Siamo minoranza, fatevene una ragione

“Fatevene una ragione: siete minoranza”. Me lo scrive Stefano, commentando il mio post di ieri, Come il salice per la vigna. Stefano, fidati: me ne ero già accorto, di essere in minoranza intendo. E non c’è nulla di qualitativamente migliore a esserlo, come, di per sé, essere maggioranza non aggiunge niente alle qualità di chi la compone o si annovera in essa.

Però tu mi chiedi di farmene una ragione. Anzi, ci chiedi, visto che ti rivolgi a me come parte di un gruppo (a proposito, siccome mi scrivi “commento qua così magari legge anche Civati”,  per dovere di cronaca, ti segnalo che per commentare il blog di Civati basta avere Facebook, anche “con pseudonimo”, e che si può sempre contattarlo via mail). Di più, tu scrivi: “avete perso il congresso, siate leali e aspettate il prossimo giro, senza organizzarsi di nascosto, cercando alleanze da Brunetta a Grillo pur di impedire a Renzi di fare le riforme che la maggioranza degli italiani vuole”.

Ma impedire che cosa? E come? Io non posso impedire proprio nulla a nessuno. Se quelle riforme non si faranno, è perché chi dice di volerle fare, e ha i numeri per farle, non le farà. E poi, di quali organizzazioni o alleanze nascoste parli? Renzi s’è accordato con Berlusconi, e quindi con Brunetta, ed è alleato con Alfano: ha i numeri e il sostegno per fare quello che dice di voler fare, come li aveva Letta quando decise di cambiare la Costituzione partendo dalla modifica dell’articolo 138 e dalla proposta dei saggi di Napolitano. E anche quella veniva venduta come la riforma voluta dalla maggioranza; se non è andata in porto, però, non si accusi la minoranza, quella interna al Pd, come quella all’opposizione in Parlamento.

Perché, caro Stefano, sono io a dirti: “siamo minoranza, fatevene una ragione”. E anch’io mi rivolgo a te col plurale, come a parlare a un intero gruppo. Il gruppo, numeroso e maggioritario, di quelli che pensano che la democrazia sia il dominio della maggioranza. Quella è la legge del più forte tradotta in voti, non la democrazia. La democrazia non è l’esercizio del potere assoluto (da ab solutus, cioè slegato da costrizioni esterne) in virtù del consenso, ma è la gestione del potere nel confronto col possibile dissenso. La democrazia è inclusiva, tende a tenere dentro, includere, le diverse opinioni, non esclusiva, votata all’espulsione, all’esclusione, o alla riduzione al silenzio delle tesi opposte o solo diverse da quelle dei più.

Per questo, in quel sistema, chi è chiamato a governare non esercita il potere, ma lo gestisce all’interno di tutta una serie di sistemi di controllo e bilanciamento necessari proprio a non renderlo assoluto (sono nati per quello i meccanismi di check and balance delle democrazie moderne e la divisione dei poteri, teorizzata da Montesquieu nello Spirito delle leggi già nel 1748). Quella in cui The winner take it all è una canzone degli Abba, non la democrazia. O è una forma arcaica di quest’ultima, quella che Platone considerava la negazione della buona politica, incapace di tenere dentro le ragioni di qualcuno solo perché non contemplate fra le convinzioni dei più, come quelle di Socrate, a cui l’autore de La Repubblica pensava, e che infatti il regime democratico ateniese condannò a morte per imporgli il silenzio.

Se siamo minoranza perché non sappiamo “parlare alla gente”, come mi scrivi, allora, Stefano, perché ti preoccupi di quello che diciamo? Vorresti forse impedirci di dirlo? Avete i numeri, fate. Quelli che hanno perso il congresso, quelli di Civati, in Parlamento sono così poco numerosi da stare in due monovolume: non cercate fra questi i responsabili per le mancate realizzazioni e non aspettatevi da tutti la rinuncia alle proprie opinioni solo perché alcuni, pur di essere maggioranza, hanno svenduto le loro.

PS: quasi dimenticavo. Tu scrivi “non sapete parlare alla gente perché vi sentite superiori”. Sbagli. Non perché non è vero che non sappiamo parlare alla gente, cosa possibilissima, ma perché non è vero che ci sentiamo superiori. Almeno, non mi sento tale io. Il post di ieri, lo iniziavo citando Ignazio Silone. Beh, io sono davvero come i cafoni di Fontamara;  come quelli, non m’immagino superiore a nessuno e, con le loro parole, so che “in capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”.

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1 risposta a Siamo minoranza, fatevene una ragione

  1. ciancio scrive:

    Aggiungo solo che il problema di fondo sta nel fatto che Renzi è sia segretario che presidente del consiglio e quello che lui pensa (mutevole come il meteo di questi giorni) è quello che pensa il governo ed il partito al contempo, quindi le legittime critiche mosse nel dibattito interno al partito, appunto, sono percepite come attacchi al governo, in una commistione che evidentemente è accentuata dalla personalizzazione fatta dal fiorentino. Tutto qui. Se lui fosse capace non di imporre la sua visione, ma di far confluire il dibattito su una posizione comune a tutto il partito, il problema l’avremmo già risolto da un pezzo. Invece prima avevamo il Cencelli, al governo e nei partiti una spartizione continua, adesso abbiamo il boss-caterpillar, che passa sopra a tutti: a quando un leader che è capace di guidare ed arricchire il confronto ed alla fine fare sintesi?

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