L’esposizione universale della banalità

Meno male che, sebbene l’esposizione sia universale, non lo sono altrettanto le dichiarazioni sull’argomento dei nostri governanti. Perché, davvero, solo a leggere le parole e gli interventi della maggior parte dei politici a proposito di Expo 2015, ci si sente come la figura angosciata sul ponte di Nordstrand nel celebre dipinto di Edvard Munch.

Prendiamo il presidente del Consiglio. Ieri ha detto, in serie: “se vinciamo la sfida dell’Expo, facciamo l’Italia” (che, se retorica demagogica da capopopolo doveva essere, sarebbe stato meglio: “o si fa l’Expo, o si muore”); “chi ruba va fermato, ma non si fermano le opere, si fermano i ladri” (d’altronde, solo un comico prestato alla politica potrebbe chiedere di fermare le opere; e infatti, lo ha chiesto) ; “lo Stato è più grande dei ladri, lo Stato è più forte dei ladri” (che è quanto si augurano anche i ladri, altrimenti, per riprendere una battuta di quel politico che fu un comico che faceva ridere, a chi ruberebbero?); e, capolavoro dell’oratoria da ovazione, “fermare i lavori, significherebbe ammettere che l’illegalità ha vinto” (che poi, tecnicamente, quell’illegalità tutto voleva, tranne che i lavori si fermassero, per dire).

Ma Renzi, sebbene la sua sovraesposizione mediatica potrebbe indurre a pensarlo, purtroppo non è l’unico. In questi giorni è un continuo fiorire di affermazioni volte a sottolineare l’importanza dell’Expo quale “eccezionale volano per l’economia italiana”, “straordinaria opportunità per le imprese”, “occasione irripetibile per il made in Italy”, e proseguite pure voi a scrivere la musica, tanto il tono lo conoscete. E il bello è che, quando queste cose vengono dette in pubblico, quello, il pubblico intendo, generalmente applaude.

Ora, mi chiedo, ma se non fosse per essere anche quelle cose lì, perché mai staremmo spendendo dei soldi nella sua organizzazione? Quindi, che l’Expo sia volano, occasione, opportunità, è il minimo sindacale per una manifestazione che costa milioni, pardon, miliardi di euro. Il dato preoccupante, semmai, è che sia solamente questo.

Perché quell’evento poteva essere un momento di rilevanza internazionale per discutere di temi fondamentali, come quelli della fame e dell’alimentazione, visto che “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” è pur sempre il titolo di Expo 2015, della sostenibilità del nostro modello economico, in termini di impatto nell’ambiente e sull’umanità, come ha ricordato Carlin Petrini nel suo intervento al congresso di Slow Food. Invece, nulla di tutto ciò.

L’evento diventa grande, occasione per far girare tanto, tantissimo denaro, vetrina, mondo in miniatura, in cui, fra padiglioni curati e banchi allestiti ad arte, esporre un po’ di questo e un po’ di quello. Insomma, una gigantesca campionaria, con contorno di edifici dalle dimensioni esagerate, nuovi svincoli, infrastrutture, strade, asfalto, vetro, acciaio e cemento: un monumento in ricordo del Futurismo, più che un momento di riflessione sul futuro.

Ma sì, bando a tutte le lentezze della riflessione; questo è il tempo in cui bisogna andare veloci, anche se non si capisce bene dove si stia andando. O forse, lo si capisce eccome, visto che da dove siamo, dall’orizzonte in cui ci muoviamo, quelli che dicono di voler correre non hanno nessuna intenzione di allontanarsi.

E quindi, via alla corsa sul posto, e che si muovano velocemente i piedi, in una sorta di “facite ammuina” globale. E che continui l’esposizione universale della banalità, perché l’Expo di Milano sarà “un eccezionale volano per l’economia italiana, una straordinaria opportunità per le imprese e un’occasione irripetibile per il made in Italy”.

Applausi.

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