. E quello che accade in Campania, quanto a trasformismo e opportunismo, non è un caso isolato.

In Liguria, le presenze importanti di ex scajoliani a sostegno della candidata Raffaella Paita hanno portato prima all’abbandono di Sergio Cofferati, sfidante battuto alle primarie contestate, e poi alla nascita di un’altra proposta a sinistra dello schieramento del Pd, guidata dal parlamentare e sindaco democratico di Bogliasco Luca Pastorino. In Puglia, per chiudere questo parziale giro d’Italia delle folgorazioni sulla via delle regionali, a sostegno del candidato del centro sinistra Michele Emiliano ci sono anche esponenti con un passato missino come Euprepio Curto.

Insomma, la formula per il nuovo soggetto politico guidato da Renzi e che sta attirando a sé tutto ciò che gravita nei palazzi della politica, più che al catch-all, pare puntare direttamente e con sempre più sicumera e giuliva soddisfazione degli aderenti, a una forma che potremmo definire all-in party.

A dirla tutta, un po’ il fenomeno lo si comprende. Siamo franchi: da noi c’è sempre stata tanta gente tentata più che dal “fare politica”, dal poter “essere politica”, come ebbe a definirli Prodi in quel duro comunicato con cui espresse il suo secco “no” all’ipotesi di un governo Maccanico sostenuto da tutto l’arco istituzionale (pare, narrano le cronache, che abbia detto, a chi gli prospettava quelle antesignane larghe intese, “cos’è, hanno rapito Moro un’altra volta?”. Ricordarsi di questa sua ritrosia per le grandi coalizioni può servire a spiegare il perché di molte cose, almeno centouno). Anche loro “devono pur campare”, come disse un affranto Cicchitto a Montanelli (attirandosene la di lui sarcastica e tagliente risposta: “non ne vedo il motivo”).

La domanda, semmai, è il contrario: se tutti questi che nel Pd che sta diventando della nazione, si trovano così tanto a proprio agio, al di là e oltre le rispettive provenienze, ricercando scampoli di governo e trampolini di rappresentanza, quanti pensavano e pensano che la politica sia altro dalla spartizione del potere tradotta in poltrone, cioè confronto e conflitto di idee diverse e differenti visioni del mondo, ci si possono ancora ritrovare?

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