Il “governissimo” come tattica, il “governismo” come strategia

Il principale limite di alcuni movimenti politici risiede nel fatto che pensino la loro azione come indifferente rispetto alla necessità del dover governare, quasi che l’assumersi le responsabilità della decisione non fosse parte del novero delle loro possibilità.

È una scelta che spesso caratterizza le forze più radicali del panorama politico, e che sovente si traduce nell’immobilismo nel presente rispetto alle future, e futuribili, occasioni di cambiamento totale dell’esistente: nei fatti, un vano e inutile pensiero rivoluzionario a parole, almeno quanto conservatore nell’azione.

C’è però un rischio altrettanto limitante anche nell’agire concreto delle compagini politiche che pensano sé stesse come “forze di governo”: quello che questa dimensione governativa sia percepita da esse come l’unica possibile.

Ora, io non ho nulla da eccepire rispetto all’importanza che all’azione di governo viene data dai partiti e da chi fa politica, chiariamoci. Il governo dei processi è l’unico modo per determinare, concretamente, le condizioni per la realizzazione delle proprie idee e dei propri programmi: è ovvio e normale che una forza politica lo persegua. Ma il rischio è che questo diventi la sola possibilità per la politica di essere tale. E, soprattutto, che un siffatto concetto venga confuso con quello di potere, e quindi si passi dal governo dei processi a quello dei palazzi.

Non siamo dinnanzi solo all’evenienza di fermare l’agire delle forze politiche esclusivamente all’interno di una malintesa rivoluzione passiva, cioè, come spiegava Gramsci, dell’idea che si possa agire il cambiamento solo dominando dall’alto i processi, e quindi prendendo il controllo di quei palazzi da cui si dipanano le dinamiche del potere. Ci troviamo di fronte, piuttosto, alla dimensione del potere in sé e per sé considerato come unica possibilità della politica, indipendentemente dalle sue finalità. La politica, per dirla meglio, finisce col coincidere con il governo, e questo col potere, di modo che qualsiasi agire in quel campo non possa essere pensato al di fuori dei luoghi dove l’uno e l’altro si manifestano e si praticano.

Questo, ovviamente, conduce a un circolo chiuso in cui, non essendoci possibilità al di fuori di quelle dinamiche del governo nei palazzi, tutta l’azione delle forze politiche è finalizzata ad arrivare lì, anche al di là di quelle che possono essere le proprie caratteristiche. Nulla a che vedere con la competizione delle idee, quella fra le diverse parti che si fronteggiano diventa una sorta di lotta per la conquista della propria rappresentanza, non intesa come tutela degli interessi di parte, ma come presenza numerica delle proprie donne e dei propri uomini, e del relativo peso nelle istituzioni. Insomma, una gara per il dominio sul castello e nei suoi feudi, non un confronto per disegnare altri scenari possibili.

Ecco allora che l’espediente tattico del “governissimo”, quello in cui le varie forze politiche coabitano nelle istituzioni di governo in base loro peso elettorale, utile, a questo punto, solo per assegnare i relativi incarichi e posti, diviene perfettamente funzionale alla visione strategica del “governismo”, la tendenza, per le diverse realtà, a far parte in ogni caso del Governo, inteso come istituzione, proprio perché esso diventa la sola possibilità possibile del fare politica. In questa logica, il rischio è che stare fuori da quelle dinamiche significhi condannarsi all’inconsistenza: se la politica è solo governo e potere, al di fuori di questi, semplicemente, non esiste.

Chiaramente, ciò si ripercuote pure per quanto concerne il tipo di personale che si ritrova a incarnare il politico. Non essendo necessario il discorso sulle idee, anzi, essendo preferibile il silenzio delle visioni realmente alternative, e quindi di chi di quelle possa essere portatore o artefice, nella comune opera di costruzione dell’intellettuale collettivo, per citare ancora l’autore dei Quaderni, è chiaro che la selezione miri a ricercare le figure meglio in grado di conquistare e difendere quel potere come prima definito.

Ricerca, a dire il vero facilitata da un’altra circostanza. Venendo meno, infatti, quello streben, quello slancio verso un ideale diverso da quanto c’è qui ed oggi, e riducendosi la politica a semplice tecnica dell’amministrazione, viene meno anche, per molti, il motivo dell’impegno. Il fare politica, da terreno dell’inclusione e della partecipazione, diviene in tal modo pratica ristretta ed esclusiva, che tiene fuori, esclude. Dopotutto, perché mai prendere parte a qualcosa per pochi, se non si è interessati a essere fra quelli?

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