Non ce ne faremo una ragione, ricorreremo

Un tempo, si leggevano cose così: “contrastare la precarietà, rovesciando le scelte della destra nell’ultimo decennio e in particolare l’idea di una competitività al ribasso del nostro apparato produttivo, quasi che, rimasti orfani della vecchia pratica che svalutava la moneta, la risposta potesse stare nella svalutazione e svalorizzazione del lavoro”. E poi ancora: “spezzare la spirale perversa tra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti, aiutando le produzioni a competere sul lato della qualità e dell’innovazione, punti storicamente vulnerabili del nostro sistema”.

E non era il secolo scorso, ma appena poco più di un anno fa. E non si trattava di una rivista alternativa, di un blog antagonista, di un documento di giovani universitari di sinistra o vecchi arnesi del sindacalismo di base. No, era L’Italia giusta, il programma con cui Bersani, il Pd e la coalizione dei democratici e dei progressisti (così veniva chiamata allora) si presentava all’elettorato.

Ma forse, era proprio più di un secolo fa. Oggi è tutto diverso, e per rispondere alla disoccupazione a livelli record, il Pd disegna, licenzia e approva un testo di legge che, nei fatti, aumenta la flessibilità del mercato del lavoro, con l’idea che questa possa rilanciare l’occupazione. Il contrario di quello che si diceva nel febbraio del 2013, in campagna elettorale.

Ma si sa, in campagna elettorale si dicono tante cose. Poi se ne fanno altre, purtroppo. Perché il solco in cui si incammina la riforma Poletti è quello di una maggiore liberalizzazione dei contratti a termine, nell’uso e nella possibilità di articolazione, arrivando a prevedere addirittura l’eliminazione dell’obbligo di indicare la causale economica e organizzativa per cui ricorrere all’assunzione a tempo. Quanto lontani sono i tempi in cui si diceva: “per noi il contratto di lavoro è quello a tempo indeterminato”. Quanto distanti affermazioni come: “un’ora di lavoro precario deve costare di più di un’ora di lavoro fisso”.

E mentre tutto questo accade, dobbiamo anche ascoltare parole che aggiungono al danno l’offesa. Avrete sentito anche voi, credo, frasi del tipo: “abbiamo ridotto a 5 il numero di proroghe possibili”. Ma ridotto, rispetto a cosa? A quanto previsto dalla precedente formulazione del decreto, licenziato dallo stesso Governo, sostenuto dalla medesima maggioranza?

Prima che il decreto Poletti vedesse la luce, un contratto a termine acausale poteva essere prorogato una sola volta e per un massimo di 12 mesi, non per cinque e fino a 36 come ora (per tacere dei possibili rinnovi). E a questo si era arrivati perché alcuni ritenevano la riforma Fornero (governo Monti, pensate, non certo riforma Bertinotti, governo Vendola) troppo rigida nella sua formulazione originaria, che non prevedeva proroghe per contratti senza specifica causale, tanto da costringere quel governo a una manovra correttiva della legge n. 92/2012, fatta con il decreto “Iva-lavoro” n. 76/2013.

Su quel punto, questo testo peggiora le leggi della Fornero. E perché allora se ne festeggia l’approvazione da parte dei parlamentari del Pd? Chiedetelo a loro, e a quanti di loro approvarono pure quelle di prima. Ma credo, forse, perché ormai, in questo Paese non si riesce a pensare a un rilancio dell’occupazione se non come pratica giuslavoristica, volta all’abbattimento dei diritti e all’abbassamento delle tutele dei lavoratori, con conseguente compressione delle retribuzioni. Una strada lunga, che parte da Treu per passare attraverso Sacconi (co-artifice pure di quest’ultimo “capolavoro”), Tremonti e la stessa coppia Fornero-Monti. E una strada che ci ha portati qui dove siamo ora: 4 milioni di precari, 3 milioni e mezzo di disoccupati, 2 milioni di neet, giovani e non, che un lavoro nemmeno lo cercano più, e quasi un ragazzo su due senza occupazione. Nemmeno la realtà fa sorgere il dubbio sulla bontà delle tesi liberiste, che da ideologia si fanno fede irrazionale.

E sulle ferite dei fatti, si sparge il sale della monetizzazione dei diritti. Dalla Commissione lavoro della Camera, infatti, era stata inserita una norma di buon senso, per eliminare le possibilità di abuso della contrattazione a termine da parte delle imprese (e pure lì, tenendo fuori i centri di ricerca, chissà perché, e i lavoratori assunti attraverso le società interinali, che, come sempre, rimangono fuori rispetto a tutto il resto), si era fissato il limite del 20% di contratti precari sul totale della forza lavoro aziendale. Oltre quella soglia, sarebbe scattato l’obbligo di assunzione. Ma a Sacconi questa cosa qui non è piaciuta, e il Pd ha allora deciso di accogliere la trasformazione dell’obbligo di assunzione in una multa. Una sanzione, un’ammenda: la dimostrazione plastica e cinica, sprezzante e senza appello che, nella logica dei legislatori, i diritti dei lavoratori sono monetizzabili, e chi ha soldi può comprare pure quelli.

Avevamo votato per quel programma, L’Italia giusta, avevamo votato per quei valori, per quelle parole, oggi ci viene spiegato che quelle idee erano sbagliate. O forse, erano un inganno. I parlamentari votano in totale indipendenza da mandato imperativo, e tale principio per me è sacrosanto. Ma questo significa anche che il voto dei parlamentari è dato ed espresso in totale autonomia e responsabilità politica: in pratica, hanno votato così, perché così volevano che fosse.

Quindi, dovremmo farcene una ragione? Tutt’altro. Se in questo Paese la flessibilità del lavoro e la precarizzazione dei lavoratori sono l’unico modo con cui si pensa di combattere la battaglia della competitività, fino a prevedere una cinquantina di forme contrattuali e l’aberrante pratica del lavoro in somministrazione, vera reificazione e mercificazione dell’essere umano nel sistema produttivo, se il dumping contrattuale è l’unica via su cui si pensa di dover camminare, e se in quelle aule che dovrebbero essere deputate alla rappresentanza si crede di poter andare avanti facendo del confronto un tabù da aggirare ricorrendo al totem della fiducia, cercheremo di far valere i diritti in altre sedi.

Come ci ha insegnato la stagione dei referendum, durante la quale politici e governanti son stati in disparte, quando non impegnati a fermarla, come hanno fatto gli insegnanti contro i provvedimenti dei vari ministri dell’Istruzione, come i metalmeccanici contro le violazioni fatte dalla Fiat, come associazioni o singoli cittadini contro la Fini-Giovanardi, contro la legge sulla fecondazione assistita, finanche contro i sistemi e le leggi elettorali; se il Palazzo della politica e il sistema istituzionale dei partiti è chiuso alle istanze della Piazza, praticando dall’alto la frattura che si lamenta nel basso (e alimentandola con atteggiamenti incomprensibili, di chiusura alle istanze esterne, delle organizzazioni sindacali o dei movimenti, dell’associazionismo di base o di quella base dei partiti sempre invocata nei momenti elettorali, e di elargizione di panem, sotto forma di sconti fiscali, et circenses, nella scelta palese della condanna esemplare e espiatoria del politico infedele), proveremo a bussare alle porte dei palazzi di giustizia.

Quell’Europa citata sempre quando si tratta di giustificare tagli o riduzioni di spesa, o scaricare responsabilità verso luoghi ignoti, con una sua direttiva, la n. 1999/70/CE, ha stabilito che il ricorso al contratto a termine deve essere limitato nel numero e temporaneo nella durata, ma deve anche essere giustificato da ragioni specifiche, produttive, occupazionali o stagionali; tutte cose a cui la riforma Poletti deroga. Ci sono i margini per un ricorso in sede di giustizia europea, e forse anche per ricorrere alla Consulta per l’abrogazione della norma in diversi punti, se, come affermano diversi giuslavoristi, come Piergiovanni Alleva, contrasta con alcuni articoli della Costituzione, a partire dal 2 e dal 4.

E, in materia, ci sono anche dei precedenti importanti, che, a partire da quelle della Corte di Giustizia Europea, con l’ordinanza Papalia e la sentenza Carratù, per arrivare a quella italiana, con la sentenza n. 26951 del 2/12/2013 della Corte di Cassazione, nell’interpretare il D.lvo n. 368 del 2001 conformemente a quanto espresso nella direttiva CE del 1999 già citata e dall’Accordo Quadro CES/UNICE e CEEP sul lavoro flessibile, hanno ribadito come sia un abuso la successione dei contratti a tempo determinato o comunque a termine con l’intento di dissimulare un rapporto unico e a tempo indeterminato e come, cosa forse più importante, non fosse lecita la mancata indicazione delle ragioni organizzative, la causa, del ricorso a quel tipo di rapporto.

Inonderemo i tribunali di ricorsi, dunque, e faremo guadagnare così quei tanti giovani avvocati che non riescono a inserirsi nel mondo delle professioni; in questo modo, Renzi e la sua maggioranza potranno dire d’aver fatto qualcosa anche per loro.

L’associazione Giuristi Democratici ha già presentato una denuncia alla Commissione europea. Altre seguiranno ora che il decreto Poletti è divenuto legge. State pur sereni che non ce ne faremo una ragione, ricorreremo. In ogni modo e in ogni sede

Tutto questo, però, significa che le possibilità concrete di determinare dei cambiamenti positivi agendo all’interno dei meccanismi della politica istituzionale, per quelli che la pensano come me, sono finite, anche su temi che dovrebbero essere caratterizzanti del nostro impegno a sinistra, come il lavoro appunto.

E se per provare a ottenere le trasformazioni che erano state promesse in campagna elettorale da quelli che sono stati eletti, i cittadini, singoli o associati, non possono rivolgersi e trovare ascolto nel Parlamento (luogo che dovrebbe garantire la rappresentanza, invece si fa mero passaggio d’investitura dei governi), attraverso meccanismi di partecipazione realmente efficaci, ma devono ricorrere ai giudici, a suon di cause e carte bollate, non stupiamoci dell’astensionismo, della disaffezione o del rancore della Piazza verso il Palazzo.

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