La scelta della rinuncia felice

In risposta al mio post di ieri, un amico a cui tengo davvero molto, renziano per convinzione verso la ditta e non renzista per convenienza rispetto ai suoi emolumenti, mi ha scritto: “Così decidi di rinunciare. Ed è comunque una scelta, non pensare che non ti renderà responsabile di quello che dovesse accadere nella situazione che tu presenti”. Già, ma questo lo so.

Dirò di più: così come le cose si stanno disponendo, quella della rinuncia appare sempre più l’unica scelta razionalmente perseguibile. Il campo che si delinea vede emergere una forza politica praticamente egemone, o comunque ben oltre il semplice dominio, che diventa il contenitore dell’unico modo possibile del governo e della rappresentanza. Solo che essa esclude e marginalizza i concetti e le idee a cui ho sempre guardato, rendendo superflua, quando non del tutto inutile, ogni forma del “prender parte” per chiunque in quella forza, e nelle cose che dice e propone, non si riconosca. Ne deriva, quindi, che nella dinamica della partecipazione istituzionalizzata, non ha più senso esserci.

Provando a fare degli esempi concreti, che senso avrebbe se io, domani, sostenessi alle elezioni un partito che rivendica come traguardi tutto ciò che ho contestato quale approdo? Potrei sostenere la bontà del Jobs Act, dello Sblocca Italia o del combinato disposto di Italicum e riforma della Costituzione?  E non saranno proprio questi i probabili temi portanti della campagna elettorale del Pd e di chi, in esso e per esso, si candiderà?

Aggiungo anche che, credo, questo sia il fine non detto a cui molti mirano. Togliere dallo schema elettorale potenziali variabili non contenute nello sistema del “tutti dentro” per semplificare l’attuazione e la spiegazione dello stesso. Insomma, con la domanda con cui chiosavo quel post: la rinuncia, non era quello che volevate?

Ma non si chiude qui. È chiaro che non si risolve in una resa la scelta di coloro che decidono di non prendere parte alla gioco della rappresentanza che si fa rappresentazione dei rappresentanti, con l’avvallo, consenziente o meno, dei rappresentati. La rinuncia a esser compresi nel novero di quelli che garantiscono, delegando, la salvaguardia formale della democrazia, non è un rifiuto mesto, come invece pare sempre più esserlo la sua accettazione sotto l’ombrello fatalista del “non ci sono alternative”, ma un abbandono felice. Soprattutto, è attivo, creativo, produttivo.

Tale scelta, infatti, conduce alla ricerca, difficile e faticosa, certo, di nuove forme di partecipazione e di inclusione, che siano capaci di disegnare altri modelli del fare politica, inteso come la capacità degli uomini di darsi rappresentanza e governo. Si potrebbe leggerla in questo modo: il rifiuto dei delegati di tener dentro le ragioni e le richieste dei deleganti, spinge questi ultimi ad abdicare da quella necessità di sostenerli e definire il loro mandato.

In questo modo, è ovvio che ai primi viene sottratta la propria ratio costitutiva, mentre i secondi decidono di spendere questa loro capacità di conferire mandato in modi diversi e autonomi. Tutto ciò, ovviamente, non si potrà fare se non capovolgendo fin nella stessa essenza e nella radici il pensiero e la nozione delle istituzioni.

“Dobbiamo ripensare ai fondamenti stessi dell’idea di Stato: al concetto di individuo che ne è alla base; e, al tradizionale concetto giuridico e astratto di individuo, dobbiamo sostituire un nuovo concetto, che esprima la realtà vivente, che abolisca la invalicabile trascendenza di individuo e di Stato. L’individuo non è una entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti. Questo concetto di relazione, fuori della quale l’individuo non esiste, è lo stesso che definisce lo Stato. Individuo e Stato coincidono nella loro essenza, e devono arrivare a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi. […]. Questa strada si chiama autonomia. Lo Stato non può essere che l’insieme di infinite autonomie, una organica federazione”.

Nulla di nuovo: era il modo di organizzarsi della civiltà contadina, che ha forgiato e dato anima e valori a questo Paese, era il senso di comunità inteso come luogo e ambito delle relazioni, era Carlo Levi, e quello e quanto lui pensava di aver appreso nei mesi della sua “vita sotterranea”.

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